Wright in Venezuela e le licenze OFAC: si schiarisce lo scenario

William Serafino

L’analisi sulla complessità venezuelana richiede di seguire con attenzione le clausole in piccolo e le note a piè di pagina, poiché lì risiedono le coordinate elusive di ogni fenomeno inedito.

In quella che è stata la visita più importante di un alto funzionario USA da anni, il Segretario all’Energia dell’amministrazione Trump, Chris Wright, è arrivato in Venezuela la settimana scorsa. Durante il suo viaggio ha avuto un incontro con la presidentessa incaricata, Delcy Rodríguez, a Palazzo di Miraflores, ha visitato campi petroliferi gestiti congiuntamente dalla compagnia USA Chevron e dall’ente statale PDVSA, e ha partecipato a una riunione con giornalisti stranieri.

La presenza di Wright nel Paese, a poco più di un mese dall’aggressione militare USA contro il Venezuela e dal sequestro del presidente Nicolás Maduro, è stata ampiamente interpretata da determinati circoli dell’opinione pubblica come l’incarnazione fattuale della tesi del protettorato trumpiano sul paese caraibico.

Ma le dichiarazioni e i fatti istituzionali che hanno circondato la visita hanno offerto indizi contrari all’ipotesi di moda, generalmente basata su punti di vista che non integrano né sfumature né dettagli, proprio dove abita il diavolo.

L’analisi sulla complessità venezuelana richiede seguire con attenzione le clausole in piccolo e le note a piè di pagina, poiché lì risiedono le coordinate elusive di ogni fenomeno inedito.

Dichiarazioni significative: i perché della visita

Sebbene le dichiarazioni di Wright a Miraflores e dalla Fascia Petrolifera dell’Orinoco Hugo Chávez abbiano occupato un posto di rilievo nella copertura mediatica, quelle rilasciate nell’incontro con i giornalisti stranieri, scarsamente riportate, sono state estremamente rivelatrici, stonando con la presunta logica della tutela.

Secondo la ricostruzione del giornalista venezuelano Víctor Amaya, il segretario ha indicato che l’insieme delle modifiche introdotte nella recente riforma della Legge Organica sugli Idrocarburi “non è stato sufficientemente ampio e chiaro da favorire grandi flussi di capitale, ma il dialogo continua”.

Riguardo all’intenzione deliberata di escludere la Cina dall’equazione della fornitura di greggio venezuelano, Wright ha commentato che è “uno dei temi da discutere. Se sono accordi commerciali legittimi con la Cina in condizioni commerciali legittime, va bene. La Cina ha già acquistato parte del greggio venduto dal governo statunitense”.

Entrambe le dichiarazioni minano la linea di galleggiamento della nozione di tutela. Da un lato, perché se fosse vero che a Miraflores si prende solo appunti su ciò che viene ordinato alla Casa Bianca, il funzionario di Trump non metterebbe in discussione le modifiche alla legislazione petrolifera, affermando tra le righe che non sono sufficientemente attraenti per gli interessi energetici USA. Dall’altro lato, la sfumatura riguardo alla Cina può essere letta come un riaggiustamento molto probabilmente associato a pressioni informali di Pechino e alla richiesta del Venezuela a favore del mantenimento di una gestione autonoma dei suoi legami energetici internazionali.

In senso pratico, con queste dichiarazioni il responsabile dell’energia nordamericano ha riconosciuto l’esistenza di una negoziazione bilaterale in cui l’influenza coercitiva degli USA è notevole, ma allo stesso tempo insufficiente a far saltare completamente, in funzione dei loro propositi di saccheggio, un quadro normativo venezuelano dove, nonostante il suo ridisegno per cercare di attrarre capitale privato, lo Stato continua ad avere un ruolo significativo nella sfera operativa, impositiva e contrattuale.

La risposta al perché Wright si sia visto obbligato a recarsi nel Paese caraibico risiede proprio nei meandri delle sue dichiarazioni. Non essendo la riforma della legislazione sufficientemente aperturista come voleva la Casa Bianca, il funzionario ha dovuto esporsi all’implacabile sole dell’oriente venezuelano per iniettare fiducia e credibilità al piano petrolifero del mandatario repubblicano, in un tentativo disperato di mostrare che esistono davvero condizioni propizie di investimento e redditività per le imprese del suo Paese.

