Nel 250°anniversario dell’indipendenza USA

L’amministrazione guidata da Trump sembra intenzionata a dare la spinta finale all’attuale fase crepuscolare dell’impero

Francisco Delgado Rodríguez

Questo 2026 è l’anno in cui gli statunitensi si preparano a commemorare i 250 anni dell’indipendenza delle 13 colonie nordamericane, situate a est di quello che oggi sono gli USA.

Tenendo conto del contesto dell’epoca, quel processo indipendentista impose proiezioni politiche che possono definirsi rivoluzionarie, diventando un paradigma insurrezionale contro l’ordine coloniale allora stabilito. Si prende il 4 luglio 1776 come data di riferimento del processo, 28 anni prima dell’altra grande impresa liberatrice dal dominio europeo nella regione, in quello che oggi è Haiti. Pertanto, è il primo episodio emancipatore in tutto il continente.

Naturalmente sono i principi o postulati dei cosiddetti padri fondatori dell’indipendenza USA a definire, in generale, il paese politico che oggi conosciamo come USA.

Da allora a oggi è passata molta acqua sotto i ponti e queste acque hanno trascinato gli USA nel pantano in cui oggi sono immersi, assomigliando sempre di più alla loro madrepatria, il Regno di Gran Bretagna, soprattutto quando la condizione di impero egemone di quest’ultima crollò, dopo la Seconda Guerra Mondiale.

L’amministrazione guidata da Donald Trump, nel suo virtuale quinto anno di governo, sembra paradossalmente intenzionata a dare la spinta finale all’attuale fase crepuscolare dell’impero, anche se si supponeva che il suo ruolo fosse proprio il contrario, salvare ciò che resta, incluso il controllo imperiale, almeno, nella sua immediata zona geografica, denominata da José Martí come Nostra America.

Risulta persino relativamente facile confrontare ciò che a suo tempo dissero e stabilirono George Washington, Thomas Jefferson e Benjamin Franklin con ciò che fa ora il mandatario numero 47, Donald J. Trump.

E non si tratta di ignorare i cambi che sopraggiungono alla dialettica della storia; ma, ovviamente, certi principi sono fatti per essere rispettati. Al di là delle circostanze, è etica politica elementare, anzi, costituiscono nella pratica il corpo legale e costituzionale a cui si attiene il sistema politico USA.

Ripassando per esempio questi contrasti, gli indipendentisti stabilirono come valori ciò che denominarono la “libertà individuale”, secondo cui ogni cittadino doveva godere di diritti naturali inalienabili, come la vita; l'”uguaglianza politica”, che significa che gli uomini erano uguali davanti alla legge, nessuno al di sopra degli altri, senza importare il volume dei loro redditi; anche la “giustizia e la legalità”, creando un sistema di leggi per, ipoteticamente, proteggere i cittadini dagli abusi del potere. Infine, ciò che denominarono come l'”unità nazionale”, cercando di coagulare le 13 colonie in una sola nazione indipendente.

Per implementare questi valori fu progettato un sistema sociopolitico che, tra l’altro, prevedeva la “sovranità popolare”, si legga che il potere emana dal popolo e non da un monarca; un “governo rappresentativo” eletto dai cittadini; anche la “separazione dei poteri”, cioè la divisione tra il potere esecutivo, il legislativo e il giudiziario.

Fu stabilito fin da allora il “federalismo”, che comporta un equilibrio tra il governo centrale e gli stati, garantendo autonomia locale. Successivamente, fu approvata la cosiddetta Carta dei Diritti (Bill of Rights), assicurando libertà come quella di espressione, religione e stampa.

Ebbene, come indicato in precedenza, Trump si è dato il compito di sfidare o direttamente di distruggere questa impalcatura. Alcuni pensano che sia a suo rischio e pericolo, e vengono persino espresse opinioni fondate che parlano di un crescente deterioramento cognitivo del mandatario. Non si può sapere per ora se il presidente sia realmente demente o meno; ciò che invece sembra abbastanza chiaro è che il sistema imperiale ha bisogno di qualcuno come Trump, proprio per smantellare o, meglio detto, cercare un’alternativa al modello politico ampiamente superato, quasi inutile, per gestire le contraddizioni socioeconomiche inerenti al capitalismo nella sua attuale fase.

