Il Venezuela come punto di svolta in una regione frammentata

Un’analisi della reazione regionale dopo il 3G

Misión Verdad

Il 3 gennaio ha segnato un punto di rottura nella storia politica recente dell’America Latina. L’azione bellica eseguita dagli USA contro il Venezuela è stata un’operazione su larga scala con un denso contenuto dottrinario, che ha inaugurato una nuova fase di intervento aperto nella regione.

Questo avvenimento espone, con crudezza, una responsabilità condivisa: la passività dei governi latinoamericani, l’assenza di una visione strategica comune e l’incapacità di costruire consensi effettivi per dissuadere azioni illegali di questa natura.

Paesi che oggi condannano l’aggressione, come Brasile, Cile e Uruguay, hanno optato durante anni per il silenzio, l’ambiguità o la distanza politica, rinunciando a esercitare una difesa precoce del principio di sovranità regionale.

Frammentazione regionale

La fragilità del tessuto regionale è rimasta in evidenza già nel 2023, durante il Vertice dei Presidenti Sudamericani convocato dal Brasile.

In quello spazio che, in un primo momento, sembrava incoraggiante, il presidente Nicolás Maduro formulò un appello esplicito a superare le dispute ideologiche sterili e avanzare verso meccanismi di integrazione reali, sostenuti in una visione di Stato e di lungo termine.

“Mettiamo da parte quell’ideologizzazione e diamo passi avanti, con visione di Stato, di altezza, affinché questa iniziativa (…) sia l’inizio di una nuova tappa, si spera di unione vera”, affermò allora, anticipando con chiarezza i rischi di una regione disarticolata di fronte a pressioni esterne.

Nonostante ciò, quell’appello si scontrò con una realtà politica segnata da ambiguità e tiepidezze.

Mentre il presidente del Brasile, Luiz Inácio Lula da Silva, oscillava tra gesti di avvicinamento e dichiarazioni che relativizzavano la natura del sistema politico venezuelano: “La nostra regione ha permesso che le ideologie ci dividano e interrompano gli sforzi di integrazione. Abbiamo abbandonato i nostri canali di dialogo e i meccanismi di cooperazione già esistenti. Come conseguenza, tutti abbiamo perso”, affermò il presidente brasiliano.

Altri attori, come il governo cileno di Gabriel Boric, optarono per discrepanze pubbliche di carattere più infantile che strategico.

“Ho manifestato rispettosamente che avevo una discrepanza con quanto segnalò il presidente Lula il giorno di ieri, nel senso che la situazione di diritti umani in Venezuela era una costruzione narrativa”, disse Boric in mezzo all’incontro.

Queste posizioni, estranee alla comprensione dello scacchiere geopolitico, terminarono rivelando la mancanza di preparazione di certi dirigenti per affrontare dinamiche di potere di scala globale. Il risultato fu un’integrazione incompleta, dichiarativa e fragile, incapace di offrire sostegno effettivo in momenti critici come quelli che si sono sviluppati durante il primo anno dell’amministrazione Trump.

Questa stessa logica si riprodusse nell’ambito multilaterale ampliato.

La decisione del Brasile di porre il veto all’ingresso del Venezuela nei BRICS costituì un errore strategico di grande portata, aggravato dalla forma in cui fu eseguita.

Lula, che non poté viaggiare a Kazan per motivi di salute dopo un incidente domestico che derivò nel suo ricovero, non poté assumere personalmente il costo politico della decisione, e si vide obbligato a terziare l’operazione attraverso il suo gruppo tecnico e diplomatico.

Da quella posizione, il governo brasiliano bloccò l’incorporazione di Caracas. La linea argomentativa fu anticipata dal suo consigliere speciale per gli Affari Internazionali, Celso Amorim, che in un’intervista con CNN sostenne che i BRICS “hanno bisogno di paesi che possano contribuire”, in un’allusione diretta ed esplicita al Venezuela, tralasciando le limitazioni economiche e commerciali del paese sotto sanzioni e blocco.

