Lassana Tunkara – REDH-Cuba
Quando la pressione economica si trasforma in coercizione politica, la questione non è più ideologia: è principio.
Ho ammirato la Rivoluzione Cubana da quando ho studiato la storia dei movimenti di liberazione. Non perché fosse perfetta. Non perché i suoi dirigenti fossero al di là di ogni critica. Ma perché in un mondo plasmato dall’impero, una piccola isola a novanta miglia dagli USA ha osato insistere sulla dignità.
Oggi, mentre Cuba affronta una crescente carenza di carburante che mette alla prova la sua infrastruttura energetica e la vita quotidiana, gran parte della stampa occidentale riduce la crisi a una morale sul «socialismo fallito». Raramente si menziona che le sanzioni e la pressione economica sono state inasprite ancora una volta, con minacce ai fornitori di carburante, intimidazione alle compagnie di navigazione e avvertimenti agli assicuratori che commerciare con Cuba potrebbe significare l’esclusione dal mercato USA. Questo inasprimento include la minaccia di dazi a qualsiasi Paese che fornisca petrolio a Cuba, nel tentativo di bloccare le importazioni di energia, vitali per l’economia dell’isola.
L’operazione militare USA in Venezuela che ha portato alla cattura del presidente Nicolás Maduro, un importante fornitore di petrolio per Cuba, è stata sostanzialmente un sequestro di fatto progettato per tagliare l’accesso vitale a L’Avana e impadronirsi delle risorse petrolifere di Caracas. Lo stesso Trump ha dichiarato che non sarebbe stato inviato più petrolio né denaro venezuelano a Cuba, esortando il governo cubano a «raggiungere un accordo… prima che sia troppo tardi».
Nel frattempo, il Segretario di Stato USA, Marco Rubio, ha esplicitamente avvertito i dirigenti cubani che “sono in grossi guai” dopo le agitazioni politiche in Venezuela, collegando direttamente L’Avana con l’apparato politico e di sicurezza di Caracas e segnalando che Cuba potrebbe essere il prossimo paese nel mirino di Washington.
Una storia condivisa di solidarietà
La lotta di Cuba non è mai stata sentita come estranea all’Africa. Condividiamo più che legami diplomatici: condividiamo sangue, sacrificio e memoria. Quando i movimenti di liberazione nell’Africa meridionale lottarono contro la dominazione coloniale e l’apartheid, Cuba non si limitò a emettere dichiarazioni. Inviò persone. Più di 300000 cubani servirono in Africa. Migliaia non tornarono mai a casa. In Angola e Namibia, e nella lotta più ampia che aiutò a smantellare l’apartheid, gli internazionalisti cubani sostennero gli africani in un momento in cui potenti governi occidentali sostenevano gli stessi regimi che ci opprimevano. Questa non è propaganda. Questa è storia.
Oggi, i medici cubani continuano a prestare servizio in tutta Africa, spesso in zone remote dove pochi arrivano. In Gambia, il loro contributo è profondamente sentito. All’Ospedale Universitario Edward Francis Small di Banjul e nei centri regionali da Farafenni a Basse, i medici cubani hanno eseguito chirurgie salvavita, hanno assistito in reparti sovraffollati e hanno fatto da tutor a giovani medici gambiani in specialità critiche.
Per molti gambiani, Cuba non è un dibattito geopolitico. È il medico che ha curato un bambino, ha stabilizzato una vittima di un incidente o ha lavorato instancabilmente in un ospedale provinciale dove l’assistenza specializzata scarseggia. Durante l’epidemia di Ebola, Cuba ha schierato uno dei più grandi contingenti medici in Africa Occidentale. Durante il COVID-19, le brigate mediche cubane hanno attraversato i confini mentre le nazioni più ricche accumulavano vaccini e dispositivi di protezione.
Il precedente che dovrebbe preoccupare l’Africa
Il blocco contro Cuba rimane il più antico regime di sanzioni unilaterali della storia moderna. Per decenni, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha votato in modo schiacciante a favore della sua condanna. Per decenni, quelle votazioni sono state ignorate. Se un consenso globale quasi universale non può proteggere una piccola nazione insulare dallo strangolamento economico, quale protezione esiste per gli Stati africani che escono dalle linee geopolitiche preferite?
Abbiamo visto strumenti simili utilizzati altrove: sanzioni, restrizioni finanziarie, pressione extraterritoriale su banche e imprese. Comprendiamo cosa significa che l’infrastruttura finanziaria diventi una leva. Il meccanismo è semplice: minacciare imprese, assicuratori e banche. Rendere il commercio troppo rischioso. Creare scarsità. Aumentare la pressione interna. Poi, etichettare le difficoltà risultanti come «fallimento politico». Per i responsabili politici africani, non si tratta di ideologia. Si tratta di precedenti.
La sovranità non è selettiva
Non idealizzo le difficoltà. Cuba affronta vere sfide interne, come tutte le nazioni, inclusa la mia. Ma c’è una differenza tra la riforma interna e lo strangolamento esterno.