La missione dell’inquilino della Casa Bianca è chiara: che faccia ciò che deve fare per garantire i privilegi di coloro che comandano in quel Paese.

Da qui, con Trump, o mediante lui, gli USA transitano verso un sistema politico in cui sempre meno si rispettano i valori e i principi costituzionalmente stabiliti dagli indipendentisti. Il Presidente stesso, con il suo proverbiale cinismo, ammette che sono tempi in cui serve un dittatore; e, beh, chi meglio di lui, insiste.

Alcuni esempi sono così ovvi da non richiedere ampie spiegazioni. Cominciando dal rispetto per la vita, la più vitale delle cosiddette libertà individuali, violata in modo drammatico da strutture di polizia federali come la cosiddetta pattuglia di frontiera, conosciuta anche come ICE o Gestapo trumpista, che, dispiegata in quasi tutta la geografia nazionale, agisce senza limiti e con impunità a centinaia di chilometri dalle suddette delimitazioni territoriali.

Dal settembre 2025 fino allo scorso sabato 24 gennaio, gli scherani di ICE hanno ucciso o ferito almeno 12 cittadini USA in Illinois, Chicago, Los Angeles, Phoenix, California, Texas, Maryland, Minneapolis e Oregon; per quanto riguarda gli immigrati, si contano numerosi morti in cattività, così come centinaia umiliati in molteplici forme, che è un altro modo di annientare, dicono, che include minori di due e cinque anni, questi ultimi casi già iconici di questo sfrenato furore repressivo.

La violazione sfacciata della separazione dei poteri è un altro dei tratti distintivi di un potere esecutivo che disprezza le funzioni e il ruolo del Congresso, o attacca retoricamente – e anche con azioni concrete – l’indipendenza del sistema giudiziario, con un sentore di vendetta politica, o applicata contro gli oppositori al miglior stile di qualsiasi tirannia.

A tutto ciò si aggiungono episodi in cui la narrativa trumpista, o persino azioni amministrative, cerca di limitare la famosa libertà di stampa – che non è mai esistita, ma ora non si bada neanche alle apparenze –, o peggio, per i pericoli impliciti, ciò che i fondatori chiamarono unità nazionale, attaccata nella misura in cui il governo nazionale sfida il federalismo; addirittura Trump minaccia di invocare la legge sull’insurrezione del 1807, come si vede, il Pentagono che attacca gli USA, in un clima in cui predomina una retorica ufficiale permanentemente irritata, aggressiva, pletorica di minacce per qualsiasi cosa e ragione.

E se si applica questa analisi all’impatto domestico della politica estera di Trump, beh, praticamente sembra un glossario, implementato con sfacciataggine, di ciò che è contrario a quanto previsto dai fondatori degli USA. Quanto sopra si apprezza in questioni come esacerbare il supposto eccezionalismo USA; anche nel ridicolizzare fondamenta morali originarie, come quando la Casa Bianca afferma che ormai non gli interessa tanto la democrazia e i diritti umani, quanto il petrolio (Venezuela). Dietro tutto ciò, il “super” segretario di Stato Marco Rubio, non dimenticarlo per quando verrà il momento del rendiconto in futuro.

Si potrebbe scrivere un trattato sulle azioni internazionali dell’impero e, in ogni caso, forse in questo sono fedeli continuatori di quelli che successero ai padri fondatori, che lasciarono per essere aggiornate ora dottrine come quelle di un certo Monroe, o diedero mano libera a infinite guerre di conquista, distillando sangue e fango da tutti i pori; che sommano, solo con le invasioni USA successive alla II Guerra Mondiale, non meno di 26000000 di persone trasformate in danni collaterali.

Il popolo statunitense merita rispetto, è suo diritto celebrare con un minimo di pace e prosperità una data così significativa; ma al tramonto, il sistema è derivato in una struttura che funziona – è sempre più evidente – solo per pochissimi iper-miliardari. Così le cose, sembrerebbe che serva un’altra rivoluzione come quella del luglio 1776, aggiornata a questi tempi. Trump, senza proporselo, sta, nel peggiore dei modi, suggerendo questa soluzione radicale a tante contraddizioni e frustrazioni accumulate. Saluti per il 250° anniversario dell’indipendenza nel nord rivoltoso e brutale che ci disprezza.


