Mi vergogno di ripetermi, ma dopo trent’anni sento e leggo sempre gli stessi argomenti, più carichi di ovvietà che di conferma storica, come se il mondo fosse stato creato ieri. Certo, nessuno è detentore della verità e persino i fisici quantistici del MIT sbagliano con i quark, ma è penoso dover ascoltare, con rispetto, teorie da ubriachi da bar (per ricordare Umberto Eco) come se stessero scoprendo la polvere da sparo o, peggio, la pietra filosofale; e come se le loro elucubrazioni o, peggio, i loro soliti cliché avessero lo stesso valore della Teoria dell’evoluzione o della Teoria della Relatività.
Oggi, agli ubriachi da bar si sono aggiunti mercenari accademici, o qualcosa del genere, disposti a sostenere che “la Terra è il centro dell’Universo” purché qualche grande casa editrice (a giudicare dalla storia, promosse dalla CIA e da piccole donazioni di grandi corporation) li lanci nella fama e in guadagni dalle vendite che, altrimenti, per il solo peso delle loro idee, rimarrebbero solo ubriachi da bar – con qualche titolo universitario, chiaramente.
Il mercato e la cultura consumistica sanno quello che fanno: sfruttano le nostre emozioni cavernicole, in istituzioni medievali, con una tecnologia degli dèi – parafrasando Edward Wilson.
Da molti anni, ogni volta che in una delle mie lezioni disegno tre rombi contigui sulla lavagna e chiedo cosa siano, sempre, e senza eccezioni, gli studenti mi rispondono che “è un cubo”. Non sono bambini, sono universitari.
“Un oggetto in 3D?”, insisto, per non lasciare dubbi. La risposta è sempre ovvia: “Sì, certo!”
Un oggetto tridimensionale. Non ricordo un’eccezione in nessuna delle mie classi, ma sappiamo che alcune popolazioni della Polinesia, prima della colonizzazione, erano solite vedere una figura in 2D, invece di un cubo; al contrario, non vedevano una storia in una sequenza di fumetti.
Quando sono un po’ annoiato, avvicino il viso alla lavagna e guardo la figura del presunto cubo dalla superficie: “Beh, io non vedo alcun oggetto”, dico loro. “Da qui, piuttosto si vede una linea, come se dai vostri posti si vedesse solo una figura in due dimensioni…”
“Il cubo è reale perché posso vederlo”, mi disse uno studente.
Proiettai uno schermo giallo. “Questo colore che vedete qui è reale?”
Risposta unanime: “Ovviamente, è il giallo. It’s the color yellow. Lo vediamo tutti. È reale”.
“Capisco. È reale”, risposi. “Tuttavia, è una realtà che non esiste. Almeno, non è più reale dei sogni.”
Ci fu una risata unanime.
Questo giallo non esiste al di fuori dei nostri cervelli. Il proiettore, come qualsiasi schermo digitale, proietta solo verde, rosso e blu. Nemmeno la nostra retina ha coni sensibili al giallo. È un’illusione, un’illusione consistente che ci evita di scontrarci a un incrocio con i semafori. Esattamente come l’inesistenza del profumo di una rosa, che esiste solo quando qualcuno la avvicina al naso. Prima e dopo, il profumo non esiste. O i Notturni di Chopin.
Quella bellezza pianistica è una “complicità umana”, ma senza una persona che l’ascolti, è semplice vibrazione dell’aria, come il profumo è semplice chimica prima di trasformarsi in odore in un cervello animale.
Ho un grande rispetto per i giovani, perché so che, anche da vecchi, continuiamo a imparare, a cambiare o ad aggiustare la nostra comprensione del mondo. Per giunta (perché per giunta?), non possiamo mai dire di aver raggiunto la verità, a meno che non siamo una sorta di fanatico, uno di quelli che abbondano nella storia dell’Umanità.
Quel che mi è chiaro è che, senza la ora maledetta educazione (“gli insegnanti sono i nemici”, JD Vance, JG Milei) dovremmo ricominciare come i Sumeri prima delle loro complesse tavolette d’argilla e della loro Silicon Valley, 5200 anni fa; o come i cavernicoli, quasi un milione di anni fa, dominando il fuoco per poi, da vecchi, scoprire che il 73 è il numero più misterioso o che mestruare non significa essere malate, ma tutto il contrario.
Questa proiezione di ciò che comprendiamo (il cubo) su ciò che vediamo (i rombi) è universale. Credo anche che abbiamo già analizzato e ripetuto fino allo sfinimento che ci sono parole che sono ideolessiche (cubi?) e, pertanto, il loro significato è un prodotto storico, il risultato di molteplici lotte filosofiche, politiche e sociali (La narración de lo invisible: Una teoría política sobre los campos semánticos, 2004).
Così anche, per esempio, quando parliamo di Europa e Africa nel XIII secolo, o dopo, proiettiamo in quelle due parole la nostra conoscenza limitata e vediamo un continente sviluppato e uno povero, l’esatto contrario della realtà. Lo stesso con i secoli che durò l’Impero arabo e l’Europa di allora. Uno era il centro sviluppato del mondo e l’altra una periferia piena di fanatici talebani – e non era precisamente il mondo islamico.
