Mantenere Cuba nel fallimento economico produce un grande reddito elettorale per le destre: la crocifissione dell’isola come testimonianza dei mali del socialismo.
La possibilità di trattative tra Cuba e l’amministrazione Trump ha recentemente attirato l’attenzione della stampa. Il viceministro degli Esteri cubano, Carlos Fernández de Cossío, ha già chiarito che, ufficialmente, non esiste alcun tavolo di dialogo con gli USA al di là dei contatti abituali.
Giovedì 5 febbraio il presidente cubano Miguel Díaz-Canel, in una conferenza stampa, ha dichiarato che “Cuba è disposta a un dialogo con gli USA su qualsiasi argomento”. Sebbene alcuni media abbiano voluto vedere in queste dichiarazioni un segno di debolezza, o qualcosa di “inusuale”, esse non si discostano di un millimetro dalla storica posizione ufficiale del governo rivoluzionario riguardo alle sue relazioni con gli USA. In ogni caso, che ci sia o meno una negoziazione in corso, che avvenga attraverso canali ufficiali o meno, è certo che qualsiasi negoziato tra USA e Cuba affronta ostacoli che vale la pena ricordare, e che si spera possano essere superati.
La società cubana e la sua diaspora hanno già conosciuto i benefici di una relazione relativamente civile tra i due paesi. Obama non eliminò il blocco, il principale ostacolo nelle relazioni bilaterali e per la normale inserzione di Cuba nel mercato mondiale; ma rilassò l’ostilità economica verso l’isola abbastanza da far sì che in quegli anni ci fosse una prosperità percepibile nella vita quotidiana del cubano.
Nel 2017, tutto questo crollò. Quando Trump si vide indagato dal Comitato per l’Intelligence del Senato a caldo per quella faccenda del “complotto russo”, Marco Rubio emerse come un alleato necessario all’interno del comitato. Il comportamento di Rubio durante l’inchiesta, e l’immediata inversione di rotta poche settimane dopo del “disgelo” di Obama da parte di un sorridente Trump e Rubio nella Little Havana di Miami, fanno pensare che la politica verso Cuba sia stata una moneta di scambio in un crudo esercizio di sopravvivenza politica. Da allora in poi, le relazioni tra i due paesi non hanno fatto altro che deteriorarsi.
Qui abbiamo uno degli ostacoli di cui parlavo prima, e che ha impedito per decenni una comprensione tra i due paesi. Rubio non è solo Rubio: è una tradizione politica. Ha costruito la sua carriera nel seno e sotto la protezione del cosiddetto “esilio storico”, quello fondato dagli scherani della dittatura batistiana e dalle oligarchie che fuggirono da Cuba dopo il 1959. Per questa forza politica, attorno alla quale si è articolata per mezzo secolo tutta l’opposizione alla Rivoluzione Cubana, l’unica soluzione alla “questione cubana” è la rivincita.
Durante la guerra “fredda” forse gli interessi degli USA come Stato erano allineati con quelli di questo gruppo di pressione. Cuba era un’alleata dell’URSS e inoltre appoggiava movimenti armati di liberazione in America Latina e in tutto il mondo. Oggi il panorama è diverso. Sfortunatamente la politica verso Cuba continua ad essere sequestrata da quella tendenza che solo Obama brevemente superò. Come dicevo, per loro non può esserci alcun accordo con Cuba senza che essa prima passi per le forche caudine.
Le società di Trump hanno mostrato in passato interesse per Cuba come opportunità di affari, e nelle sue ambigue dichiarazioni recenti, lui si è mostrato inoltre più interessato a negoziare una grande deportazione di cubani che un cambio di regime. Qualsiasi di questi interessi potrebbe tradursi in un accordo di convivenza. Tuttavia, per farlo, questi programmi dovrebbero prevalere sull’agenda cubano-americana. Cuba ha reiterato più volte che non discuterà nessuno dei punti che fanno salivare a Miami: né transizione del potere, né scarcerazioni, né riforme della Costituzione. Pertanto, finché persone come Rubio resteranno di guardia sul cammino, qualsiasi negoziato arriverà là a un punto morto.
