L’Avana. Seduto in un rustico bar nel Callejón de Hammel, che annuncia come specialità “El Negrón”, un cocktail a base di rum, basilico e miele, tra dipinti, murales e sculture, molte dedicate a divinità della santeria, Mario sentenzia: “Siamo specialisti in uragani. Arrivano con i loro diluvi, ma passano e noi continuiamo con la nostra vita. Balliamo, beviamo, mangiamo, godiamo. Siamo anche specialisti in baseball e in crisi. Le abbiamo passate tutte. Questa che sta provocando Trump non è speciale, per quanto dura sia. È un’altra. Passerà anche questa”.
È lo stesso atteggiamento che ha un gruppo di giovani studentesse di Legge, che, guidate da un coreografo, allestiscono un balletto nei cortili dell’Università dell’Avana, a pochi passi da una scritta sul marciapiede con lo slogan: “Palestina vincerà!”. Danzano al ritmo di una canzone che suona da un telefono cellulare. Lunedì ci sarà un festival culturale nella Plaza de las Artes e loro provano con gioia per partecipare. Per le future avvocate, la vita continua nonostante l’incertezza e le difficoltà dei nuovi tempi.
Come continua per le decine di venditori ambulanti, che, in bancarelle rudimentali sparse per varie strade, vendono patate, peperoni, cipolle, pomodori, platani, papaie, guaiabe. O per chi fa la fila per comprare il pane, in una panetteria con una facciata azzurra che annuncia “Cuba vive e lavora”. Il piccolo commercio fiorisce. È evidente nella proliferazione di queste attività, ma anche nei vari ristoranti privati, in cui i clienti sono cubani e non solo turisti. Oggi c’è meno traffico per le strade. Circolano meno veicoli. La scarsità di carburante è palpabile. Molte stazioni di servizio sono chiuse, per mancanza di benzina. Ma la città scorre. C’è molto movimento. I pedoni vanno e vengono. Sul malecón, vicino alla stazione ferroviaria, la gente pesca. Quando scende la notte, i quartieri si riempiono di giovani che svolgono attività culturali, o giocano a calcio o a basket.
Nonostante le difficoltà, i cubani si adattano per portare avanti la loro quotidianità. Hanno passato oltre 60 anni a inventare soluzioni nuove, piene di ingegno, alle sfide poste dal blocco economico. Solo che ora, è cresciuta l’indignazione contro Donald Trump. Yadira lo esprime con chiarezza. È una donna bionda con occhi chiari di 32 anni. Due anni fa è uscita dall’Isola per cercare di raggiungere gli USA. Ha lasciato sua figlia di 9 anni e il suo bambino di 7 con i nonni. Ma non ha raggiunto il confine ed è rimasta a Città del Messico. Lavora in una pescheria del mercato di Nonoalco. Ora è tornata all’Avana.
“Per quanto sia lontana – dice – c’è un pezzettino del mio cuore che è a Cuba, e non sono solo i miei figli… Non vorrei che accadesse nulla di male alla mia terra. A me non piace la politica, ma quello che stiamo vivendo con Trump va oltre la politica. Perché deve venire qualcuno che non è cubano a decidere come dobbiamo vivere?”
Coloro che scommettono di precipitare un “cambio di regime” strangolando la vita di un Paese, dimenticano le molle che, come nel caso di Yadira, muovono i cuori dei cittadini comuni. Eppure, continuano a farlo.
Non è la prima occasione in cui si annuncia la fine dell’utopia antillana. Nel 1991, il giornalista Andrés Oppenheimer pubblicò il libro La hora final de Fidel Castro. Dieci anni dopo fu ripubblicato. L’opera fu presentata come il risultato di una permanenza a Cuba di 6 mesi e più di 500 interviste a membri dell’opposizione e alti funzionari del regime.
