Il Corollario Trump implica un ripiegamento o un riassetto della strategia imperiale?

Gli USA cercano di riformattare la loro perdita di influenza globale

Misión Verdad

L’attacco militare USA contro il Venezuela, realizzato lo scorso 3 gennaio, si è concluso con il sequestro del presidente Nicolás Maduro. Più che un semplice eccesso tattico, esso costituisce la prima applicazione pubblica e brutale del “Corollario Trump” alla Dottrina Monroe, formalizzato nella Strategia di Sicurezza Nazionale (SSN 2025) pubblicata dall’amministrazione Trump nel dicembre 2025.

Il documento rappresenta un punto di svolta storico, poiché Washington abbandona esplicitamente il linguaggio dell’“ordine internazionale basato su regole” instaurato dopo il 1945. Ciò avviene attraverso l’adozione di un realismo imperiale spoglio, che riconosce l’incapacità di contenere la Cina e l’interdipendenza globale come limite al proprio unilateralismo.

Di fronte all’avanzata di un mondo multipolare guidato da Cina e Russia, alcune analisi affermano che gli USA si “ritirano” strategicamente verso quello che considerano “il loro” emisfero occidentale, cercando di consolidare una “Fortezza America” autarchica sotto il dominio esclusivo delle proprie élite.

Altri approcci, tuttavia, sottolineano che questo riassetto non mira a un ritiro totale del potere USA da varie aree del pianeta, bensì a un cambio di tattica. Gli USA continuano a condurre una guerra indiretta contro la Russia, a destabilizzare l’Iran e a sostenere militanti che attaccano le infrastrutture dell’Iniziativa della Nuova Via della Seta (BRI). Le forze USA stanziate nella regione Asia-Pacifico continuano a minacciare rotte marittime vitali per il commercio cinese.

Mentre proclama la cattura degli asset energetici venezuelani, Washington sviluppa operazioni belliche — palesi o meno — in Russia e in Iran. Questi tre Paesi condividono una caratteristica comune: sono partner ed esportatori di petrolio verso la Cina.

L’operazione in Venezuela è un messaggio di forza alla regione e un tentativo disperato di controllare risorse, ma rivela soprattutto un riassetto da parte di Washington di fronte alla propria debolezza strategica e al relativo declino come potenza.

Immobilizzare, a controllo remoto, il “competitore non emisferico”: la Cina

 

La SSN 2025 abbandona la facciata del multilateralismo liberale e dichiara apertamente che l’obiettivo è la “competizione strategica” per la preminenza, non la preservazione di un ordine condiviso. In questo modo sposta il focus da una contenzione globale integrale a una rivalità più circoscritta ma più aggressiva, centrata sull’impedire che la Cina, il “competitore non emisferico” per eccellenza, guadagni terreno in aree tecnologiche, economiche e militari critiche.

Si stabilisce che la legittimità di uno Stato nell’Emisfero Occidentale non deriva dal diritto internazionale, bensì dal suo allineamento funzionale con gli interessi strategici e le catene del valore USA. Un Paese che, come il Venezuela, controlla le proprie risorse energetiche al di fuori del circuito dollarizzato e mantiene alleanze con potenze rivali, è considerato “funzionalmente illegittimo”.

Viene riconosciuto il concetto di “competizione strategica” al posto di quello di “contenimento” e si ammette che la Cina è troppo integrata nel sistema globale per essere isolata. Pertanto, la strategia privilegia il disaccoppiamento nei settori di punta — come semiconduttori e intelligenza artificiale — e il ritiro, almeno temporaneo, verso una sfera di influenza controllabile: le Americhe.

Nel campo del potere militare convenzionale, gli USA affrontano uno spostamento progressivo a favore della Cina, che ha intrapreso una modernizzazione massiccia e rapida delle proprie capacità belliche. Attraverso un’attenzione particolare alle capacità asimmetriche, Pechino ha sviluppato mezzi e armi per negare l’accesso USA alle proprie vicinanze, come missili antinave a lungo raggio, difese aeree integrate e una marina che è già la più numerosa al mondo.