En el aniversario 250 de la independencia de EE. UU.

La administración que encabeza Trump parece empeñada en darle el empujón final a la actual etapa crepuscular del imperio

Autor: Francisco Delgado Rodríguez 

Este 2026 es el año en que los estadounidenses se aprestan a conmemorar los 250 años de la independencia de las 13 colonias norteamericanas, ubicadas al este de lo que hoy es Estados Unidos de América.

Tomando en cuenta el contexto de la época, aquel proceso independentista impuso proyecciones políticas que pueden calificarse de revolucionarias, convirtiéndose en paradigma insurreccional contra el orden colonial establecido entonces. Se tiene el 4 de julio de 1776 como fecha referencial del proceso, 28 años antes de la otra gran hazaña liberadora del dominio europeo en la región, en lo que hoy es Haití. Por tanto, es el primer episodio emancipador en todo el continente.

Desde luego que son los principios o postulados de los así llamados padres fundadores de la independencia estadounidense, los que definen, en general, al país político que hoy conocemos como EE. UU.

De entonces a la fecha ha llovido mucho y esas aguas han arrastrado a EE. UU. al lodazal en el que hoy está sumido, pareciéndose cada vez más a su madre patria, el Reino de Gran Bretaña, sobre todo cuando la condición de imperio hegemón de este último se vino abajo, posterior a la Segunda Guerra Mundial.

La administración que encabeza Donald Trump, en su virtual quinto año de gobierno, parece empeñada, paradójicamente, en darle el empujón final a la actual etapa crepuscular del imperio, aunque se suponía que su papel era justamente lo contrario, salvar lo que quede, incluido el control imperial, al menos, en su inmediata zona geográfica, denominada por José Martí como Nuestra América.

Resulta hasta relativamente fácil comparar lo que en su momento dijeron y establecieron George Washington, Thomas Jefferson y Benjamin Franklin con lo que ahora hace el mandatario número 47, Donald J. Trump.

Y no es un asunto de pasar por alto los cambios que sobrevienen a la dialéctica de la historia; pero, obviamente, ciertos principios están para ser respetados. Más allá de las circunstancias, es ética política elemental, incluso conforman en la práctica el cuerpo legal y constitucional por el que se rige el sistema político estadounidense.

Repasando por caso estos contrastes, los independentistas establecieron como valores lo que denominaron la «libertad individual», según la cual cada ciudadano debía gozar de derechos naturales inalienables, como la vida; la «igualdad política», que significa que los hombres eran iguales ante la ley, nadie por encima de otros, sin importar el volumen de sus ingresos; también la «justicia y la legalidad», creándose un sistema de leyes para, supuestamente, proteger a los ciudadanos de los abusos del poder. Por último, lo que denominaron como la «unidad nacional», procurando cohesionar las 13 colonias en una sola nación independiente.

Para implementar estos valores se diseñó un sistema sociopolítico que, entre otras cosas, previó la «soberanía popular», léase que el poder emana del pueblo y no de un monarca; un «gobierno representativo» electo por los ciudadanos; también la «separación de poderes», es decir, la división entre el poder ejecutivo, el legislativo y el judicial.

Quedó establecido desde entonces el «federalismo», que conlleva un equilibrio entre el gobierno central y los estados, garantizando autonomía local. Posteriormente, se aprobó la llamada Carta de Derechos (Bill of Rights), asegurando libertades como la de expresión, religión y prensa.

Pues, como se indica previamente, Trump se ha dado a la tarea de desafiar o directamente acabar con este andamiaje. Algunos piensan que es por su cuenta y riesgo, y hasta se emiten opiniones fundamentadas que hablan de un creciente deterioro cognitivo del mandatario. No se puede saber por ahora si realmente el presidente está o no demente; lo que sí parece ser bastante claro es que el sistema imperial requiere de alguien como Trump, justo para desmantelar o, mejor dicho, buscar una alternativa al modelo político ampliamente superado, casi inútil, para lidiar con las contradicciones socioeconómicas inherentes al capitalismo en su actual etapa.

