Cosa c’è di nuovo, Davos?

Fernando Buen Abad

Davos è un rituale annuale di accoppiamento simbolico (e non solo) tra capitali, Stati e corporazioni. Davos, e il suo incontro di gerarchi del World Economic Forum (WEF), dal 19 al 23 gennaio 2026, non inizia con i suoi discorsi, ma con la sua scenografia: una valle alpina pulita, blindata, innevata, dove il freddo funziona come metafora della distanza sociale e morale tra chi decide e chi patisce.

Davos è un segno prima di essere un evento. Un segno che si ripete ogni anno per riaffermare un’idea centrale del capitalismo tardivo: il mondo è in crisi, ma la crisi si gestisce meglio da saloni riscaldati, con i badge al collo e un linguaggio che simula preoccupazione mentre protegge interessi. Parlare di Davos è leggere un testo carico di simboli egemonici, silenzi e gesti calcolati, dove il significato non coincide mai del tutto con ciò che viene detto. Il motto di quest’anno è “Uno spirito di dialogo” e il suo piano è favorire cooperazione e conversazioni franche in un mondo sempre più diviso.

Sarà un “incontro sull’orlo dell’abisso” e non è una formula retorica. L’abisso appare come un fenomeno naturale, quasi geologico, non come il risultato storico di politiche estrattive, guerre programmate, saccheggi finanziari e devastazioni sociali. Nessuno a Davos dice “noi abbiamo scavato questo abisso”. Si dice “il mondo affronta rischi”, “l’umanità vive tensioni”, “l’incertezza cresce”. Il soggetto si dissolve, la responsabilità evapora, il sistema rimane intatto. La sua scenografia funziona come anestesia, le sue parole addormentano il pubblico, i suoi concetti disattivano il conflitto di classe, le sue narrative trasformano la catastrofe del capitalismo in un problema tecnico di gestione.

Un buon numero di mercanti di guerre non arriverà con stivali e fucili, ma con abiti scuri e powerpoint. Parleranno di “sicurezza”, “stabilità regionale”, “ricostruzione”, “industria della difesa”. Ogni parola è un eufemismo accuratamente levigato per nascondere il sangue dietro il bilancio. Le guerre, viste a Davos, non sono una tragedia, ma un’opportunità di investimento. Un mercato emergente. Parleranno di contratti, innovazione tecnologica, alleanze strategiche.  La semiotica bellica del forum trasforma la morte in esternalità, e la distruzione in indicatore di crescita.

Ci saranno gli ingannatori mediatici seriali. Sono gli interpreti ufficiali del senso. Traducono il cinismo in ottimismo, l’avidità in guida, il saccheggio in riforma. Presentano Davos come uno spazio pluralista, diverso, dialogante, quando in realtà è un coro intonato attorno a un’unica partitura: la continuità dell’ordine esistente. Il pluralismo è scenografico. La semiotica mediatica di Davos consiste nel mostrare dibattito dove c’è consenso strutturale, e diversità dove c’è omogeneità ideologica.

Andranno gli avvoltoi finanziari che sorvolano sempre il forum come uccelli sacri del capitale. Non hanno bisogno di parlare molto; il loro linguaggio è il movimento invisibile dei mercati, le aspettative, le valutazioni del rischio. Lì si negoziano futuri che non appartengono a coloro che li vivranno. Interi paesi appaiono ridotti a grafici, popolazioni convertite in variabili, diritti trasformati in costi. L’abisso, per loro, non è un pericolo, ma un vantaggio competitivo; quanto più profonda è la crisi, più economica è l’opportunità.

Davos funziona come un grande dispositivo di legittimazione. Non produce decisioni vincolanti, ma produce senso. E il senso è potere. Definisce cosa è un problema e cosa non lo è, cosa è urgente e cosa può aspettare, chi parla con autorità e chi resta fuori dall’inquadratura. La povertà viene discussa, ma mai come conseguenza necessaria della ricchezza concentrata. La disuguaglianza preoccupa, ma non abbastanza da alterare la struttura che la riproduce. Tutto viene detto in un linguaggio che simula autocritica, senza toccare il nucleo del sistema.

