Quando il primo ministro del Canada riconosce, quasi con tono tecnico e un certo pudore accademico, che il diritto internazionale ha sempre funzionato in modo asimmetrico, assistiamo a una confessione tardiva e forzata, purtroppo, dalla paura e non dall’etica. Paura che l’ordine che l’Occidente ha progettato per dominare il mondo non protegga più nemmeno sé stesso, dinanzi alla voracità del capitale che, come Rosa Luxemburg avvertì, ha l’imperiosa necessità di prendersi tutto. In diritto, la confessione di parte esonera dalla prova; in politica, denuda un’ipocrisia strutturale che i popoli del Sud e in particolare le sinistre, denunciano da decenni.
Per anni, quello stesso Occidente sostenne che il diritto internazionale fosse neutrale, universale, civilizzatore e che i Diritti Umani fossero universali. Alcuni lo ripetono senza pudore fino ad oggi; e con quel racconto legittimarono il rovesciamento di governi a loro non affini e l’installazione di dittature militari subordinate ai loro interessi. Quel racconto, totalmente falso, servì anche a legittimare guerre di aggressione, blocchi criminali, sanzioni che fanno morire di fame e occupazioni coloniali. Cile, Brasile, Argentina, Jugoslavia, Iran, Iraq, Afghanistan, Libia, Siria, Haiti, Palestina: la lista dei paesi devastati in nome di un “ordine basato su regole” è lunga e sanguinosa. Quando le norme intralciavano, venivano ignorate; quando servivano, venivano strumentalizzate. Era ed è, come anticipato dai teorici del marxismo, il funzionamento normale dell’imperialismo.
Ma questa macchina non operò da sola. I grandi mezzi di comunicazione furono la sua permanente e perfetta coartata. Ripeterono fino allo sfinimento, e continuano a farlo, le menzogne emanate dall’impero e costruirono consenso per la guerra, normalizzarono il doppio standard e la disumanizzazione delle vittime. Bombardare si chiamò “intervento umanitario”; invadere, “responsabilità di proteggere”; bloccare cibo e medicine, “pressione diplomatica”. Così come nello Stato nazionale, lo stato funziona come strumento di dominazione di una classe sull’altra e la legge diventa un’arma al servizio della classe dominante, il Diritto internazionale venne applicato in modo asimmetrico per assicurare la dominazione su scala globale, sì, ma lo fu anche il racconto: alcune vite importavano, altre erano danni collaterali. Il crimine divenne linguaggio tecnico e la morte, persino il genocidio, si trasformò in statistica.
In questo contesto, c’è una responsabilità che risulta particolarmente grave e che non può essere elusa: quella dei governi ipoteticamente progressisti che, invece di contestare quel racconto, vi si sono uniti per essere accettati nelle istituzioni del potere globale. In nome del “realismo”, della “governabilità” o dell'”inserimento internazionale”, abbandonarono una politica di principi che aveva caratterizzato la sinistra in buona parte del secolo scorso. Tacquero dinanzi a guerre ingiuste, relativizzarono blocchi, praticarono equidistanze morali e impararono a parlare la lingua del doppio standard per non scomodare i centri di potere.
Quell’equidistanza, l’unica cosa che non ebbe fu la neutralità. Legittimando il racconto ipocrita dell’ordine occidentale, svuotarono di contenuto etico la parola progresso e contribuirono a disarmare i loro stessi popoli. Quando la sinistra smette di dire la verità per “stare al tavolo”, finisce per essere parte del menù. La conseguenza è sotto gli occhi: disaffezione, cinismo, crescita dell’estrema destra e perdita di credibilità di progetti che promettevano dignità e finirono per amministrare silenzi.
Ora, quando il trumpismo minaccia di convertire quel diritto internazionale in un’arma contro l’Europa, il Canada o il multilateralismo liberale, appare la sincerità. Solo ora riconoscono che la legge non fu mai uguale per tutti. Lo dicono non per le vittime del Sud Globale, ma perché temono di diventare loro stessi vittime dell’arbitrio che sempre amministrarono. E molti progressismi, con la stessa plasticità morale, aggiustano il loro discorso: ieri giustificavano; oggi si preoccupano. Il problema, per loro, non è l’ingiustizia storica, ma l’incertezza presente.
Dal punto di vista marxista, questo non sorprende. Il diritto internazionale è una sovrastruttura di un ordine materiale concreto: protegge l’espansione del capitale, la proprietà e le rotte del commercio. La sua asimmetria e il suo doppio standard sono la sua ragion d’essere. Per questo mai si giudicò seriamente le potenze vincitrici; per questo Israele viola risoluzioni impunemente mentre la Palestina è punita e devastata davanti agli occhi del mondo; per questo Cuba rimane bloccata e il Venezuela è invaso e il suo presidente sequestrato davanti agli occhi di tutto il mondo che solo guarda e dichiara che quell’atto viola il Diritto internazionale; per questo l’Africa continua ad essere saccheggiata. E per questo coloro che aspirarono a governare senza confrontare quella struttura finirono per adattarsi ad essa.