L’epicentro della tensione è Taiwan, e la SSN 2025 è esplicita nel definire la deterrenza di un conflitto nello stretto come “una priorità”, collegandola direttamente alla protezione delle catene di approvvigionamento dei semiconduttori e delle rotte marittime. Tuttavia, la strategia USA appare contraddittoria: mentre sollecita gli alleati asiatici ad aumentare la spesa per la difesa e a concedere maggiore accesso ai propri porti, mantiene una retorica interpretata come un sostegno crescente all’indipendentismo dell’isola.

Come compensazione per l’incapacità di difendere l’isola nel caso di un’azione di Pechino, Washington ha aumentato la vendita di armi avanzate a Taiwan, come quella annunciata nel dicembre 2025, avvicinando così il rischio di un’escalation.

Inoltre, Washington tenta di implementare un blocco energetico globale “a controllo remoto” contro la Cina. Un articolo pubblicato nel 2018 dalla Naval War College Review degli USA, intitolato “Un blocco petrolifero marittimo contro la Cina”, analizza il processo di chiusura dei colli di bottiglia marittimi come parte di un “blocco distante”, appena al di fuori della portata della maggior parte delle capacità militari cinesi.

Il documento segnala anche che la Cina aveva lavorato per diversificare la propria economia e ridurre l’eccessiva dipendenza da tali colli di bottiglia marittimi, anche attraverso la costruzione della BRI, e proponeva pertanto di identificarne ed eliminarne le rotte.

La strategia di Washington può essere considerata una forma di contenimento selettivo e di ripiegamento; per questo alcuni analisti parlano di una dottrina di “Fortezza America”, poiché, se non può espellere la Cina dall’Asia orientale, tenterà almeno di espellerla dall’America Latina. Ciò si combina con l’attacco a nodi e rotte strategiche.

Ucraina e i rantoli di una sconfitta già consumata

 

D’altra parte, Washington ha perso strumenti di controllo e capacità di deterrenza nei confronti della Russia, e l’orizzonte più immediato è la fine imminente del trattato New START, l’ultimo accordo di controllo degli armamenti nucleari tra le due potenze. La sua scadenza, senza prospettive di rinnovo, preannuncia una nuova e pericolosa corsa agli armamenti nucleari senza regole né meccanismi di verifica, in un contesto di massima tensione.

Questo collasso dell’architettura globale della sicurezza coincide con lo stallo della partecipazione occidentale in Ucraina, un conflitto che, al di là della sua narrazione iniziale, si è evoluto in una guerra di logoramento per le risorse. La decisione dell’Ucraina, annunciata il 12 gennaio scorso, di selezionare un consorzio di investitori legati agli USA per sviluppare il grande giacimento di litio di Dobra rivela la dimensione materiale del conflitto. L’Ucraina si consolida come campo di battaglia non per preservare una presunta integrità territoriale, ma per l’accesso a minerali critici essenziali per diverse tecnologie, soprattutto militari.

La Russia, lungi dall’essere isolata, ha approfondito la propria integrazione strategica con Cina e Iran, formando un triangolo geostrategico euroasiatico che sfida direttamente l’influenza occidentale. Questo asse, previsto da strateghi come Brzezinski come il peggior incubo per l’egemonia USA, si è materializzato come un’alleanza politica, economica e militare che si estende dal nord-est al centro dell’Asia. L’incapacità di Washington di spezzare questa alleanza o di ottenere una vittoria decisiva in Ucraina dimostra i limiti del suo potere nella regione euroasiatica, accelerando la decisione di concentrarsi sul proprio “cortile di casa”.

Tuttavia, recenti inchieste del New York Times rivelano che gli USA hanno anche condotto attacchi contro la produzione energetica in profondità nel territorio russo (attraverso la CIA), nonché attacchi con droni marittimi contro petroliere in partenza dai suoi porti.