Il suo “spirito di dialogo”, un altro esercizio di segni minacciosi. Dialogo tra chi? Non dialogano i popoli con coloro che decidono sulle loro risorse. Dialogano l’élite tra loro, negoziando sfumature, non i fondamenti. È un dialogo endogamico, autoreferenziale. La semiotica del dialogo a Davos è profondamente anti-democratica perché confonde la conversazione tra potenti con la deliberazione collettiva.Cosa aspettarsi allora da questo incontro sull’orlo dell’abisso? Non soluzioni strutturali, ma narrazioni rassicuranti. Non giustizia, ma filantropia cosmetica. Davos non è il luogo dove si evita l’abisso, è il luogo dove si impara a convivere con esso, a gestirlo, a trarne vantaggio senza cadervi dentro. È la sala di controllo simbolico di un sistema che sa di essere in crisi, ma non è disposto a smettere di essere ciò che è.

Davos, letto criticamente, diventa evidenza. Mostra con chiarezza oscena la disconnessione tra il potere globale e la vita dei popoli. Espone l’oscenità di un mondo dove coloro che parlano di salvare il pianeta arrivano in aerei privati, coloro che parlano di pace investono in armi, coloro che parlano di uguaglianza accumulano fortune inimmaginabili. Una delle battaglie centrali è semiotica: chi nomina il mondo, con quali parole, a beneficio di chi. Davos è una fabbrica di nomi falsi. Chiamano “crisi” ciò che è saccheggio, “rischio” ciò che è ingiustizia pianificata, “futuro” ciò che è ripetizione ampliata del disastro.

Finché i mercanti di guerre, gli ingannatori mediatici e gli avvoltoi finanziari continueranno a monopolizzare il senso, il mondo resterà sull’orlo, non per fatalità, ma per progetto. Il pericoloso non è Davos in sé, ma la naturalizzazione della sua narrativa come se fosse l’unica possibile. Di fronte a ciò, la semiotica critica non è un lusso accademico, è uno strumento di sopravvivenza simbolica. Perché chi controlla il significato, controlla la rotta. E Davos lo sa.


¿Qué hay de nuevo, Davos?

Por: Fernando Buen Abad

Davos es un ritual anual de apareamiento simbólico (y no sólo) entre capitales, Estados y corporaciones. Davos, y su reunión de jerarcas del Foro Económico Mundial (WEF), del 19 al 23 de enero de 2026, no empieza con sus discursos, sino con su escenografía, un valle alpino pulcro, blindado, nevado, donde el frío funciona como metáfora de la distancia social y moral entre quienes deciden y quienes padecen. Davos es un signo antes que ser un evento. Un signo que se repite cada año para reafirmar una idea central del capitalismo tardío: el mundo está en crisis, pero la crisis se administra mejor desde salones calefaccionados, con credenciales colgadas al cuello y un lenguaje que simula preocupación mientras protege intereses. Hablar de Davos es leer un texto cargado de símbolos hegemónicos, silencios y gestos calculados, donde el significado nunca coincide del todo con lo que se dice. El lema de este año es “A spirit of dialogue” (Un espíritu de diálogo) y su plan es fomentar cooperación y conversaciones francas en un mundo cada vez más dividido.

Será un “encuentro al borde del abismo” y no es una fórmula retórica. El abismo aparece como un fenómeno natural, casi geológico, no como el resultado histórico de políticas extractivas, jugosas guerras planificadas, saqueos financieros y devastaciones sociales. Nadie en Davos dice “nosotros cavamos este abismo”. Se dice “el mundo enfrenta riesgos”, “la humanidad vive tensiones”, “la incertidumbre crece”. El sujeto se diluye, la responsabilidad se evapora, el sistema queda intacto. Su escenografía opera como anestesia, sus palabras adormecen al público, sus conceptos desactivan el conflicto de clase, sus narrativas convierten la catástrofe del capitalismo en un problema técnico de gestión.

