Molti si sorprendono dei legami tra i popoli del Venezuela e di Cuba. Si tratta di una storia di oltre due secoli di fratellanza. Non è un caso che il 23 gennaio 1959, appena trionfata la Rivoluzione, Fidel si recò a Caracas per chiedere ai venezuelani di assumere la guida dell’unione dei popoli d’America.
All’inizio del XIX secolo, i primi cubani che sognarono l’indipendenza dell’Isola cercarono l’aiuto del Venezuela di Simón Bolívar e Antonio José de Sucre e, mentre attendevano la realizzazione dei loro sogni, combatterono nelle grandi battaglie dell’indipendenza americana. Nei campi di Pichincha, Junín, Ayacucho e Carabobo vi furono combattenti cubani.
Durante la Guerra dei Dieci Anni, la causa dell’indipendenza di Cuba attecchì profondamente in Venezuela, il cui governo organizzò due spedizioni con uomini e logistica per combattere per Cuba: la prima denominata Avanguardia Venezuelana e la seconda Bolivariana. Molti di quei patrioti offrirono servizi decisivi e diedero la vita per la nostra patria.
Otto venezuelani furono generali mambí; due di essi, Amadeo Manuit nel 1871 e Cristóbal Mendoza nel 1874, morirono in combattimento. Il brigadiere José María Aurrecoechea fu fucilato l’11 dicembre 1870 a Holguín, e il maggior generale Salomé Hernández, malato di malaria, morì in un accampamento insurrezionale nel dicembre del 1871. Il Padre della Patria, Carlos Manuel de Céspedes, ebbe al suo fianco due aiutanti venezuelani: il comandante Enrique Aurrecoechea, fratello del brigadiere José María, morto in campagna, e Ignacio Rovera, quest’ultimo fucilato dalla Spagna dopo essere caduto prigioniero in combattimento.
I fratelli Tomás e Cristóbal Mendoza, rispettivamente comandante e colonnello, nipoti del primo presidente del Venezuela, morirono nella contesa: il primo in combattimento durante l’attacco a Las Tunas il 16 agosto 1869, e il secondo fucilato a Puerto Príncipe dalle autorità spagnole il 28 novembre 1870, mentre ricopriva l’incarico di segretario delle relazioni estere del Governo della Repubblica di Cuba in Armi.
Fu aiutante del generale Antonio Maceo il giovane Arturo Bolívar, discendente del Libertador, morto in azione di guerra contro una colonna spagnola il 1º maggio 1896 dopo il combattimento di Cacarajícara. Due discendenti di Antonio José de Sucre, i giovani Alfredo e Raúl Arango, furono colonnelli mambí del ’95.
Erano quei venezuelani e discendenti dei libertadores uomini della stirpe di Simón Bolívar, l’eroe lungimirante che mise in guardia i popoli d’America dal pericolo rappresentato dal governo USA per il destino del continente. Vale davvero la pena rileggere oggi l’opera dello storico cubano Francisco Pividal Padrón, Bolívar, precursore dell’anti-imperialismo.
Erede di quei venezuelani temerari, senza paura, fu il caraqueño Carlos Aponte, che nel 1921 si unì all’Avana ai rivoluzionari latinoamericani che qui dibattevano sul destino del continente e sulla lotta contro l’imperialismo yankee.
Quell’anno nacque il giornale di piccolo formato Venezuela Libre, organo Rivoluzionario Latinoamericano, con due obiettivi: “combattere Juan Vicente Gómez e aiutare coloro che vogliono ottenere la rigenerazione del Venezuela” e “incanalare la protesta contro il panamericanismo, arma subdola dell’imperialismo yankee, e cooperare in ogni opera che tenda a rafforzare l’unione dei popoli d’America di origine latina”.
Il suo fondatore fu il giornalista venezuelano Francisco Laguado Jaime – assassinato nel marzo del 1929 per ordine del tiranno Gerardo Machado – e nelle sue pagine si intrecciavano le firme cubane di Rubén Martínez Villena, Julio Antonio Mella, Alejo Carpentier, Jorge Mañach, Juan Marinello, Emilio Roig de Leuchsenring, José Zacarías Tallet, tra gli altri, con quelle dei venezuelani Salvador de la Plaza e Gustavo ed Eduardo Machado, e del nicaraguense Eduardo Avilés Ramírez. Nel 1926, quell’organo di combattimento si trasformò in América Libre, con la missione di essere “frusta dei tiranni e dell’imperialismo”.