Il principio in gioco è semplice: una nazione ha il diritto di scegliere il proprio percorso di sviluppo senza essere economicamente asfissiata fino alla resa? La storia dell’Africa dovrebbe renderci sensibili a questa domanda. Il colonialismo dettò le nostre strutture economiche. Il debito post-indipendenza plasmò le nostre politiche fiscali. L’aggiustamento strutturale trasformò i nostri stati. Continuiamo a rivendicare la piena sovranità economica.
L’esempio di Cuba conta non perché l’Africa debba copiarlo, ma perché la sua persistenza sotto pressione dimostra che esistono percorsi alternativi, anche i più difficili. Se la deviazione viene punita così severamente che nessun paese osa sperimentare, la sovranità diventa decorativa invece che reale.
La multipolarità deve significare qualcosa
L’Africa cerca alleanze diversificate — integrando Oriente e Occidente, Nord e Sud — per calcolo strategico. Un mondo multipolare offre opzioni. Le opzioni aumentano l’influenza. L’influenza aumenta la dignità. Ma la multipolarità deve implicare rispetto per le decisioni politiche indipendenti. Quando la guerra economica contro una nazione del Sud Globale viene normalizzata, ci indebolisce tutti. Rafforza un sistema dove il potere finanziario prevale sul diritto internazionale e i calcoli politici interni di paesi potenti possono devastare intere popolazioni all’estero. Sostenere Cuba significa, in ultima analisi, resistere a questa normalizzazione.
La scelta davanti all’Africa
L’Africa deve decidere se la sovranità è divisibile, concessa ai potenti e condizionale per i deboli, o universale. Se difendiamo il diritto di Cuba di scegliere il proprio percorso, difendiamo il nostro. Se accettiamo la guerra economica come politica legittima, legittimiamo gli stessi strumenti che verranno usati contro di noi domani.
La domanda ora è se l’Africa capisce che sostenere Cuba non è carità, né nostalgia, né ideologia, ma un’affermazione che le piccole nazioni hanno il diritto di stare in piedi in un mondo che molto spesso chiede loro di piegarsi.
Come Fidel Castro ricordò al mondo il dovere di Cuba verso gli altri: «Quando aiutavamo i rivoluzionari… Ci dissero che avrebbero revocato il blocco se avessimo smesso di aiutare l’Angola e altri paesi africani. Non ci passò mai per la testa di negoziare i nostri principi».
¡Hasta la victoria siempre! ¡Siempre hacia la victoria! [Verso la vittoria sempre! Sempre verso la vittoria!]
Tratto da The Point, il più importante giornale della Gambia
Cuba: una cuestión de soberanía para África
Por Lassana Tunkara – PorREDH-Cuba
Cuando la presión económica se convierte en coerción política, la cuestión ya no es ideología: es principio.
He admirado la Revolución Cubana desde que he estudiado la historia de los movimientos de liberación. No porque fuera perfecta. No porque sus líderes estuvieran más allá de toda crítica. Sino porque en un mundo moldeado por el imperio, una pequeña isla a noventa millas de Estados Unidos se atrevió a insistir en la dignidad.
Hoy, mientras Cuba enfrenta una escasez de combustible cada vez mayor que pone a prueba su infraestructura energética y su vida cotidiana, gran parte de la prensa occidental reduce la crisis a una moraleja sobre el «socialismo fallido». Rara vez se menciona que las sanciones y la presión económica se han endurecido una vez más, con amenazas a los proveedores de combustible, intimidación a las compañías navieras y advertencias a las aseguradoras de que comerciar con Cuba podría significar la exclusión del mercado estadounidense. Este endurecimiento incluye la amenaza de aranceles a cualquier país que suministre petróleo a Cuba, en un intento de bloquear las importaciones de energía, vitales para la economía de la isla.
La operación militar estadounidense en Venezuela que condujo a la captura del presidente Nicolás Maduro, un importante proveedor de petróleo para Cuba, fue básicamente un secuestro de facto diseñado para cortar el acceso vital a La Habana y apoderarse de los recursos petroleros de Caracas. El propio Trump declaró que no se enviaría más petróleo ni dinero venezolano a Cuba, instando al gobierno cubano a «llegar a un acuerdo… antes de que sea demasiado tarde».
Mientras tanto, el secretario de Estado de Estados Unidos, Marco Rubio, advirtió explícitamente a los líderes cubanos que “están en muchos problemas” tras la agitación política en Venezuela, vinculando a La Habana directamente con el aparato político y de seguridad de Caracas y señalando que Cuba puede ser el próximo país en la mira de Washington.