Il sabotaggio USA dei gasdotti Nord Stream nel 2022, lungi dall’isolamento della Russia, ha accelerato la dedollarizzazione e l’integrazione energetica euroasiatica. Mosca esporta greggio e gas verso Cina e India in valute locali, rafforzando al contempo corridoi logistici con Iran e Pakistan.

Asia occidentale: caos contro ordine e la trappola di fronte all’Iran

 

In Asia occidentale, la strategia statunitense è caratterizzata dall’imposizione di un caos controllato e da un’influenza in declino. Il sostegno incrollabile a Israele, anche nelle sue azioni più atroci, ha contribuito a destabilizzare la regione ma ha eroso la legittimità e le alleanze tradizionali di Washington. In risposta, si intravedono alleanze regionali autonome che cercano di gestire la propria sicurezza di fronte all’instabilità. Si parla di una possibile alleanza tra Arabia Saudita, Pakistan, Turchia ed Egitto per “affrontare le tempeste in arrivo”, un chiaro segnale che gli attori chiave non confidano più nell’ombrello di sicurezza USA e cercano di bilanciarsi autonomamente.

Il maggiore fallimento strategico riguarda l’Iran. Mentre gli USA proclamano il loro presunto controllo sul Venezuela, stanno fomentando una violenza letale nelle strade iraniane, dopo aver condotto, insieme a Israele, attacchi militari diretti contro il Paese a metà dello scorso anno e aver infiltrato gruppi paramilitari nelle recenti proteste. Tuttavia, le campagne di massima pressione, le sanzioni e i tentativi di promuovere un cambio di regime attraverso la violenza armata non sono riusciti a isolare Teheran.

Trump ha applicato dazi del 25% ai Paesi che commerciano con il Paese persiano. La Cina respinge la misura, poiché nel 2021 ha firmato un accordo di partenariato di 25 anni con l’Iran, che ha inoltre approfondito la cooperazione militare con la Russia tramite un accordo ventennale.

Rifiutando i canali diplomatici, le opzioni di Washington si riducono a una guerra diretta che sarebbe catastrofica, poiché manca di un piano realistico per la “vittoria”. Questo bivio di fronte all’Iran esemplifica la perdita di influenza USA in una regione che è stata centrale nella sua politica estera per decenni.

La mediazione della Cina tra Teheran e Riad nel 2023 ha segnato un punto di svolta in tale influenza. Oggi l’Arabia Saudita negozia il proprio ingresso nei BRICS, mentre Washington, incapace di imporre un regime a lei affine in Iran, opta ora per l’escalation militare diretta.

Gli analisti sottolineano che le “opzioni militari contro l’Iran sono limitate” e che qualsiasi attacco scatenerebbe una risposta asimmetrica che paralizzerebbe lo Stretto di Hormuz. Il tentativo di mantenere il petrodollaro attraverso la forza si scontra con una realtà multipolare in cui il petroyuan e gli accordi bilaterali in valute locali guadagnano terreno.

L’emisfero occidentale nell’era dei miraggi

 

Il messaggio all’America Latina e all’Europa è stato che qualsiasi deviazione dall’orbita funzionale USA sarà trattata come un’anomalia da correggere, con la forza se necessario. L’amministrazione Trump, inebriata dalla “vittoria” nel sottomettere un piccolo Paese e in un’escalation di minacce, ha accusato Cina e Russia di “occupare” la Groenlandia, promettendo che il suo governo agirà per impedirlo “con le buone o con le cattive”.

Dati ufficiali indicano che la presenza e gli interessi della Cina in Groenlandia sono limitati, più di quanto sostenga Washington. Essi si concentrano principalmente nell’ambito commerciale, con diversi progetti minerari e industriali falliti negli ultimi anni.

