Con una mossa che ha lasciato il mondo attonito, l’esercito USA ha lanciato attacchi lungo la capitale venezuelana, bombardando diversi siti, tra cui un importante centro accademico e scientifico e un deposito medico, quasi a sottolineare le somiglianze tra le truppe USA e quelle sioniste.
L’operazione si è conclusa con il sequestro del presidente Nicolás Maduro e di sua moglie, oltre alla morte di circa cento persone.
Questo atto svergognato è arrivato dopo mesi di escalation. È iniziato con minacce su presunte “spedizioni di droga”, poi con una concentrazione militare nei Caraibi. Successivamente si è verificata una serie di attacchi missilistici contro imbarcazioni, attacchi che esperti legali di tutto il mondo hanno denunciato come illegali, uccidendo più di cento persone, non tutte venezuelane. La maggior parte delle vittime erano pescatori o altre persone che lottavano semplicemente per sfamare le proprie famiglie.
Poi, prevedibilmente, la narrazione è virata verso il suo vero obiettivo: il petrolio.
Un’ora dopo il sequestrto del presidente Maduro, l’annuncio è arrivato dalla Casa Bianca. Il mondo ha guardato con shock e repulsione un capo di Stato incatenato accanto a sua moglie, che era stata picchiata dalle truppe USA. Il presidente USA ha dichiarato che il petrolio del Venezuela, le riserve provate più grandi del pianeta, erano ora un bene USA a tempo indeterminato. Da quel momento in poi, le migliaia di miliardi della sua ricchezza sovrana sarebbero stati incanalati e saccheggiati da Washington.
A Caracas, la risposta è stata la furia di una nazione. La vicepresidentessa e ora presidentessa ad interim Delcy Rodríguez ha denunciato un “rapimento illegale e illegittimo”, una palese violazione della Carta delle Nazioni Unite e di tutte le norme della decenza umana.
La condanna globale è stata rapida e diffusa, proveniente dall’America Latina, dall’Africa e dall’Asia. È arrivata da ogni luogo… tranne che dalle capitali degli alleati più stretti di Washington: Israele, l’Unione Europea e altri regimi occidentali. Una nuova linea veniva tracciata in tempo reale affinché tutto il mondo la vedesse.
Un presidente straniero rapito da un esercito straniero. La ricchezza di una nazione dichiarata proprietà permanente di un’altra. Il cosiddetto ordine basato sulle regole fatto a pezzi.
Ma la storia è tutt’altro che finita. La resistenza in Venezuela è viva.
Questo ci porta all’associazione Venezuela-Iran: un’alleanza che fin dall’inizio è stata etichettata dall’impero come una minaccia globale. Non è una coincidenza che i sionisti e i neoconservatori attacchino simultaneamente l’Iran e il Venezuela. La loro cooperazione rappresenta una sfida formidabile a questa era di imperialismo predatorio.
Il suo significato risiede non solo nella cooperazione economica e politica, ma nella coscienza, nella solidarietà e nella comprensione forgiate all’interno della maggioranza globale: una forza il cui potere non può essere calcolato in termini materiali. La demonizzazione promossa dall’impero e dalla sua macchina mediatica perde gran parte della sua potenza mentre la maggioranza delle persone in America Latina e in Asia occidentale riconosce le verità, gli ideali e le aspirazioni condivise.
Riconoscerlo è veleno per l’impero.
Nonostante i progetti occidentali di furto di beni, sanzioni, cambi di regime violenti e rivoluzioni colorate, e persino la guerra, la narrazione confezionata dall’impero rimane unica e cupa: una minaccia strategica, un “Asse dell’autoritarismo antiamericano”, un matrimonio tra presunti “Stati paria”.
All’interno di questo quadro, le accuse si accumulano per creare un clima di paura fabbricata. L’associazione viene etichettata come un patto di cooperazione autoritaria, ma in realtà è diventata uno dei laboratori più avanzati al mondo nell’elusione delle sanzioni: sanzioni imposte dagli USA e dai loro alleati per strangolare le nazioni, far collassare le economie, distruggere posti di lavoro, aumentare la povertà, spezzare famiglie, uccidere i malati per mancanza di medicine, disfare il tessuto delle società e piegare le nazioni in ginocchio.
L’impero la dipinge come qualcosa di sinistro, una sorta di “economia fantasma” che conduce i propri affari nelle oscure acque dell’alto mare. Questa caratterizzazione poi inevitabilmente muta nella più grande minaccia alla sicurezza: consiglieri militari, droni iraniani sul suolo venezuelano, culminando in presunti legami con Hezbollah.
