Si può dibattere e perfezionare il sistema cubano; lo si deve fare, anzi, dall’interno e con partecipazione reale. Ma ciò che non può essere accettato come punto di partenza è la colonizzazione concettuale che trasforma la democrazia liberale capitalista in criterio unico di legittimità.
La Rivoluzione Cubana trionfò il 1° gennaio 1959 rovesciando una tirannia strettamente legata agli interessi USA. Sono passati più di sei decenni e la persistenza della punizione politica, economica e simbolica contro Cuba rivela che si tratta di un confronto ideologico, si sanziona l’affermazione di sovranità, di un piccolo paese che ha avuto l’ardire di non comportarsi da subordinato.
Questo conflitto non si esprime unicamente mediante il blocco economico — inclusa la persecuzione finanziaria, commerciale ed energetica — e la pressione specifica sulla fornitura di carburante che vive oggi Cuba; si esprime anche attraverso un’operazione permanente di costruzione di senso dell’aggressione.
Non basta soffocare, bisogna produrre una narrazione che giustifichi il soffocamento. E questa narrazione, diffusa globalmente, si presenta solitamente con una formula apparentemente umanitaria: “Cuba è una dittatura, ma bisogna aiutare il popolo cubano”.
La chiave sta in quella separazione superficiale tra popolo e sistema, che funziona come dispositivo ideologico, invocando il popolo per giustificare misure che, nella pratica, degradano le sue condizioni di vita.
Si pretende che un paese sottoposto per decenni a sanzioni, ostilità diplomatica, pressione finanziaria, campagne mediatiche e minacce esplicite operi come se abitasse un ambiente neutro.
La nevrosi indotta come metodo politico
A Cuba si esige “normalità” in condizioni deliberatamente anormali. Si pretende che un Paese sottoposto per decenni a sanzioni, ostilità diplomatica, pressione finanziaria, campagne mediatiche e minacce esplicite operi come se abitasse un ambiente neutro. La richiesta di una democrazia perfetta e immacolata a una società che vive sotto assedio non è altro che uno strumento politico.
Qualsiasi piccola cosa viene ingigantita finché non sembra la prova definitiva che l’intero sistema sia illegittimo. Se manca qualcosa, se c’è un blackout, se la vita si fa difficile, si presenta come colpa esclusiva del modello, come se non esistesse una politica deliberata per stringere dall’esterno.
Così si crea un clima di sospetto permanente, in cui qualunque cosa accada conferma sempre ciò che si è già deciso di credere. E, invece di verificare, basta ripetere e amplificare.
In quel contesto, basta una scena qualsiasi — qualcuno scivola per strada — perché inizi il circo: decine di media lo rilanciano, lo trasformano in simbolo di stato d’eccezione, arrivano comunicati indignati, si chiedono misure da Washington, si annunciano nuove sanzioni, alcune organizzazioni internazionali si pronunciano, in Europa si insinua di congelare la cooperazione, e da certi spazi dell’esilio a Miami si fabbricano teorie cospirative dove il banale finisce per essere un crimine di Stato.
Il macchinario non cerca di raccontare ciò che accade, cerca che tutto sembri ingovernabile.
Democrazia liberale: modello normativo e funzione materiale
Il problema di fondo non è solo Cuba, ma il modo in cui DEMOCRAZIA viene usata come significante egemonico. La democrazia liberale si presenta come un ideale universale, ma nella pratica è concepita per riprodurre l’ordine sociale capitalista.
Quando un’alternativa politica minaccia interessi oligarchici, compaiono meccanismi extra elettorali di controllo, come colpi di stato giudiziari, campagne mediatiche, sabotaggi economici, blocchi e persino invasioni militari. Il potere egemonico può tollerare elezioni purché non mettano in discussione le strutture del potere reale.
Cuba: sovranità popolare non liberale, partecipazione quotidiana e architettura elettorale propria
Cuba non rientra in quel modello e per questo viene giudicata a partire da quel modello. Il sistema politico cubano non è legittimato dal potere personale né da una giunta militare, ma da una concezione di sovranità popolare non liberale, articolata storicamente a un progetto socialista.