Parallelamente, nacque allora nella via Empedrado dell’Avana, al numero 17, casa e atelier del pittore venezuelano Luis López Méndez, La Covacha Roja, come luogo di incontro e dibattito di giovani comunisti e anti-imperialisti latinoamericani, in comunione con i fondatori del Partito Comunista di Cuba: Carlos Baliño, Julio Antonio Mella, Rubén Martínez Villena, José Peña Vilaboa, il polacco Fabio Grobart e lo spagnolo José Miguel Pérez.
Era nella Covacha che cubani e venezuelani stampavano Venezuela Libre e i materiali dell’Università Popolare José Martí, fondata da Mella. In quella privilegiata avanguardia venezuelana brillava per tempra e carisma un uomo d’azione, un rivoluzionario appassionato al quale la storiografia di Cuba e Venezuela deve ancora il libro della sua vita, che non poté scrivere il suo caro amico cubano-portoricano Pablo de la Torriente Brau, il quale, anti-imperialista come lui, partì per la Spagna a combattere il fascismo e lì morì come commissario politico dell’Esercito Repubblicano Spagnolo, a Majadahonda, il 18 dicembre 1936, durante l’eroica difesa di Madrid. Quell’uomo leggendario, che fece di Cuba la sua seconda patria, fu il caraqueño Carlos Aponte Hernández, del quale Pablo disse, in una caratterizzazione perfetta e incisiva:“Gli si accesero gli occhi nel giubilo sanguinoso dei combattimenti in Venezuela, a Cuba e in Nicaragua; fraternizzò con lottatori rivoluzionari nelle carceri di Colombia, di Cuba e del Perù, e poiché la sua parola era troppo insolente e chiara, dovette lasciare il Cile e l’Ecuador. Quando arrivava in un paese d’America e non vi trovava occasione di combattere, passava a un altro. Il Messico fu due volte il suo rifugio. A Panama e in El Salvador pianificò la sua partenza per nuovi combattimenti. Amava gli indigeni dell’Honduras, i nipoti di Lempira, la ‘truppa cojúa’ di Sandino. Nessuno è mai stato più americano di Carlos Aponte. Odiò e amò con la turbolenza di una giovinezza frenetica. Aveva la vitalità selvaggia della selva e lo splendore panico degli interminabili ‘llanos’ del Venezuela. Fu un protagonista de La Vorágine. Fu un uomo delle valanghe. Fu un turbine. Fu un uomo di rivoluzione. Non ebbe nulla di perfetto.”
Fu Aponte che all’Avana protesse con la propria vita, insieme al generale venezuelano Bartolomé Ferrer, quella del dirigente rivoluzionario cubano Julio Antonio Mella nell’ospedale dove questi conduceva il suo eroico e dignitoso sciopero della fame. È lo stesso Aponte che fece da scorta a Mella in Messico, occupando con il generale Ferrer, in via Bolívar del Centro Storico della città, lo stesso appartamento dell’eroe e di sua moglie Oliva Zaldívar, e che alla fine del 1928 protesse Mella dal primo attentato contro di lui in Messico.