Qui la narrazione compie il suo salto decisivo, trasformando la minaccia da meramente economica a qualcosa di inquadrato come esistenziale, un’illusione di pericolo per gli stessi USA.
Infine, viene presentata come una grande cospirazione: due “regimi alleati” che pianificano di invadere gli USA con rifugiati e immigrati, uccidere la popolazione con la droga e altre accuse che, per quanto deliranti, restano tragicamente credibili per un ampio segmento del pubblico statunitense propagandizzato.
Questa è la narrazione. Tra altre scuse stravaganti, è stata utilizzata per giustificare molti anni di sanzioni barbariche. E ora è stata usata per giustificare il sequestro del presidente di una nazione sovrana e il massacro di innumerevoli persone.
La cosiddetta “associazione criminale” è, naturalmente, qualcosa di completamente diverso. È una collaborazione determinata tra due nazioni che stanno tracciando un percorso alternativo, un piano pratico per preservare la propria indipendenza di fronte all’aggressione e alla punizione collettiva degli USA.
L’attenzione incessante sulle minacce del terrorismo globale è una distrazione. Questo inquadramento è progettato per oscurare le realtà tangibili e quotidiane che uniscono veramente queste nazioni sorelle: ingegneri che rimettono in funzione le raffinerie, tecnologia agricola che nutre le città, il piano strategico ventennale firmato apertamente a Teheran. Questa è la vera lotta, non solo per la sopravvivenza, ma per sostenere lo Stato moderno contro assedi economici onnicomprensivi.
Interroghiamo l’architettura stessa della storia, il modo in cui una narrazione viene usata come arma, mattone dopo mattone, finché il muro che costruisce diventa così alto da nascondere la realtà umana dall’altro lato, giustificando qualsiasi azione compiuta dietro di esso.
Nella lotta per il mondo multipolare, chi definisce il terrorismo? Chi definisce la legittimità e la moralità? Quale prezzo sono costrette a pagare le nazioni per scrivere la propria storia?
Le radici del sostegno
Per l’Iran, questa relazione è molto più di una semplice alleanza economica o strategica. È l’attuazione di una missione nazionale, un principio inciso nelle stesse fondamenta dello Stato.
La Costituzione della Repubblica Islamica dell’Iran è esplicita: contiene un mandato rivoluzionario che impegna lo Stato a difendere i Mostazafin – gli oppressi e gli sfruttati – ovunque essi si trovino. Questo principio offre una lente attraverso la quale le lotte dei palestinesi, ma anche dei bosniaci, dei sudafricani, dei cubani e, sì, dei venezuelani, sono viste come una sola e medesima cosa: una lotta unificata contro la dominazione e l’oppressione imperiale.
Questo non è qualcosa di teorico. È una traiettoria d’azione.
Quando la maggior parte dei governi del mondo continuava a fare affari con l’apartheid sudafricano, la neonata Repubblica Islamica dell’Iran interruppe immediatamente ogni relazione. Divenne un sostenitore convinto dell’ANC e di altre organizzazioni della resistenza, offrendo un sostegno cruciale alla lotta anti-apartheid mentre l’Occidente appoggiava il governo del suprematismo bianco.
Negli anni ’90, mentre l’Europa restava inerte osservando lo svolgersi del genocidio in Bosnia, l’Iran agì. Sfidò un embargo sulle armi imposto dall’ONU per fornire all’esercito bosniaco armamenti essenziali, rifornimenti e consiglieri militari: una linea vitale che contribuì a garantire la sopravvivenza della nazione.
Così, quando oggi l’Iran guarda al Venezuela – una nazione indipendente sottoposta a una brutale guerra economica, con i suoi beni rubati e il suo presidente ora sequestrato – non vede un semplice “partner strategico”. L’Iran vede una lotta condivisa contro l’oppressione. I suoi imperativi costituzionali e ideologici rendono la sua posizione basata su principi qualcosa di più del risultato di un’alleanza: ne costituiscono l’anima.
Ed è a partire da questo principio fondamentale che, nonostante le minacce, la cooperazione è cresciuta: un’alleanza forgiata nella necessità pratica e urgente di ridare respiro a un’economia assediata.
Questa è la vera storia che emerge: non un asse oscuro, ma un progetto di sovranità economica forgiato nella sfida a un egemone brutale.