Tuttavia, l’Artico mantiene un alto valore strategico per Pechino e Mosca come corridoio logistico. La Cina ha incorporato la cosiddetta Via della Seta Polare nella propria strategia di trasporto, con l’obiettivo di diversificare i flussi commerciali tra Asia ed Europa. Ciononostante, le rotte artiche promosse da imprese cinesi non hanno la Groenlandia come porto né come destinazione operativa.

Il sequestro del presidente Maduro mira a fungere da monito per qualsiasi altro Paese della regione che consideri l’alleanza con potenze extra-emisferiche o la sfida al monopolio del dollaro. Tuttavia, dietro l’apparente brutalità, l’operazione soffre di un vuoto strategico, in particolare nel settore petrolifero. Washington opera sotto l’illusione che, una volta controllato il Paese, potrà impadronirsi dell’industria petrolifera venezuelana (PDVSA) e utilizzarla per immettere grandi volumi di greggio a basso costo sul mercato, abbassando i prezzi globali.

Questa visione si scontra frontalmente con la realtà tecnica e geopolitica, a causa dell’influenza che la Cina esercita sull’infrastruttura petrolifera venezuelana dopo che essa è stata colpita dalle sanzioni e dai blocchi promossi dallo stesso Trump. In sostanza, ciò che Washington ha messo in atto in Venezuela non è una strategia petrolifera sostenibile, ma un assalto e una rapina (“smash and grab”), come lo definisce l’analista Kurt Cobb.

Si tratta di un atto di appropriazione violenta e a breve termine, privo di una visione di governance o ricostruzione, che riflette la logica predatoria di un impero che, di fronte alla scarsità e alla perdita di influenza, ricorre alla presa diretta anziché alla persuasione o alla cooperazione. L’operazione in Venezuela è dunque un atto di forza diretto verso un’area domestica di influenza — l’emisfero — proprio perché lo scenario globale gli è sfuggito di mano.

Il “Corollario Trump” può imporre costi brutali a Paesi come il Venezuela, ma non risolve i problemi strutturali degli USA: non recupera il vantaggio tecnologico rispetto alla Cina, non riesce a disarticolare la Russia, non stabilizza l’Asia occidentale e, cosa ancora più grave, non offre un piano realistico per trasformare il “bottino” venezuelano in una vittoria strategica duratura.

L’ordine mondiale è ormai multipolare e gli USA, con la loro azione in Venezuela, non lo stanno contrastando; stanno semplicemente delimitando i muri della fortezza in cui si ritirano, anche se solo in modo temporaneo.


EE.UU. busca reformatear su pérdida de influencia global

¿El Corolario Trump implica repliegue o reacomodo de la estrategia imperial?

El ataque militar estadounidense en contra de Venezuela, realizado el pasado 3 de enero, culminó con el secuestro del presidente Nicolás Maduro. Más que una mero exceso táctico, constituye la primera aplicación pública y brutal del “Corolario Trump” a la Doctrina Monroe, formalizado en la Estrategia de Seguridad Nacional (ESN 2025) publicada por la administración Trump en diciembre de 2025.

El documento representa un punto de inflexión histórico debido al abandono explícito, por parte de Washington, del lenguaje del “orden internacional basado en reglas” instaurado luego de 1945. Esto mediante la adopción de un realismo imperial descarnado que reconoce la incapacidad de contener a China y la interdependencia global como techo de su unilateralismo.

Ante el avance de un mundo multipolar liderado por China y Rusia, algunos análisis afirman que Estados Unidos se “repliega” estratégicamente hacia lo que considera “su” hemisferio occidental, buscando consolidar una “Fortaleza América” autárquica bajo el dominio exclusivo de sus élites.

Sin embargo, otros enfoques destacan que este reacomodo no pretende ser un retiro total de su poder en diversos lugares del planeta sino un cambio de táctica. Estados Unidos continúa librando una guerra indirecta contra Rusia, desestabilizando a Irán y apoyando a militantes que atacan la infraestructura de la Iniciativa de la Franja y la Ruta (BRI, por sus siglas en inglés). Las fuerzas estadounidenses estacionadas en la región Asia-Pacífico siguen amenazando rutas marítimas vitales para el comercio chino.