Oppenheimer è un giornalista argentino, collaboratore del The Miami Herald e della CNN, che vive negli USA, con stretti legami con l’esilio cubano di Miami. Il suo libro descrive quello che avrebbe dovuto essere il presunto crollo del potere di Fidel Castro, dopo decenni alla guida della Rivoluzione. Preannunciava l’imminente caduta del comandante e il collasso del castrismo nell’isola.
Ma i suoi sogni bagnati si sono dissolti. I suoi vaticini sull’imminente caduta del regime cubano, elaborati al calore della disintegrazione del blocco sovietico e della scomparsa dell’URSS, si sono rivelati polvere bagnata.
Ampiamente diffusi come se fossero la Bibbia su giornali e televisione, non si sono avverati. Fidel Castro è morto nel novembre 2016, è stato sostituito da suo fratello Raúl e poi da Miguel Díaz-Canel.
Contro vento e marea, con molteplici difficoltà, con riforme sui generis e ora con la solidarietà internazionale ridotta, il modello cubano sopravvive, nonostante tutti gli auspici che ne annunciano l’imminente scomparsa.
Come successe a suo tempo con Oppenheimer, l’aggressione militare statunitense in Venezuela e il sequestro del presidente Nicolás Maduro hanno provocato la rinascita della profezia sull’imminente fine della Rivoluzione cubana. La fantasia si nutre dell’importanza che il chavismo ha avuto per la sopravvivenza del progetto trasformatore nell’Isola.
Ai tempi di Hugo Chávez, si arrivarono a distribuire fino a 100 mila barili al giorno, e, dopo l’accerchiamento economico contro il madurismo, tra il 2021 e il 2025, la cifra è diminuita di tre quarti, a 30 mila barili al giorno. L’Avana produce solo 40 mila dei 100 mila barili di cui ha bisogno giornalmente. E il suo importante piano per cambiare la matrice energetica del paese promuovendo fonti rinnovabili che le permettano di dipendere meno dai combustibili fossili avanza a un ritmo più lento delle sue necessità.
Certamente, l’isola vive tempi molto difficili. L’assedio energetico si è stretto con la minaccia di Donald Trump di imporre dazi ai paesi che riforniscono di carburante l’Isola. E quel blocco ha conseguenze sulla salute, l’alimentazione e, ovviamente, la vita quotidiana. I cubani soffrono di blackout intermittenti e prolungati, scarsità e privazioni non viste dal “periodo speciale” di crisi economica, tra il 1991 e il 1995.
Ma questo non significa che sia dietro l’angolo un imminente collasso o un “cambio di regime”. A giudicare dalla determinazione a resistere di tanti cubani, e dalla coesione sociale nata dal rifiuto delle provocazioni interventiste di Trump, come in tante altre occasioni in passato, questo annuncio sull’inevitabilità della fine della Rivoluzione cubana più che una realtà, sembra un auspicio nato dai desideri dei suoi nemici e dalla necessità del trumpismo di guadagnare votanti in vista delle elezioni di medio termine di novembre.
Per giustificare l’idea che “il cambio di regime” stia procedendo, diverse piattaforme informative nell’orbita di Washington, hanno diffuso ieri e oggi, la versione che il messaggio del presidente Miguel Díaz-Canel di questo 5 febbraio, in cui chiedeva agli USA di sostenere un dialogo serio, fosse un cambio di posizione del governo cubano verso quel paese, provocato dal decreto di Trump contro la più grande delle Antille, del 29 gennaio scorso.
Arleen Rodríguez, guantanamera e grande cronista, Premio Nazionale di Giornalismo José Martí per l’Opera della Vita e amica di gioventù del presidente cubano, sostiene che non è così. Non c’è -assicura- nessun cambio di posizione del suo Paese, e sì coerenza con la sua storica disponibilità al dialogo e all’intesa con gli USA, sulla base dell’uguaglianza e del rispetto reciproco.
Dal suo punto di vista, la nuova fase dell’offensiva contro Cuba, comincia con il genocidio a Gaza e la paralisi mondiale per fermarlo. È, dice, ricordando la lettera che da New York, nel dicembre 1891, José Martí scrisse a José Dolores Poyo, “l’ora dei forni, in cui non si deve vedere altro che luce”.