L’altra questione da considerare è l’attuale funzione che possiede il significante Cuba nel quadro della guerra culturale delle nuove destre emisferiche. Sebbene il destino di Cuba non abbia grande ripercussione nella politica domestica nordamericana, possiede rilevanza per gli alleati iberoamericani del trumpismo.
Da un lato, mantenere Cuba nel fallimento economico produce un grande rendimento elettorale per le destre: la crocifissione dell’isola come testimonianza dei mali del socialismo — di qualsiasi socialismo —. A questo si aggiunge la quantità di migranti che la crisi cubana — nella quale ha una grande responsabilità la politica di Trump — ha espulso dal paese verso USA, Spagna e America Latina. Quell’ondata migratoria unita a una strategia comunicazionale di polarizzazione delle comunità cubane — che debuttò anche durante il primo governo MAGA — ha convertito una parte della diaspora cubana in attivisti molto efficaci della destra. E la loro voce — come succede anche con i venezuelani — finisce sovrarappresentata rispetto al resto delle posizioni della nazione cubana perché, primo, sono dispersi per tutto l’emisfero e, secondo, godono del favore e dell’interesse mediatico occidentale.
Quindi la possibilità del successo economico di Cuba o anche solo della fine della sua crisi, è intollerabile per le destre di questa parte del mondo. Come lo è qualsiasi prospettiva di riconciliazione dei cubani che non sia anteceduta dalla sconfitta e dall’umiliazione dei comunisti. Hanno bisogno di noi che siamo dentro morendo, e di quelli che sono fuori isterici.
Dall’altro lato, oltre alla crisi eterna, la distruzione di Cuba sarebbe anche un obiettivo desiderabile per queste destre. Finché esisterà una Cuba socialista, il limite del possibile e del radicale continua ad essere troppo a sinistra. Siamo gli ultimi soldati della guerra “fredda” alla luce dei quali ogni progressismo e socialdemocrazia continua a sembrare accettabile per il quadro generale del sistema. Tuttavia, le nuove destre già chiamano comunisti e dittatori Morena, Pedro Sánchez, il peronismo, qualsiasi progressismo o socialdemocrazia. Cancellare l’esperienza cubana e chiudere definitivamente il capitolo del socialismo “reale” nell’emisfero, permetterebbe di entrare in un’altra tappa della guerra culturale, in cui i nuovi “intollerabili” sarebbero quelli che oggi ancora trovano posto nel patto democratico liberale.
Questo alcune sinistre non lo comprendono. Forse credono che finché si manterranno “entro le regole” non andranno contro di loro. Altre hanno dimenticato che sono già andati contro di loro nonostante si siano mantenute “entro le regole”, e oggi voltano le spalle a Maduro o chiudono un occhio su Cuba, senza capire che la “questione cubana” non è affatto solo cubana. Non esistono, finché esiste l’imperialismo, le questioni interne dei popoli. Per questo in questo contesto la solidarietà con Cuba, e la sua sopravvivenza, dovrebbero essere lette come un problema esistenziale delle sinistre di questo emisfero.
Avendo questa prospettiva, il trumpismo sarebbe disposto a compromettere così gravemente la propria posizione nei confronti l’Internazionale Reazionaria arrivando a qualche tipo di accordo “decente” con Cuba? Il trumpismo è sufficientemente imprevedibile da non permetterci di saperlo. Nel frattempo conviene osservare gli avvenimenti alimentando il pessimismo della ragione con queste comprensioni. L’altro, l’ottimismo della volontà, bisognerà alimentarlo con la convinzione che di fronte ai prepotenti la fermezza è una buona carta, e alla Cuba della Rivoluzione mancano molte cose, ma ma di una cosa è ancora ampiamente provvista: la fermezza.