La confessione canadese non inaugura un’autocritica, conferma una verità storica che noi comunisti denunciamo da decenni. La novità non è la diagnosi, ma il soggetto che la enuncia. Quando lo dicevano i popoli del Sud, era propaganda comunista; quando lo dicono governi occidentali, è “realismo”. Quella doppia misura riassume l’ipocrisia del sistema… e anche il fallimento morale di una sinistra che preferì l’appartenenza istituzionale alla coerenza politica.
La domanda non è più se il diritto internazionale sia asimmetrico, quello è ammesso, ma quale posizione si prende dinanzi a quella verità. Si risarciscono i popoli distrutti? Si levano i blocchi? Si smette di armare genocidi? Si rinuncia al diritto di veto nel Consiglio di sicurezza dell’ONU, alla sanzione unilaterale, alla guerra preventiva? Tutto indica di no. Ciò che si cerca è prevedibilità per i propri interessi, non giustizia per tutti.
Questa confessione arriva in ritardo per milioni di morti, sfollati e affamati. Ma lascia una lezione ineludibile: l'”ordine internazionale” non fu un patto morale né un avanzamento civilizzatore, ma un regime di dominazione su scala globale, sostenuto da leggi asimmetriche, racconti complici e progressismi disciplinati. Quando quel regime entra in crisi, i suoi architetti lo riconoscono. E quando la coartata cade, la storia accelera e i popoli diventano protagonisti e come diceva Fanon, ogni generazione ha una missione e le sue opzioni sono compierla o tradirla.
La soluzione non verrà dai vertici né dalle cancellerie: nemmeno dai progressismi sedotti dall’estetica ma senza etica, capaci di confondere principi con gesti. Verrà dai popoli organizzati, capaci di rompere il doppio standard e contestare anche il senso comune. Se il diritto internazionale vuole smettere di essere farsa, dovrà rompere con la logica imperiale che lo sostiene. Altrimenti, sarà sostituito da un nuovo patto sociale che dovrà venire dal basso. Perché quando l’ipocrisia si confessa e le rinunce sono sotto gli occhi, la politica dei principi torna ad essere un’urgenza.
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Daniel Jadue – Cileno, politico, sociologo
A confesión de parte, relevo de prueba
Por Daniel Jadue
Cuando el primer ministro de Canadá reconoce, casi con tono técnico y algo de pudor académico, que el derecho internacional siempre ha funcionado de manera asimétrica, asistimos a una confesión tardía y forzada, lamentablemente, por el miedo y no por la ética. Miedo a que el orden que Occidente diseñó para dominar al mundo ya no lo proteja ni siquiera a sí mismo, ante la voracidad del capital, que como Rosa Luxemburgo advirtió, tiene la necesidad imperiosa de quedarse con todo. En derecho, la confesión de parte releva la prueba; en política, desnuda una hipocresía estructural que los pueblos del Sur y en particular las izquierdas, llevan décadas denunciando.
Durante años, ese mismo Occidente sostuvo que el derecho internacional era neutral, universal, civilizador y que los Derechos Humanos eran universales. Algunos lo repiten sin pudor hasta el día de hoy; y con ese ese relato legitimaron el derrocamiento de gobiernos que no les eran afines y la instalación de dictaduras militares subordinadas a sus intereses. Ese relato, totalmente falso, también sirvió para legitimar guerras de agresión, bloqueos criminales, sanciones que matan de hambre y ocupaciones coloniales. Chile, Brasil, Argentina, Yugoslavia, Irán, Irak, Afganistán, Libia, Siria, Haití, Palestina: la lista de países devastados en nombre de un “orden basado en reglas” es larga y sangrienta. Cuando las normas estorbaban, se las ignoraba; cuando servían, se las instrumentalizaba. Era y sigue siendo, tal como lo anticiparan los teóricos del marxismo, el funcionamiento normal del imperialismo.
Pero esta maquinaria no operó sola. Los grandes medios de comunicación fueron su coartada permanente y perfecta. Repitieron hasta el cansancio, y lo siguen haciendo, las mentiras emanadas del imperio y construyeron consenso para la guerra, normalizaron el doble estándar y la deshumanización de las víctimas. Bombardear se llamó “intervención humanitaria”; invadir, “responsabilidad de proteger”; bloquear alimentos y medicinas, “presión diplomática”. Tal como en el Estado Nacional, el estado funciona como instrumento de dominación de una clase sobre otra y la ley se convierte en un arma al servicio de la clase dominante, el Derecho internacional se aplicó de manera asimétrica para asegurar la dominación a escala global, sí, pero también lo fue el relato: unas vidas importaban, otras eran daños colaterales. El crimen se volvió lenguaje técnico y la muerte, incluso el genocidio, se transformó en estadística.
