C’è un vecchio trucco —ancora molto efficace— nella guerra dell’informazione: far sì che l’aggressore agisca anche come “notaio” del fatto. Prima colpisce; poi detta come il colpo debba essere interpretato. Quando lo standard diventa “l’ha detto il potere”, la verità pubblica smette di essere verificabile e si trasforma in un prodotto d’autorità.
Quanto accaduto dopo l’operazione USA contro il Venezuela rientra in questo schema. L’azione militare è stata accompagnata da un’offensiva di linguaggio, immagini ed “esclusive” che ha cercato di normalizzare l’impensabile prima che esistesse una verifica indipendente. In quel minuto zero, il dibattito non parte dai fatti, ma dal vocabolario consentito.
Per questo è importante come si nomina ciò che è accaduto. Se si accetta senza riserve la parola “cattura”, si incorpora già un quadro di legittimità. Se si parla di “sequestro” o di “abduzione militare”, si sottolinea che si tratta di un’azione di forza contro uno Stato sovrano, con profonde implicazioni giuridiche e politiche. In contesti simili, il linguaggio non descrive: spinge ad accettare o a rifiutare lo stato di cose.
Conta anche la dimensione emotiva. Elicotteri, esplosioni, blackout e il trasferimento forzato di un capo di Stato non sono fatti “neutri”. Questo tipo di shock collettivo viene gestito —e sfruttato— con categorie semplici e aggressive: “narco”, “terrorista”, “parassita”, “minaccia”. La disumanizzazione riduce la complessità e rende tollerabile la violenza materiale.
Nei cicli contemporanei dell’ultradestra, l’odio funziona come scorciatoia cognitiva. Sostituisce l’analisi con una moralizzazione immediata e organizza identità (“popolo autentico” contro “élite”, “civiltà” contro “barbarie”). Quando questo quadro si consolida, la violenza diventa pensabile, pronunciabile e, in alcuni settori, persino esigibile.
Nel saggio “Architettura dell’odio” (Revista Conciencias, Messico, ott–dic 2022) avevamo segnalato un punto chiave: gli episodi di violenza su larga scala diventano più probabili quando confluiscono tre condizioni.
Prima, che la violenza venga “pensata ad alta voce” (normalizzata nel discorso pubblico). Seconda, che risulti praticabile (capacità operativa e sostegno politico). Terza, che falliscano i freni istituzionali. Le piattaforme digitali, con algoritmi che premiano indignazione e appartenenza, accelerano questo processo. (1)
Un meccanismo centrale è l’inversione dell’onere della prova. Invece di esigere una verifica indipendente —obiettivi, proporzionalità, legalità, vittime, motivazioni— si spinge ad accettare una scorciatoia: credere alla versione dell’egemone perché è l’egemone a enunciarla. Nella comunicazione, la formula è “lo diciamo e dunque è”. In politica, la traduzione è più grave: “lo abbiamo fatto e dunque era necessario”.
Questo slittamento collide con una regola fondamentale del diritto internazionale contemporaneo: il divieto della minaccia o dell’uso della forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica degli Stati, sancito dall’articolo 2(4) della Carta delle Nazioni Unite. (2)
Quando il dibattito pubblico si sposta dalla legalità dell’uso della forza alla presunta “moralità dell’obiettivo”, il diritto internazionale smette di operare come limite e diventa una scenografia. Questo spostamento è intenzionale: se l’avversario è già stato ridotto a “banda criminale”, qualsiasi azione contro di lui viene rietichettata come “polizia” o “pulizia”, non come aggressione.
In questa macchina, alcune matrici si ripetono perché svolgono funzioni precise. L’accusa di “frode” non mira necessariamente a dimostrare un fatto; mira a invalidare la politica. Serve a dichiarare illegittimo qualsiasi risultato avverso e a preparare l’idea che l’unica via d’uscita sia l’imposizione esterna.
L’etichetta di “narco-Stato” opera come licenza morale per la punizione. Presenta una disputa geopolitica come “lotta contro il crimine” e sposta il dibattito reale: sovranità, legalità internazionale, controllo regionale e, in modo rilevante, energia. Su come queste narrazioni giustifichino l’intervento ed erodano il principio di non intervento, è istruttiva la giurisprudenza del caso Nicaragua c. Stati Uniti presso la Corte Internazionale di Giustizia. (3)
La matrice della “fuga di investimenti” completa il quadro: trasforma la sofferenza economica in prova di “fallimento interno” e cancella deliberatamente l’impatto di sanzioni, coercizione finanziaria e guerra economica. La causalità viene invertita: si occultano le pressioni esterne e si usa il risultato come “prova” di incompetenza.
