Le molteplici vittime dell’attacco a Caracas

José Ramón Cabañas Rodríguez – REDH-Cuba

Il 3 gennaio 2026 resterà impresso nella memoria dei venezuelani, dei cubani e di molti latinoamericani/caraibici per diverse ragioni. Ci sono coloro che hanno ricevuto l’impatto diretto dell’attacco USA a Caracas, quelli che avevano familiari o conoscenti residenti in Venezuela, quelli che hanno visitato il paese in passato, oltre a chi non c’è mai stato ma rispetta la tranquillità e la pace civile di cui dovrebbero godere tutti gli esseri umani.

Mezzi di comunicazione, accademici, giornalisti e agnostici politici hanno narrato i fatti in modi diversi; si è speculato massicciamente, sono state fatte affermazioni su un nuovo momento storico e, soprattutto, molte previsioni sul futuro.

Dal momento in cui sono esplose le prime bombe contro il territorio venezuelano, tutti noi siamo stati invasi, in un modo o nell’altro.

Forse l’effetto principale della mitraglia, oltre ad aver causato la morte di decine di esseri umani, è stato la quantità di contenuti (non di informazioni) generata da fonti USA, o servili agli obiettivi di Washington, che hanno cercato di creare incertezza in tutti: da coloro che affrontano il freddo polare in Canada (e soprattutto in Groenlandia), fino a quelli che lottano contro gli incendi nella Patagonia argentina e ben oltre.

La Casa Bianca ha prodotto in modo permanente messaggi, in molti casi contraddittori, che grazie all’aiuto di Meta, Google, X, Instagram, YouTube e di chiunque abbia una presenza nella manipolazione dei contenuti accessibili dai telefoni cellulari, si sono moltiplicati rapidamente, come onde che non permettono a un nuotatore di riprendersi dal colpo precedente né di stabilizzarsi nel moto della marea.

In poche ore la maggior parte dei destinatari di questi messaggi ha avuto la sensazione che “siamo tutti in pericolo” e che “gli USA sono onnipotenti”. Entrambe queste impressioni hanno impedito a molti di ricordare esperienze storiche vissute e ai più giovani di tornare ai contenuti studiati in classe.

L’aggressività USA contro la Rivoluzione Bolivariana non è un fatto nuovo. Molto prima dell’ascesa al potere di Hugo Chávez, da Washington si è cercato di accedere alle risorse venezuelane, sia attraverso ricette neoliberiste sia mediante il sostegno dei servizi speciali a episodi di repressione interna, come il cosiddetto Caracazo (1989). Il Venezuela bolivariano ha sofferto le ambizioni di diversi governi USA, tanto durante il fallito colpo di Stato del 2002 quanto durante l’organizzazione delle guarimbas del 2019.

In termini regionali si possono ricordare molti precedenti dell’interventismo endemico USA: Cuba (1961), Repubblica Dominicana (1964), Grenada (1983), Panama (1989). È vero che risulta molto singolare il tipo di operazione militare orchestrata direttamente contro la figura del presidente Nicolás Maduro e contro sua moglie Cilia Flores, che ha contribuito a dissolvere un sentimento di relativa pace vissuto nella regione negli ultimi anni, se si escludono dalla lista degli eventi sconvolgenti la successione di colpi di Stato in cui, in un modo o nell’altro, sono state presenti le agenzie federali USA, dalla CIA e dalla DEA fino al Comando Sud e all’USAID.

In altre parole, ci sono elementi sufficienti per confermare che coloro che hanno vissuto nella vicinanza geografica degli USA hanno avuto, nel corso di molti anni, più che valide ragioni per preoccuparsi della propria sicurezza.

Ad esempio, quando si segnala come rilevante (e lo è) il movimento di mezzi navali militari USA nei Caraibi, quasi non si ricorda la presenza ricorrente di questi mezzi (alcuni dei quali con capacità nucleare) nella base navale illegale di Guantánamo, all’estremità orientale di Cuba.