Nella patria di Benito Juárez fu fondato il Partito Rivoluzionario del Venezuela (PRV), di cui Mella fu membro insieme ai muralisti e rivoluzionari messicani David Alfaro Siqueiros e Diego Rivera, e alla cui ala militare appartennero Eduardo Machado, Carlos Aponte e Bartolomé Ferrer. Con loro, nel 1927, Mella si recò a incontrare il generale Álvaro Obregón per ottenere risorse per una spedizione contro il dittatore Juan Vicente Gómez in Venezuela. Aponte si separò da Mella solo per realizzare il suo sogno di combattere l’imperialismo yankee in Nicaragua. Lì raggiunse il grado di colonnello nello stato maggiore del generale Augusto César Sandino, fu veterano di oltre quindici combattimenti e comandante di colonna. Davanti ai suoi compagni d’armi si vantava di una sola cosa: la sua cubanità: “Non ho mai dimenticato che il mio orientamento politico si è forgiato a Cuba ed è stato per me un onore farlo sapere ovunque mi trovassi. Per questo, quando andai in Nicaragua a combattere con Sandino, pur essendo venezuelano, non smisi di vantarmi di rappresentare la Gioventù Anti-imperialista di Cuba, che rappresentai nelle file dell’Esercito Difensore della Sovranità del Nicaragua. E per la stessa ragione proclamo il diritto di essere considerato anche cubano”.
Dopo aver tentato invano di insorgere nel suo paese, tornò a Cuba. Le strade dell’Avana furono testimoni, nel 1934, del suo impeto e della sua fedeltà alla Rivoluzione Latinoamericana. Seppe che visitava la città dell’Avana il venezuelano Rafael Simón Urbina, che aveva pubblicamente offeso con le parole la sacra memoria del paladino dell’anti-imperialismo Augusto César Sandino e del rivoluzionario venezuelano Gustavo Machado. Aponte lo fece uscire dall’hotel dove alloggiava e si scontrò a colpi di pistola con il blasfemo e le sue due guardie in pieno giorno e sulla pubblica via, lasciandolo gravemente ferito.
Dopo quell’atto di audacia, il presidente Carlos Mendieta lo inviò in prigione, da cui fu liberato dal dirigente rivoluzionario Antonio Guiteras, il più anti-imperialista degli uomini del suo tempo, al cui fianco cadde crivellato di colpi l’8 maggio 1935 al Morrillo, nella provincia di Matanzas, mentre attendevano la nave che li avrebbe condotti in Messico, da dove avrebbero preparato la spedizione verso la Sierra Maestra, nell’oriente cubano, per iniziare la guerra per la vera indipendenza.
Della stirpe di Aponte, il rivoluzionario che non capitolò mai di fronte all’imperialismo yankee, sono i venezuelani, figli umili della patria di Bolívar e Chávez, che insieme ai nostri 32 eroi caddero difendendo l’onore del Venezuela e dell’America il 3 gennaio scorso.
Carlos Aponte, héroe antiimperialista venezolano
Por: René González Barrios
Muchos se extrañan de los vínculos entre los pueblos de Venezuela y Cuba. Se trata de una historia de más de dos siglos de hermandad. No es casual que el 23 de enero de 1959, apenas triunfada la Revolución, Fidel viajara a Caracas a pedir a los venezolanos que asumieran el liderazgo de la unión de los pueblos de América.
A inicios del siglo XIX, los primeros cubanos que soñaron con la independencia de la Isla, buscaron la ayuda de la Venezuela de Simón Bolívar y Antonio José de Sucre y en lo que esperaban la materialización de sus sueños, pelearon las grandes batallas de la independencia americana. En los campos de Pichincha, Junín, Ayacucho, Carabobo, hubo combatientes cubanos.
Durante la Guerra de los Diez Años, la causa de la independencia de Cuba caló profundamente en Venezuela, cuyo gobierno organizó dos expediciones con hombres y logística para pelear por Cuba, la primera nombrada Vanguardia Venezolana y la Segunda, Bolivariana. Muchos de aquellos patriotas prestaron decisivos servicios y dieron su vida por nuestra patria.
Ocho venezolanos fueron generales mambises, dos de ellos, Amadeo Manuit en 1871 y Cristóbal Mendoza en 1874, murieron en combate. El brigadier José María Aurrecoechea moriría fusilado el 11 de diciembre de 1870 en Holguín, y el mayor general Salomé Hernández, enfermo de malaria, falleció en un campamento insurrecto en diciembre de 1871. El padre de la patria Carlos Manuel de Céspedes tuvo a su lado dos ayudantes venezolanos, el comandante Enrique Aurrecoechea, hermano del brigadier José María, muerto en campaña, e Ignacio Rovera, este último fusilado por España tras caer prisionero en un combate.
