Cuba, il suo esempio e le minacce degli USA

Gustavo Veiga

Il “problema dell’isola” è che ha diffuso la sua solidarietà e il suo internazionalismo in un capitalismo distruttivo che esprime il contrario. Rappresenta anche, meglio della maggior parte dei Paesi, la propria autodeterminazione nelle decisioni nazionali. Il presidente Díaz-Canel ha avvertito: “Cuba è una nazione libera e sovrana. Nessuno ci detta cosa fare”.

L’inclusione di Cuba nella classifica dei paesi che gli USA definiscono nemici si basa sempre su argomenti assurdi. Il regime di Donald Trump, nel suo ordine esecutivo del 29 gennaio, ha dichiarato che l’isola rappresenta “una minaccia insolita e straordinaria alla sicurezza nazionale e alla politica estera” degli USA.

Com’è possibile che uno “stato fallito” o che “non sarà in grado di sopravvivere”, secondo il presidente che travolge chiunque, abbia la possibilità di mettere in pericolo il sogno americano? L’apparente contraddizione è pura retorica imperialista e mira a punire i governi che non si allineano alle politiche di Washington.

Con il cinismo che lo contraddistingue, Trump ha aggiunto a quelle parole, pronunciate quando ha attaccato il Venezuela e ha ordinato di sequestrare il suo presidente Nicolás Maduro, che “Cuba è molto vicina al collasso” e “cadrà molto presto”.

Ora ha ampliato i margini della sua profezia e ha deciso di privare la patria di José Martí e Fidel Castro del petrolio indispensabile per far muovere la sua economia e la sua gente. Ha i mezzi per farlo: con la coercizione del suo colossale apparato tecnico-militare.

Punta a una resa incondizionata che si baserà sull’aumento delle tariffe doganali verso i Paesi che forniranno idrocarburi all’Avana. Non vuole che un solo barile di greggio arrivi all’isola, che è già priva di quello che le inviava il Venezuela.

La misura ha messo in difficoltà il Messico, una nazione con legami storici con Cuba, al punto che durante il lungo blocco USA e persino con presidenti di destra come Vicente Fox, le relazioni non sono mai state interrotte.

La capo di Stato, Claudia Sheinbaum, ha dichiarato di voler evitare “una crisi umanitaria” e sta esplorando soluzioni per continuare a inviare la fornitura vitale ai cubani. Ha anche chiarito che il totale di queste rimesse non supera l’1% della produzione petrolifera messicana, secondo il quotidiano La Jornada.

Il declamato slogan MAGA, acronimo di “Make America Great Again” (Rendiamo l’America di nuovo grande), non consiste nel benessere degli abitanti degli USA, oggi assassinati, aggrediti o gassati nelle loro strade, definiti da Trump o dai suoi funzionari più neofascisti come “terroristi domestici” se si mobilitano contro le sue politiche.

Questa parola d’ordine maccartista si riferisce a una campagna per unire soggettività che escludano coloro che si ribellano al regime in cui si è trasformata la democrazia fallita USA. Il grave problema per Trump è che la sua immagine pubblica continua a cadere, è stato messo in scacco dal caso Epstein ed è sempre più senile.

Nel Memorandum Presidenziale sulla Sicurezza Nazionale che ha firmato nel 2025, intitolato “Combattere il terrorismo domestico e la violenza politica organizzata”, noto anche come NSPM-7, vengono identificati i possibili obiettivi: persone che esprimono punti di vista “anticristiani”, “anticapitalisti” o “anti-americani”.

Non ci sono molte differenze con la definizione di “narcoterroristi”. Trump e il suo segretario di Stato, Marco Rubio, se ne sono serviti per giustificare gli omicidi di civili che sono stati crivellati di colpi sulle loro barche nel Mar dei Caraibi con l’accusa non provata di essere “trafficanti di droga”.

Nella regione, negli ultimi mesi, hanno prima eliminato pescatori venezuelani e colombiani con missili, poi il presidente Maduro – ma non il chavismo – e ora vogliono Cuba. Era prevedibile. Gli USA ci hanno provato cento volte, ma sono sempre falliti in passato.

L’inasprimento delle politiche di Washington verso l’isola non si basa sulle sue ricchezze, come nel caso del Venezuela. Nemmeno sulla sua posizione geografica, né sulle relazioni estere che mantiene con Cina, Russia o Iran. Men che meno sull’idea stravagante che la “minaccia alla sicurezza nazionale” si riferisca a un attacco missilistico via mare e cielo dall’Avana o alla possibilità che Cuba tenti di recuperare la base di Guantánamo, usurpata dagli USA dal 1903. Niente di tutto questo.