Fondamentalmente, il responsabile del dicastero energetico ha ammesso un fatto che stava prendendo forma di tendenza nelle ultime settimane: la pressione USA sul governo venezuelano ha dei limiti, e il costo di portare il Paese in una zona di precarietà statale sullo stile della Libia, in cui le compagnie petrolifere avrebbero un accesso illimitato ed economico alla risorsa, è troppo alto. Come spiega correttamente Nathan Thompson per The American Prospect in un articolo recente, “Trump, sebbene certamente non sia anti-interventista, ha anche mostrato disinteresse sia per le sottili e sostenute operazioni di cambio di regime, sia per le guerre su larga scala e propense a rappresaglie nate dal movimento neoconservatore”.

Da Caracas, in modo intelligente, si tastano detti limiti e frizioni all’interno dell’amministrazione Trump segnalati da Thompson, trovando una gestione equilibrata che dà priorità al non esporre il Paese a un nuovo attacco o a una maggiore coercizione, mentre parallelamente evita di cedere sullo strategico. Inoltre, in un contesto dove, secondo dati recenti di Baker Hughes, le piattaforme petrolifere attive in territorio nordamericano continuano la loro tendenza al declino, la Casa Bianca non può permettersi il lusso di sopravvalutare la propria influenza per infrangere i limiti tracciati da Miraflores.

La menzione del funzionario sul fatto che la quarantena sul greggio venezuelano “è essenzialmente terminata” serve come segnale comprovante di una negoziazione diseguale in corso, in cui Miraflores cede, ma esige anche sotto una premessa programmatica di autodeterminazione nazionale.

Le licenze OFAC: il labirinto dello smantellamento delle sanzioni

Prima della visita, il Dipartimento del Tesoro, attraverso il suo Ufficio per il Controllo dei Beni Stranieri (OFAC), ha emesso 4 licenze il cui effetto immediato corrisponde a uno smantellamento sostanziale dell’architettura delle sanzioni contro l’industria petrolifera venezuelana. Dopo il viaggio del segretario, due licenze aggiuntive sono state abilitate per autorizzare investimenti, firme di contratti e operazioni di imprese energetiche europee.

Facendo una rassegna analitica su queste misure, l’economista venezuelano Francisco Rodríguez ha argomentato in un post sul suo account nella rete sociale X che “le Licenze Generali 46/46A, 47, 48 e 50 autorizzano la rivendita di petrolio venezuelano, la vendita di diluenti di origine statunitense al Venezuela, la fornitura di certi articoli e le operazioni del settore petrolifero e del gas in Venezuela”, ma che “poiché queste licenze autorizzano contratti con il governo venezuelano o con la PDVSA, richiedono effettivamente che gli Stati Uniti riconoscano il governo di Delcy Rodríguez, i cui designati firmerebbero questi contratti”.

L’osservazione prospettica di Rodríguez è importante, dato che, senza il passaggio del riconoscimento ufficiale del governo venezuelano, la portata delle licenze sarà seriamente ostacolata, impattando negativamente gli obiettivi di investimento e produzione che lo stesso Wright aveva accennato, promettendo che Chevron avrebbe aumentato la produzione di barili venezuelani nel breve termine.

Ora, Washington affronta la sfida di assumere o meno il riconoscimento per veicolare la sua agenda energetica prima delle temibili elezioni di metà mandato, nelle quali si proietta una fragorosa sconfitta per Trump.

Avanzare in quella direzione implicherebbe una maggiore forza per il Venezuela, poiché di fatto avrebbe ottenuto quanto richiesto per anni, trasformando l’atto in una vittoria politica e simbolica e in una quantità significativa di autonomia, oltre a una potenziale crescita accelerata della produzione petrolifera, anche se tale riconoscimento fosse realizzato con un approccio intermedio che mantenga i limiti coercitivi delle licenze.

Sul fronte opposto di un’azione di questo tipo, teoricamente i fondi e le proprietà venezuelane sarebbero sbloccati, il Paese verrebbe riammesso in spazi multilaterali e l’attuale controllo finanziario degli USA sulle vendite di greggio rimarrebbe compromesso istituzionalmente, tra gli altri effetti complementari di somma importanza sul piano della connettività finanziaria e bancaria.

Tuttavia, resistere al riconoscimento significherebbe conservare gli attuali livelli di influenza coercitiva, a rischio che la produzione petrolifera non si riprenda abbastanza rapidamente perché Trump possa sfruttarla a fini elettoralistici, nel suo obiettivo centrale di mantenere basso il prezzo della benzina.

Per Washington, l’agire nel breve termine implica decidere tra due sacrifici strategici, e in entrambi Caracas si orienta a estrarre il massimo beneficio possibile navigando in acque sconosciute.