Il governo del Brasile decise di prioritizzare una lettura stretta e funzionale agli equilibri occidentali prima che chiudere le file con il paese vicino.

Questa azione fu un segnale di disimpegno regionale che indebolì la coesione latinoamericana e facilitò il successivo avanzamento della strategia USA, poiché inviò un segnale di vulnerabilità regionale che fu rapidamente capitalizzato da Washington.

Ora bene, il giorno dell’attacco, le reazioni dei governi latinoamericani lasciarono a nudo un ampio spettro di posizioni:

Messico: Claudia Sheinbaum, la presidentessa messicana, rifiutò “energicamente” l’attacco, segnalando che viola la Carta delle Nazioni Unite e sollecitando all’ONU che “agisca immediatamente” per preservare la pace.

Honduras: La presidente Xiomara Castro qualificò l’operativo come una “aggressione militare” e descrisse il rapimento del presidente e della prima dama come un’offesa alla sovranità dei popoli latinoamericani.

Cuba: Miguel Díaz-Canel qualificò l’attacco di “criminale” e chiese una reazione urgente della comunità internazionale. Al pari di Messico e Honduras, la sua dichiarazione fu diretta.

Argentina: Il presidente Javier Milei celebrò l’attacco qualificandolo di “eccellente notizia per il mondo libero”, mostrando un allineamento esplicito con l’amministrazione Trump.

Cile: Il neo eletto José Antonio Kast qualificò l’attacco di “grande notizia per la regione” e enfatizzò la necessità di coordinare il ritorno sicuro dei venezuelani.

Ecuador: Daniel Noboa, il presidente ecuadoriano, si limitò ad affermare che “a tutti i criminali narco-chavisti arriva la loro ora”, inquadrando l’attacco dentro una narrativa interna anti-chavista, senza riconoscere l’illegalità dell’intervento né l’affezione alla sovranità.

Perù: Il mandatario José Jerí diede il benvenuto a una “nuova era in democrazia e libertà” in Venezuela e annunciò facilitazioni per il ritorno dei migranti venezuelani.

Persino, venti giorni dopo consumata l’aggressione, in totale sfasatura, il presidente Lula espresse pubblicamente la sua indignazione per l’intervento USA in Venezuela e per il rapimento del presidente Nicolás Maduro e della prima dama, Cilia Flores.

Insieme, queste dichiarazioni mostrarono una combinazione di acrobazie discorsive, neutralità funzionale, rifiuto diretto o allineamento esplicito con l’amministrazione Trump, evidenziando l’incapacità di diversi governi di adottare una posizione ferma e coesa regionalmente di difesa della sovranità regionale di fronte all’aggressione USA.

Il corollario Trump in un continente frammentato

Ad un mese esatto dalla pubblicazione della Strategia di Sicurezza Nazionale 2025, gli USA eseguirono la prima azione bellica che materializzò il documento programmatico.

L’attacco del 3 gennaio fu il debutto operativo di una dottrina formalmente annunciata e politicamente assunta dall’amministrazione Trump che si trattò della traduzione immediata di un quadro strategico alla pratica, inviando un segnale inequivocabile al continente sulla nuova fase di esercizio del potere USA.

La Strategia ridefinisce in modo esplicito le priorità di sicurezza e politica estera degli USA. In essa si formalizzò il Corollario Trump della Dottrina Monroe e giustifica l’allineamento di strumenti militari, economici e coercitivi per neutralizzare le “minacce”, spostando il diritto internazionale come quadro regolatore.

In questo nuovo schema, la nozione classica di sovranità statale è sostituita da una sovranità funzionale, misurata dal grado di allineamento con le priorità strategiche di Washington.

Così si introduce una sovranità asimmetrica e condizionata, dove gli USA si riservano per sé la condizione di unico soggetto sovrano pieno nel continente, mentre il resto delle nazioni sono trattate come sovranità derivate, subordinate e revocabili.