Le radici della resistenza
L’associazione tra Iran e Venezuela non è né antica né inevitabile. È una creazione moderna, forgiata da una visione condivisa di un mondo multipolare e temprata nella pentola a pressione implacabile dell’assedio economico.
Per gran parte della loro storia, Teheran e Caracas furono distanti. Questo cambiò con l’ingresso nel nuovo secolo grazie a una potente fusione di ideologie – il socialismo bolivariano e il pensiero rivoluzionario islamico – unite da una convinzione semplice e imponente: la resistenza al dominio unipolare.
Il ponte strategico tra Teheran e Caracas iniziò a essere costruito all’inizio degli anni 2000 sotto Hugo Chávez e Mohammad Khatami. Il loro corteggiamento diplomatico cominciò seriamente nel 2001 e fu consolidato attraverso visite di Stato reciproche e grandi accordi di cooperazione nei settori dell’energia e delle costruzioni.
L’alleanza si evolse ulteriormente sotto il presidente Mahmoud Ahmadinejad, rafforzandosi dal 2005 in poi fino a essere dichiarata un “asse di unità” contro “l’imperialismo statunitense”.
La portata della cooperazione tra due Paesi pesantemente sanzionati fu straordinaria. Firmarono oltre 270 accordi bilaterali.
Nel 2007 annunciarono un fondo congiunto da 2 miliardi di dollari per investire in altri Paesi che “cercano di liberarsi”.
L’impegno fu sottolineato nel 2006, quando Chávez promise che il Venezuela “resterà al fianco dell’Iran in ogni momento e in ogni condizione”.
Già nel marzo 2005, questa alleanza emergente e il sostegno del Venezuela al programma nucleare iraniano suscitavano allarme all’interno dell’amministrazione USA.
Sul terreno, aziende iraniane costruirono fabbriche di cemento e munizioni, aprirono uno stabilimento automobilistico e avviarono collegamenti aerei diretti tra le due capitali.
Il valore dei progetti industriali iraniani in Venezuela raggiunse i 4 miliardi di dollari e, entro il 2008, il commercio bilaterale era cresciuto in modo significativo.
Il legame rimase saldo con Nicolás Maduro. Tuttavia, la relazione affrontò presto una delle sue prove più dure: sanzioni USA schiaccianti e pervasive. Questa pressione esterna trasformò il loro “asse” in un’ancora di salvezza pratica e vitale.
La visione da sola non tiene accese le luci. Di conseguenza, l’alleanza si evolse dall’unione retorica a un patto pragmatico di sopravvivenza e sviluppo.
Nel 2020, l’industria della raffinazione venezuelana era collassata. In risposta, l’Iran inviò cinque petroliere cariche di 60 milioni di galloni di benzina in un audace viaggio di 9000 miglia, con entrambe le nazioni che avvertivano gli USA di non interferire. Fu una rischiosa missione di salvataggio per la sovranità energetica, successivamente formalizzata in un contratto da 110 milioni di euro per la riparazione della raffineria El Palito, in Venezuela.
La cooperazione, tuttavia, si estese ben oltre il petrolio. Una catena di supermercati iraniani aprì a Caracas e i due Paesi avviarono ricerche congiunte nel campo della nanotecnologia. Si trattò di un progetto integrale per costruire capacità sovrane, che copriva tutto: dalla sicurezza alimentare alle industrie, fino alla tecnologia avanzata.
In modo cruciale, la cooperazione si estese anche agli ambiti culturali e scientifici di entrambe le nazioni. I ministeri della scienza, della cultura e dell’istruzione si scambiavano continuamente. Non si trattava più soltanto di commercio: era la forgiatura di un’alleanza intellettuale di lungo periodo.
Questo successo multidimensionale e tangibile non passò inosservato. A Washington, l’allarme si cristallizzò in una controstrategia formale. Già nel 2012, il Congresso tenne audizioni e redasse una legislazione mirata specificamente a contrastare la crescente presenza dell’Iran e la sua “attività ostile” nell’emisfero occidentale: un’associazione pacifica dedicata a migliorare la vita di coloro che erano stati ufficialmente designati come avversari dalla legge USA.
Con questo obiettivo fisso, la narrazione oscura si intensificò. Il Mossad diffuse falsi rapporti su una base navale iraniana in un porto venezuelano. A Washington e, in modo grottesco, in tutti i media USA, l’alleanza non veniva più presentata come una sfida regionale, ma come una minaccia alla sicurezza ed esistenziale alle porte degli USA.
