Breve storia di una frustrazione

René González Barrios

“Tutti i cubani confidavano di avere sempre nel governo americano un efficace sostegno per i loro sogni di libertà…”. Così esprimeva il generale dell’Esercito Liberatore Enrique Collazo nell’opera ‘Gli Americani a Cuba’, nel commentare la tristezza e la disillusione che l’intervento imperiale del 1898 aveva rappresentato per il popolo cubano.

Trent’anni di lotta senza quartiere contro il colonialismo spagnolo avevano risvegliato le speranze nell'”aiuto sincero” di una “democrazia”, idealizzata e magnificata dalla stampa dell’epoca, come sistema socioeconomico e politico di riferimento. Nella psicologia popolare, predominava l’immagine degli USA come nazione che aveva abolito la schiavitù, dove esistevano istituzioni elette “democraticamente”, “libertà di stampa” e un’economia fiorente. Forse tale incantesimo portò inizialmente i nostri liberatori del ’68 a manifestarsi con rispetto e ammirazione verso il vicino del nord e le sue istituzioni.

Il 10 aprile 1869, nell’Assemblea di Guáimaro, i costituenti cubani approvarono all’unanimità la proposta di annessione avanzata dai camagüeyani. Si cercava allora l’aiuto nordamericano a qualsiasi prezzo. Il 7 febbraio 1870, accortosi dell’indolenza e del disprezzo nordamericano per la causa dell’indipendenza, Céspedes avrebbe scritto in un Manifesto al Popolo Cubano: “…Nel lanciarsi Cuba nell’arena della lotta, nello spezzare con braccio impavido la tunica della monarchia che imprigionava le sue membra, pensò unicamente a Dio, agli uomini liberi di tutti i popoli e alle proprie forze. Non pensò mai che lo straniero le inviasse soldati o navi da guerra per conquistare la sua nazionalità…”.

Con maggiore chiarezza, alla fine di luglio del 1870 scrisse a José Manuel Mestre a New York: “…Per quanto riguarda gli Stati Uniti, forse mi sbaglio, ma a mio avviso il loro governo aspira ad impadronirsi di Cuba senza complicazioni pericolose per la loro nazione e, finché l’isola non esca dal dominio della Spagna, anche solo per costituirsi in potere indipendente, questo è il segreto della loro politica e temo molto che tutto ciò che facciano o si propongano, sia per tenerci a bada e impedirci di cercare altri amici più efficaci o disinteressati”.

Due anni dopo, venne ritirata la rappresentanza diplomatica di Cuba negli USA, allora affidata a Ramón Céspedes Barrero. In una lettera indirizzatagli il 30 novembre 1872, gli comunicò: “…Non era possibile che sopportassimo oltre il disprezzo con cui ci tratta il governo degli Stati Uniti, disprezzo che aumentava man mano che noi ci mostravamo più sofferenti. Abbiamo fatto abbastanza a lungo la parte di mendicanti a cui si nega ripetutamente l’elemosina e sulla cui bocca, infine, si chiude con insolenza la porta. (…) non perché deboli e disgraziati dobbiamo cessare di avere dignità”.

Il generale Calixto García Íñiguez, disincantato come Céspedes, il 4 luglio 1874 avrebbe riflettuto: “…Oggi ho ricevuto corrispondenza da Cuba e dalla Giamaica. In entrambe si dà per certo che gli Stati Uniti ci riconosceranno a breve, speriamo che accada, anche se, ne dubito, poiché gli americani finora hanno dato poche prove di essere interessati alla sorte della nostra povera patria…”.

La guerra contro la Spagna mostrò il volto nascosto e vero del potente vicino e i colpi indussero i liberatori a cambiare opinione. Gli USA erano il principale fornitore di armi, logistica e finanze del potere spagnolo a Cuba; instancabili persecutori delle spedizioni mambise; carcerieri dei rivoluzionari cubani accanitamente braccati dalle loro agenzie investigative e dalla polizia; perenni sconoscitori dei governi della Repubblica di Cuba in Armi; artefici, alle spalle di Cuba, della sua acquisizione tramite compravendita.