Cuba: la hora de los hornos o temporada de huracanes
La Habana. Sentado en un rústico bar en el Callejón de Hammel, que anuncia como su especialidad “El Negrón”, un cóctel elaborado a base de ron, albahaca y miel, entre pinturas, murales y esculturas, muchas dedicadas a deidades santeras, Mario sentencia: “somos especialistas en huracanes. Llegan con sus diluvios, pero pasan y seguimos con nuestra vida. Bailamos, bebemos, comemos, disfrutamos. También somos especialistas en beisbol y en crisis. Las hemos pasado todas. Esta que está provocando Trump no es especial, por más dura que sea. Es una más. Ya pasará”.
Es la misma actitud que tiene un grupo de jóvenes estudiantes de Derecho, que, dirigidas por un coreógrafo, montan un bailable en los patios de la Universidad de La Habana, apenas a unos pasos de una pinta en la acera con la consigna: “Palestina Vencerá!”. Danzan al compás de una canción que suena en un teléfono celular. El lunes habrá un festival cultural en la Plaza de las Artes y ellas ensayan con alegría para participar. Para las futuras abogadas, la vida continúa a pesar de la incertidumbre y las dificultades de los nuevos tiempos.
Como sigue para las decenas de vendedores ambulantes, que, en rudimentarios puestos desperdigados en distintas calles, despachan papas, pimientos, cebollas, jitomates, plátanos, papayas, guayabas. O para quienes hacen fila para comprar su pan, en una panadería con una fachada azul que anuncia “Cuba vive y trabaja”. El pequeño comercio florece. Es evidente en la proliferación de esos negocios, pero, también en diversos restaurantes privados, en los que los comensales son cubanos y no solo turistas. Hoy hay menos tránsito en las calles. Circulan menos vehículos. La escasez de combustibles es palpable. Muchas estaciones de servicio están cerradas, por falta de gasolina. Pero la ciudad fluye. Hay mucho movimiento. Los peatones van y vienen. En el malecón, cerca a la estación de ferrocarriles, la gente pesca. Cuando la noche cae, los barrios se llenan de jóvenes realizando actividades culturales, o jugando fútbol o basquetbol.
A pesar de las dificultades, los cubanos se adaptan para seguir su día a día. Llevan más de 60 años inventando soluciones novedosas, llenas de ingenio, a los desafíos que plantea el bloqueo económico. Solo que ahora, ha crecido la indignación contra Donald Trump. Yadira lo expresa con claridad. Ella es una mujer rubia de ojos claros y 32 años. Hace dos que salió de la Isla para tratar de llegar a Estados Unidos. Dejó a su hija de 9 años y a su niño de 7 con sus abuelos. Pero no alcanzó la frontera y se quedó en la Ciudad de México. Trabaja en una pescadería del mercado de Nonoalco. Ahora regresó a La Habana.
“Por más que esté lejos -dice- hay un pedacito de mi corazón que está en Cuba, y no son sólo mis hijos… No quisiera que pasara nada malo en mi tierra. A mí no me gusta la política, pero lo que estamos viviendo con Trump va más allá de la política. ¿Por qué tiene que venir alguien que no es cubano a decidir cómo tenemos que vivir?”
Quienes apuestan a precipitar un “cambio de régimen” estrangulando la vida de un país, olvidan los resortes que, como en el caso de Yadira, mueven los corazones de ciudadanos de a pie. Sin embargo, lo siguen haciendo.
No es la primera ocasión en la que se anuncia el fin de la utopía antillana. En 1991, el periodista Andrés Oppenheimer publicó el libro La hora final de Fidel Castro. Diez años después fue reeditado. La obra se presentó como resultado de una estancia en Cuba de seis meses y más de 500 entrevistas con integrantes de la oposición y altos funcionarios del régimen.