Eppure, nel 2022, i due Paesi firmarono, a mò di sfida, a Teheran, un piano di cooperazione strategica ventennale, sottoscritto dal presidente venezuelano Nicolás Maduro e dal presidente iraniano Ebrahim Raisi.
Nonostante l’escalation delle minacce, ogni fase della relazione si è costruita sulla precedente. Fu questa visione condivisa a rendere possibile la cooperazione pratica. Fu questo impegno determinato per la sovranità e la libertà dalla dominazione a condurre infine agli assassinii nei Caraibi, allo spargimento di sangue in Venezuela e al sequestro del suo presidente.
Ma questa non è un’alleanza passeggera. È strutturale, una rete resiliente che ha sopravvissuto alla morte del suo fondatore, il capo venezuelano Hugo Chávez. È stata preservata ed è prosperata nonostante le transizioni politiche, oltre due decenni di pressione USA e azioni dirette del Congresso volte a smantellarla.
Queste due nazioni hanno concluso da tempo che, quando sei escluso dal sistema, non implori di rientrarvi. Costruisci un’alternativa, pezzo per pezzo. Ma quando il nuovo progetto per l’indipendenza viene scritto, cosa fa un potere in declino?
Cerca di cancellare gli architetti e, cosa ancora più importante, l’architettura.
Conclusione
L’attacco contro il Venezuela è stato un messaggio inviato a ogni nazione che cerchi la propria indipendenza: non sei al sicuro. La tua sovranità è condizionata. Le tue risorse sono perdute.
L’applauso del regime sionista in risposta all’assassinio e all’aggressione ha confermato la natura delle relazioni Venezuela-Iran e l’identità e la natura dell’antagonista. Le voci persistenti – spesso provenienti dall’intelligence del regime israeliano – su un avamposto iraniano o una base di Hezbollah nei Caraibi sono state ulteriore munizione per una narrativa ostile. Hanno rivelato il potere dietro il sipario.
Per il suprematismo sionista e i suoi alleati neoconservatori – che, di fatto, sono una cosa sola – questa è la minaccia più grande. La mera esistenza di nazioni indipendenti, impegnate nella ricerca del proprio onore e della propria dignità e nel rivendicare pari diritti, rappresenta una sfida esistenziale ai loro domini. Per loro, una simile minaccia giustifica qualsiasi risposta.
Ma coloro che hanno pianificato questa operazione hanno commesso un errore di calcolo cruciale. Hanno creduto che, tagliando la testa, il corpo sarebbe crollato. Non hanno compreso le sue radici.
Questa alleanza è stata l’avanguardia di un mondo multipolare ed è stata fondata su una credenza ideologica profondamente radicata nella dignità condivisa e nell’onore di entrambi i popoli. Ha cercato di sfidare l’architettura dell’ordine unipolare ancor prima dell’ascesa dell’antagonismo tra l’Occidente e la Russia o la Cina. Ha affermato il diritto delle nazioni a tracciare il proprio percorso indipendente. Questa fratellanza ha contribuito ad accendere un fuoco che un impero agonizzante non può soffocare, per quanto violentemente possa colpire. La solidarietà e la camaraderia tra persone di continenti, razze e religioni diverse sono diventate un faro di speranza per l’era post-USA.
Questa alleanza non è mai stata meramente bilaterale. È stata il pilastro di una costellazione più ampia – all’interno dei BRICS e del Sud Globale – di nazioni determinate a scrivere le proprie regole, a vivere secondo i propri termini e a rifiutare la logica esausta del colonialismo sotto una nuova veste. Il sentimento anticoloniale non è una reliquia né a Caracas né a Teheran; è il vero carburante della determinazione dei loro popoli a resistere alla pirateria, al saccheggio e, soprattutto, alla colonizzazione della mente.
Il tempo dimostrerà che il sequestro del presidente Nicolás Maduro produrrà effetti indesiderati. Non ha spinto il popolo venezuelano alla sottomissione. Al contrario, ha trasformato la sua resistenza in un’ispirazione globale, illuminando per il mondo intero la forza di una nazione determinata a sfidare l’impero. In tutto il mondo, le persone sono ora testimoni di uomini e donne che marciano con sfida, rifiutando di essere colonizzati da Washington.
Nel frattempo, i loro alleati in Iran – anch’essi in lotta contro il terrore e l’aggressione sionista – continueranno a stare al fianco del Venezuela nella buona e nella cattiva sorte. La marcia collettiva verso la liberazione dagli imperi continua.