Lo stesso possiamo dire con parole come “statunitense”: i più fanatici sciovinisti non considerano nemmeno che il passato è un paese straniero, e che lo stereotipo di “americano”, il cowboy (quel messicano bianco) tipo Clint Eastwood (quell’invenzione di un italiano) sarebbe stato irriconoscibile per la generazione fondatrice, più britannica nelle sue forme – non nel suo fanatismo per la proprietà privata attraverso la violenza della spoliazione altrui.
Questa tesi che pubblicammo all’Università della Georgia nel 2004, sebbene ponesse l’accento su una guerra culturale (senza negare il valore storicamente provato della logica marxista del materialismo dialettico, sebbene in apparenza le si opponga) mirava esattamente all’opposto dei prodotti successivi dell’attuale guerra culturale.
Quando leggemmo affermazioni come “il nazismo era di sinistra” perché il suo nome completo era “Nazional Socialismo”, le prendemmo come quando un bambino ci dice che in Antartide i pinguini camminano a testa in giù, perché il Sud è in basso. O che la Terra è piatta, per non andare troppo lontano. Naturalmente il commercio dell’odio, della crudeltà e della stupidità sarà sempre molto redditizio per le grandi case editrici e i grandi media.
Se seguiamo questa linea di analisi pseudo-etimologica, bisognerà dire, senza alcun dubbio, che “i libertari sono comunisti anarchici”. Questa è l’origine della parola e della bandiera libertaria. Cioè, vale a dire, Ron DeSantis, i MAGA, i liberti di Milei, di Bolsonaro, di Kast (i neofascisti, i membri ultraconservatori del CPAC che fondò questa corrente orgogliosa della sua mediocrità) sono anarco-sindacalisti e comunisti anarchici. Dico, per intenderci con il livello fogna che domina oggi il pensiero (se si può chiamare così) anti-illuminista e anti-cultura.
Il pensiero della barbarie. Certo, per dissimulare, bisogna accusare gli altri dei nostri mali. Un personaggio di El mar estaba sereno (2016), grazie al whisky, riconosceva che “aveva fallito ripetutamente nel volgare tentativo di essere amato dagli altri. In compenso, aveva ottenuto l’ammirazione e il timore altrui, come un dio antico, seppure nella misura giusta e necessaria. Ma non l’affetto e tanto meno l’amore di nessuno… Con il tempo aveva sviluppato la sua propria teoria psicologica, nonostante i suoi rudimenti intellettuali: ogni individuo che si ama per ciò che fa, si detesta per ciò che è”.
El pensamiento de la barbarie
Por: Jorge Majfud
Me da pudor repetirme, pero luego de treinta años, siempre escucho y leo los mismos argumentos, más cargados de obviedad que de confirmación histórica, como si el mundo hubiese sido creado ayer. Por supuesto que nadie es dueño de la verdad y hasta los físicos cuánticos del MIT se equivocan con los quarks, pero es penoso tener que escuchar, con respeto, teorías de borrachos de bar (por recordar a Umberto Eco) como si estuviesen descubriendo la pólvora o, peor, la piedra filosofal; y como si sus desvaríos o, peor, sus clichés de siempre tuviesen el mismo valor que la Teoría de la evolución o la Teoría de la Relatividad.
Hoy, a los borrachos de bar, se les han sumado mercenarios académicos, o algo parecido, dispuestos a sostener que “la Tierra es el centro del Universo” con tal de que alguna gran editorial (a juzgar por la historia, promovidas por la CIA y por pequeñas donaciones de grandes corporaciones) los lance a la fama y a ingresos de ventas que, de otra forma, por el solo peso de sus ideas, seguirían siendo solo borrachos de bar―con algún título universitario, claro.
El mercado y la cultura consumista saben lo que hacen: explotan nuestras emociones cavernícolas, en instituciones medievales, con una tecnología de los dioses―por parafrasear a Edward Wilson.
Desde hace muchos años, cada vez que en alguna de mis clases dibujo tres rombos contiguos en la pizarra y pregunto qué es, siempre, y sin excepciones, los estudiantes me responden que “es un cubo”. No son niños, son universitarios.
“¿Un objeto de 3D?”, insisto, para que no queden dudas. La respuesta es siempre obvia: “Sí, ¡claro!”
Un objeto de tres dimensiones. No recuerdo una excepción en ninguna de mis clases, pero sí sabemos que algunos pueblos de Polinesia, antes de la colonización, solían ver una figura en 2D, en lugar de un cubo; en cambio, no veían una historia en una secuencia de una historieta.
Cuando estoy un poco aburrido, arrimo la cara a la pizarra y miro la figura del supuesto cubo desde la superficie: “Pues, yo no veo ningún objeto”, les digo. “Desde aquí, más bien se ve una línea, como si desde sus butacas se viese sólo una figura en de dos dimensiones…”
“El cubo es real porque lo puedo ver”, me dijo un estudiante.