En este contexto, hay una responsabilidad que resulta especialmente grave y que no puede eludirse: la de los gobiernos supuestamente progresistas que, en lugar de disputar ese relato, se sumaron a él para ser aceptados en las instituciones del poder global. En nombre del “realismo”, de la “gobernabilidad” o de la “inserción internacional”, abandonaron una política de principios que había caracterizado a la izquierda en buena parte del siglo pasado. Callaron ante guerras injustas, relativizaron bloqueos, practicaron equidistancias morales y aprendieron a hablar el idioma del doble estándar para no incomodar a los centros de poder.
Esa equidistancia, lo único que no tuvo fue neutralidad. Al legitimar el relato hipócrita del orden occidental, vaciaron de contenido ético la palabra progreso y contribuyeron a desarmar a sus propios pueblos. Cuando la izquierda deja de decir la verdad para “estar en la mesa”, termina siendo parte del menú. La consecuencia está a la vista: desafección, cinismo, crecimiento de la extrema derecha y pérdida de credibilidad de proyectos que prometían dignidad y terminaron administrando silencios.
Ahora, cuando el trumpismo amenaza con convertir ese mismo derecho internacional en un arma contra Europa, Canadá o el multilateralismo liberal, aparece la sinceridad. Recién ahora reconocen que la ley nunca fue igual para todos. Lo dicen no por las víctimas del Sur Global, sino porque temen convertirse ellos mismos en víctimas de la arbitrariedad que siempre administraron. Y muchos progresismos, con la misma plasticidad moral, ajustan su discurso: ayer justificaron; hoy se preocupan. El problema, para ellos, no es la injusticia histórica, sino la incertidumbre presente.
Desde el marxismo, esto no sorprende. El derecho internacional es superestructura de un orden material concreto: protege la expansión del capital, la propiedad y las rutas del comercio. Su asimetría y su doble estándar son su razón de ser. Por eso nunca se juzgó seriamente a las potencias vencedoras; por eso Israel viola resoluciones impunemente mientras Palestina es castigada y devastada ante los ojos del mundo; por eso Cuba sigue bloqueada y Venezuela es invadida y su presidente secuestrado ante los ojos de todo el mundo que solo mira y declara que ese acto viola el Derecho internacional; por eso que África sigue saqueada. Y por eso quienes aspiraron a gobernar sin confrontar esa estructura terminaron adaptándose a ella.
La confesión canadiense no inaugura una autocrítica, confirma una verdad histórica que las y los comunistas venimos denunciando hace décadas. Lo nuevo no es el diagnóstico, sino el sujeto que lo enuncia. Cuando lo decían los pueblos del Sur, era propaganda comunista; cuando lo dicen gobiernos occidentales, es “realismo”. Esa doble vara resume la hipocresía del sistema… y también el fracaso moral de una izquierda que prefirió la pertenencia institucional a la coherencia política.
La pregunta ya no es si el derecho internacional es asimétrico, eso está admitido, sino qué posición se toma frente a esa verdad. ¿Se reparan los pueblos destruidos? ¿Se levantan los bloqueos? ¿Se deja de armar genocidios? ¿Se renuncia al derecho a veto en el Consejo de seguridad de la ONU, a la sanción unilateral, a la guerra preventiva? Todo indica que no. Lo que se busca es previsibilidad para los propios intereses, no justicia para todos.
Esta confesión llega tarde para millones de muertos, desplazados y hambrientos. Pero deja una lección ineludible: el “orden internacional” no fue un pacto moral ni un avance civilizatorio, sino un régimen de dominación a escala global, sostenido por leyes asimétricas, relatos cómplices y progresismos disciplinados. Cuando ese régimen entra en crisis, sus arquitectos lo reconocen. Y cuando la coartada se cae, la historia se acelera y los pueblos se vuelven protagonistas y como decía Fanon, cada generación tiene una misión y sus opciones son cumplirla o traicionarla.
La salida no vendrá de las cumbres ni de las cancillerías: Tampoco de los progresismos seducidos por la estética pero sin ética, capaces de confundir principios con gestos. Vendrá de los pueblos organizados, capaces de romper el doble estándar y disputar también el sentido común. Si el derecho internacional quiere dejar de ser farsa, deberá romper con la lógica imperial que lo sostiene. Si no, será reemplazado por un nuevo pacto social que debe venir desde abajo. Porque cuando la hipocresía se confiesa y las renuncias quedan a la vista, la política de principios vuelve a ser una urgencia.
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Daniel Jadue Chileno, político, sociólogo