Questa traduzione è la trascrizione del monologo che il professor Mohammad Marandi ha tenuto nel suo programma “Demistificare l’Iran”, trasmesso da Al Mayadeen il 16 gennaio 2026. Concessa a questa redazione, la traduzione per Misión Verdad è stata realizzata da Diego Sequera.
Seyyed Mohammad Marandi è professore di letteratura inglese e orientalismo presso l’Università di Teheran. È un noto commentatore in diversi media sulla realtà iraniana, in controtendenza rispetto al consenso ostile elaborato dalle piattaforme mediatiche e politiche occidentali
Dos frentes y fronteras imperiales: Venezuela e Irán
En un movimiento que dejó estupefacto al mundo, el ejército de los Estados Unidos lanzó ataques a lo largo de la capital venezolana, bombardeando varios sitios incluyendo un importante centro académico y científico y un almacén médico, como para acentuar las similitudes entre las tropas estadounidenses y las sionistas.
La operación culminó con el secuestro del presidente Nicolás Maduro y su esposa además de la muerte de alrededor de cien personas.
Este acto desvergonzado vino luego de meses de escalamiento. Comenzó con amenazas sobre supuestos “envíos de drogas”, luego con una concentración militar en el Caribe. Luego vino una serie de ataques con misiles contra embarcaciones, ataques que expertos legales en todo el mundo denunció como ilegales, asesinado a más de cien personas, no todas venezolanas. La mayoría de las víctimas eran pescadores u otros simplemente luchando para alimentar a sus familias.
Luego, predeciblemente, la narrativa viró hacia su objetivo verdadero, el petróleo.
Una hora luego de que el presidente Maduro fue secuestrado, el anuncio provino de la Casa Blanca. El mundo miró con conmoción y repugnancia al ver a un jefe de estado encadenado junto a su esposa, que había sido golpeada por tropas estadounidenses. El presidente de los Estados Unidos declaró que el petróleo de Venezuela, las reservas probadas más grandes del planeta, ahora son un activo estadounidense indefinidamente. De ahí en adelante, sus miles de millones de riqueza soberana serían canalizados y robados por Washington.
En Caracas, la respuesta fue la furia de una nación. La vicepresidenta y ahora presidenta en funciones Delcy Rodríguez denunció un “secuestro ilegal e ilegítimo”, una violación descarada de la Carta de las Naciones Unidas y todas las normas de la decencia humana.
La condena global fue rápida y extendida, emanando de Latinoamérica, África y Asia. Provino de todos los lugares… excepto en las capitales de los aliados más cercanos a Washington: Israel, la Unión Europea, y otros regímenes occidentales. Se trazaba una nueva línea en tiempo real para que todo el mundo la viese.
Un líder extranjero, abducido por un ejército extranjero. La riqueza de una nación, declarada propiedad permanente de otra. El así llamado orden basado en reglas, hecho jirones.
Pero la historia está lejos de terminar. La resistencia en Venezuela está viva.
Esto nos lleva a la asociación Venezuela-Irán: una alianza que desde el principio fue etiquetada por el imperio como una amenaza global. No es ninguna coincidencia que los sionistas y los neoconservadores ataquen simultáneamente a Irán y a Venezuela. Su sociedad representa un desafío formidable a esta era de imperialismo depredador.
Su significado yace no solo en la cooperación económica y política pero en su conciencia, solidaridad y entendimiento forjado entre la mayoría global: una fuerza cuyo poder no puede calcularse en términos materiales. La demonización promovida por el imperio y su maquinaria de medios pierde mucha de su potencia mientras la mayoría de la gente a lo largo de América Latina y Asia occidental reconocen sus verdades, ideales y aspiraciones compartidas. Reconocer esto es veneno para el imperio.
A pesar de los proyectos occidentales de robo de activos, sanciones, cambios de régimen violentos y revoluciones de colores, y que, incluso la guerra, la narrativa confeccionada por el imperio permanece siendo singular y oscura: una amenaza estratégica, un “Eje de autoritarismo antiamericano”, un matrimonio entre supuestos “Estados paria”.
Dentro de este marco, las acusaciones se amontonan para crear un clima de miedo fabricado. LA asociación es etiquetada como un pacto de cooperación autoritaria, pero en realidad, se ha vuelto uno de los laboratorios más avanzados del mundo en la evasión de sanciones: sanciones desplegadas por los estados unidos y sus aliados para estrangular naciones, colapsar economías, destruir trabajos, aumentar la pobreza, romper familias, matar al enfermo por falta de medicinas, deshacer el tejido de sociedades, y arrodillar a las naciones.
