La guerra dei meme contro Cuba

Osservatorio sui Media di Cubadebate

Il 29 gennaio 2026, il presidente Donald Trump ha firmato un decreto in cui dichiarava una presunta “emergenza nazionale” di fronte alla “minaccia” che Cuba rappresenterebbe per la sicurezza e la politica estera USA. Il documento abilita, tra altre misure coercitive, la possibilità di imporre dazi ai paesi che forniscono petrolio all’Isola, rafforzando il carattere extraterritoriale del blocco.

Nelle ore e nei giorni successivi — tra il 30 gennaio e il 2 febbraio — si è verificata una valanga coordinata di meme politici sulle piattaforme sociali, diffusa da account di utenti residenti in Florida, diretta esplicitamente contro Cuba, la sua dirigenza politica e la sua sovranità nazionale.

Non si tratta di umorismo spontaneo né di creatività isolata. L’analisi sistematica di 40 meme, realizzata dall’Osservatorio sui Media di Cubadebate, permette di identificare schemi narrativi, estetici e psicologici coerenti con ciò che la dottrina militare USA denomina Operazioni di Informazione (Information Operations / Operations in the Information Environment).

Il termine meme ha origine nel concetto concepito da Richard Dawkins, zoologo e scienziato. Nel suo libro Il gene egoista (1976) espone l’ipotesi “memetica” della trasmissione culturale. In questo caso, Dawkins definisce il “meme” come l’unità minima di informazione che può essere trasmessa.

Questa analisi esamina il fenomeno come un’espressione concreta di guerra informativa e psicologica, adattata alle logiche culturali delle piattaforme digitali.

Dall’intrattenimento all’Operazione di Informazione

La dottrina USA definisce le Operazioni di Informazione come “l’impiego integrato di capacità informative per influenzare percezioni, decisioni e comportamenti di pubblici avversari, neutrali o alleati, proteggendo al contempo la propria libertà d’azione”. Non si tratta solo di comunicazione, ma di un’architettura operativa che articola narrative, piattaforme, tecnologie ed effetti cognitivi.

In quel contesto, i meme occupano un posto privilegiato. Il Center for Naval Analyses (CNA) — istituzione finanziata dal governo USA che consiglia direttamente la Marina e il Corpo dei Marine — lo riconosce senza ambiguità nel suo rapporto Exploring the Utility of Memes for U.S. Government Influence Campaigns (2018):

“La brevità e la rigidità dei meme visivi li rendono particolarmente adatti per campagne d’influenza, poiché permettono di comunicare concetti complessi in modo emotivo e rapido”.

Questo studio sottolinea che i meme funzionano come informazione percettiva: non hanno bisogno di essere argomentati, perché operano a livello intuitivo ed emotivo, il che riduce il tempo di elaborazione cognitiva del ricevente.

“I meme possono essere usati per anticipare, infettare o trattare un pensiero divenuto virale nell’opinione pubblica”, aggiunge il documento elaborato dai consulenti militari USA.

Il caso Cuba: anatomia di un’offensiva

40 meme sono stati analizzati dall’Osservatorio sui Media di Cubadebate. Sono stati pubblicati sulle piattaforme di reti sociali dal 30 gennaio al 2 febbraio 2026. Fonti: X, Facebook, Instagram.

L’analisi di questi 40 meme, diffusi dopo il decreto di Trump, rivela un’evidente omogeneità narrativa, incompatibile con l’ipotesi di produzione spontanea. Tutti condividono:

  • Origine geografica comune (Florida).
  • Finestra temporale concentrata (successiva al decreto di Trump).
  • Repertorio visivo e simbolico reiterato.
  • Obiettivi politici convergenti.