Al tiempo que proclama la captura de los activos energéticos venezolanos, Washington desarrolla operaciones bélicas —abiertas o no— en Rusia e Irán. Estos tres países comparten una característica común: Son socios y exportadores de petróleo a China.

La operación en Venezuela es un mensaje de fuerza a la región y un intento desesperado por controlar recursos, pero revela, sobre todo, un reacomodo por parte de Washington ante su debilidad estratégica y su relativo declive como potencia.

Inmovilizar, a control remoto, al “competidor no hemisférico”: China

La ESN 2025 abandona la fachada del multilateralismo liberal y declara abiertamente que el objetivo es la “competencia estratégica” por la preeminencia, no la preservación de un orden compartido. De esta manera desplaza el foco de una contención integral global hacia una rivalidad más acotada, pero más agresiva, centrada en impedir que China, el “competidor no hemisférico” por excelencia, gane terreno en áreas tecnológicas, económicas y militares críticas.

Se establece que la legitimidad de un Estado en el Hemisferio Occidental no deriva del derecho internacional, sino de su alineación funcional con los intereses estratégicos y las cadenas de valor estadounidenses. Un país que, como Venezuela, controle sus recursos energéticos fuera del circuito dolarizado, y mantenga alianzas con potencias rivales, es considerado “funcionalmente ilegítimo”.

Se reconoce el concepto de “competencia estratégica” en lugar de “contención” y se admite que China está demasiado integrada en el sistema global como para ser aislada. Por tanto, la estrategia prioriza el desacoplamiento en sectores de punta —como semiconductores e inteligencia artificial—y la retirada –por lo menos temporal— a una esfera de influencia controlable: las Américas.

En el ámbito del poder militar convencional, Estados Unidos enfrenta un desplazamiento progresivo por parte de China, que ha emprendido una modernización masiva y rápida de sus capacidades bélicas. A partir de un enfoque particular en capacidades asimétricas, Beijing ha diseñado medios y armas para negar el acceso estadounidense a sus proximidades, como misiles antibuque de largo alcance, defensas aéreas integradas y una marina que ya es la más numerosa del mundo.

El epicentro de la tensión es Taiwán y la ESN 2025 es explícita al definir la disuasión de un conflicto en el estrecho como “una prioridad”, vinculándolo directamente a la protección de las cadenas de suministro de semiconductores y las rutas marítimas. Sin embargo, la estrategia estadounidense parece contradictoria: mientras insta a sus aliados asiáticos a aumentar su gasto en defensa y a concederle mayor acceso a sus puertos, mantiene una retórica que se interpreta como un respaldo creciente al independentismo de la isla.

A modo de compensación por la incapacidad de defender a la isla en caso de que se precipiten acciones desde Beijing, Washington ha incrementado la venta de armas avanzadas a Taiwan, como la anunciada en diciembre de 2025, lo que acerca el riesgo de una escalada.

Además, Washington intenta implementar un bloqueo energético global “a control remoto” contra China. Un artículo, publicado en 2018 por la Revista de la Escuela de Guerra Naval de Estados Unidos, titulado “Un bloqueo petrolero marítimo contra China”, analiza el proceso de cierre de cuellos de botella marítimos como parte de un “bloqueo distante”, justo más allá del alcance de la mayoría de las capacidades militares de China.

También señala el documento que China había trabajado para diversificar su economía y reducir su dependencia excesiva de estos cuellos de botella marítimos, incluso mediante la construcción de la BRI. Por lo que propuso que se identificaran y eliminaran sus rutas.

La de Washington pudiera considerarse una estrategia de contención selectiva y repliegue, por lo que algunos analistas hablan de una doctrina de “Fortaleza América” dado que, si no puede expulsar a China de Asia oriental, al menos intentará expulsarla de América Latina. Esto se combina con el ataque a nodos y rutas estratégicas.