Los hermanos Tomás y Cristóbal Mendoza, comandante y coronel respectivamente, nietos del primer presidente de Venezuela, murieron en la contienda, el primero en combate durante el ataque a Las Tunas el 16 de agosto de 1869, y el segundo fusilado en Puerto Príncipe por las autoridades españolas el 28 de noviembre de 1870, cuando se desempeñaba como secretario de relaciones exteriores del Gobierno de la República de Cuba en Armas.
Fue ayudante del general Antonio Maceo el joven Arturo Bolívar, descendiente del Libertador, muerto en acción de guerra contra una columna española el 1 de mayo de 1896 tras el combate de Cacarajícara. Dos descendientes de Antonio José de Sucre, los jóvenes Alfredo y Raúl Arango, fueron coroneles mambises del 95.
Eran aquellos venezolanos y descendientes de libertadores, hombres de la estirpe de Simón Bolívar, el héroe previsor que alertó a los pueblos de América del peligro que representaba el Gobierno de Estados Unidos para los destinos del continente. Bien vale la pena releer en estos tiempos la obra del historiador cubano Francisco Pividal Padrón, Bolívar, precursor del antiimperialismo.
Heredero de aquellos venezolanos temerarios, sin miedos, fue el caraqueño Carlos Aponte, que en 1921 se integraba en La Habana a los revolucionarios latinoamericanos que aquí debatían sobre los destinos del continente y la lucha contra el imperialismo yanqui.
Ese año, surgió el periódico de pequeño formato Venezuela Libre, órgano Revolucionario Latinoamericano, con dos objetivos: “combatir a Juan Vicente Gómez, y ayudar a los que quieren obtener la regeneración de Venezuela” y “encauzar la protesta contra el panamericanismo, arma solapada del imperialismo yanqui, y cooperar en toda obra que tienda a robustecer la unión de los pueblos de América, de procedencia latina”.
Su fundador sería el periodista venezolano Francisco Laguado Jaime –asesinado en marzo de 1929 por órdenes del tirano Gerardo Machado–, y en él se confundían las firmas cubanas de Rubén Martínez Villena, Julio Antonio Mella, Alejo Carpentier, Jorge Mañach, Juan Marinello, Emilio Roig de Leuchsering, José Zacarías Tallet, entre otros, con las de los venezolanos Salvador de la Plaza y Gustavo y Eduardo Machado, y el nicaragüense Eduardo Avilés Ramírez. En 1926, aquel órgano de combate se convertiría en América Libre con la misión de ser “látigo de tiranos y del imperialismo.”
Paralelamente, nacía entonces en la habanera calle Empedrado, número 17, casa y taller del pintor venezolano Luis López Méndez, La Covacha Roja, como reducto de reunión y debate de ideas de jóvenes comunistas y antiimperialistas latinoamericanos, en comunión con los fundadores del Partido Comunista de Cuba Carlos Baliño, Julio Antonio Mella, Rubén Martínez Villena, José Peña Vilaboa, el polaco Fabio Grobart, y el español José Miguel Pérez.
Era en La Covacha donde cubanos y venezolanos imprimían Venezuela Libre y los materiales de la Universidad Popular José Martí, fundada por Mella. En aquella privilegiada vanguardia venezolana brillaba por su temple y carisma un hombre todo acción, un apasionado revolucionario al que aún la historiografía de Cuba y Venezuela deben el libro de su vida, que no pudo elaborar su entrañable amigo cubano-puertorriqueño Pablo de la Torriente Brau, quien, antiimperialista como él, partió a España a combatir el fascismo y allí murió como comisario político del Ejército Republicano Español, en Majadahonda, el 18 de diciembre de 1936, durante la heroica defensa de Madrid. Ese hombre leyenda, que hizo de Cuba su segunda patria, fue el caraqueño Carlos Aponte Hernández, de quien diría Pablo en perfecta y apretada caracterización: “Los ojos se le encendieron en el júbilo sangriento de los combates en Venezuela, en Cuba y en Nicaragua: fraternizó con luchadores revolucionarios en las cárceles de Colombia, de Cuba y del Perú, y porque su palabra fue demasiado insolente y clara, tuvo que salir de Chile y del Ecuador. Cuando llegó a un pueblo de América y en el no encontró ocasión de pelear, pasó a otro. Méjico fue su refugio dos veces. En Panamá y El Salvador planeó su partida para nuevos combates. Quería a los indios de Honduras, los nietos de Lempira, la ‘tropa cojúa’ de Sandino. Nadie ha sido nunca más americano que Carlos Aponte. Odió y amó con la turbulencia de una juventud frenética. Tenía la vitalidad salvaje de la selva y el esplendor pánico de los ‘llanos’ interminables de Venezuela. Fue un protagonista de La Vorágine. Fue un hombre de las avalanchas. Fue un turbión. Fue un hombre de revolución. No tuvo nada de perfecto”.