Avanzata la Guerra Necessaria, verso il 1897 l’indipendentismo vedeva con una certa ingenuità o rassegnazione l’entrata in guerra degli USA. Restava ancora la speranza dell’aiuto sincero, alimentata dalla stampa nordamericana, critica del potere spagnolo sull’Isola e propagandista circostanziale dei successi mambisi. Tra i liberatori, la visione sugli USA si evolse nella stessa misura in cui la guerra e i suoi eventi rivelavano le vere intenzioni del potente vicino. Il 31 dicembre 1895, il generale Bernabé Boza, Capo di Stato Maggiore del Generale in Capo Máximo Gómez, scriveva nel suo diario di guerra: “…E ancora gli yankee sollevano ostacoli per riconoscere la nostra belligeranza! (…) Sembra che i figli dello zio Sam saranno per noi in questa guerra come in quella del ’68. Non importa! Tanto maggiore sarà la nostra gloria, poiché il mondo intero vedrà Cuba indipendente per il solo sforzo e l’indomabile valore dei suoi figli”.

Il cavalleresco generale Serafín Sánchez, amico di Gómez e Martí, caduto il 18 novembre 1896 nell’azione del Paso de las Damas, regione di Sancti Spíritus, ebbe una visione più nitida del potente vicino: “…Povera Cuba, patria mia, in mani statunitensi, i suoi figli, piccola e insignificante frazione, sarebbero annullati e iloti nella loro stessa patria, subendo inoltre il disprezzo della razza sassone inorgoglita e mancando della considerazione dei loro stessi simili”.

Il 19 aprile 1898 il Congresso dell’Unione approvò la Risoluzione Congiunta. Il testo dissipava ogni dubbio sulle vere intenzioni nordamericane: “…il popolo dell’Isola di Cuba è, e deve essere, libero e indipendente”. Un giorno dopo, gli USA dichiaravano guerra alla Spagna. Dal giorno alla notte, i persecutori dei rivoluzionari, i nemici della piena indipendenza dell’isola, si mostravano cooperativi e solleciti. Spedizioni piene di rifornimenti e logistica americana, integrate da patrioti cubani bloccati per mesi negli USA, e da volontari nordamericani scortati da navi da guerra di quel paese, arrivavano sulle spiagge dell’Isola, portando tutto ciò che avevano negato per 30 anni di accerchiamento e ostilità.

Tra i mesi di luglio e agosto del 1898, soldati cubani e nordamericani combatterono insieme contro le truppe spagnole.

Ci fu dispiegamento di eroismo; ma ci fu anche, nel comando del nord, segni di dispotismo, capricci nell’esecuzione, manifestazioni di sciovinismo e razzismo, e non poche volte, disprezzo per le opinioni e le esperienze dei capi cubani. In un articolo pubblicato su Military Review, intitolato “Operazioni congiunte e combinate nella campagna di Santiago del 1898”, il tenente colonnello Peter S. Kindsvatter, dell’Esercito USA, riconosce che: “…il Generale García ricevette sempre meno attenzione man mano che la campagna si svolgeva; Shafter non dispose che i cubani partecipassero alle negoziazioni né li invitò alla cerimonia di resa. Di fatto, non fu loro permesso di entrare a Santiago, presumibilmente per evitare la possibilità di violenza e saccheggi.

Altrettanto insultante per i cubani fu la decisione di Shafter di mantenere nei loro posti governativi i funzionari civili spagnoli; funzionari che i cubani avevano cercato di cacciare durante tre anni di lotta. Il disprezzo di Shafter — e della maggior parte degli americani — verso i cubani si rende evidente in questa lettera indirizzata a sua madre: ‘L’Esercito non ha molta compassione per i cubani. Tutti quelli che abbiamo conosciuto qui sono negri sporchi e detestabili che si mangiano le nostre razioni, rifiutano di lavorare e rifiutano di combattere'”. Conclude Kindsvatter, riconoscendo: “…terminò, in meschinità e amarezza, una campagna che era iniziata con una positiva cooperazione di tutti i partecipanti”.