Ucrania y los estertores de la derrota que ya fue

Por otra parte, Washington ha perdido instrumentos de control y capacidad de disuasión con relación a Rusia y el horizonte más inmediato es el fin inminente del tratado New START, el último acuerdo de control de armas nucleares entre ambas potencias. Su expiración, sin perspectivas de renovación, augura una nueva y peligrosa carrera armamentística nuclear sin reglas ni mecanismos de verificación, en un contexto de máxima tensión.

Este colapso de la arquitectura global de seguridad coincide con el estancamiento de la participación de Occidente en Ucrania, un conflicto que, más allá de su narrativa inicial, ha evolucionado hacia una guerra de desgaste por recursos. La decisión de Ucrania, anunciada el 12 de enero pasado, de seleccionar a un consorcio de inversores vinculados a Estados Unidos para desarrollar el gran depósito de litio de Dobrá, revela la dimensión material del conflicto. Ucrania se consolida como un campo de batalla no por preservar su presunta integridad territorial, sino por el acceso a minerales críticos esenciales para la distintas tecnologías, sobre todo la militar.

Rusia, lejos de haber sido aislada, ha profundizado su integración estratégica con China e Irán, formando un triángulo geoestratégico euroasiático que desafía directamente la influencia occidental. Este eje, previsto por estrategas como Brzezinski como la peor pesadilla para la hegemonía estadounidense, se ha materializado como una alianza política, económica y militar que abarca desde el noreste hasta el centro de Asia. La incapacidad de Washington para fracturar esta alianza, o lograr una victoria decisiva en Ucrania, demuestra los límites de su poder en la región euroasiática, acelerando su decisión de concentrarse en su “patio trasero”.

Sin embargo, informes recientes de The New York Times revelan que Estados Unidos también ha estado llevando a cabo ataques contra la producción energética en lo más profundo del territorio ruso (a través de la CIA), así como realizando ataques con drones marítimos contra petroleros que parten de sus puertos.

El sabotaje estadounidense a los gasoductos Nord Stream en 2022, lejos de aislar a Rusia, aceleró la desdolarización y la integración energética euroasiática. Moscú exporta crudo y gas a China e India en monedas locales, mientras fortalece corredores logísticos con Irán y Pakistán.

Asia occidental: Caos vs. orden y la trampa ante Irán

En Asia occidental, la estrategia estadounidense se caracteriza por la imposición de caos controlado y una influencia en declive. El apoyo inquebrantable a Israel, incluso en sus acciones más atroces, ha servido para desestabilizar la región pero ha erosionado la legitimidad y las alianzas tradicionales de Washington. Como respuesta, se avizoran alianzas regionales autónomas que buscan gestionar su propia seguridad frente a la inestabilidad. Se habla de una posible alianza entre Arabia Saudita, Pakistán, Türkiye y Egipto para “enfrentar las tormentas venideras”, una señal clara de que los actores clave ya no confían en el paraguas de seguridad estadounidense y buscan equilibrar por su cuenta.

El mayor fracaso estratégico se centra en Irán. Al mismo tiempo que Estados Unidos proclama su supuesto control sobre Venezuela, está fomentando una violencia letal en las calles de Irán, después de haber llevado a cabo, junto a Israel, ataques militares directos contra ese país a mediados del año pasado e infiltrar grupos paramilitares en la reciente jornada de protestas. Pero las campañas de presión máxima, las sanciones y los intentos de fomentar violencia armada para un cambio de régimen han fracasado en aislar a Teherán.

Trump ha aplicado aranceles de 25% a los países que comercien con el país persa. China rechaza la medida debido a que, en 2021, firmó un acuerdo de asociación de 25 años con Irán, que también ha profundizado su cooperación militar con Rusia mediante un acuerdo por 20 años.