La matrice della “invasione cubana” funziona con la stessa inversione. Presenta cooperazione e assistenza come occupazione, mentre naturalizza la storica rete di presenza militare USA nella regione. L’obiettivo non è spiegare il Venezuela, ma gestire la percezione globale del Venezuela affinché una tutela straniera risulti tollerabile.
Se si osserva l’operazione nella sua materialità, emerge un asse persistente: interessi energetici e controllo dei flussi. La stessa copertura internazionale recente ha sottolineato l’attrattiva del greggio pesante venezuelano per le raffinerie USA e la dimensione geostrategica di questo legame. (4, 5, 11 e 12)
I dati pubblici della U.S. Energy Information Administration (EIA) mostrano inoltre come le importazioni USA di greggio venezuelano siano crollate fino quasi a zero nel 2019 e siano ricomparse parzialmente negli anni recenti. La serie non parla solo di volumi: mostra che il Venezuela non è mai uscito dalla mappa energetica di Washington. (6 e 7)
Nell’attuale congiuntura, persino funzionari dell’amministrazione hanno parlato di controllo USA sulla commercializzazione del petrolio venezuelano, rafforzando l’idea che la disputa non sia soltanto “morale” o “giudiziaria”, ma anche strategica e materiale.
Per questo conviene sottolineare la coerenza tra dottrina e atto. La Strategia di Sicurezza Nazionale degli USA pubblicata nel dicembre 2025 include una sezione sull’emisfero occidentale e formula un “Corollario Trump” alla Dottrina Monroe, con un linguaggio esplicito sull’impedire che “competitori non emisferici” controllino asset strategici nella regione. (8, 9 e 10)
In altre parole, non si tratta solo di una sequenza di fatti, ma di un quadro che cerca di normalizzare la tutela. Se si accetta che un paese possa sequestrare il capo di Stato di un altro e annunciare che “amministrerà” la sua transizione, si accetta un precedente pericoloso: il ritorno dell’idea che certi popoli siano obiettivi amministrabili.
In queste condizioni, la disputa non è fatta di “opinioni” come se fossero campagne di marketing simmetriche. La violenza simbolica produce condizioni di possibilità. Quando la menzogna diventa infrastruttura, la guerra diventa più facile. Quando l’eufemismo diventa abitudine, il sequestro diventa “procedura”.
Per questo la risposta comunicativa e politica non può essere tiepida. La “neutralità”, in questo scenario, spesso significa accettare l’asimmetria: che una superpotenza parli e il resto ripeta; che il fatto compiuto sostituisca il diritto; che la sovranità sia un ornamento e non un principio.
In sintesi, l’architettura dell’odio opera come un sistema di trasferimento che converte la violenza simbolica in violenza materiale attraverso quattro strati che si rafforzano a vicenda.
Primo, piattaforme e algoritmi che premiano indignazione e semplificazione.
Secondo, narrazioni totalizzanti (frode, “narco-Stato”, “invasione straniera”) che disumanizzano e rendono “pensabile” la violenza.
Terzo, dottrina e amministrazione (designazioni, sanzioni, eccezionalismo emisferico) che rendono “praticabile” la punizione come politica.
Quarto, azione materiale (blocco, coercizione economica, operazioni militari, sequestri e pressione energetica) che esegue ciò che prima è stato addestrato come idea.
La domanda decisiva, dunque, non è se l’aggressore “abbia ragione” nel suo racconto. La domanda è se accetteremo che l’aggressore sia il notaio della propria aggressione. Se accettiamo questo, non perdiamo solo il Venezuela: perdiamo il diritto a una verità pubblica verificabile. E un mondo in cui la forza detta la verità finisce, storicamente, sempre allo stesso modo.
Arquitectura del odio y la inversión de la prueba: Cómo se legitima una agresión
Hay un truco viejo —y todavía muy eficaz— en la guerra informativa: hacer que el agresor actúe también como “notario” del hecho. Primero golpea; después dicta cómo debe entenderse el golpe. Cuando el estándar pasa a ser “lo dijo el poder”, la verdad pública deja de ser verificable y se convierte en un producto de autoridad.
Lo ocurrido tras la operación estadounidense contra Venezuela encaja en ese patrón. La acción militar se acompañó de una ofensiva de lenguaje, imágenes y “exclusivas” que buscó normalizar lo impensable antes de que existiera una verificación independiente. En ese minuto cero, la discusión no empieza por los hechos, sino por el vocabulario permitido.
Por eso importa cómo se nombra lo ocurrido. Si se acepta sin más la palabra “captura”, se incorpora ya un marco de legitimidad. Si se habla de “secuestro” o “abducción militar”, se subraya que se trata de una acción de fuerza sobre un Estado soberano, con implicaciones jurídicas y políticas profundas. En contextos así, el lenguaje no describe, sino que empuja a aceptar o a rechazar el estado de cosas.
