L’Organizzazione delle Nazioni Unite ha nuovamente alzato la voce contro quello che definisce un anacronismo della politica internazionale: il blocco economico, commerciale e finanziario imposto dagli Stati Uniti a Cuba da oltre sei decenni. Per la trentaduesima volta consecutiva, l’Assemblea Generale ha approvato una risoluzione che chiede la fine immediata di queste misure coercitive unilaterali, ottenendo un sostegno schiacciante dalla comunità internazionale.
Il voto, svoltosi mercoledì scorso, ha registrato numeri inequivocabili: 187 paesi favorevoli alla risoluzione contro appena due contrari – gli Stati Uniti e Israele – con l’astensione della Moldova. Un risultato che fotografa l’isolamento diplomatico di Washington su questa controversa questione, rivelando una frattura sempre più evidente tra la posizione americana e il consenso globale.
Un embargo che dura da generazioni
La storia di questo embargo affonda le radici nella Guerra Fredda. Imposto nel 1962 dall’amministrazione Kennedy in risposta alla nazionalizzazione delle proprietà americane sull’isola caraibica, il blocco è sopravvissuto alla dissoluzione dell’Unione Sovietica, alla fine del bipolarismo e a undici presidenze americane. Ciò che era nato come strumento di pressione nell’ambito dello scontro ideologico Est-Ovest è diventato, secondo i critici, una reliquia geopolitica priva di giustificazioni razionali nel XXI secolo.
Dal 1992, ogni anno l’Assemblea Generale dell’ONU approva con maggioranze sempre più ampie una risoluzione che chiede agli Stati Uniti di revocare unilateralmente queste sanzioni. Trentadue bocciature consecutive rappresentano un record nell’ambito delle relazioni internazionali, un’insistenza che testimonia quanto questo tema sia sentito dalla comunità globale come questione di principio sul diritto internazionale e sulla sovranità nazionale.
Le conseguenze umanitarie secondo l’ONU
Diversi funzionari delle Nazioni Unite hanno espresso profonda preoccupazione per l’impatto umanitario dell’embargo sulla popolazione cubana. Le sanzioni, che limitano severamente la capacità dell’isola di commerciare, importare beni essenziali e accedere al sistema finanziario internazionale, vengono accusate di colpire principalmente i cittadini comuni piuttosto che il governo che ufficialmente dovrebbero “punire”.
L’accesso a farmaci, attrezzature mediche, tecnologie e beni di prima necessità risulta ostacolato da una rete complessa di restrizioni che scoraggiano le aziende di tutto il mondo dall’intrattenere rapporti commerciali con Cuba, per timore di ritorsioni secondarie da parte americana. Anche le rimesse degli emigrati cubani verso le loro famiglie sull’isola hanno subito limitazioni significative negli ultimi anni.
Gli esperti ONU sottolineano come queste misure abbiano effetti particolarmente severi sui settori più vulnerabili della società cubana: anziani, bambini, malati cronici. Il sistema sanitario pubblico dell’isola, nonostante i riconoscimenti internazionali per alcuni suoi risultati, deve affrontare carenze croniche di forniture che l’embargo contribuisce ad aggravare.
La risposta di Washington: tra sicurezza nazionale e diritti umani
L’amministrazione americana giustifica il mantenimento dell’embargo con motivazioni che sono evolute nel tempo. Se inizialmente la ratio era il contenimento del comunismo e la pressione per un cambio di regime, oggi Washington invoca principalmente questioni di diritti umani, democrazia e libertà politiche a Cuba.
Gli Stati Uniti sostengono che l’allentamento delle sanzioni non sarebbe appropriato finché il governo cubano non implementerà riforme democratiche sostanziali, non garantirà maggiori libertà civili e non affronterà le questioni relative ai prigionieri politici. Secondo questa prospettiva, l’embargo rappresenterebbe uno strumento legittimo di pressione per favorire una transizione democratica sull’isola.