Al rechazar los canales diplomáticos, las opciones de Washington se limitan a una guerra directa que sería catastrófica dado que carece de un plan realista para la “victoria”. Esta encrucijada frente a Irán ejemplifica la pérdida de influencia estadounidense en una región que fue central en su política exterior durante décadas.

La mediación de China entre Teherán y Riad en 2023 marcó un antes y un después en dicha influencia. Hoy, Arabia Saudita negocia su ingreso a los BRICS mientras Washington, incapaz de imponer un régimen afín en Irán, opta ahora por la escalada militar directa.

Analistas señalan que las “opciones militares contra Irán están limitadas” y cualquier ataque desencadenaría una respuesta asimétrica que paralizaría el Estrecho de Ormuz. El intento de mantener el petrodólar mediante la fuerza choca con una realidad multipolar donde el petroyuan y los acuerdos bilaterales en monedas locales ganan terreno.

El hemisferio occidental en la era de los espejismos

El mensaje a América Latina y Europa ha sido que cualquier desviación de la órbita funcional estadounidense será tratada como una anomalía a corregir, por la fuerza si es necesario. La administración Trump, ebria de “victoria” al someter a un país pequeño, y en un despliegue de amenazas, ha acusado a China y Rusia de “ocupar” Groenlandia prometiendo que su gobierno actuará para impedirlo, “ya sea por las buenas o por las malas”.

Datos oficiales indican que la presencia y los intereses de China en Groenlandia son limitados, más de lo que sostiene Washington. Estos se concentran principalmente en el ámbito comercial, con varios proyectos mineros e industriales que han fracasado en los últimos años.

Sin embargo, el Ártico mantiene un alto valor estratégico para Beijing y Moscú como corredor logístico. China ha incorporado la llamada Ruta de la Seda Polar a su estrategia de transporte con el objetivo de diversificar los flujos comerciales entre Asia y Europa. No obstante, las rutas árticas impulsadas por empresas chinas no tienen a Groenlandia como puerto ni como destino operativo.

El secuestro del presidente Maduro busca ser un escarmiento para cualquier otro país de la región que contemple aliarse con potencias extra-hemisféricas o desafiar el monopolio del dólar. Sin embargo, detrás de la brutalidad aparente, la operación adolece de un vacío estratégico, particularmente en lo petrolero. Washington opera bajo la ilusión de que, una vez controlado el país, podrá apoderarse de la industria petrolera venezolana (PDVSA) y utilizarla para inyectar grandes volúmenes de crudo barato en el mercado, bajando los precios globales.

Esta visión choca frontalmente con la realidad técnica y geopolítica debido a la influencia que tiene China en la infraestructura petrolera venezolana luego de que esta fuera afectada por las sanciones y bloqueos impulsados por el mismo Trump. En esencia, lo que Washington ejecutó en Venezuela no es una estrategia petrolera viable, sino un asalto y robo (smash and grab), como lo define el analista Kurt Cobb.

Es un acto de apropiación violenta y a corto plazo, carente de una visión para la gobernanza o la reconstrucción, que refleja la lógica depredadora de un imperio que, ante la escasez y la pérdida de influencia, recurre a la toma directa en lugar de la persuasión o la cooperación. La operación en Venezuela es, por tanto, un acto de fuerza dirigido a una área doméstica de influencia —el hemisferio— precisamente porque el escenario global se le ha escapa de las manos.

El “Corolario Trump” puede imponer costos brutales a países como Venezuela, pero no resuelve los problemas estructurales de Estados Unidos: no recupera la ventaja tecnológica frente a China, no logra desarticular a Rusia, no estabiliza Asia occidental y, lo que es más grave, no ofrece un plan realista para convertir el “botín” venezolano en una victoria estratégica duradera.

El orden mundial ya es multipolar y Estados Unidos, con su acción en Venezuela, no lo está combatiendo; simplemente está demarcando los muros de la fortaleza a la que se retira, aunque sea de manera temporal.

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