I principali assi narrativi identificati (vedi Allegato 1) sono i seguenti:

a) Annessionismo esplicito

Una parte sostanziale dei meme presenta Cuba come il “51º Stato” degli USA, con l’obiettivo di normalizzare la scomparsa della sovranità nazionale, mediante mappe alterate, bandiere fuse o slogan come “Cuba State 51”. Questa narrativa non è metaforica: legittima simbolicamente una relazione coloniale.

b) Glorificazione di Trump e Marco Rubio

Trump appare rappresentato come capo messianico, liberatore o tutore imperiale, mentre Marco Rubio è integrato come operatore chiave della punizione e della “transizione”. Il potere USA si presenta come inevitabile e moralmente superiore.

c) Sequestro simbolico della dirigenza cubana

Diversi meme rappresentano il presidente Miguel Díaz-Canel come oggetto di cattura, umiliazione o minaccia diretta. Si personalizza il conflitto per depoliticizzarlo e ridurlo a una narrativa di punizione individuale.

d) Manipolazione dei simboli rivoluzionari

L’immagine del Che Guevara, la bandiera cubana o slogan storici vengono ridefiniti, svuotati di contenuto e riutilizzati contro il progetto rivoluzionario stesso.

e) Incitamento simbolico alla violenza

Alcuni meme superano una soglia critica: celebrano l’invasione, il bombardamento o lo sterminio dell’avversario politico (i comunisti). Questo tipo di contenuto si inserisce in ciò che la letteratura militare denomina disumanizzazione del nemico, fase precedente all’accettazione sociale della violenza.

Antecedenti dottrinali

Lontano dall’essere un’anomalia, la guerra dei meme fa parte di un’evoluzione dottrinale riconosciuta. Il CNA definisce la “guerra memetica” come una versione nativa digitale della guerra psicologica classica, adattata alle reti sociali ed alle piattaforme visive.

Lo stesso rapporto sottolinea che i meme possono essere impiegati:

  • A livello strategico, per modellare percezioni internazionali.
  • A livello operativo, per sostenere campagne diplomatiche o coercitive.
  • A livello tattico, per influenzare pubblici specifici.

Documenti recenti del Dipartimento della Difesa, come la Strategy for Operations in the Information Environment (2023), consolidano questa visione riconoscendo l’informazione come una funzione congiunta del potere militare, equiparabile ai domini terrestre, marittimo o aereo.

In quel contesto, i meme sono valutati per il loro basso costo, alta viralità, ambiguità di paternità e capacità di operare in zone grigie, dove l’attribuzione statale risulta difficile. L’uso sistematico di meme nelle Operazioni di Informazione ha conseguenze dirette sulle popolazioni civili, specialmente quando è diretto contro paesi sottoposti ad assedio economico.

Come avvertono gli stessi documenti USA, il meme cessa di essere un pezzo d’intrattenimento e diventa un dispositivo di pedagogia politica inversa: insegna a vedere la punizione come qualcosa di normale, a pensare la violenza come una via d’uscita ragionevole e a ridurre un intero popolo a una caricatura.

Tenendo conto di questa dottrina, si può dedurre che quando il meme celebra la soffocazione economica, quando presenta il blocco come “soluzione”, quando suggerisce che la sofferenza quotidiana sia un prezzo necessario per “liberare”, si sta spingendo il pubblico ad accettare un’idea che, in qualsiasi altro contesto, risulterebbe intollerabile: che si può fare pressione su un governo punendo la sua popolazione.

La fame, la scarsità, il rincaro del carburante, i blackout o le difficoltà per muovere ambulanze e alimenti diventano un semplice “effetto speciale” della narrazione. In quella logica, la crudeltà cessa di essere percepita come tale e si trasforma in una formalità politica. È la cornice emotiva che permette di giustificare l’escalation.

A questo processo si aggiunge l’affaticamento informativo, uno dei meccanismi più efficaci di indebolimento sociale nell’ecosistema digitale.

Fonte: “Exploring the Utility of Memes for U.S. Government Influence Campaigns”, CNA (2018).