Un número nutrido de comerciantes de guerras no llegará con botas ni fusiles, llegará con trajes oscuros y powerpoints. Hablarán de “seguridad”, “estabilidad regional”, “reconstrucción”, “industria de defensa”. Cada palabra como eufemismo cuidadosamente pulido para ocultar la sangre detrás del balance. Las guerras, vistas en Davos, no son una tragedia, sino una oportunidad de inversión. Un mercado emergente. Hablarán de contratos, innovación tecnológica, alianzas estratégicas. La semiótica bélica del foro transforma la muerte en externalidad, y la destrucción, en indicador de crecimiento.

Estarán los engañadores mediáticos seriales. Son los intérpretes oficiales del sentido. Traducen el cinismo en optimismo, la codicia en liderazgo, el saqueo en reforma. Presentan a Davos como un espacio plural, diverso, dialogante, cuando en realidad es un coro afinado en torno a una partitura única: la continuidad del orden existente. El pluralismo es escenográfico. La semiótica mediática de Davos consiste en mostrar debate donde hay consenso estructural, y diversidad donde hay homogeneidad ideológica. 

Irán los buitres financieros que siempre sobrevuelan el foro como aves sagradas del capital. No necesitan hablar mucho; su lenguaje es el movimiento invisible de los mercados, las expectativas, las calificaciones de riesgo. Allí se negocian futuros que no les pertenecen a quienes los van a vivir. Países enteros aparecen reducidos a gráficos, poblaciones convertidas en variables, derechos transformados en costos. El abismo, para ellos, no es un peligro, sino una ventaja competitiva; cuanto más profunda la crisis, más barata la oportunidad.

Davos funciona como un gran dispositivo de legitimación. No produce decisiones vinculantes, pero produce sentido. Y el sentido es poder. Define qué es un problema y qué no, qué es urgente y qué puede esperar, quién habla con autoridad y quién queda fuera del encuadre. La pobreza se discute, pero nunca como consecuencia necesaria de la riqueza concentrada. La desigualdad preocupa, pero no lo suficiente como para alterar la estructura que la reproduce. Todo se dice en un lenguaje que simula autocrítica, sin tocar el núcleo del sistema.

Su “espíritu de diálogo”, otro ejercicio de signos

amenazantes. ¿Diálogo entre quiénes? No dialogan los pueblos con quienes deciden sobre sus recursos. Dialogan élites entre sí, negociando matices, no fundamentos. Es un diálogo endogámico, autorreferencial. La semiótica del diálogo en Davos es profundamente antidemocrática porque confunde conversación entre poderosos con deliberación colectiva. ¿Qué esperar entonces de este encuentro al borde del abismo? No soluciones estructurales, sino relatos tranquilizadores. No justicia, sino filantropía cosmética. Davos no es el lugar donde se evita el abismo, es el lugar donde se aprende a convivir con él, a administrarlo, a sacarle provecho sin caer dentro. Es la sala de control simbólico de un sistema que sabe que está en crisis, pero no está dispuesto a dejar de ser lo que es.

Davos, leído críticamente, se convierte en evidencia. Muestra con claridad obscena la desconexión entre el poder global y la vida de los pueblos. Exhibe la obscenidad de un mundo donde quienes hablan de salvar el planeta llegan en jets privados, quienes hablan de paz invierten en armas, quienes hablan de igualdad acumulan fortunas

inimaginables. Una de las batallas centrales es semiótica: quién nombra el mundo, con qué palabras, para beneficio de quién. Davos es una fábrica de nombres falsos. Llaman “crisis” a lo que es saqueo, “riesgo” a lo que es injusticia planificada, “futuro” a lo que es repetición ampliada del desastre.

Mientras los comerciantes de guerras, los engañadores mediáticos y los buitres financieros sigan monopolizando el sentido, el mundo seguirá al borde, no por fatalidad, sino por diseño. Lo peligroso no es Davos en sí, sino la naturalización de su narrativa como si fuera la única posible. Frente a eso, la semiótica crítica no es un lujo académico, es una herramienta de supervivencia simbólica. Porque quien controla el significado, controla el rumbo. Y Davos lo sabe.

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