Breve historia de una frustración

Por: René González Barrios

 

“Los cubanos todos confiaban en que tendrían siempre en el gobierno americano eficaz apoyo en sus sueños de libertad…”. Así expresaba el general del Ejército Libertador En­rique Collazo en la obra Los Americanos en Cuba, al argumentar la tristeza y el desengaño que la intervención imperial de 1898 había representado para el pueblo cubano. 

Treinta años de lucha sin cuartel contra el colonialismo es­pañol, habían despertado las esperanzas en la “ayuda sincera” de una “democracia”, idealizada y magnificada por la prensa de la época, como sistema socioeconómico y político de referencia. En la psicología popular, predominaba la imagen de Estados Unidos como una nación que abolió la esclavitud, donde existían instituciones “democráticamente” electas, “libertad de prensa” y una economía floreciente. Quizá tal embrujo llevó inicialmente a nuestros libertadores del 68, a manifestarse con respeto y admiración sobre el vecino del norte y sus instituciones. 

El 10 de abril de 1869, en la Asamblea de Guáimaro, los constituyentes cubanos aprobaron unánimemente la propuesta de anexión planteada por los camagüeyanos. Se buscaba entonces la ayuda norteamericana a cualquier precio. El 7 de febrero de 1870, al percatarse de la indolencia y el desprecio norteamericano a la causa de la independencia, Cés­pedes escribiría en un Manifiesto al Pueblo Cubano: “…Al lanzarse Cuba a la arena de la lucha, al romper con brazo denodado la túnica de la monarquía que aprisionaba sus miembros, pensó únicamente en Dios, en los hombres libres de todos los pueblos y en sus propias fuerzas. Jamás pensó que el extranjero le enviase soldados ni buques de guerra para conquistar su nacionalidad…”. 

Con mayor claridad, a fines de julio de 1870 escribió a José Manuel Mestre en Nueva York: “…Por lo que respecta a los Estados Unidos tal vez esté equivocado, pero en mi concepto su gobierno a lo que aspira es a apoderarse de Cuba sin complicaciones peligrosas para su nación y entretanto que no salga del dominio de España, siquiera sea para constituirse en poder independiente; éste es el secreto de su política y mucho me temo que cuanto haga o se proponga, sea para entretenernos y que no acudamos en busca de otros amigos más eficaces o desinteresados”. 

Dos años después, se retiró la representación diplomática de Cuba en los Estados Unidos a cargo entonces de Ramón Cés­pedes Barrero. En carta dirigida a este el 30 de noviembre de 1872, le comunicó: “…No era posible que por más tiempo soportásemos el desprecio con que nos trata el gobierno de los Estados Unidos, desprecio que iba en aumento mientras más sufridos nos mostrábamos nosotros. Bastante tiempo hemos hecho el papel de pordioseros a quien se niega repetidamente la limosna y en cuyos hocicos por último se cierra con insolencia la puerta. (…) no por débiles y desgraciados debemos dejar de tener dignidad”. 

El general Calixto García Íñiguez, desencantado como Cés­pe­des, el 4 de julio de 1874 reflexionaría: “…Hoy he recibido correspondencia de Cuba y de Jamaica. En ambas se da co­mo cierta que los Estados Unidos nos reconocerán en breve ojalá resulte, aunque, lo dudo, pues los americanos hasta ahora han dado pocas pruebas de que les interese la suerte de nuestra pobre patria…”. 

La guerra contra España mostró el rostro oculto y verdadero del poderoso vecino y los golpes hicieron a los libertadores cambiar de opinión. Estados Unidos era el principal suministrador de armas, logística y finanzas, del poder español en Cuba; perseguidor incansable de las expediciones mambisas; carcelero de los revolucionarios cubanos acosados con saña por sus agencias de detectives y la policía; desconocedor permanente de los gobiernos de la República de Cuba en Armas; gestor, a espaldas de Cuba, de su adquisición por medio de la compraventa. 