La seconda questione su cui dobbiamo riflettere è la presunta capacità che l’attuale squadra di malgoverno negli USA si autoattribuisce di cambiare lo stato delle cose in qualsiasi luogo dell’emisfero o del mondo. Non c’è dubbio che possiedano ancora un immenso potere militare, che dispongano di mezzi tecnici per orchestrare guerre senza mettere a rischio la vita dei propri agenti militari e che possano cancellare una parte significativa della vita animale e umana sul pianeta premendo semplicemente alcuni pulsanti.

Ma siamo obbligati, nel mezzo della tempesta di byte, suoni, “like” e ricondivisioni, a osservare altri cambi qualitativi che stanno avvenendo sotto i nostri occhi in quella parte dello scenario mondiale a cui non prestiamo attenzione, perché consumiamo la maggior parte del tempo ciò che era già preconfezionato nei manuali di guerra cognitiva del Pentagono, dei centri studi e di altri operatori.

Dopo quasi vent’anni di una presunta guerra contro il terrorismo e costi di migliaia di miliardi, gli USA hanno messo in scena un disordinato ritiro delle loro truppe dall’Afghanistan, per riorientare tra l’altro le risorse limitate a disposizione al fine di affrontare l’avanzata del paese che considerano il principale nemico in tutti i campi: la Repubblica Popolare Cinese.

In breve tempo gli strateghi di punta USA hanno immaginato due ricette per risolvere la sfida, denominate “decoupling” e “derisking”. La prima presupponeva la disconnessione dei principali progetti economici bilaterali già esistenti che, secondo loro, la Cina aveva utilizzato in modo sleale a proprio vantaggio. Poiché era ed è risultata impraticabile, si è pensato di applicarla solo ai settori con impatto diretto sulla competizione militare o tecnologica. Ma nemmeno questo è stato possibile.

Ciò che gli USA hanno fatto nella nostra regione, anche sotto la presidenza di Joe Biden, è stato avvicinare il più possibile le proprie forze militari e le principali istituzioni politiche loro subordinate alle risorse più preziose dell’America Latina e dei Caraibi: l’acqua potabile, le terre, i cosiddetti minerali rari e, infine, il petrolio.

Hanno cercato di impressionarci tutti con la presenza del drago cinese, quando la principale presenza di quel concorrente nella regione si trova precisamente all’interno dell’economia USA. Occorre studiare e nutrirsi di fonti affidabili prima di assumere una posizione su qualsiasi tema.

Ciò che appare davvero come uno spartiacque tra due epoche a partire dal 3 gennaio scorso è che gli USA si sono spogliati dei loro tradizionali abiti di influenza politica per cercare di dominare il resto. È finita l’epoca della vendita di democrazia in scatola, dei salumi dei diritti umani a convenienza, dell’imposizione di consensi multilaterali per far passare la propria agenda, niente più spese di presunto aiuto allo sviluppo per comprare coscienze. Ci siamo chiesti perché, nell’epoca di Trump 2.0, nessuno abbia progettato un Piano Guaidó o perché si siano risparmiate le spese delle estenuanti riunioni di ciò che un tempo si chiamava Gruppo di Lima.

Di fatto, l’attuale Segretario di Stato “multiuso” ha dichiarato esplicitamente: “Non mi interessa ciò che dicono le Nazioni Unite”. Nel mezzo dei vortici informativi dei giorni recenti, gli USA si sono ritirati in un colpo solo da decine di organizzazioni internazionali. Risparmiare denaro? No, reindirizzarlo al bilancio della difesa. Gli USA ci stanno dicendo che il loro potere di “guida” non dipenderà più dal costituire un esempio di funzionamento di poteri indipendenti, né dall’efficienza o produttività economica, né dalla capacità di innovare. La forza del ricatto o della pressione verrà applicata allo stesso modo contro dirigenti autoctoni in Africa e contro gli sbigottiti dirigenti di quella che un tempo fu un’alleanza dell’Atlantico del Nord.

La perdita di risorse di ogni tipo da parte degli USA si manifesta soprattutto in questi momenti nella situazione interna del paese: l’uso diretto e costante della forza contro i cittadini, siano essi immigrati irregolari o meno; la distruzione massiccia di istituzioni statali che fino ad ora erano funzionali all’appetito imperiale; l’applicazione di metodi da gangster contro qualsiasi nemico della verità trumpista, che sia un giudice, un senatore o una guida religiosa. Sono scomparse dai titoli le negoziazioni interpartitiche o i processi consultivi istituzionali.