El imperio lo retrata como algo de alguna manera siniestra como una “economía fantasma” llevando sus asuntos en la oscura alta mar. Esta caracterización luego se hace que mute inevitablemente hacia la mayor amenaza de seguridad: asesores militares, drones iraníes en suelo venezolano, culminando con supuestos vínculos con Hezbolá.
Aquí, la narrativa da su salto decisivo, transformando la amenaza de lo meramente económico a algo encuadrado como existencial, una ilusión de peligro para los Estados Unidos propiamente.
Finalmente, es presentado como una gran conspiración: dos “regímenes aliados” planeando invadir Estados Unidos con refugiados e inmigrantes, matar a su población con las drogas, y otras acusaciones que, mientras demencial, permanece siendo trágicamente creíble para un segmento grande del propagandizado público estadounidense.
Esta es la narrativa. Entre otras excusas extravagantes, ha sido usado para justificar muchos años de sanciones barbáricas. Y ahora, se justificó el secuestro del presidente de una nación soberana y la masacre incontable de gente.
La llamada “asociación criminal” es, por supuesto, algo completamente distinto. Es una colaboración determinada entre dos naciones forjando un camino alternativo, un plan práctico para preservar sus independencias frente a la agresión y el castigo colectivo de los Estados Unidos.
El foco incansable sobre las amenazas del terrorismo global es una distracción. Este encuadre está diseñado para oscurecer las realidades, tangibles y diarias, que verdaderamente une a estas naciones hermanas: los ingenieros reviviendo refinerías, la tecnología agrícola alimentando ciudades, el plan estratégico para 20 años firmado abiertamente en Teherán. Esta es la verdadera lucha, no tan solo la supervivencia, sino el sostener al Estado moderno contra los asedios económicos abarcantes.
Interroguemos a la arquitectura de la propia historia, cómo una narrativa se usa como arma, ladrillo a ladrillo, hasta que la muralla que construye es tan alta que esconde la realidad humana del otro lado, justificando cualquier acción que se hace tomada detrás de ella.
En la lucha por el mundo multipolar, ¿quién define al terrorismo? ¿Quién define la legitimidad y moralidad? ¿Qué precio están las naciones forzadas a pagar para escribir su propia historia?
Las raíces del apoyo
Para Irán, esta relación es mucho más que una mera alianza económica o estratégica. Es la ejecución de una misión nacional, un principio grabado en las propias fundaciones del Estado.
La constitución de la República Islámica de Irán es explícita: contiene un mandato revolucionario de comprometer al Estado en la defensa de los Mustaz’afin -los oprimidos y los esclavizados- donde sea que sea. Este principio ofrece un lente por el que las luchas de los palestinos, pero también los bosnios, surafricanos, cubanos y sí, venezolanos, son vistos como uno y lo mismo: una lucha unificada contra la dominación y la opresión imperial.
Esto no es algo teórico. Es una trayectoria de acción.
Cuando la mayoría de los gobiernos del mundo todavía hacían negocios con el apartheid surafricano, la recién formada República Islámica de Irán inmediatamente cortó toda relación. Se volvió en un campeón sonoro del ANC y otras organizaciones de la resistencia, ofreciendo un apoyo crítico para la lucha anti-apartheid mientras que occidente apoyaba el gobierno del supremacismo blanco.
En los años 90, mientras Europa no hacía nada y veía cómo se desenvolvía el genocidio en Bosnia, Irán actuó. Desafió un embargo de armas de la ONU para proveerle al ejército bosnio armamento crucial, suministros y asesores militares, un línea de la vida que ayudó a asegurar la supervivencia de la nación.
De este modo, cuando Irán mira hoy a Venezuela -una nación independiente bajo una guerra económica brutal, sus activos robados, su líder ahora secuestrado- no ve a un mero “socio estratégico”. Irán ve una lucha compartida contra la opresión. Sus imperativos constitucionales e ideológicos hacen que su posición basada en principios sea más que un resultado de la alianza, su alma.
Y es desde este principio fundamental que, a pesar de las amenazas, la cooperación ha crecido: una alianza forjada en la necesidad, práctica y urgente, de insuflarle aliento a una economía asediada.
Esto es lo que se revela como la historia verdadera: no un eje oscuro, sino un plan para la soberanía económica forjada en desafío contra un hegemón brutal.