La saturazione di messaggi ostili, ripetuti con piccole variazioni, finisce per erodere la capacità di analisi e la disposizione a confrontare le informazioni. La mente si abitua al colpo, si adatta al rumore e impara a reagire in automatico. Quando il pubblico si stanca, non necessariamente diventa più critico: molte volte diventa più cinico. Quel cinismo è una vittoria strategica per qualsiasi campagna d’influenza.

In parallelo si produce la disumanizzazione dell’avversario, un gradino decisivo in ogni architettura di aggressione simbolica, descritto come tale nella dottrina USA. Non si cerca solo di criticare il governo cubano, ma di costruire un’idea più profonda e pericolosa: che il popolo cubano è sacrificabile o tutelabile.

Quando quello sguardo si installa, il diritto di Cuba a decidere il proprio destino diventa irrilevante. E se il popolo è “sacrificabile”, anche il danno che gli viene causato lo è. La disumanizzazione non è solo insulto, ma il primo passo per accettare la violenza come opzione legittima.

Infine, questi meme erodono la legalità internazionale presentando l’annessione o l’intervento come soluzioni “naturali”. Il coloniale riappare travestito da pragmatismo; l’occupazione come “correzione” necessaria; la sovranità come un ostacolo antiquato.

Conclusioni

L’analisi permette di affermare che l’offensiva di meme scatenata dopo il decreto del 29 gennaio non è stata spontanea né innocente. Si inserisce pienamente in una logica di Operazioni di Informazione, coerente con la dottrina militare USA e con antecedenti documentati da istituzioni ufficiali come il CNA.

I meme analizzati:

  • Funzionano come vettori di guerra psicologica.
  • Cercano di legittimare la coercizione economica e politica contro Cuba.
  • Preparano il terreno simbolico per scenari di maggiore aggressività.
  • Tentano di erodere la coesione sociale e la legittimità del progetto cubano.

Ignorare questo fronte sarebbe un errore strategico. Come riconosce lo stesso CNA, la “guerra memetica” è oggi uno spazio reale di disputa, dove si giocano percezioni, volontà e quadri di interpretazione.

Per Cuba, comprendere questa dinamica implica smascherare l’architettura dell’aggressione e disputare il terreno comunicazionale dove oggi si combatte buona parte del conflitto: le piattaforme sociali.


La guerra de los memes contra Cuba

Por: Observatorio de Medios de Cubadebate Publicado

 

El 29 de enero de 2026, el presidente Donald Trump firmó un decreto en el que declaró una supuesta “emergencia nacional” ante la “amenaza” que representaría Cuba para la seguridad y la política exterior estadounidense. El documento habilita, entre otras medidas coercitivas, la posibilidad de imponer aranceles a los países que suministren petróleo a la Isla, reforzando el carácter extraterritorial del bloqueo.

En las horas y días siguientes —entre el 30 de enero y el 2 de febrero— se produjo una avalancha coordinada de memes políticos en plataformas sociales, difundidos desde cuentas de usuarios radicados en la Florida, dirigidos explícitamente contra Cuba, su liderazgo político y su soberanía nacional.

No se trata de humor espontáneo ni de creatividad aislada. El análisis sistemático de 40 memes, realizado por el Observatorio de Medios de Cubadebate, permite identificar patrones narrativos, estéticos y psicológicos coherentes con lo que la doctrina militar estadounidense denomina Operaciones de Información (Information Operations / Operations in the Information Environment).

El término meme tiene origen en el concepto concebido por Richard Dawkins, zoólogo y científico. En su libro El gen egoísta (1976) expone la hipótesis “memética” de la transmisión cultural. En este caso, Dawkins define el “meme” como la unidad mínima de información que se puede transmitir.

Este análisis examina el fenómeno como una expresión concreta de guerra informacional y psicológica, adaptada a las lógicas culturales de las plataformas digitales.