Una historia compartida de solidaridad
La lucha de Cuba nunca se ha sentido ajena a África. Compartimos más que lazos diplomáticos: compartimos sangre, sacrificio y memoria. Cuando los movimientos de liberación en el sur de África lucharon contra la dominación colonial y el apartheid, Cuba no se limitó a emitir declaraciones. Envió gente. Más de 300.000 cubanos sirvieron en África. Miles nunca regresaron a casa. En Angola y Namibia, y en la lucha más amplia que ayudó a desmantelar el apartheid, los internacionalistas cubanos apoyaron a los africanos en un momento en que poderosos gobiernos occidentales apoyaban a los mismos regímenes que nos oprimían. Eso no es propaganda. Eso es historia.
Hoy en día, los médicos cubanos continúan prestando servicios en toda África, a menudo en zonas remotas a las que pocos llegan. En Gambia, su contribución es profundamente sentida. En el Hospital Universitario Edward Francis Small de Banjul y en centros regionales desde Farafenni hasta Basse, los médicos cubanos han realizado cirugías que han salvado vidas, han atendido salas saturadas y han asesorado a jóvenes médicos gambianos en especialidades críticas.
Para muchos gambianos, Cuba no es un debate geopolítico. Es el médico que atendió a un niño, estabilizó a una víctima de accidente o trabajó incansablemente en un hospital provincial donde escasea la atención especializada. Durante el brote de ébola, Cuba desplegó uno de los mayores contingentes médicos en África Occidental. Durante la COVID-19, las brigadas médicas cubanas cruzaron fronteras mientras las naciones más ricas acaparaban vacunas y equipos de protección.
El precedente que debería preocupar a África
El bloqueo contra Cuba sigue siendo el régimen de sanciones unilaterales más antiguo de la historia moderna. Durante décadas, la Asamblea General de las Naciones Unidas ha votado abrumadoramente a favor de condenarlo. Durante décadas, esas votaciones han sido ignoradas. Si un consenso global casi universal no puede proteger a una pequeña nación insular del estrangulamiento económico, ¿qué protección existe para los Estados africanos que se salen de sus líneas geopolíticas preferidas?
Hemos visto herramientas similares utilizadas en otros lugares: sanciones, restricciones financieras, presión extraterritorial sobre bancos y empresas. Entendemos lo que significa que la infraestructura financiera se convierta en palanca. El mecanismo es sencillo: amenazar a empresas, aseguradoras y bancos. Hacer que el comercio sea demasiado arriesgado. Crear escasez. Aumentar la presión interna. Luego, etiquetar las dificultades resultantes como «fracaso político». Para los responsables políticos africanos, no se trata de ideología. Se trata de precedentes.
La soberanía no es selectiva
No idealizo las dificultades. Cuba enfrenta verdaderos desafíos internos, como todas las naciones, incluida la mía. Pero hay una diferencia entre la reforma interna y el estrangulamiento externo.
El principio en juego es simple: ¿tiene una nación el derecho a elegir su camino de desarrollo sin verse asfixiada económicamente hasta la sumisión? La historia de África debería sensibilizarnos a esta pregunta. El colonialismo dictó nuestras estructuras económicas. La deuda posterior a la independencia moldeó nuestras políticas fiscales. El ajuste estructural transformó nuestros estados. Seguimos reclamando la plena soberanía económica.
El ejemplo de Cuba importa no porque África deba copiarlo, sino porque su persistencia bajo presión demuestra que existen caminos alternativos, incluso los más difíciles. Si la desviación se castiga con tanta severidad que ningún país se atreve a experimentar, la soberanía se vuelve decorativa en lugar de real.
La multipolaridad debe significar algo
África busca alianzas diversificadas —integrando Oriente y Occidente, Norte y Sur— por cálculo estratégico. Un mundo multipolar ofrece opciones. Las opciones aumentan la influencia. La influencia aumenta la dignidad. Pero la multipolaridad debe implicar respeto por las decisiones políticas independientes. Cuando se normaliza la guerra económica contra una nación del Sur Global, nos debilita a todos. Refuerza un sistema donde el poder financiero prevalece sobre el derecho internacional y los cálculos políticos internos de países poderosos pueden devastar a poblaciones enteras en el extranjero. Apoyar a Cuba se trata, en última instancia, de resistir esa normalización.
La elección ante África
África debe decidir si la soberanía es divisible, otorgada a los poderosos y condicional para los débiles, o universal. Si defendemos el derecho de Cuba a elegir su camino, defendemos el nuestro. Si aceptamos la guerra económica como política legítima, legitimamos las mismas herramientas que se usarán contra nosotros mañana.
La pregunta ahora es si África entiende que apoyar a Cuba no es caridad, ni nostalgia, ni ideología, sino una afirmación de que las pequeñas naciones tienen derecho a mantenerse erguidas en un mundo que muy a menudo les exige que se dobleguen.
Como Fidel Castro le recordó al mundo el deber de Cuba hacia los demás: «Cuando ayudábamos a los revolucionarios… Nos dijeron que levantarían el bloqueo si dejábamos de ayudar a Angola y a otros países africanos. Nunca se nos pasó por la cabeza negociar nuestros principios».
¡Hasta la victoria siempre! ¡Siempre hacia la victoria!
Tomado de The Point, el más importante periódico de Gambia