También importa la dimensión emocional. Helicópteros, explosiones, apagones y el traslado forzoso de un jefe de Estado no son hechos “neutros”. Ese tipo de shock colectivo se gestiona —y se explota— con categorías simples y agresivas: “narco”, “terrorista”, “parásito”, “amenaza”. La deshumanización reduce la complejidad y hace tolerable la violencia material.
En ciclos contemporáneos de ultraderecha, el odio funciona como atajo cognitivo. Sustituye análisis por moralina inmediata y organiza identidades (“pueblo auténtico” contra “élite”, “civilización” contra “barbarie”). Cuando ese marco se consolida, la violencia se vuelve pensable, pronunciable y, en algunos
sectores, exigible.
En el ensayo “Arquitectura del odio “(Revista Conciencias, México, oct–dic 2022) advertíamos un punto clave: los episodios violentos a gran escala se vuelven más probables cuando confluyen tres condiciones.
Primera, que la violencia sea “pensada en voz alta” (normalizada en discurso público). Segunda, que resulte viable (capacidad operativa y soporte político). Tercera, que fallen los frenos institucionales. Las plataformas digitales, con algoritmos que recompensan indignación y pertenencia, aceleran ese proceso. (1)
Un mecanismo central es la inversión de la carga de la prueba. En lugar de
exigir verificación independiente —objetivos, proporcionalidad, legalidad, víctimas, motivaciones— se empuja a aceptar un atajo: creer la versión del hegemón porque el hegemón la enuncia. En comunicación, la fórmula es “lo decimos y por tanto es”. En política, la traducción es más grave: “lo hicimos y por tanto era necesario”.
Este desplazamiento choca con una regla básica del derecho internacional
contemporáneo: la prohibición de la amenaza o el uso de la fuerza contra la
integridad territorial o la independencia política de los Estados, consagrada en el
artículo 2(4) de la Carta de la ONU. (2)
Cuando la discusión pública se mueve desde la legalidad del uso de la fuerza hacia la supuesta “moralidad del objetivo”, el derecho internacional deja de operar como límite y pasa a operar como decorado. Ese desplazamiento es intencional: si el adversario ya fue reducido a “banda criminal”, cualquier acción contra él se reetiqueta como “policía” o “limpieza”, no como agresión.
En esa maquinaria, ciertas matrices se repiten porque cumplen funciones
precisas. La acusación de “fraude” no busca necesariamente probar un hecho; busca invalidar la política. Sirve para declarar ilegítimo cualquier resultado adverso y preparar la idea de que la única salida es la imposición externa.
La etiqueta “narco-Estado” opera como licencia moral para el castigo. Presenta una disputa geopolítica como “lucha contra el crimen” y desplaza el debate real: soberanía, legalidad internacional, control regional y, de manera relevante, energía. Sobre cómo estas narrativas justifican intervención y erosionan el principio de no intervención, es ilustrativa la jurisprudencia del caso Nicaragua v. Estados Unidos en la Corte Internacional de Justicia. (3)
La matriz de la “huida de inversión” completa el cuadro: convierte sufrimiento económico en prueba de “fracaso interno” y borra deliberadamente el impacto de sanciones, coerción financiera y guerra económica. Se invierte la causalidad: se ocultan presiones externas y se usa el resultado como “evidencia” de incompetencia.
La matriz de la “invasión cubana” funciona con la misma inversión. Presenta cooperación y asistencia como ocupación, mientras naturaliza la red histórica de presencia militar estadounidense en la región. El objetivo no es explicar Venezuela, sino administrar la percepción global de Venezuela para que una tutela extranjera resulte tolerable.
Si se mira la operación desde su materialidad, aparece un eje persistente:
intereses energéticos y control de flujos. La propia cobertura internacional reciente ha subrayado el atractivo del crudo pesado venezolano para refinerías estadounidenses y la dimensión geoestratégica de ese vínculo. (4, 5, 11 y 12)
Los datos públicos de la U.S. Energy Information Administration (EIA) muestran, además, cómo las importaciones estadounidenses de crudo venezolano se desplomaron hasta casi cero en 2019 y reaparecieron parcialmente en años recientes. La serie no solo habla de volúmenes; muestra que Venezuela nunca salió del mapa energético de Washington. (6 y 7)
En la coyuntura actual, incluso funcionarios de la administración han hablado de control estadounidense sobre la comercialización petrolera venezolana, lo que refuerza que la disputa no es únicamente “moral” o “judicial”, sino también estratégica y material.