Del entretenimiento a la Operación de Información

La doctrina estadounidense define las Operaciones de Información como “el empleo integrado de capacidades informacionales para influir en percepciones, decisiones y comportamientos de audiencias adversarias, neutrales o aliadas, al tiempo que se protege la propia libertad de acción”. No se trata solo de comunicación, sino de una arquitectura operativa que articula narrativas, plataformas, tecnologías y efectos cognitivos.

En ese contexto, los memes ocupan un lugar privilegiado. El Centro para Análisis Navales (CNA) —institución financiada por el gobierno de Estados Unidos que asesora directamente a la Armada y al Cuerpo de Marines— lo reconoce sin ambigüedades en su informe Exploring the Utility of Memes for U.S. Government Influence Campaigns (2018):

“La brevedad y la rigidez de los memes visuales los hacen especialmente adecuados para campañas de influencia, ya que permiten comunicar conceptos complejos de forma emocional y rápida”.

Este estudio subraya que los memes funcionan como información perceptual: no necesitan ser argumentados, porque operan a nivel intuitivo y emocional, lo que reduce el tiempo de procesamiento cognitivo del receptor.

“Los memes pueden ser usados para anticiparse, infectar o tratar un pensamiento viralizado en la opinión pública”, añade el documento elaborado por los asesores militares estadounidenses.

El caso Cuba: anatomía de una ofensiva

Cuarenta memes fueron analizados por el Observatorio de Medios de Cubadebate. Se publicaron en las plataformas de redes sociales del 30 de enero al 2 de febrero de 2026. Fuentes: X, Facebook, Instagram.

 

El análisis de estos 40 memes, difundidos tras el decreto de Trump, revela una homogeneidad narrativa evidente, incompatible con la hipótesis de producción espontánea. Todos comparten:

-Origen geográfico común (Florida).

-Ventana temporal concentrada (posterior al decreto de Trump).

-Repertorio visual y simbólico reiterado.

-Objetivos políticos convergentes.

Los principales ejes narrativos identificados (ver Anexo 1) son los siguientes:

  1. a) Anexionismo explícito

Una parte sustancial de los memes presenta a Cuba como el “Estado 51” de Estados Unidos, con el objetivo de normalizar la desaparición de la soberanía nacional, mediante mapas intervenidos, banderas fusionadas o consignas como “Cuba State 51”. Esta narrativa no es metafórica: legitima simbólicamente una relación colonial.

  1. b) Glorificación de Trump y Marco Rubio Trump aparece representado como líder mesiánico, libertador o tutor imperial, mientras Marco Rubio es integrado como operador clave del castigo y la “transición”. El poder estadounidense se presenta como inevitable y moralmente superior.
  2. c) Secuestro simbólico del liderazgo cubano Varios memes representan al presidente Miguel Díaz-Canel como objeto de captura, humillación o amenaza directa. Se personaliza el conflicto para despolitizarlo y reducirlo a una narrativa de castigo individual.
  3. d) Manipulación de símbolos revolucionarios

La imagen del Che Guevara, la bandera cubana o consignas históricas son resemantizadas, vaciadas de contenido y reutilizadas contra el propio proyecto revolucionario.

  1. e) Incitación simbólica a la violencia Algunos memes cruzan un umbral crítico: celebran la invasión, el bombardeo o el exterminio del adversario político (los comunistas). Este tipo de contenido encaja con lo que la literatura militar denomina deshumanización del enemigo, fase previa a la aceptación social de la violencia.

Antecedentes doctrinales

Lejos de ser una anomalía, la guerra de los memes forma parte de una evolución doctrinal reconocida. El CNA define la “guerra memética” como una versión nativa digital de la guerra psicológica clásica, adaptada a redes sociales y plataformas visuales.

El propio informe subraya que los memes pueden emplearse:

-A nivel estratégico, para modelar percepciones internacionales.

-A nivel operativo, para apoyar campañas diplomáticas o coercitivas. -A nivel táctico, para influir en audiencias específicas.