Las raíces de la resistencia
La asociación entre Irán y Venezuela no es ni antigua ni inevitable. Es una creación moderna, forjada por una visión compartida de un mundo multipolar y endurecida en la olla de presión implacable del asedio económico.
A lo largo de buena parte de su historia, Teherán y Caracas eran conocidos distantes. Eso cambió con la entrada al nuevo siglo con una fusión poderosa de ideologías -socialismo bolivariano y el pensamiento revolucionario islámico- unido en una convicción sencilla e imponente resistencia al dominio unipolar.
El Puente estratégico entre Teherán y Caracas comenzó a ser construido a comienzos de los 2000 bajo Hugo Chávez y Mohammad Khatami. Su cortejo diplomático comenzó en serio en 2001 y fue cimentado a través de visitas de Estado recíprocas y grandes acuerdos de cooperación en energía y construcción.
La alianza evolucionó aun más bajo el presidente Mahmud Ahmadinejad, solidificándola de 2005 en adelante hasta un declarado “eje de unidad” contra el “imperialismo estadounidense”.
La escala de la cooperación de dos países pesadamente sancionados fue extraordinaria. Firmaron más de 270 acuerdos bilaterales.
En 2007, anunciaron un fondo conjunto de 2 mil millones de dólares para invertir en otros países que “buscan liberarse ellos mismos”.
El compromiso fue resaltado en 2006 cuando Chávez prometió que Venezuela “permanecerá junto a Irán en cualquier momento y bajo cualquier condición”.
Para marzo de 2005, esta asociación pujante, y el apoyo de Venezuela al programa nuclear iraní- causaba alarmas dentro de la administración estadounidense.
Sobre el terreno, las firmas iraníes construyeron fábricas de cemento y municiones, abrieron una planta automovilística, y lanzaron vínculos aéreos directos entre ambas capitales.
El valor de los proyectos industriales iraníes en Venezuela alcanzaron los 4 mil millones de dólares, y para 2008 el comercio bilateral había crecido de forma significativa.
El lazo se mantuvo firme con Nicolás Maduro. Sin embargo, la relación en poco tiempo enfrentó uno de sus retos más severos: sanciones abrumadoras y aplastantes de los Estados Unidos. Esta presión externa transformó su “eje” en un salvavidas práctico y vital.
La visión por sí sola no mantiene las luces prendidas. En consecuencia, la alianza evolucionó hacia la unión de la retórica hacia un pacto pragmático de supervivencia y desarrollo.
Para 2020, la industria refinadora de Venezuela había colapsado, En respuesta a esto, Irán despachó cinco tanqueros cargando 60 millones de galones de gasolina en un desafiante viaje de 9 mil millas, con ambas naciones advirtiéndole a los Estados Unidos contra cualquier interferencia. Esta fue una misión de rescate arriesgada por la soberanía energética, luego formalizada en un contrato por el valor de 110 millones de euros para reparar la refinería El Palito, en Venezuela.
La cooperación, sin embargo, se expandió mucho más allá del petróleo. Una cadena de supermercados iraní abrió en Caracas, y ambas naciones lanzaron investigaciones conjuntas en nanotecnología. Esta fue un proyecto integral para construir capacidades soberanas, cubriendo todo desde seguridad alimentaria pasando por industrias y llegando a la tecnología avanzada.
De manera crítica, la cooperación se extendió a los ámbitos culturales y científicos de ambas naciones. Ministerios de ciencias, cultura y educación iban y venían. Esta ya no era solamente sobre comercio; fue la forja de una alianza intelectual a largo plazo.
Este éxito multidimensional y tangible no pasó desapercibido. En Washington, la alarma se cristalizó en una contra-estrategia formal. Ya para 2012, el Congreso realizó audiencias y redactó legislación para específicamente contrarrestar la presencia creciente de Irán y su “actividad hostil” en el hemisferio occidental. Una asociación pacífica dedicada a mejorar las vidas de quienes habían sido oficialmente designados como adversarios por la ley estadounidense.
Y con esa mirada fija sobre eso, la narrativa oscura se intensificó. El Mossad difundió reportes falsos sobre una base naval iraní en un puerto venezolano. En Washington y, estrafalariamente, en todo los medios estadounidenses, la alianza ya no era encuadrada como un desafío regional sino como una amenaza de seguridad y existencial a las puertas de Estados Unidos.
Aun así, en 2022, los dos países desafiantemente firmaron un plan de cooperación estratégica por 20 años en Teherán, firmado por el presidente venezolano Nicolás Maduro y el presidente iraní, Ebrahim Raisi.