Las negociaciones Cuba-USA en su laberinto
Iramis Rosique Cárdenas
Mantener a Cuba en el fracaso económico, produce gran rédito electoral para las derechas: la crucifixión de la isla como testimonio de los males de socialismo.
La posibilidad de negociaciones entre Cuba y la administración Trump ha llamado la atención de la prensa recientemente. Ya el viceministro de Relaciones Exteriores de Cuba, Carlos Fernández de Cossío aclaró que, de manera oficial, no existe ninguna mesa de diálogo con Estados Unidos más allá de los contactos habituales.
El jueves 5 de febrero el presidente cubano Miguel Díaz-Canel en conferencia de prensa dijo que «Cuba está dispuesta a un diálogo con EE.UU. sobre cualquier tema». Si bien algunos medios han querido ver en estas declaraciones señal de debilidad, o algo «inusual», ellas no se separan un milímetro de la histórica posición oficial del gobierno revolucionario respecto a sus relaciones con EE.UU. En cualquier caso, haya en marcha o no una negociación, esté ocurriendo por canales oficiales o no, lo cierto es que cualquier negociación entre EE.UU. y Cuba enfrenta obstáculos que vale la pena recordar, y que ojalá pudieran ser sorteados.
Ya la sociedad cubana y su diáspora conocimos los beneficios de una relación relativamente civilizada entre los países. Obama no eliminó el bloqueo, principal obstáculo en las relaciones bilaterales y para la inserción normal de Cuba en el mercado mundial; pero sí relajó la hostilidad económica hacia la isla lo suficiente como para que en aquellos años hubiera una prosperidad perceptible en la vida cotidiana del cubano.
En 2017, eso se vino abajo. Cuando Trump se vio investigado por parte del Comité de Inteligencia del Senado a calor de aquel asunto de la «trama rusa», Marco Rubio emergió como un necesario aliado dentro del comité. La conducta de Rubio durante la investigación, y la inmediata retroversión unas semanas después del «deshielo» de Obama por parte de unos sonrientes Trump y Rubio en Little Havana, hacen pensar que la política hacia Cuba fue una moneda de cambio en un crudo ejercicio de supervivencia política. A partir de entonces a las relaciones entre ambos países no han hecho más que deteriorarse.
Ya la sociedad cubana y su diáspora conocimos los beneficios de una relación relativamente civilizada entre los países.
Aquí tenemos uno de los obstáculos que mencionaba antes, y que ha impedido durante décadas un entendimiento entre los dos países. Rubio no es solo Rubio: es una tradición política. Ha construido su carrera en el seno y al amparo del llamado «exilio histórico», ese fundado por los esbirros de la tiranía batistiana y las oligarquías que huyeron de Cuba luego de 1959. Para esa fuerza política, en torno a la cual se ha articulado toda oposición a la Revolución Cubana durante medio siglo, la única solución a la «cuestión cubana» es la revancha.
Durante la guerra «fría» quizá los intereses de EE.UU. como estado estuvieron alineados con los de este lobby. Cuba era una aliada de la URSS y además apoyaba movimientos armados de liberación en Latinoamérica y en todo el mundo. A la altura de hoy el panorama es otro. Desgraciadamente la política hacia Cuba continúa secuestrada por esa tendencia que solo Obama brevemente sorteó. Como decía, para ellos, no puede haber acuerdo con Cuba sin que ella antes pase por las horcas caudinas.
Las empresas Trump han mostrado en el pasado interés por Cuba como oportunidad de negocios, y en sus ambiguas declaraciones recientes, él se ha mostrado además más interesado en negociar una gran deportación de cubanos que un cambio de régimen. Cualquiera de esos intereses podría traducirse en un acuerdo de convivencia. Sin embargo, para ello esas agendas tendrían que sobreponerse a la agenda cubano-americano. Cuba ha reiterado varias veces que no discutirá ninguno de los puntos que hacen salivar en Miami: ni transición del poder, ni excarcelaciones, ni reformas de la Constitución. Por tanto, mientras gente como Rubio esté apostada en el camino, por ahí llega a punto muerto cualquier negociación.