Sul piano elettorale, il processo parte dalla base comunitaria. Non sono i partiti né l’élite finanziarie a mettere candidati in campagne milionarie, ma i vicini organizzati in assemblee di quartiere, che nominano i candidati nelle loro circoscrizioni.
Questi candidati — che possono arrivare fino a otto in una circoscrizione — finiscono sulla scheda elettorale, e con voto segreto i cittadini eleggono un delegato all’Assemblea Municipale, che costituisce il massimo organo di potere in ogni territorio. È, quindi, una logica di nomina dal locale ed elezione diretta, dove il punto di partenza non è il macchinario di partito né il finanziamento privato.
A sua volta, non è una cupola di partito che elabora liste in funzione di donatori o gruppi di pressione, ma sono le Assemblee Municipali, integrate da delegati eletti, a partecipare alla conformazione delle candidature per le istanze superiori. Successivamente, la cittadinanza torna a decidere: i deputati all’Assemblea Nazionale devono essere ratificati mediante voto diretto e segreto.
Ridurre la democrazia a elezioni è un’operazione impoverente. A Cuba esistono molteplici forme di partecipazione sociale, deliberazione e organizzazione collettiva — sindacale, studentesca, comunitaria — che non rispondono al modello tipico di cattura corporativa della politica.
Si può discutere la forma concreta in cui si struttura quella candidatura, i suoi livelli di competizione, i suoi meccanismi di controllo e rendicontazione; ma è intellettualmente disonesto ridurlo a una caricatura, come se fosse equivalente a un regime puramente coercitivo senza ingranaggi di partecipazione reale.
Inoltre, ridurre la democrazia a elezioni è un’operazione impoverente. A Cuba esistono molteplici forme di partecipazione sociale, deliberazione e organizzazione collettiva — sindacale, studentesca, comunitaria — che, anche con possibili deviazioni burocratiche, non rispondono al modello tipico di cattura corporativa della politica.
E la discussione sulla democrazia deve includere anche condizioni materiali di cittadinanza: alfabetizzazione, istruzione obbligatoria, salute come garanzia sociale, diritti che non dipendono dalla capacità di pagamento né dal clientelismo elettorale.
In un contesto così, l’accesso ai servizi fondamentali non si trasforma in moneta di scambio per favori politici, come accade in molte democrazie liberali realmente esistenti.
Dittatura come etichetta utile, non come concetto rigoroso
La categoria dittatura, applicata meccanicamente a Cuba, funziona solitamente più come strumento di intervento che come analisi politica. Invece di descrivere con rigore un sistema reale — i suoi meccanismi di elezione, le sue istituzioni, le sue dinamiche di deliberazione, i suoi conflitti e limiti — si impone un’etichetta che abilita moralmente la punizione e l’ingerenza.
Una valutazione critica e materialista della democrazia dovrebbe chiedersi: chi decide realmente in ogni società? Che potere ha il denaro? Che ruolo giocano i media? Quali garanzie materiali sostengono la cittadinanza? Quale capacità effettiva esiste per influenzare la politica al di là del giorno delle elezioni?
Se applicassimo queste domande con la stessa severità al Nord Globale, molte “democrazie modello” risulterebbero profondamente messe in discussione.
Sovranità, democrazia e il diritto a non essere normalizzati
La discussione su Cuba non è solo su Cuba, è sul diritto dei popoli a sperimentare forme politiche proprie senza essere puniti per essersi discostati dal copione liberale dominante.
Si può dibattere e perfezionare il sistema cubano; lo si deve fare, anzi, dall’interno e con partecipazione reale. Ma ciò che non può essere accettato come punto di partenza è la colonizzazione concettuale che trasforma la democrazia liberale capitalista in criterio unico di legittimità.
L’esigenza di normalizzazione — che in realtà significa subordinazione — è incompatibile con la sovranità.
Perciò Cuba viene giudicata con un metro che non si applica ai potenti, perché ciò che si sanziona è la persistenza di un progetto politico che, con contraddizioni e difficoltà, rifiuta di rinunciare all’autodeterminazione nazionale e a un’idea di giustizia sociale al di fuori dell’ordine neoliberale.
María Teresa Felipe Sosa (L’Avana) è laureata in Storia dell’Arte presso l’Università dell’Avana. Fin dalla giovinezza è stata legata ai media, iniziando nella radio e consolidando la sua carriera come redattrice di notizie a Tele Rebelde fino al 2024. Si è formata in aree come la semiotica, l’editing audiovisivo e la narrazione sportiva, completando la sua esperienza nella creazione di contenuti.