Documentos recientes del Departamento de Defensa, como la Strategy for Operations in the Information Environment (2023), consolidan esta visión al reconocer la información como una función conjunta del poder militar, equiparable a los dominios terrestre, marítimo o aéreo.

En ese contexto, los memes son valorados por su bajo costo, alta viralidad, ambigüedad de autoría y capacidad de operar en zonas grises, donde la atribución estatal resulta difícil. El uso sistemático de memes en Operaciones de Información tiene consecuencias directas sobre poblaciones civiles, especialmente cuando se dirige contra países sometidos a asedio económico.

Como advierten los propios documentos estadounidenses, el meme deja de ser una pieza de entretenimiento y se convierte en un dispositivo de pedagogía política inversa: enseña a mirar el castigo como algo normal, a pensar la violencia como una salida razonable y a reducir a un pueblo entero a una caricatura.

Teniendo en cuenta esta doctrina, puede inferirse que cuando el meme celebra la asfixia económica, cuando presenta el bloqueo como “solución”, cuando sugiere que el sufrimiento cotidiano es un precio necesario para “liberar”, se está empujando a la audiencia a aceptar una idea que, en cualquier otro contexto, resultaría intolerable: que se puede presionar a un gobierno castigando a su población.

El hambre, la escasez, el encarecimiento del combustible, los apagones o las dificultades para mover ambulancias y alimentos se convierten en un simple “efecto especial” del relato. En esa lógica, la crueldad deja de percibirse como tal y se transforma en un trámite político. Es el marco emocional que permite justificar la escalada.

 

 

A este proceso se suma la fatiga informativa, uno de los mecanismos más eficaces de debilitamiento social en el ecosistema digital.

 

Fuente: “Exploring the Utility of Memes for U.S. Government Influence Campaigns”, CNA (2018).

La saturación de mensajes hostiles, repetidos con pequeñas variaciones, termina erosionando la capacidad de análisis y la disposición a contrastar información. La mente se acostumbra al golpe, se adapta al ruido y aprende a reaccionar en automático. Cuando el público se cansa, no necesariamente se vuelve más crítico: muchas veces se vuelve más cínico. Ese cinismo es una victoria estratégica para cualquier campaña de influencia.

En paralelo se produce la deshumanización del adversario, un escalón decisivo en toda arquitectura de agresión simbólica, descrito como tal en la doctrina estadounidense. No se busca solo criticar al gobierno cubano, sino construir una idea más profunda y peligrosa: que el pueblo cubano es prescindible o tutelable.

Cuando esa mirada se instala, el derecho de Cuba a decidir su propio destino se vuelve irrelevante. Y si el pueblo es “prescindible”, el daño que se le cause también lo es. La deshumanización no es solo insulto, sino el primer paso para aceptar la violencia como opción legítima.

Por último, estos memes erosionan la legalidad internacional al presentar la anexión o la intervención como soluciones “naturales”. Lo colonial reaparece disfrazado de pragmatismo; la ocupación como “corrección” necesaria; la soberanía como un obstáculo anticuado.

Conclusiones

El análisis permite afirmar que la ofensiva de memes desatada tras el decreto del 29 de enero no fue espontánea ni inocente. Se inscribe plenamente en una lógica de Operaciones de Información, coherente con la doctrina militar estadounidense y con antecedentes documentados por instituciones oficiales como el CNA.

Los memes analizados:

-Funcionan como vectores de guerra psicológica.

-Buscan legitimar la coerción económica y política contra Cuba.

-Preparan el terreno simbólico para escenarios de mayor agresividad.

-Intentan erosionar la cohesión social y la legitimidad del proyecto cubano.

Ignorar este frente sería un error estratégico. Como reconoce el propio CNA, la “guerra memética” es hoy un espacio real de disputa, donde se juegan percepciones, voluntades y marcos de interpretación.

Para Cuba, comprender esta dinámica implica desenmascarar la arquitectura de la agresión y disputar el terreno comunicacional donde hoy se libra buena parte del conflicto: las plataformas sociales.

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