Fue Aponte quien en La Habana protegiera con su vida, junto al también venezolano general Bartolomé Ferrer, la del líder revolucionario cubano Julio Antonio Mella en el hospital donde él protagonizaba su heroica y digna huelga de hambre. Es el mismo Aponte que sirvió de escolta a Mella en México, ocupando con el general Ferrer, en la calle Bolívar del Centro Histórico de la ciudad, el mismo piso que el héroe y su esposa Oliva Zaldívar y que protegería a Mella, a fines de 1928, del primer atentado en su contra en México.
En la patria de Benito Juárez se fundó el Partido Revolucionario de Venezuela (PRV), del que Mella fue miembro junto a los muralistas y revolucionarios mexicanos David Alfaro Ziqueiros y Diego Rivera, y a cuya ala militar pertenecieron Eduardo Machado, Carlos Aponte y Bartolomé Ferrer. A ellos acompañó Mella en 1927 a entrevistarse con el general Álvaro Obregón, con el fin de obtener recursos para una expedición contra el dictador Juan Vicente Gómez en Venezuela. Solo se separó Aponte de Mella para cumplir con su sueño de combatir al imperialismo yanqui en Nicaragua. Allí alcanzó el grado de coronel en el estado mayor del general Augusto César Sandino, fue veterano de más de 15 combates, y jefe de columna. Ante sus compañeros de armas, presumía solo de una cosa, su cubanía: “Nunca he olvidado que mi orientación política se forjó en Cuba y para mí ha sido un honor hacerlo saber dondequiera que he estado. Por eso, cuando fui a Nicaragua, a pelear con Sandino, aunque soy venezolano, no dejé de vanagloriarme con la representación de la Juventud Antiimperialista de Cuba, que ostenté en las filas del Ejército Defensor de la Soberanía de Nicaragua. Y por esa misma razón, proclamo el derecho de que se me considere cubano también”.
Tras intentar infructuosamente insurreccionar su país, regresó a Cuba. Las calles de La Habana serían testigos en 1934 de su ímpetu y fidelidad a la Revolución Latinoamericana. Conoció que visitaba la ciudad de La Habana el también venezolano Rafael Simón Urbina, quien públicamente había ofendido de palabra la sagrada memoria del paladín del antiimperialismo Augusto César Sandino y al revolucionario venezolano Gustavo Machado. Aponte lo sacó del hotel donde se hospedaba y a tiros se batió con el blasfemo y sus dos escoltas en pleno día y en la vía pública, dejándolo gravemente herido.
Después de aquel acto de audacia, el presidente Carlos Mendieta lo envió a la cárcel, de donde fue rescatado por el líder revolucionario Antonio Guiteras, el más antiimperialista de los hombres de su tiempo, a cuyo lado caería acribillado a balazos el 8 de mayo de 1935 en el Morrillo, provincia de Matanzas, cuando esperaban la nave que los conduciría a México, desde donde prepararían la expedición que los llevaría a la Sierra Maestra, en el oriente cubano, para comenzar la guerra por la verdadera independencia.
De la estirpe de Aponte, el revolucionario que jamás claudicó ante el imperialismo yanqui, son los venezolanos, hijos humildes de la patria de Bolívar y Chávez, que junto a nuestros 32 héroes cayeron defendiendo el honor de Venezuela y de América el pasado 3 de enero.