A pesar de las amenazas en escalada, cada fase de la relación se construyó sobre la anterior. Era esta visión compartida que hizo posible la cooperación práctica. Fue este compromiso determinado a la soberanía y la libertad de la dominación que finalmente condujo a los asesinatos en el Caribe, el derramamiento de sangre en Venezuela y el secuestro de su presidente.
Pero esta no es una alineación pasajera. Es estructural, una red resiliente que ha sobrevivido a la muerte de su fundador, el líder venezolano Hugo Chávez. Fue preservado y prosperó a pesar de transiciones políticas, a más de dos décadas de presión estadounidense y acción congresional directa para revertirlo.
Estas dos naciones concluyeron hace tiempo que cuando eres excluido del sistema, no ruegas para reingresar. Construyes una alternativa, parte por parte. Pero cuando el nuevo plan para la independencia esté siendo escrito, ¿qué hace un poder envejecido?
Busca borrar a los arquitectos y, aun más importante, a la arquitectura.
Conclusión
El ataque contra Venezuela fue un mensaje enviado a cada nación que busque su independencia: no estás a salvo. Tu soberanía es condicional. Tus recursos están perdidos
El aplauso del régimen sionista en respuesta al asesinato y agresión confirmó la calidad de las relaciones Venezuela-Irán y la identidad y naturaleza del antagonista. Los rumores persistentes -con frecuencia extraído desde la inteligencia del régimen israelí- de un puesto de avanzada iraní o una base para Hezbolá en el Caribe fueron más munición para una narrativa hostil. Revelaron el poder detrás del telón.
Para el supremacismo del sionismo y sus aliados neoconservadores -que, en efecto, son uno y lo mismo- esta es la amenaza mayor. La mera existencia de naciones independientes, en la búsqueda de su propio honor y dignidad y la demanda de iguales derechos, es un desafío existencial a sus dominios. Para ellos, semejante amenaza justifica cualquier respuesta.
Pero quienes planearon esta operación cometieron un error de cálculo crítico. Creyeron que al cortar la cabeza, el cuerpo colapsaría. No entendieron sus raíces.
Esta alianza fue la vanguardia de un mundo multipolar y se fundó sobre una creencia radicalmente profunda e ideológica en la dignidad compartida y el honor de ambos pueblos. Buscó desafiar a la arquitectura del orden unipolar incluso antes del ascenso del antagonismo entre el occidente y Rusia o China. Afirmó el derecho de las naciones a mapear su propio curso independiente. Esta hermandad ayudó a prender el fuego que un imperio agonizando pueda sofocar, no importa cuán violentamente pueda golpear. La solidaridad y la camaradería entre gente de distintos continentes, razas y religiones se ha vuelto un faro de esperanza para la era post-Estados Unidos.
Esta alianza nunca fue meramente bilateral. Era el pilar de una constelación más amplia -dentro de los BRICS y el Sur Global- de naciones determinadas a escribir sus propias reglas, a vivir en sus propios términos, y rechazar la lógica exhausta del colonialismo bajo un nuevo disfraz. El sentimiento anti-colonial no es una reliquia ni en Caracas ni en Teherán; es el propio combustible de la determinación de sus pueblos para resistir la piratería, el saqueo y, aun más importante, la colonización de la mente.
El tiempo demostrará que el secuestro del presidente Nicolás Maduro producirá efectos indeseados. No ha espantado al pueblo venezolano hacia la sumisión. En su lugar, ha hecho de su resistencia una inspiración global, iluminando para el mundo entero la fuerza de una nación determinada a desafiar el imperio. En todo el mundo, la gente ahora son testigos de hombres y mujeres marchando desafiante, rechazando ser colonizados por Washington.
Mientras tanto, sus aliados en Irán -igualmente luchando contra el terror y la agresión sionista- continuarán del lado de Venezuela en las buenas y en las malas. La marcha colectiva hacia la liberación de los imperios continúa.
Esta traducción es una transcripción del monólogo que el profesor Mohammad Marandi dio en su programa “Desmitificando Irán”, transmitido por Al Mayadeen el 16 de enero de 2026. Cedida a esta redacción, la traducción para Misión Verdad la realizó Diego Sequera.
Seyyed Mohammad Marandi es profesor de literatura inglesa y orientalismo en la Universidad de Teherán. Es un reconocido comentarista en diversos medios sobre la realidad iraní, a contracorriente del consenso hostil elaborado por las plataformas de medios y políticas occidentales.