All’isola non si applica nemmeno l’accusa di essere un santuario del narcotraffico, e a Trump non preoccupa nemmeno il sistema a partito unico che la governa da quando ha abbracciato il socialismo con la sua rivoluzione del 1959.

Se gli importasse del concetto di democrazia che proclama – il presidente USA la concepisce solo sotto tutela – non avrebbe mai registrato il suo marchio a Cuba nel 2008 per “costruire hotel, casinò e campi da golf”, come pubblicò all’epoca il sito cubano Escambray.

Il “problema di Cuba” è che ha diffuso il suo esempio di solidarietà e internazionalismo in un capitalismo distruttivo che esprime il contrario. È un esempio di autodeterminazione nelle decisioni nazionali, di non essere una nazione colonizzata dall’impero.

È un esempio di resistenza al blocco criminale e atto di guerra, di essersi impegnata nella lotta per porre fine al regime dell’apartheid sudafricano, di aver dato quando ha accolto le vittime del disastro di Chernobyl. È l’esemplare impegno delle sue missioni mediche e sanitarie che invia a decine di paesi e che ha approfondito come politica in piena pandemia quando nessun altro paese osava farlo.

Cuba è un esempio di indipendenza che irradia ancora con forza e che, per rara paradosso, è stata l’ultima nazione dell’America Latina a rendersi indipendente da un altro impero, quello spagnolo, per poi vedersene gettare addosso un altro, gli USA.

Di fronte alle minacce di Trump, il presidente Miguel Díaz-Canel ha dichiarato: “Cuba è una nazione libera, indipendente e sovrana. Nessuno ci detta cosa fare. Cuba non aggredisce, è aggredita dagli Stati Uniti da 66 anni, e non minaccia, si prepara, disposta a difendere la patria fino all’ultima goccia di sangue”.

In quel manuale di sfacciataggine che contiene l’ordine esecutivo firmato alla Casa Bianca, “si accusa il regime cubano di sostenere politiche che possono destabilizzare l’emisfero occidentale”. Come in una brutta opera teatrale, e per evitare i fischi, il sipario dovrebbe calare molto in fretta.


Cuba, su ejemplo y las amenazas de EEUU

 Por Gustavo Veiga 

El “problema de la isla” es que esparció su solidaridad e internacionalismo en un capitalismo destructivo que expresa lo contrario. También representa mejor que la mayoría de los países su autodeterminación en las decisiones nacionales. El presidente Díaz Canel advirtió: “Cuba es una nación libre y soberana. Nadie nos dicta qué hacer”. 

La inclusión de Cuba en el ranking de países que Estados Unidos define como enemigos siempre se sostiene en argumentos disparatados. El régimen de Donald Trump en su orden ejecutiva del 29 de enero declaró que la isla representa “una amenaza inusual y extraordinaria a la seguridad nacional y la política exterior” de EEUU. 

¿Cómo es posible que un “estado fallido” o que “no va a ser capaz de sobrevivir”, según el presidente que se lleva a todo el mundo por delante, tenga chances de poner en peligro el sueño americano? La contradicción aparente es pura retórica imperialista y se basa en escarmentar a los gobiernos que no se disciplinan con las políticas de Washington. 

Con el cinismo que lo caracteriza, Trump agregó a aquellas palabras dichas cuando atacó a Venezuela y mandó a secuestrar a su presidente Nicolás Maduro, que “Cuba está muy cerca del colapso” y “va a caer muy pronto”. 

Ahora amplió los márgenes de su vaticinio y decidió desabastecer a la patria de José Martí y Fidel Castro del petróleo indispensable para que su economía y su gente se muevan. Tiene cómo hacerlo. Con la coerción de su colosal aparato tecnológico-militar. 

Pretende una rendición incondicional que se apoyará en subidas de aranceles a los países que abastezcan de hidrocarburos a La Habana. No quiere que un solo barril de crudo llegue a la isla, que ya carece del que le enviaba Venezuela. 

La medida puso en aprietos a México, una nación de lazos históricos con Cuba, al punto que durante la vigencia del extenso bloqueo de EEUU y aun con presidentes de derecha como Vicente Fox, nunca se interrumpió la relación. 