Inoltre, fattori di politica interna americana giocano un ruolo determinante. La comunità cubano-americana, particolarmente influente in Florida – stato cruciale nelle elezioni presidenziali – ha tradizionalmente sostenuto il mantenimento di una linea dura verso L’Avana. Qualsiasi presidente che volesse modificare significativamente questa politica dovrebbe affrontare resistenze sia nel Congresso che tra questi elettori strategici.
L’isolamento diplomatico crescente
Ciò che emerge chiaramente dai ripetuti voti ONU è l’erosione progressiva del sostegno internazionale alla posizione americana. Anche alleati tradizionali di Washington – dai paesi europei al Canada, dalle nazioni latinoamericane agli Stati asiatici – votano costantemente a favore della risoluzione che condanna l’embargo.
L’unico alleato rimasto agli Stati Uniti su questa questione è Israele, che sistematicamente vota contro la risoluzione in una dimostrazione di solidarietà atlantica che prescinde dalle valutazioni di merito sulla politica verso Cuba. Questa fedeltà quasi automatica riflette la profondità dell’alleanza strategica israelo-americana, ma evidenzia anche quanto sia limitato il sostegno internazionale a questa linea.
L’Unione Europea, pur mantenendo proprie critiche al sistema politico cubano, ha ripetutamente chiesto la fine dell’embargo americano, considerandolo controproducente e incompatibile con i principi del diritto internazionale. Diversi paesi europei hanno incrementato le relazioni economiche e diplomatiche con L’Avana negli ultimi decenni, offrendo un contrasto netto con l’approccio di Washington.
Un dibattito che divide: efficacia e legittimità delle sanzioni unilaterali
Il caso cubano alimenta un dibattito più ampio sull’utilizzo delle sanzioni economiche come strumento di politica estera. I critici dell’embargo sottolineano come sessant’anni di pressioni non abbiano prodotto il cambio di regime desiderato da Washington, mettendo in discussione l’efficacia stessa di questo approccio. Al contrario, sostengono, le sanzioni avrebbero fornito al governo cubano una giustificazione esterna per le difficoltà economiche interne e un elemento di coesione nazionalistica.
Dal punto di vista del diritto internazionale, le sanzioni unilaterali – imposte cioè da un singolo paese senza mandato ONU – sollevano questioni delicate. Molti giuristi le considerano una forma di coercizione che viola il principio di sovranità nazionale e il diritto dei popoli all’autodeterminazione. La persistente opposizione dell’Assemblea Generale riflette questa preoccupazione diffusa.
D’altra parte, i sostenitori dell’embargo argomentano che gli Stati Uniti hanno il diritto sovrano di scegliere con chi commerciare e che nessun paese può essere obbligato a intrattenere relazioni economiche con un altro. Secondo questa prospettiva, l’embargo non impedirebbe a Cuba di commerciare con il resto del mondo, anche se le sanzioni secondarie americane limitano di fatto questa possibilità.
Prospettive future: stallo o apertura?
La politica americana verso Cuba ha conosciuto fasi alterne. L’amministrazione Obama aveva avviato un processo di disgelo storico, riaprendo relazioni diplomatiche, allentando alcune restrizioni sui viaggi e facilitando contatti economici limitati. Questo approccio si basava sulla convinzione che l’engagement avrebbe prodotto maggiori cambiamenti rispetto all’isolamento.
L’amministrazione Trump ha però invertito molte di queste aperture, reimponendo restrizioni e inasprendo l’embargo. L’attuale amministrazione Biden, pur avendo promesso in campagna elettorale un ritorno a un approccio più dialogante, ha mantenuto sostanzialmente la linea dura ereditata, citando preoccupazioni per i diritti umani e le proteste sull’isola del 2021.
Il trentaduesimo voto ONU contro l’embargo suggerisce che la pressione internazionale su Washington non diminuirà. Tuttavia, dati i complessi fattori di politica interna americana e l’assenza di segnali di cambiamento sostanziale da entrambe le parti, uno stallo prolungato appare lo scenario più probabile nel breve-medio termine.