Infatti, il presidente della Colombia, Gustavo Petro, manifestò su questo: “So perfettamente che quanto fatto da Donald Trump è aberrante. Hanno distrutto lo stato di diritto a livello mondiale. Si sono orinati sanguinosamente sulla sovranità sacra di tutta l’America Latina e i Caraibi”.

La validità pratica di ogni Stato rimane soggetta a valutazioni tecniche di rischio, governabilità e utilità geopolitica.

Lo stesso testo lo esprime, secondo il quale il destino dell’emisfero deve essere controllato esclusivamente dal popolo statunitense, escludendo sia potenze extra-emisferiche che istituzioni multilaterali. Questa formulazione converte il continente in una zona di giurisdizione strategica ampliata.

L’attacco contro il Venezuela, in quel quadro, operò come atto fondazionale di questa nuova fase dottrinaria. Fu una dimostrazione di forza orientata persino a misurare reazioni regionali.

Che questo debutto si producesse in un continente frammentato, senza meccanismi effettivi di difesa collettiva e con governi incapaci di articolare una risposta comune, non fu accidentale. La balcanizzazione politica dell’America Latina, prodotto di decisioni a corto termine e letture ombelicali, creò lo scenario ideale perché questa strategia si applicasse senza costi immediati nella stessa regione.

In definitiva, quanto accaduto stabilisce un precedente che ridefinisce le regole del gioco latinoamericano e lascia a nudo il costo accumulato della frammentazione regionale.

Si tratta di un continente attraversato da governi che non assegnarono la dovuta importanza storica e trascendentale agli schemi di integrazione e cooperazione strategica proposti in modo reiterato dal Venezuela, concepiti non come allineamenti ideologici, ma come meccanismi di salvaguardia collettiva di fronte ad aggressioni esterne.

Come è accaduto con Gaza, la condanna di mandatari regionali arriva tardi, quando il danno è già fatto e il precedente è stato stabilito.

La storia si ripete; solo dopo l’aperta aggressione emerge un’indignazione che si sarebbe potuta tradurre prima in contenimento politico e diplomatico.

“Sicuramente l’unione è ciò che ci manca per completare l’opera della nostra rigenerazione”: così lo espresse Simón Bolívar. E duecento anni dopo, continua ad avere la tragica ragione.


Un análisis de la reacción regional tras el 3E

Venezuela como punto de inflexión en una región fragmentada

 El 3 de enero marcó un punto de quiebre en la historia política reciente de América Latina. La acción bélica ejecutada por Estados Unidos contra Venezuela se trató de una operación a gran escala con un denso contenido doctrinario, que inauguró una nueva fase de intervención abierta en la región.

Este acontecimiento expone, con crudeza, una responsabilidad compartida: la pasividad de los gobiernos latinoamericanos, la ausencia de una visión estratégica común y la incapacidad de construir consensos efectivos para disuadir acciones ilegales de esta naturaleza.

Países que hoy condenan la agresión, como Brasil, Chile y Uruguay, optaron durante años por el silencio, la ambigüedad o la distancia política, renunciando a ejercer una defensa temprana del principio de soberanía regional.

Fragmentación regional

La fragilidad del entramado regional quedó en evidencia ya en 2023, durante la Cumbre de Presidentes Suramericanos convocada por Brasil.

En ese espacio que, en un principio, lucía alentador, el presidente Nicolás Maduro formuló un llamado explícito a superar las disputas ideológicas estériles y avanzar hacia mecanismos de integración reales, sostenidos en una visión de Estado y de largo plazo.

“Pongamos de lado esa ideologización y demos pasos adelante, con visión de Estado, de altura, para que esta iniciativa (…) sea el inicio de una nueva etapa, ojalá de unión verdadera”, afirmó entonces, anticipando con claridad los riesgos de una región desarticulada frente a presiones externas.

No obstante, ese llamado chocó con una realidad política marcada por ambigüedades y tibiezas.