Democracia, hegemonía y doble rasero: el caso cubano
María Teresa Felipe Sosa
Se puede debatir y perfeccionar el sistema cubano; se debe hacer, de hecho, desde dentro y con participación real. Pero lo que no puede aceptarse como punto de partida es la colonización conceptual que convierte a la democracia liberal capitalista en criterio único de legitimidad
La Revolución Cubana triunfó el 1 de enero de 1959 al derrocar una tiranía estrechamente vinculada a los intereses de Estados Unidos. Han pasado más de seis décadas, y la persistencia del castigo político, económico y simbólico contra Cuba, revela que se trata de una confrontación ideológica, se sanciona la afirmación de soberanía, de un país pequeño que ha tenido el atrevimiento de no comportarse como subordinado.
Ese conflicto, no se expresa únicamente mediante el bloqueo económico —incluida la persecución financiera, comercial y energética—, así como la presión específica sobre el suministro de combustible que vive hoy Cuba; también se expresa a través de una operación permanente de construcción de sentido a la agresión.
No basta con asfixiar, hay que producir un relato que justifique la asfixia. Y ese relato, difundido globalmente, suele presentarse con una fórmula aparentemente humanitaria: “Cuba es una dictadura, pero hay que ayudar al pueblo cubano”.
La clave está en esa separación superficial entre pueblo y sistema, que funciona como dispositivo ideológico, al invocar al pueblo para justificar medidas que, en la práctica, degradan sus condiciones de vida.
Se pretende que un país sometido durante décadas a sanciones, hostilidad diplomática, presión financiera, campañas mediáticas y amenazas explícitas opere como si habitara un entorno neutro
La neurosis inducida como método político
A Cuba se le exige “normalidad” en condiciones deliberadamente anormales. Se pretende que un país sometido durante décadas a sanciones, hostilidad diplomática, presión financiera, campañas mediáticas y amenazas explícitas opere como si habitara un entorno neutro. La demanda de una democracia perfecta e impoluta a una sociedad que vive bajo asedio no es otra cosa que una herramienta política.
Cualquier cosa pequeña se estira hasta que parezca la prueba definitiva de que todo el sistema es ilegítimo. Si falta algo, si hay un apagón, si la vida se pone difícil, se presenta como culpa exclusiva del modelo, como si no existiera una política deliberada para apretar desde afuera.
Así se arma un clima de sospecha permanente, en el que pase lo que pase, siempre confirma lo que ya se decidió creer. Y, en lugar de comprobar, basta con repetir y amplificar.
En ese contexto, alcanza con una escena cualquiera —alguien se resbala en la calle— para que empiece el circo: lo levantan decenas de medios, lo convierten en símbolo de estado de excepción, aparecen comunicados indignados, se piden medidas desde Washington, se anuncian nuevas sanciones, algunas organizaciones internacionales se pronuncian, en Europa se insinúa congelar la cooperación, y desde ciertos espacios del exilio en Miami se fabrican teorías conspirativas donde lo trivial termina siendo un crimen de Estado.
La maquinaria no busca contar lo que pasa, busca que todo parezca ingobernable.
Democracia liberal: modelo normativo y función material
El problema de fondo no es sólo Cuba, sino la forma en que DEMOCRACIA se utiliza como significante hegemónico. La democracia liberal se presenta como un ideal universal, pero en la práctica está concebida para reproducir el orden social capitalista.
Cuando una alternativa política amenaza intereses oligárquicos, aparecen mecanismos extra electorales de control, como golpes judiciales, campañas mediáticas, sabotajes económicos, bloqueos e incluso invasiones militares. El poder hegemónico puede tolerar elecciones siempre que no cuestionen las estructuras del poder real.
Cuba: soberanía popular no liberal, participación cotidiana y arquitectura electoral propia
Cuba no encaja en ese molde y por eso se la juzga desde ese molde. El sistema político cubano no está legitimado por el poder personal ni por una junta militar, sino por una concepción de soberanía popular no liberal, articulada históricamente a un proyecto socialista.