Oppenheimer es un periodista argentino, colaborador de The Miami Herald y de CNN, que vive en Estados Unidos, con vínculos estrechos con el exilio cubano en Miami. Su libro describe lo que debió ser el supuesto derrumbamiento del poder de Fidel Castro, tras décadas al frente de la Revolución. Anticipaba la inminente caída del comandante y el colapso del castrismo en la isla.
Pero sus sueños húmedos se evaporaron. Sus vaticinios sobre la inminente caída del régimen cubano, elaboradas al calor de la desintegración del Bloque soviético y la desaparición de la URSS, resultaron pólvora mojada.
Profusamente difundidas como si fueran la Biblia en periódicos y televisión, no se cumplieron. Fidel Castro murió en noviembre de 2016, fue relevado por su hermano Raúl y luego por Miguel Díaz-Canel.
Contra viento y marea, con múltiples dificultades, con reformas sui generis y ahora con solidaridad internacional encogida, el modelo cubano sobrevive, a pesar de todos los augurios que anuncian su inminente desaparición.
Como sucedió en su momento con Oppenheimer, la agresión militar estadunidense en Venezuela y el secuestro del presidente Nicolás Maduro han provocado el renacimiento de la profecía sobre el inminente fin de la Revolución cubana. La fantasía se alimenta de la importancia que el chavismo tuvo para la sobrevivencia del proyecto transformador en la Isla.
En tiempos de Hugo Chávez, se llegaron a distribuir hasta 100 mil barriles diarios, y, tras el cerco económico contra el madurismo, entre 2021 y 2025, la cifra disminuyó en tres cuartas partes, a 30 mil barriles diarios. La Habana produce solo 40 mil de los 100 mil barriles que necesita diariamente. Y su importante plan para cambiar la matriz energética del país impulsando fuentes renovables que le permitan depender menos de combustibles fósiles avanza a un ritmo más lento que sus necesidades.
Ciertamente, la isla vive tiempos muy difíciles. El cerco energético se ha estrechado con la amenaza de Donald Trump de cobrar aranceles a los países que abastezcan de combustible a la Isla. Y ese bloqueo tiene consecuencias en salud, alimentación y, por supuesto, la vida cotidiana. Los cubanos sufren apagones intermitentes y prolongados, escasez y privaciones no vistos desde el “periodo especial” de crisis económica, entre 1991 a 1995.
Pero eso no significa que esté a la vuelta de la esquina un inminente colapso ni un “cambio de régimen”. A juzgar por la determinación de resistir de tantos cubanos, y la cohesión social nacida del rechazo a los desplantes intervencionistas de Trump, como en tantas otras ocasiones en el pasado, este anuncio sobre la inevitabilidad del fin de la Revolución cubana más que una realidad, parece augurio nacido de los deseos de sus malquerientes y de la necesidad del trumpismo de ganar votantes de cara a las elecciones intermedias de noviembre.
Para justificar la idea de que “el cambio de régimen” camina, diversas plataformas informativas en la órbita de Washington, difundieron ayer y hoy, la versión de que el mensaje del presidente Miguel Díaz-Canel de este 5 de febrero, llamando a Estados Unidos a sostener un diálogo serio, era un cambio de postura del gobierno cubano hacia ese país, provocado por el decreto de Trump contra la mayor de las Antillas, del pasado 29 de enero.
Arleen Rodríguez, guantanamera y gran cronista, Premio Nacional de Periodismo José Martí por la Obra de la Vida y amiga de juventud del mandatario cubano, sostiene que no es así. No hay -asegura- ningún cambio de postura de su país, y sí coherencia con su histórica disposición al diálogo y entendimiento con Estados Unidos, sobre la base de la igualdad y el respeto mutuos.
Desde su punto de vista, la nueva fase de la ofensiva contra Cuba, arranca con el genocidio en Gaza y la parálisis mundial para frenarlo. Es, dice, recordando la carta que desde Nueva York, en diciembre de 1891, José Martí escribió a José Dolores Poyo, “la hora de los hornos, en que no se ha de ver más que luz”.