Mientras el presidente de Brasil, Luiz Inácio Lula da Silva, oscilaba entre gestos de acercamiento y declaraciones que relativizaban la naturaleza del sistema político venezolano: “Nuestra región ha permitido que las ideologías nos dividan e interrumpan los esfuerzos de integración. Hemos abandonado nuestros canales de diálogo y los mecanismos de cooperación ya existentes. Como consecuencia, todos hemos perdido”, afirmó el presidente brasileño.

Otros actores, como el gobierno chileno de Gabriel Boric, optaron por discrepancias públicas de carácter más infantil que estratégico.

“Manifesté respetuosamente que tenía una discrepancia con lo que señaló el presidente Lula el día de ayer, en el sentido de que la situación de derechos humanos en Venezuela era una construcción narrativa”, dijo Boric en medio del encuentro.

Estas posiciones, ajenas a la comprensión del tablero geopolítico, terminaron revelando la falta de preparación de ciertos liderazgos para enfrentar dinámicas de poder de escala global. El resultado fue una integración incompleta, declarativa y frágil, incapaz de ofrecer respaldo efectivo en momentos críticos como los que se han desarrollado durante el primer año de la administración Trump.

Esta misma lógica se reprodujo en el ámbito multilateral ampliado.

La decisión de Brasil de vetar el ingreso de Venezuela a los BRICS constituyó un error estratégico de gran alcance, agravado por la forma en que fue ejecutada.

Lula, quien no pudo viajar a Kazán por motivos de salud tras un accidente doméstico que derivó en su hospitalización, no pudo asumir personalmente el costo político de la decisión, y se vio obligado a tercerizar la operación a través de su equipo técnico y diplomático.

Desde esa posición, el gobierno brasileño bloqueó la incorporación de Caracas. La línea argumental fue adelantada por su asesor especial para Asuntos Internacionales, Celso Amorim, quien en una entrevista con CNN sostuvo que los BRICS “necesitan países que puedan contribuir”, en una alusión directa y explícita a Venezuela, obviando las limitaciones económicas y comerciales del país bajo sanciones y bloqueo.

El gobierno de Brasil decidió priorizar una lectura estrecha y funcional a los equilibrios occidentales antes que cerrar filas con el país vecino.

Esta acción fue una señal de desmarque regional que debilitó la cohesión latinoamericana y facilitó el posterior avance de la estrategia estadounidense, pues envió una señal de vulnerabilidad regional que fue rápidamente capitalizada por Washington.

Ahora bien, el día del ataque, las reacciones de los gobiernos latinoamericanos dejaron al descubierto un amplio espectro de posturas:

México: Claudia Sheinbaum, la presidenta mexicana, rechazó “enérgicamente” el ataque, señalando que viola la Carta de las Naciones Unidas y solicitando a la ONU que “actúe inmediatamente” para preservar la paz.

Honduras: La presidenta Xiomara Castro calificó el operativo como una “agresión militar” y describió el secuestro del presidente y la primera dama como una afrenta a la soberanía de los pueblos latinoamericanos.

Cuba: Miguel Díaz-Canel calificó el ataque de “criminal” y pidió una reacción urgente de la comunidad internacional. Al igual que México y Honduras, su declaración fue directa.

Argentina: El presidente Javier Milei celebró el ataque calificándolo de “excelente noticia para el mundo libre”, mostrando un alineamiento explícito con la administración Trump.

Chile: El recién electo José Antonio Kast calificó el ataque de “gran noticia para la región” y enfatizó la necesidad de coordinar el regreso seguro de los venezolanos.

Ecuador: Daniel Noboa, el presidente ecuatoriano, se limitó a afirmar que “a todos los criminales narco-chavistas les llega su hora”, enmarcando el ataque dentro de una narrativa interna anti-chavista, sin reconocer la ilegalidad de la intervención ni la afectación a la soberanía.

Perú: El mandatario José Jerí dio la bienvenida a una “nueva era en democracia y libertad” en Venezuela y anunció facilidades para el retorno de migrantes venezolanos.