En el plano electoral, el proceso parte de la base comunitaria. No son partidos ni élites financieras quienes ponen candidatos en campañas millonarias, sino los vecinos organizados en asambleas barriales, que nominan candidatos en sus circunscripciones.
Esos candidatos —que pueden llegar hasta ocho en una circunscripción— pasan a boleta, y por voto secreto los ciudadanos eligen un delegado a la Asamblea Municipal, que constituye el máximo órgano de poder en cada territorio. Es, por tanto, una lógica de nominación desde lo local y elección directa, donde el punto de partida no es la maquinaria partidista ni el financiamiento privado.
A su vez, no es una cúpula partidaria la que elabora listas en función de donantes o lobbies, sino que las Asambleas Municipales, integradas por delegados electos, participan en la conformación de candidaturas a instancias superiores. Posteriormente, la ciudadanía vuelve a decidir: los diputados a la Asamblea Nacional deben ser ratificados mediante voto directo y secreto.
Reducir la democracia a elecciones es una operación empobrecedora. En Cuba existen múltiples formas de participación social, deliberación y organización colectiva -sindical, estudiantil, comunitaria – que no responden al patrón típico de captura corporativa de la política
Puede debatirse la forma concreta en que se estructura esa candidatura, sus niveles de competencia, sus mecanismos de control y rendición de cuentas; pero es intelectualmente deshonesto reducirlo a una caricatura, como si fuese equivalente a un régimen puramente coercitivo sin engranajes de participación real.
Además, reducir la democracia a elecciones es una operación empobrecedora. En Cuba existen múltiples formas de participación social, deliberación y organización colectiva —sindical, estudiantil, comunitaria— que, aun con posibles desviaciones burocráticas, no responden al patrón típico de captura corporativa de la política.
Y la discusión sobre democracia debe incluir también condiciones materiales de ciudadanía: alfabetización, educación obligatoria, salud como garantía social, derechos que no dependen de la capacidad de pago ni del clientelismo electoral.
En un contexto así, el acceso a servicios fundamentales no se convierte en moneda de cambio para favores políticos, como ocurre en muchas democracias liberales realmente existentes.
Dictadura como etiqueta útil, no como concepto riguroso
La categoría dictadura, aplicada mecánicamente a Cuba, suele funcionar más como herramienta de intervención que como análisis político. En lugar de describir con rigor un sistema real —sus mecanismos de elección, sus instituciones, sus dinámicas de deliberación, sus conflictos y límites—, se impone una etiqueta que habilita moralmente el castigo y la injerencia.
Una evaluación crítica y materialista de la democracia debería preguntarse: ¿quién decide realmente en cada sociedad? ¿qué poder tiene el dinero? ¿qué rol juegan los medios? ¿qué garantías materiales sostienen la ciudadanía? ¿qué capacidad efectiva existe para influir en la política más allá del día de las elecciones?
Si aplicáramos estas preguntas con la misma severidad al Norte Global, muchas “democracias modelo” quedarían profundamente cuestionadas.
Soberanía, democracia y el derecho a no ser normalizados
La discusión sobre Cuba no es sólo sobre Cuba, es sobre el derecho de los pueblos a ensayar formas políticas propias sin ser castigados por desviarse del guion liberal dominante.
Se puede debatir y perfeccionar el sistema cubano; se debe hacer, de hecho, desde dentro y con participación real. Pero lo que no puede aceptarse como punto de partida es la colonización conceptual que convierte a la democracia liberal capitalista en criterio único de legitimidad.
La exigencia de normalización —que en realidad significa subordinación— es incompatible con la soberanía.
Por eso Cuba es juzgada con una vara que no se aplica a los poderosos, porque lo que se sanciona es la persistencia de un proyecto político que, con contradicciones y dificultades, se niega a renunciar a la autodeterminación nacional y a una idea de justicia social fuera del orden neoliberal.
María Teresa Felipe Sosa (La Habana) es licenciada en Historia del Arte por la Universidad de La Habana. Desde sus años de juventud ha estado vinculada a los medios, comenzando en la radio y consolidando su carrera como redactora de noticias en Tele Rebelde hasta 2024. Se ha formado en áreas como semiótica, edición audiovisual y narración deportiva, lo que complementa su experiencia en la creación de contenidos.