E parlando di titoli, va anche segnalato che questi sono stati giorni in cui la disciplina repubblicana ha sepolto a diversi metri di profondità ciò che un tempo chiamavano stampa indipendente o libertà di espressione. I pochi esempi rimasti all’interno della cosiddetta stampa corporativa che mostravano una certa professionalità e rispetto per i criteri informativi giacciono ormai nelle rispettive bare. Chi non ripete i messaggi che arrivano dal governo senza il minimo interrogativo viene mandato a casa, pensionato anticipatamente o semplicemente costretto a cambiare scuola ai figli per evitare il bullismo.

In questi giorni abbiamo osservato che non ci saranno più nemmeno tentativi di fabbricare argomentazioni più o meno serie per esporre e demonizzare terzi. La campagnetta del Cartello dei Soli passerà alla storia come uno dei pretesti più ridicoli mai esistiti e i suoi autori come ominidi di scarsa immaginazione.

E come influirà tutto questo sulla necessità o sull’interesse che gli USA possano avere nel creare o meno “opposizioni” politiche nei nostri paesi, nel continuare con ciò che finora è stato conosciuto come politiche di “cambio di regime”? Sembra che si chiedano perché sostenere spese multimilionarie ed eventi di promozione di pseudodirigenti quando ritengono più economico intimidire e fare pressione su chi è già al potere, mantenere intere popolazioni prigioniere del panico, persone che piangono pensando a minacce future.

Ora, come in passato, il successo o il fallimento degli USA nei loro obiettivi contro terzi dipenderà dalle alternative, dalla capacità di resistere e di sostenerci reciprocamente, contando anche sul contributo di importanti settori della società USA. Bisognerà dedicare meno tempo a commentare e a ripeterci tra di noi ciò che i loro governanti dicono davanti alle telecamere o sugli schermi dei cellulari, per valutare ciò che sono realmente in grado di fare, fino a quando e con quali risorse.

A Caracas, i trumpisti potrebbero aver lasciato impressa l’impronta delle loro attuali incertezze.


Las múltiples víctimas del ataque a Caracas

Por José Ramón Cabañas Rodríguez – Por REDH-Cuba

El 3 de enero del 2026 quedará grabado en la memoria de los venezolanos, cubanos y muchos latinoamericanos/caribeños por diversas razones. Están aquellos que recibieron el impacto directo del ataque estadounidense en Caracas, los que tenían familiares o conocidos residiendo en Venezuela, los que alguna vez visitaron el país, más los que nunca han estado allí pero respetan la tranquilidad y la paz ciudadana que deben gozar todos los seres humanos.

Medios de prensa, académicos, periodistas y agnósticos políticos han narrado los hechos de diversa manera, se ha especulado masivamente, se han realizado afirmaciones sobre un nuevo momento histórico y, sobre todo, muchas predicciones sobre el futuro.

A partir del momento en que estallaron las primeras bombas contra el territorio venezolano todos fuimos invadidos de una manera u otra.

Quizás el principal efecto de la metralla ha estado, además de cobrar la vida de decenas de seres humanos, en la cantidad de contenido (no información) que se ha generado desde fuentes estadounidenses, o serviles a los propósitos de Washington, que ha intentado crear incertidumbre en todos, desde aquellos que enfrentan el frío polar en Canadá (y sobre todo en Groenlandia), hasta los que luchan contra los incendios en la Patagonia argentina y mucho más allá.

La Casa Blanca ha generado de manera permanente mensajes, contradictorios en una buena cantidad de casos, que gracias a la ayuda de Meta, Google, X, Instagram, Youtube y todo el que tiene presencia en la manipulación de los contenidos que acceden a los teléfonos celulares se han multiplicado de manera acelerada, como olas que no permiten que un nadador se recupere del  aletazo anterior, ni se estabilice en los vaivenes de la marea.