Incluso, veinte días después de consumada la agresión, en total desfase, el presidente Lula expresó públicamente su indignación por la intervención de Estados Unidos en Venezuela y por el secuestro del presidente Nicolás Maduro y de la primera dama, Cilia Flores.

En conjunto, estas declaraciones mostraron una combinación de acrobacias discursivas, neutralidad funcional, rechazo directo o alineamiento explícito con la administración Trump, evidenciando la incapacidad de varios gobiernos para adoptar una postura firme y cohesionada regionalmente de defensa de la soberanía regional frente a la agresión estadounidense.

 El corolario Trump EN un continente fragmentado

A un mes exacto de la publicación de la Estrategia de Seguridad Nacional 2025, Estados Unidos ejecutó la primera acción bélica que materializó el documento programático.

El ataque del 3 de enero fue el debut operativo de una doctrina formalmente anunciada y políticamente asumida por la administración Trump que se trató de la traducción inmediata de un marco estratégico a la práctica, enviando una señal inequívoca al continente sobre la nueva fase de ejercicio del poder estadounidense.

La Estrategia redefine de manera explícita las prioridades de seguridad y política exterior de Estados Unidos. En ella se formalizó el Corolario Trump de la Doctrina Monroe y justifica el alineamiento de instrumentos militares, económicos y coercitivos para neutralizar las “amenazas”, desplazando el derecho internacional como marco regulador.

En este nuevo esquema, la noción clásica de soberanía estatal es sustituida por una soberanía funcional, medida por el grado de alineamiento con las prioridades estratégicas de Washington.

Así que se introduce una soberanía asimétrica y condicionada, donde Estados Unidos se reserva para sí la condición de único sujeto soberano pleno en el continente, mientras que el resto de las naciones son tratadas como soberanías derivadas, subordinadas y revocables.

De hecho, el presidente de Colombia, Gustavo Petro, se manifestó sobre esto: “Sé perfectamente que lo hecho por Donald Trump es aberrante. Han destruido el estado de derecho a nivel mundial. Se han orinado sangrientamente sobre la soberanía sagrada de toda Latinoamérica y el Caribe”.

La validez práctica de cada Estado queda sujeta a evaluaciones técnicas de riesgo, gobernabilidad y utilidad geopolítica.

El propio texto lo expresa, según el cual el destino del hemisferio debe ser controlado exclusivamente por el pueblo estadounidense, excluyendo tanto a potencias extrahemisféricas como a instituciones multilaterales. Esta formulación convierte al continente en una zona de jurisdicción estratégica ampliada.

El ataque contra Venezuela, en ese marco, operó como acto fundacional de esta nueva fase doctrinaria. Fue una demostración de fuerza orientada incluso a medir reacciones regionales.

Que este debut se produjera en un continente fragmentado, sin mecanismos efectivos de defensa colectiva y con gobiernos incapaces de articular una respuesta común, no fue accidental. La balcanización política de América Latina, producto de decisiones cortoplacistas y lecturas ombliguistas, creó el escenario ideal para que esta estrategia se aplicara sin costos inmediatos en la propia región.

En definitiva, lo ocurrido sienta un precedente que redefine las reglas del juego latinoamericano y deja al descubierto el costo acumulado de la fragmentación regional. Se trata de un continente atravesado por gobiernos que no otorgaron la debida importancia histórica y trascendental a los esquemas de integración y cooperación estratégica propuestos de manera reiterada por Venezuela, concebidos no como alineamientos ideológicos, sino como mecanismos de resguardo colectivo frente a agresiones externas.

Como ocurrió con Gaza, la condena de mandatarios regionales llega tarde, cuando el daño ya está hecho y el precedente ha sido establecido.

La historia se repite; solo después de la agresión abierta emerge una indignación que pudo haberse traducido antes en contención política y diplomática.

“Seguramente la unión es la que nos falta para completar la obra de nuestra regeneración”: así lo expresó Simón Bolívar. Y doscientos años después, sigue teniendo la trágica razón.

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