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Politologo laureato all’Università Centrale del Venezuela. Ricercatore, scrittore e analista specializzato in geopolitica. Premio Nazionale di Giornalismo Simón Bolívar, menzione Investigazione (2019).


Wright en Venezuela y licencias OFAC: se despeja el escenario

 William Serafino 

El análisis sobre la complejidad venezolana requiere seguir con atención las letras pequeñas y los pies de página, pues allí reposan las coordenadas esquivas de todo fenómeno inédito 

En lo que representó la visita más importante de un alto funcionario estadounidense en años, el secretario de Energía de la administración Trump, Chris Wright, arribó a Venezuela la semana pasada. Durante su periplo sostuvo una reunión con la presidenta encargada, Delcy Rodríguez en el Palacio de Miraflores, visitó campos petroleros operados conjuntamente entre la empresa estadounidense Chevron y la estatal PDVSA, y participó en una reunión con periodistas extranjeros. 

La presencia de Wright en el país, a poco más de un mes de la agresión militar estadounidense contra Venezuela y el secuestro del presidente Nicolás Maduro, fue ampliamente interpretada por determinados círculos de opinión como la encarnación fáctica de la tesis del protectorado trumpista sobre el país caribeño. 

Pero las declaraciones y hechos institucionales que rodearon la visita ofrecieron pistas contrarias a la hipótesis de moda, por lo general sustentada en puntos de vista que no integran ni matices ni detalles, justo donde habita el diablo. 

El análisis sobre la complejidad venezolana requiere seguir con atención las letras pequeñas y los pies de página, pues allí reposan las coordenadas esquivas de todo fenómeno inédito. 

Declaraciones sugerentes: los porqués de la visita 

Aunque las declaraciones de Wright en Miraflores y desde la Faja Petrolífera del Orinoco Hugo Chávez ocuparon un lugar protagónico en la cobertura, las ofrecidas en la reunión con periodistas extranjeros, escasamente reseñadas, fueron sumamente reveladoras, desentonando con la pretendida lógica del tutelaje. 

Según la recopilación del periodista venezolano, Víctor Amaya, el secretario indicó que el conjunto de modificaciones introducidas en la reforma reciente de la Ley Orgánica de Hidrocarburos “no fue lo suficientemente amplio y claro como para fomentar grandes flujos de capital, pero el diálogo continúa”. 

Con respecto a la intención deliberada de excluir a China de la ecuación del suministro de crudo venezolano, Wright comentó que es “uno de los temas a dialogar. Si son acuerdos comerciales legítimos con China bajo condiciones comerciales legítimas, está bien. China ya ha comprado parte del crudo vendido por el gobierno estadounidense”. 

Ambas declaraciones socavan la línea de flotación de la noción del tutelaje. Por un lado, porque si fuese cierto que en Miraflores solo se toma dictado de lo ordenado en la Casa Blanca, el funcionario de Trump no cuestionaría los cambios a la legislación petrolera, aseverando entre líneas que no son lo suficientemente atractivos para los intereses energéticos estadounidenses. Por otro lado, la matización con respecto a China puede leerse como un reajuste muy posiblemente asociado a presiones informales de Beijing y al reclamo de Venezuela a favor de sostener un manejo autónomo de sus vínculos energéticos internacionales. 

En un sentido práctico, con estas declaraciones el responsable de energía norteamericano reconoció la existencia de una negociación bilateral en la que la influencia coercitiva de EE.UU. es notable, pero al mismo tiempo insuficiente para dinamitar por completo, en función de sus propósitos de saqueo, un marco regulatorio venezolano donde, pese a su rediseño en busca de atraer capital privado, el Estado sigue teniendo un rol significativo en la esfera operativa, impositiva y contractual. 

La respuesta al porqué Wright se vio obligado a embarcarse al país caribeño está justamente en los meandros de sus declaraciones. Al no ser la reforma de la legislación lo suficientemente aperturista como quería la Casa Blanca, el funcionario ha tenido que exponerse al inclemente sol del oriente venezolano para inyectar confianza y credibilidad al plan petrolero del mandatario republicano, en un intento desesperado por mostrar que sí existen condiciones propicias de inversión y rentabilidad para las empresas de su país. 