En escasas horas la mayoría de los receptores de estos mensajes han tenido la sensación de que “todos estamos en peligro” y de que “Estados Unidos es omnipotente”. Ambas impresiones han imposibilitado a muchos recordar historias vividas y a los más jóvenes volver a los contenidos que se les impartieron en clases.

La agresividad de Estados Unidos contra la Revolución Bolivariana no es un hecho novedoso. Mucho antes del acceso al poder de Hugo Chávez, desde Washington se ha tratado de acceder a los recursos venezolanos, haya sido a través de las recetas neoliberales como por el apoyo de los servicios especiales a hechos de represión interna, como el llamado Caracazo (1989). La Venezuela Bolivariana padeció las ambiciones de distintos gobiernos estadounidenses, tanto durante el fallido golpe de estado del 2002, como cuando se articularon la guarimbas del 2019.

En términos regionales se pueden rememorar muchos antecedentes del intervencionismo endémico de Estados Unidos, Cuba (1961), República Dominicana (1964), Granada (1983), Panamá (1989). Cierto es que resulta muy singular el tipo de operación militar que se orquestó de forma directa contra la figura del presidente Nicolás Maduro y contra su esposa Cilia Flores, que ha venido a desdibujar un sentimiento de relativa paz que se ha vivido en la región en los últimos años, si dejamos fuera de la lista de eventos estremecedores la sucesión de golpes de estado en los que han estado presentes de alguna forma las agencias federales estadounidenses, desde la CIA y la DEA, hasta el Comando Sur y la USAID.

Dicho de otra manera, hay suficientes elementos para corroborar que los que hemos vivido en la cercanía geográfica de Estados Unidos hemos tenido suficientes razones para preocuparnos por nuestra seguridad de una forma u otra a lo largo de muchos años.

Por ejemplo, cuando se señala como algo relevante (y lo es) el movimiento de medios navales militares estadounidenses por el Caribe, casi no se recuerda la presencia recurrente de estos (algunos de ellos con capacidad nuclear) en la ilegal Base Naval de Guantánamo, en el extremo este de Cuba.

La segunda cuestión sobre la que debemos reflexionar es la supuesta capacidad que se autoacredita el actual equipo de desgobierno en Estados Unidos para cambiar el estado de cosas en cualquier lugar del hemisferio o del mundo. No caben dudas de que aún poseen un poder militar inmenso, que cuentan con medios técnicos para orquestar guerras sin poner en riesto las vidas de sus agentes militares  y que pueden borrar parte importante de la vida animal y humana en el planeta con solo apretar unos botones.

Pero estamos obligados a, en medio de la tormenta de bytes, sonidos, likes y reposteos, observar otros cambios cualitativos que están sucediendo ante nuestros ojos en la parte del escenario mundial a la que no prestamos atención por estar consumiendo la mayor parte del tiempo lo que estaba ya pre elaborado en los manuales de guerra cognitiva del Pentágono, tanques pensantes y otros practicantes.

Después de casi 20 años de asumir una supuesta guerra contra el terrorismo y costos trillonarios, Estados Unidos protagonizó una desordenada salida de sus tropas de Afganistán, para entre otras prioridades reacomodar los recursos limitados que tenía a su disposición con vista a enfrentar el avance del país que consideran como principal enemigo en todos los órdenes: la República Popular China.

En poco tiempo los estrategas estrellas estadounidenses imaginaron dos recetas para resolver el reto, que fueron nombradas como el “decloping” y el “derisking”. La primera presuponía desconectar los principales proyectos económicos bilaterales que ya existían que, según ellos, China había utilizado de forma desleal en su beneficio. Como era y resultó ser impracticable se pensó entonces en hacerlo solo en aquellas áreas que podían tener un impacto directo en la competencia militar o tecnológica. Pero tampoco fue posible.

Lo que ha venido haciendo Estados Unidos en nuestra región, incluso bajo la presidencia de Joe Biden, ha sido acercar lo más posible sus fuerzas militares y las principales instituciones políticas que se le subordinan a los recursos más preciados de América Latina y Caribe, sea el agua potable, las tierras o minerales llamados raros y, finalmente el petróleo.

Han pretendido impresionarnos a todos con la presencia del dragón chino, cuando la principal presencia de ese competidor en la región está precisamente al interior de la economía estadounidense. Hay que estudiar y nutrirse de fuentes confiables antes de asumir una posición respecto a cualquier tema.