Por eso conviene subrayar la coherencia entre doctrina y acto. La Estrategia de Seguridad Nacional de Estados Unidos publicada en diciembre de 2025 incluye una sección sobre el hemisferio occidental y formula un “Trump Corollary” a la Doctrina Monroe, con lenguaje explícito sobre impedir que “competidores no hemisféricos” controlen activos estratégicos en la región. (8, 9 y 10)
En otras palabras, no se trata solo de una secuencia de hechos, sino de un
marco que busca normalizar la tutela. Si se acepta que un país puede secuestrar al jefe de Estado de otro y anunciar que “administrará” su transición, se está aceptando un precedente peligroso: el retorno de la idea de que ciertos pueblos son objetos administrables.
En estas condiciones, la disputa no es por “opiniones” como si fueran campañas simétricas de marketing. La violencia simbólica produce condiciones de posibilidad. Cuando la mentira se vuelve infraestructura, la guerra se vuelve más fácil. Cuando el eufemismo se vuelve hábito, el secuestro se vuelve “procedimiento”.
Por eso la respuesta comunicacional y política no puede ser tibia. “Neutralidad”, en este escenario, suele significar aceptar la asimetría: que una superpotencia hable y el resto repita; que el hecho consumado sustituya al derecho; que la soberanía sea un adorno y no un principio.
En síntesis, la arquitectura del odio opera como un sistema de transferencia que convierte violencia simbólica en violencia material mediante cuatro capas que se refuerzan entre sí.
Primera, plataformas y algoritmos que premian indignación y simplificación.
Segunda, narrativas totalizantes (fraude, “narco-Estado”, “invasión extranjera”) que deshumanizan y vuelven “pensable” la violencia.
Tercera,
doctrina y administración (designaciones, sanciones, excepcionalismo hemisférico) que vuelven “viable” el castigo como política.
Cuarta, acción
material (bloqueo, coerción económica, operaciones militares, secuestros y presión energética) que ejecuta lo que antes se entrenó como idea.
La pregunta decisiva, entonces, no es si el agresor “tiene razón” en su relato. La pregunta es si vamos a aceptar que el agresor sea el notario de su propia agresión. Si aceptamos eso, no solo perdemos Venezuela: perdemos el derecho a una verdad pública verificable. Y un mundo donde la fuerza dicta la verdad termina, históricamente, siempre igual.
Citas
[1] Elizalde, Rosa; González Penalva, Carlos (2022). “Arquitectura del odio: de la
violencia simbólica a la material”. Revista Conciencias (Instituto Nacional de
Formación Política de Morena), edición digital oct–dic 2022, dossier “La batalla
comunicacional”.
[2] Carta de las Naciones Unidas (texto completo), art. 2(4). Naciones Unidas.
https://www.un.org/en/about-us/un-charter/full-text
[3] Repertorio de la práctica de los órganos de la ONU sobre el art. 2(4). Oficina
de Asuntos Jurídicos de la ONU (pdf).
https://legal.un.org/repertory/art2/english/rep_supp7_vol1_art2_4.pdf
[4] Corte Internacional de Justicia (CIJ), “Military and Paramilitary Activities in
and against Nicaragua (Nicaragua v. United States of America)”. Ficha del caso.
https://www.icj-cij.org/case/70
[5] ICRC Casebook, “ICJ, Nicaragua v. United States”.
https://casebook.icrc.org/case-study/icj-nicaragua-v-united-states
[6] U.S. Energy Information Administration (EIA), “U.S. Imports from Venezuela
of Crude Oil” (serie histórica).
https://www.eia.gov/dnav/pet/hist/LeafHandler.ashx?f=M&n=PET&s=MCRIMUSV
E2
[7] U.S. Energy Information Administration (EIA), “U.S. Imports from Venezuela
of Crude Oil and Petroleum Products” (serie histórica).
https://www.eia.gov/dnav/pet/hist/LeafHandler.ashx?f=M&n=PET&s=MTTIMUSV
E2
[8] The White House, “2025 National Security Strategy” (pdf, dic. 2025), sección
“Western Hemisphere: The Trump Corollary to the Monroe Doctrine”.
https://www.whitehouse.gov/wp-content/uploads/2025/12/2025-NationalSecurity-Strategy.pdf
[9] Brookings, análisis de la “2025 National Security Strategy” (dic. 2025).
https://www.brookings.edu/articles/breaking-down-trumps-2025-national-securitystrategy/
[10] ODI, nota sobre la estrategia hemisférica en la NSS 2025 (ene. 2026).
https://odi.org/en/insights/trumps-monroe-doctrine-beijings-next-move/
[11] The Guardian, análisis sobre el atractivo del crudo venezolano para
refinerías de EE. UU. (ene. 2026).
https://www.theguardian.com/business/2026/jan/05/venezuelan-crude-oilappeals-to-us-refineries
[12] Axios, declaraciones sobre control de ventas de petróleo venezolano (ene.
2026).https://www.axios.com/2026/01/07/energy-secretary-control-venezuelanoil-sales