Le proyecté una pantalla amarilla. “Es este color que ven aquí real?”
Respuesta unánime: “Obvio, es el amarillo. It’s the color yellow. Lo vemos todos. Es real”.
“Entiendo. Es real” les contesté. “Sin embargo, es una realidad que no existe. Al menos, no es más real que los sueños.”
Hubo una risa unánime.
Este amarillo no existe fuera de nuestros cerebros. El proyector, como cualquier pantalla digital, sólo proyecta verde, rojo y azul. Ni siquiera nuestra retina tiene conos sensibles al amarillo. Es una ilusión, una ilusión consistente que nos evita chocar en un cruce con semáforos. Exactamente igual a la inexistencia del olor de una rosa, que solo existe cuando alguien la acerca a su nariz. Antes y después, el olor no existe. O Nocturnos de Chopin.
Esa belleza de piano es una “complicidad humana”, pero sin una persona que la escuche, es simple vibración del aire, como el olor es simple química antes de convertirse en olor en un cerebro animal.
Tengo un gran respeto por los jóvenes, porque sé que, aún de viejos, seguimos aprendiendo, cambiando o ajustando nuestra comprensión del mundo. Para peor (¿por qué para peor?), nunca podemos decir que alcanzamos la verdad, al menos que seamos algún tipo de fanático, uno de esos que sobran en la historia de la Humanidad.
Lo que me queda claro es que, sin la ahora maldita educación (“los profesores son los enemigos”, JD Vance, JG Milei) deberíamos empezar como los sumerios antes de sus complejas tablets de arcilla y su Silicon Valley, hace 5.200 años; o como los cavernícolas, casi un millón de años atrás, dominando el fuego para, así, de viejos, descubrir que el 73 es el número más misteriosos o que menstruar no significa estar enferma, sino todo lo contrario.
Esta proyección de lo que entendemos (el cubo) sobre lo que vemos (los rombos) es universal. También creo que ya analizamos y repetimos hasta el cansancio que hay palabras que son ideoléxicos (¿cubos?) y, por lo tanto, su significado es un producto histórico, el resultado de múltiples luchas filosóficas, políticas y sociales (La narración de lo invisible: Una teoría política sobre los campos semánticos, 2004).
Así también, por ejemplo, cuando hablamos de Europa y África en el siglo XIII, o más tarde, proyectamos en esas dos palabras nuestro limitado conocimiento y vemos un continente desarrollado y otro pobre, el exacto contrario de la realidad. Lo mismo con los siglos que duró el Imperio árabe y la Europa de entonces. Una era el centro desarrollado del mundo y otra una periferia llena de fanáticos talibanes―y no era precisamente el mundo islámico.
Lo mismo podemos decir con palabras como “estadounidense”: los más fanáticos chauvinistas ni siquiera consideran que el pasado es un país extranjero, y que el estereotipo de “americano”, el cowboy (ese mexicano blanco) tipo Clint Eastwood (esa invención de un italiano) hubiese sido irreconocible para la generación fundadora, más británica en sus formas―no en su fanatismo de la propiedad privada a través de la violencia del despojo ajeno.
Esta tesis que publicamos en la Universidad de Georgia en 2004, aunque ponía el acento en una guerra cultural (sin negar el valor históricamente probado de la lógica marxista del materialismo dialectico, aunque en apariencia se le oponga) pretendía exactamente lo contrario a los productos sucesivos de la actual guerra cultural.
Cuando leímos afirmaciones como que “el nazismo era de izquierda” porque su nombre completo era “Nacional Socialismo”, lo tomamos como cuando un niño nos dice que en la Antártida los pingüinos caminan patas arriba, porque el Sur está abajo. O que la Tierra es plana, para no irnos tan lejos. Naturalmente que el comercio del odio, la crueldad y la tontería siempre será muy rentable para las grandes editoriales y los grandes medios.
Si seguimos esta línea de análisis pseudo-etimológico, habrá que decir, sin ningún lugar a dudas, que “los libertarios on comunistas anarquistas”. Ese es el origen de la palabra y de la bandera libertaria. Es decir, o sea, Ron deSantis, los MAGA, los libertos de Milei, de Bolsonaro, de Kast (los neofascistas, los miembros ultraconservadores del CPAC que fundó esta corriente orgullosa de su mediocridad) son anarco-sindicalistas y comunistas anarquistas. Digo, para entendernos con el nivel cloaca que domina hoy el pensamiento (si se puede llamar así) antiilustrado y anti cultura.
El pensamiento de la barbarie. Claro, para disimular, hay que acusar a los demás de nuestras dolencias. Un personaje de El mar estaba sereno (2016), whisky mediante, reconocía que “había fracasado repetidas veces en el vulgar intento de ser amado por los demás. En compensación, había logrado la admiración y el temor ajeno, como un dios antiguo, aunque en la medida justa y necesaria. Pero no el cariño y mucho menos el amor de nadie… Con el tiempo había desarrollado su propia teoría psicológica, a pesar de sus rudimentos intelectuales: todo individuo que se ama por lo que hace, se detesta por lo que es”.