Lo que realmente aparece como un parteaguas entre dos épocas a partir del 3 de enero pasado es que Estados Unidos se ha desnudado de sus tradicionales trajes de influencia política para intentar dominar al resto. Se acabó la época de la venta de democracia enlatada, de los embutidos de derechos humanos a conveniencia, de forzar consensos multilaterales para imponer su agenda, no más gastos de supuesta ayuda al desarrollo para comprar conciencias. Nos hemos preguntado por qué en la época de Trump 2.0 nadie diseñó un Plan Guaidó, o por qué se han ahorrado los gastos que presuponían las tediosas reuniones de lo que alguna vez se llamó grupo de Lima?

De hecho, el actual Secretario de Estado Multipropósito ha declarado explícitamente “no me interesa lo que digan las Naciones Unidas”. En medio de los torbellinos informativos de los días recientes Estados Unidos se retiró de un golpe de decenas de organizaciones internacionales. Ahorrar dinero?, no, redirigirlo al presupuesto de defensa. Estados Unidos nos está diciendo que su poder de “liderazgo” ya no dependerá en lo delante de constituir un ejemplo de funcionamiento de poderes independientes, ni de la eficiencia o productividad económica, ni de la capacidad de innovar. La fuerza del chantaje o la presión se aplicará lo mismo contra líderes autóctonos en África que ante los boquiabiertos líderes de lo que alguna vez fue una alianza del Atlántico Norte.

La pérdida de recursos de todo tipo por parte de Estados Unidos se aprecia sobre todo en estos momentos en la situación interna del país. El uso de la fuerza directa y constante contra los ciudadanos, sean inmigrantes ilegales o no; la destrucción masiva de instituciones estatales que hasta ahora eran funcionales al apetito imperial; la aplicación de métodos gansteriles contra cualquier enemigo de la verdad trumpista, sea un juez, un senador, o un líder religioso. Se fueron de los titulares las negociaciones interpartidistas, o los procesos consultivos institucionales.

Y hablando de titulares habría que señalar también que estos han  sido días en los que la disciplina republicana ha enterrado a varios metros de profundidad lo que alguna vez nombraron como prensa independiente, o la libertad de expresión. Los pocos ejemplos que quedaban dentro de la llamada prensa corporativa que mostraban cierta profesionalidad y respeto por los patrones informativos yacen ya en sus respectivos ataúdes. El que no repita los mensajes que llegan del gobierno sin el menor cuestionamiento van a casa, tienen jubilación adelantada, o sencillamente los obligan a cambiar a sus hijos de escuela para evitar el bullying.

En estos días hemos observado que ya no habrá ni siquiera intentos de fabricar argumentos más o menos serios para exponer y demonizar a terceros. La campañita de Cartel de los Soles pasará a la historia como uno de los más ridículos pretextos que jamás hayan existido y sus autores como unos homínidos de escasa imaginación.

Y cómo será que todo esto influye en la necesidad/interés que pueda tener Estados Unidos en crear o no “oposiciones” políticas en nuestros países, en continuar con lo que hasta ahora se ha conocido como las políticas de “cambio de régimen”. Parece que se preguntan para qué incurrir en gastos multimillonarios y eventos de promoción de pseudolíderes cuando consideran más barato amedrentar y presionar a los que ya están en sus puestos, tener poblaciones enteras presas del pánico, gente llorando pensando en amenazas futuras.

Ahora, tanto como en el pasado, el éxito o el fracaso de Estados Unidos en sus propósitos contra terceros dependerá de las alternativas, de la capacidad de resistir y asistirnos entre todos, contando incluso con el aporte de importantes sectores de la sociedad estadounidense. Habrá que dedicar menos tiempo a  comentar y repetirnos entre nosotros lo que dijeron sus gobernantes ante las cámaras o las pantallas de sus celulares, para valorar lo que realmente están en capacidad de hacer,  hasta cuándo y con cuáles recursos.

En Caracas los trumpistas podrían haber dejado plantada la huella de sus actuales incertidumbres.

Share Button

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.