La jefa de Estado, Claudia Sheinbaum, declaró que quiere evitar “una crisis humanitaria” y explora situaciones para seguir enviando el insumo vital a los cubanos. También aclaró que el total de esas remesas no supera el uno por ciento de la producción petrolera mexicana, según el diario La Jornada. 

El declamado slogan de MAGA, acrónimo de “Make America Great Again” (Hagamos a Estados Unidos grande otra vez) no consiste en el bienestar de los habitantes de EEUU, hoy asesinados, apelados o gaseados en sus calles. Definidos por Trump o sus funcionarios más neofascistas como “terroristas domésticos” si se movilizan contra sus políticas. 

Esa consigna macartista se refiere a una campaña para unir subjetividades que excluyan a quienes se rebelen contra el régimen en que se transformó la democracia fallida de Estados Unidos. El grave problema para Trump es que sigue cayendo su imagen pública, quedó jaqueado por el caso Epstein y está cada vez más senil.

 En el Memorando Presidencial de Seguridad Nacional que firmó en 2025 titulado “Combatir el terrorismo doméstico y la violencia política organizada”, también conocido como NSPM-7, se identifica a los posibles objetivos: personas que expresan puntos de vista “anticristianos”, “anticapitalistas” o “antiestadounidenses”. 

No hay demasiadas diferencias con la definición de “narcoterroristas”. Trump y su secretario de Estado, Marco Rubio, se valieron de ella para justificar los asesinatos de civiles que fueron acribillados sobre sus lanchas en el mar Caribe bajo la imputación no probada de “traficantes de drogas”. 

En la región y durante los últimos meses, primero acabaron con pescadores venezolanos y colombianos a misilazos, después con el presidente Maduro -pero no con el chavismo- y ahora van por Cuba. Era previsible. Estados Unidos lo intentó una y cien veces pero fracasó siempre en el pasado. 

El endurecimiento de las políticas de Washington hacia la isla no se basa en sus riquezas, como en el caso de Venezuela. Tampoco en su posición geográfica, ni en las relaciones exteriores que mantiene con China, Rusia o Irán. Mucho menos en la desorbitada idea de que la “amenaza para la seguridad nacional” se refiera a un ataque misilístico por mar y cielo desde La Habana o en la posibilidad de que Cuba intente recuperar la base de Guantánamo que usurpa Estados Unidos desde 1903. Nada de eso. 

Tampoco aplica a la isla la imputación de santuario narco, ni siquiera le preocupa a Trump el sistema de partido único que la rige desde que abrazó el socialismo con su revolución de 1959. 

Si le importara el concepto de democracia que declama -el presidente de EE.UU solo la concibe tutelada- , nunca hubiera registrado su marca en Cuba en 2008 para “construir hoteles, casinos y campos de golf”, según publicó el sitio cubano Escambray, en aquel momento. 

El “problema de Cuba” es que esparció su ejemplo de solidaridad e internacionalismo en un capitalismo destructivo que expresa lo contrario. Es un ejemplo de autodeterminación en las decisiones nacionales, de no ser una nación colonizada por el imperio. 

Es un ejemplo de resistencia al bloqueo criminal y acto de guerra, de haberse involucrado en la lucha para poner fin al régimen del Apartheid sudafricano, del que dio cuando recibió a las víctimas del desastre de Chernóbil. Es el ejemplar compromiso de sus misiones médicas y sanitarias que envía a decenas de países y que profundizó como política en plena pandemia cuando ningún otro país se atrevía. 

Cuba es un ejemplo de independencia que irradia todavía con fuerza y que, por rara paradoja, fue la última nación de América Latina en independizarse de otro imperio, el español, para que otro, Estados Unidos, se le echara encima. 

Ante las amenazas de Trump, el presidente Miguel Díaz Canel declaró: “Cuba es una nación libre, independiente y soberana. Nadie nos dicta qué hacer. Cuba no agrede, es agredida por Estados Unidos hace 66 años, y no amenaza, se prepara, dispuesta a defender a la patria hasta la última gota de sangre”. 

En ese manual del descaro que contiene la orden ejecutiva firmada en la Casa Blanca, “se acusa al régimen cubano de apoyar políticas que pueden desestabilizar el hemisferio occidental”. Como en una mala obra de teatro y con el fin de evitar los abucheos, el telón debería bajar muy rápido.  

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