La misión del inquilino de la Casa Blanca es clara: que haga lo que debe hacer para garantizar los privilegios de los que mandan en aquel país.

De ahí, con Trump, o mediante él, EE. UU. transita hacia un sistema político en el que cada vez menos se respetan los valores y los principios constitucionalmente establecidos por los independentistas. El propio Presidente, con su proverbial cinismo, admite que son tiempos en que se necesita un dictador; y, bueno, quién mejor que él, insiste.

Algunos ejemplos son tan obvios que sobran extensas explicaciones. Empezando por el respeto a la vida, la más vital de las llamadas libertades individuales, vulnerada de forma dramática por estructuras policiales federales como la denominada patrulla fronteriza, conocida también como ice o Gestapo trumpista, que, desplegada en casi toda la geografía nacional, actúa sin límites y con impunidad a cientos de kilómetros de las referidas delimitaciones territoriales.

Desde septiembre de 2025 hasta el pasado sábado 24 de enero, los esbirros de ice han asesinado o herido al menos a 12 ciudadanos estadounidenses en Illinois, Chicago, Los Ángeles, Phoenix, California, Texas, Maryland, Minneapolis y Oregón; en cuanto a los inmigrantes, suman numerosos muertos en cautiverio, así como centenares humillados de múltiples formas, que es otra manera de aniquilar, dicen, que incluye a menores de dos y cinco años, estos últimos casos ya icónicos de este desenfreno represivo.

La violación descarnada de la separación de poderes es otro de los rasgos distintivos de un poder ejecutivo que desestima las funciones y el rol del Congreso, o ataca retóricamente –y también con acciones concretas– la independencia del sistema judicial, con tufillo a vendetta política, o aplicada contra opositores al mejor estilo de cualquier tiranía.

A todo lo anterior se suman episodios en los que la narrativa trumpista, o incluso acciones administrativas, procura coartar la famosa libertad de prensa –que nunca existió, pero ahora ni siquiera las apariencias se cuidan–, o peor, por los peligros implícitos, lo que los fundadores llamaron unidad nacional, atacada en la medida en que el gobierno nacional desafía el federalismo; hasta Trump amenaza con invocar la ley de insurrección de 1807, como se ve, el Pentágono atacando a EE. UU., en un clima en el que predomina una retórica oficial permanentemente irritada, agresiva, pletórica de amenazas por cualquier cosa y razón.

Y si se le aplica este análisis al impacto doméstico de la política exterior de Trump, pues prácticamente parece un glosario, implementado con descaro, de lo contrario a lo previsto por los fundadores de EE. UU. Lo anterior se aprecia en asuntos como exacerbar el supuesto excepcionalismo estadounidense; también en ridiculizar fundamentos morales originarios, como cuando la Casa Blanca afirma que ya no les interesa tanto la democracia y los derechos humanos, sino el petróleo (Venezuela). Detrás de todo esto, el «súper» secretario de Estado Marco Rubio, no olvidarlo para cuando venga el pase de cuentas en el futuro.

Puede escribirse un tratado sobre las acciones internacionales del imperio y, en todo caso, tal vez en esto sí son fieles continuadores de los que les sucedieron a los padres fundadores, que dejaron para ser actualizadas ahora doctrinas como las de un tal Monroe, o dieron riendas sueltas a infinitas guerras de conquista, destilando sangre y lodo por todos los poros; que suman, solo con las invasiones estadounidenses posteriores a la Segunda Guerra Mundial, no menos de 26 000 000 de personas convertidas en daños colaterales.

El pueblo estadounidense merece respeto, es su derecho celebrar con un mínimo de paz y prosperidad tan significativa fecha; pero en el ocaso, el sistema derivó en una estructura que solo funciona –cada vez es más evidente– para unos muy pocos hipermultimillonarios. Así las cosas, pareciera que se necesita otra revolución como aquella de julio de 1776, actualizada a estos tiempos. Trump, sin proponérselo, está, de la peor manera, sugiriendo esta radical solución a tantas contradicciones y frustraciones acumuladas. Saludos al aniversario 250 de la independencia en el norte revuelto y brutal que nos desprecia.

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