Fundamentalmente, el responsable de la cartera energética admitió un hecho que venía tomando forma de tendencia en las últimas semanas: la presión estadounidense sobre el gobierno venezolano tiene límites, y el costo de llevar al país a una zona de precariedad estatal al estilo Libia, en la cual las petroleras ostentarían un acceso irrestricto y barato al recurso, es demasiado alto. Como correctamente explica Nathan Thompson para The American Prospect en un artículo reciente, “Trump, si bien ciertamente no es antiintervencionista, también ha mostrado desinterés tanto en las sutiles y sostenidas operaciones de cambio de régimen como en las guerras a gran escala y propensas a represalias nacidas del movimiento neoconservador”. 

Desde Caracas, de manera inteligente, se tantean dichos límites y fricciones a lo interno de la administración Trump señaladas por Thompson, encontrando un manejo equilibrado que prioriza no exponer al país a un nuevo ataque o a una mayor coacción, mientras en paralelo evita ceder en lo estratégico. Además, en un contexto donde, según datos recientes de Baker Hughes, las plataformas petrolíferas activas en territorio norteamericano continúan su tendencia declinante, la Casa Blanca no puede darse el lujo de sobreestimar su influencia para quebrantar los límites dibujados por Miraflores. 

La mención del funcionario de que la cuarentena sobre el crudo venezolano “esencialmente terminó” sirve como señal comprobatoria de una negociación desigual en curso, en la que Miraflores cede, pero también exige bajo una premisa programática de autodeterminación nacional. 

Las licencias OFAC: el laberinto del desmontaje de las sanciones 

Previo a la visita, el Departamento del Tesoro, a través de su Oficina de Control de Activos Extranjeros (OFAC, por sus siglas en inglés) emitió cuatro licencias cuyo efecto inmediato se corresponde con un desmontaje sustancial de la arquitectura de sanciones contra la industria petrolera venezolana. Tras el recorrido del secretario, dos licencias adicionales fueron habilitadas para autorizar inversiones, firmas de contratos y operaciones de empresas energéticas europeas. 

Realizando repaso analítico sobre estas medidas, el economista venezolano Francisco Rodríguez argumentó en un post en su cuenta en la red social X que “las Licencias Generales 46/46A, 47, 48 y 50 autorizan la reventa de petróleo venezolano, la venta de diluyentes de origen estadounidense a Venezuela, el suministro de ciertos artículos y las operaciones del sector de petróleo y gas en Venezuela”, pero que “debido a que estas licencias autorizan contratos con el gobierno venezolano o con PDVSA, efectivamente requieren que Estados Unidos reconozca al gobierno de Delcy Rodríguez, cuyos designados firmarían estos contratos”. 

El apunte prospectivo de Rodríguez resulta importante, dado que, sin el paso del reconocimiento oficial del gobierno venezolano, los alcances de las licencias se verán severamente obstaculizados, impactando negativamente las metas de inversión y producción que el propio Wright asomó, al prometer que Chevron aumentaría producción de barriles venezolanos en el corto plazo. 

Ahora mismo, Washington enfrenta el desafío de asumir o no el reconocimiento para vehiculizar su agenda energética antes de las pavorosas midterms, en las que se proyecta una estrepitosa derrota para Trump. 

Avanzar en esa dirección implicaría una mayor fortaleza para Venezuela, pues por la vía de los hechos habría conseguido lo exigido por años, convirtiendo el acto en una victoria política y simbólica y en una cuantía significativa de autonomía, además de un potencial crecimiento acelerado de la producción petrolera, incluso si dicho reconocimiento se realiza desde un enfoque intermedio que mantenga los límites coercitivos de las licencias. 

En el anverso de una acción de este tipo, teóricamente los fondos y propiedades venezolanas serían desbloqueadas, se readmitiría al país en espacios multilaterales y el control financiero actual de EE.UU. sobre las ventas de crudo quedaría comprometido institucionalmente, entre otros efectos complementarios de suma importancia en el plano de la oonectividad financiera y bancaria. 

No obstante, resistirse al reconocimiento significaría conservar las cotas actuales de influencia coercitiva a riesgo de que la producción petrolera no se recupere lo suficientemente rápido como para que Trump la aproveche con fines electoralistas, dentro de su objetivo central de mantener pisado el precio de la gasolina. 

Para Washington, el quehacer en el corto implica decidir entre dos sacrificios estratégicos, y en ambos Caracas se orienta a extraer el máximo beneficio posible navegando por aguas desconocidas.

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 Politólogo egresado de la Universidad Central de Venezuela. Investigador, escritor y analista especializado en geopolítica. Premio Nacional de Periodismo Simón Bolívar, mención Investigación (2019).

 

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