Avanzada la Guerra Necesaria, para 1897 el independentismo veía con cierta ingenuidad o resignación, la entrada de Estados Unidos en la guerra. Quedaba aún la esperanza de la ayuda sincera, alimentada por la prensa norteamericana, crítica del poder de España en la Isla y propagandista circunstancial de los éxitos mambises. Entre los libertadores, la vi­sión sobre Estados Unidos fue evolucionando en la misma medida en que la guerra y sus eventos, revelaban las verdaderas intenciones del poderoso vecino. El 31 de diciembre de 1895, el general Bernabé Boza, Jefe de Estado Mayor del Ge­neral en Jefe Máximo Gómez, escribía en su diario de la guerra: “…¡Y todavía los yankees ponen reparos para reconocer nuestra beligerancia! (…) Parece que los hijos del tío Sam van a ser para nosotros en esta guerra lo mismo que en la del 68. ¡No importa! Así será mayor nuestra gloria, pues el mun­do entero, verá a Cuba independiente por el esfuerzo único y el valor indomable de sus hijos”. 

El caballeroso general Serafín Sánchez, amigo de Gómez y Martí caído el 18 de noviembre de 1896 en la acción del Paso de las Damas, región de Sancti Spíritus, tuvo una visión más nítida del poderoso vecino: “…Pobre Cuba, patria mía, en manos de E. Unidos, sus hijos, fracción pequeña e insignificante, serían anulados e ilotas en su propia patria tendiendo de más el desprecio de la endiosada raza sajona y de menos la consideración de sus propios”. 

El 19 de abril de 1898 el Congreso de la Unión aprobó la Resolución Conjunta. El texto despejaba cualquier duda so­bre las verdaderas intenciones norteamericanas: “… el pueblo de la Isla de Cuba es, y debe ser, libre e independiente”. Un día después Estados Unidos declaraba la guerra a España. De la noche a la mañana, los perseguidores de revolucionarios, los enemigos de la independencia plena de la isla, se mostraban cooperativos y solícitos. Expediciones repletas de pertrechos y logística americana, integradas por patriotas cu­banos empantanados durante meses en Estados Unidos, y de voluntarios norteamericanos escoltados por buques de guerra de ese país, llegaban a las playas de la Isla, trayendo todo lo que negaron durante 30 años de acoso y hostilidad. 

Entre los meses de julio y agosto de 1898, soldados cubanos y norteamericanos combatieron juntos contra las tropas españolas. 

Hubo derroche de heroísmo; pero hubo también en el man­do norteño, signos de despotismo, caprichos en la ejecución, manifestaciones de chovinismo y racismo, y en no po­cas ocasiones, desprecio a las opiniones y experiencias de los jefes cubanos. En un artículo publicado en Military Review, titulado “Operaciones conjuntas y combinadas en la campaña de Santiago de 1898”, el teniente coronel Peter S. Kindsvatter, del Ejército de Estados Unidos, reconoce que: “…el General García, había ido recibiendo cada vez menos atención mientras se desarrollaba la campaña; así Shafter no dispuso que los cubanos participaran en las negociaciones ni les invitó a la ceremonia de rendición. De hecho, no se les permitió entrar en Santiago, supuestamente para evitar la posibilidad de violencia y robos. 

Igualmente insultante para los cubanos fue la decisión de Shafter de mantener en sus puestos gubernamentales a los funcionarios civiles españoles; funcionarios estos a quienes los cubanos trataron de expulsar durante tres años de lucha. El desprecio de Shafter —y la mayoría de los estadounidenses— hacia los cubanos se hace evidente en esta carta dirigida a su madre: ‘El Ejército no tiene mucha com­pasión por los cubanos. Todos los que hemos conocido aquí son negros sucios detestables que se comen nuestras raciones, rehusan trabajar y rehusan luchar’”. Concluye Kindsvatter, reconociendo: “…terminó, en mezquindad y amargura, una campaña que había comenzado con una positiva cooperación de todos los participantes”.

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