La otra cuestión a tener en cuenta es la actual función que posee el significante Cuba en el cuadro de la guerra cultural de las nuevas derechas hemisféricas. Si bien el destino de Cuba no tiene gran repercusión en la política doméstica norteamericana, sí posee relevancia para los aliados iberoamericanos del trumpismo.
Rubio no es solo Rubio: es una tradición política. Ha construido su carrera en el seno y al amparo del llamado «exilio histórico», ese fundado por los esbirros de la tiranía batistiana y las oligarquías que huyeron de Cuba luego de 1959. Para esa fuerza política, en torno a la cual se ha articulado toda oposición a la Revolución Cubana durante medio siglo, la única solución a la «cuestión cubana» es la revancha
Por un lado, mantener a Cuba en el fracaso económico, produce gran rédito electoral para las derechas: la crucifixión de la isla como testimonio de los males de socialismo —de cualquier socialismo—. A esto se le suma la cantidad de migrantes que la crisis cubana —en la cual tiene una responsabilidad grande la política de Trump— expulsó fuera del país hacia Estados Unidos, España y Latinoamérica. Esa ola migratoria conjugada con una estrategia comunicacional de polarización de las comunidades cubanas —que también se estrenó durante el primer gobierno MAGA— ha convertido a una parte de la diáspora cubana en activistas muy efectivos de la derecha. Y su voz —como pasa también con los venezolanos— termina sobrerrepresentada respecto al resto de las posiciones de la nación cubana porque, primero, están dispersos por todo el hemisferio y, segundo, gozan del favor y el interés mediático occidental.
Entonces la posibilidad del éxito económico de Cuba o siquiera del fin de su crisis, es intolerable para las derechas de este lado del mundo. Como también lo es cualquier perspectiva de reconciliación de los cubanos que no sea antecedida del aplastamiento y la humillación de los comunistas. Nos necesitan a los de adentro muriendo, y a los de afuera histéricos.
Por otro lado, además de la crisis eterna, la destrucción de Cuba también sería un objetivo deseable para estas derechas. Mientras Cuba socialista exista, el límite de lo posible y lo radical continúa demasiado a la izquierda. Somos los últimos soldados de la guerra «fría» a la luz de los cuales todo progresismo y socialdemocracia continúa pareciendo aceptable para el cuadro general del sistema. Sin embargo, las nuevas derechas ya llaman comunistas y dictadores a Morena, a Pedro Sánchez, al peronismo, a cualquier progresismo o socialdemocracia. Borrar la experiencia cubana y cerrar definitivamente el capítulo del socialismo «real» en el hemisferio, permitiría entrar a otra etapa de la guerra cultural, en la que los nuevos «intolerables» sean los que hoy todavía caben en el pacto democrático liberal.
Esto algunas izquierdas no lo comprenden. Quizá creen que mientras se mantengan «dentro de las reglas» no irán a por ellas. Otras han olvidado que por ellas han ido ya a pesar de haberse mantenido «dentro de las reglas», y hoy dan la espalda a Maduro o hacen de la vista gorda con Cuba, sin entender que la «cuestión cubana» no es en lo absoluto solo cubana. No existen, mientras exista el imperialismo, los asuntos internos de los pueblos. Por eso en este contexto la solidaridad con Cuba, y su supervivencia, deberían leerse como un problema existencial de las izquierdas de este hemisferio.
Teniendo esa perspectiva, ¿el trumpismo se aprestaría a quedar así de mal con la Internacional Reaccionaria llegando a algún tipo de acuerdo «decente» con Cuba? El trumpismo es suficientemente impredecible como para que no podamos saberlo. Mientras tanto conviene observar los acontecimientos alimentando el pesimismo de la razón con estas comprensiones. El otro, el optimismo de la voluntad, habrá que alimentarlo con la convicción de que frente a los abusadores la firmeza es una buena baza, y a la Cuba de la Revolución le escasean muchas cosas, pero le sigue sobrando la firmeza.




