I pretesti della morte

Gaza è un capitolo brutale di una saga più vecchia che continua oggi con Cuba. La stessa razionalità dello sterminio coloniale emerge quando si tratta di denunciare il blocco nordamericano, quello energetico di oggi, o quello di sempre

Iramis Rosique Cárdenas

Riguardo a Gaza, il Segretario di Stato USA ha detto a Monaco: «È stata la guida statunitense a liberare i prigionieri dai barbari e ad orchestrare una fragile tregua» ¹. Non c’è alcuna menzione alle oltre 70mila persone assassinate da Israele —con armi fornite dall’Occidente— con la scusa di «salvare ostaggi». Il fine, una volta di più, giustifica i mezzi.

Non è nuova questa cosa che dice il signor Rubio. La cosa interessante è la confessione che fa nell’impiegare un certo termine; un termine la cui notorietà cresce se si considera che viene usato nel corpo di un discorso che, senza dissimulazione, rivendica il colonialismo occidentale. Mi riferisco a «barbari». Negli ultimi 500 anni abbiamo imparato che il discorso della civiltà e della barbarie non risponde precisamente a un interesse di scienza antropologica, ma è uno dei dispositivi che l’Occidente impiegò per giustificare la sua impresa coloniale. Cioè, per decidere quali popoli avevano diritto di esistere, e a quali restava solo la scelta tra obbedire o essere sterminati. Non cessa di essere un’ironia che un figlio di immigrati cubani sia colui che invita le potenze europee alla riconquista coloniale del mondo. Quanto lontano è arrivata la controrivoluzione a spese della Rivoluzione Cubana!

Ancora nel pieno del ventunesimo secolo abbiamo dovuto scoprire con amarezza che, di fronte alle denunce del genocidio a Gaza, di fronte alle immagini di bambini mutilati, o di fronte all’evidenza della natura criminale del regime sionista, molta gente «normale» non esitò a sputare come contrargomento una presunta superiorità civilizzatrice di Israele che la abilitava e giustificava a fare qualunque cosa contro «i barbari». «L’unica vera democrazia del Medio Oriente» aveva licenza di uccidere. Mentre, i palestinesi, per essere arabi, per praticare una religione omofoba o maschilista, per non avere nonni europei, e per non soddisfare tutti i requisiti di ciò che significa essere una perfetta democrazia occidentale, meritavano di essere sterminati. O almeno dovevano essere domati e governati da coloro che erano «superiori» e capaci di «civilizzarli».

Gaza è un capitolo brutale di una saga più vecchia che continua oggi con Cuba. La stessa razionalità dello sterminio coloniale emerge quando si tratta di denunciare il blocco nordamericano —quello energetico di oggi, o quello di sempre—. «È che Cuba non è una democrazia». «È che a Cuba c’è un solo partito politico». «È che a Cuba i diritti umani questo o quest’altro». Il dibattito sul carattere radicale di Hamas, o i diritti delle donne e delle minoranze sessuali a Gaza fungono da copertura per il piano di occupazione territoriale, apartheid e sterminio sionista. Allo stesso modo, si porta la discussione sulla guerra economica nordamericana contro Cuba nell’ambito delle deficienze democratiche che internamente l’isola possa avere, per così nascondere e imbiancare una politica anch’essa genocida. Sebbene gli scenari non siano identici, la razionalità sottostante è simile.

Già a diverse settimane dall’inizio del blocco dei combustibili, sono state tagliate diverse rotte logistiche che portavano cibo e altri beni di prima necessità da dove sono prodotti o importati fino alla rete al dettaglio in ogni territorio. Poiché in pieno 2026 la maggior parte di quella rete al dettaglio è formata da piccole e medie imprese private, molte hanno già dovuto chiudere per problemi con l’approvvigionamento e la logistica in generale.

Allo stesso tempo, gli ospedali che fino ad ora erano stati protetti dai tagli di energia grazie a gruppi elettrogeni a diesel, si trovano ad affrontare la possibilità di rimanere senza elettricità di fronte a una caduta del sistema energetico o ad un taglio non imprevisto. Stiamo parlando di supporto vitale, di sterilizzazione, di servizi di imaging, di dialisi… Non uccidono solo le bombe.

Non soddisfare i parametri d’oro delle democrazie liberali apparentemente ti rende un selvaggio contro il quale è pienamente giustificato lo sterminio. I presunti diritti civili e politici contano più del diritto alla vita di tutti. Si possono esercitare la libertà o la democrazia essendo morti? Quale democrazia può nascere dal collasso sociale? Finora l’unica cosa che abbiamo visto che può nascere dallo shock sono le opportunità di saccheggio. Forse questo è tra le scommesse dei cubani e dei non tanto cubani che da fuori applaudono salivando la possibilità del peggior finale: tornare poi, con le divise di terra sicura ad impadronirsi dei resti del Paese, a insuperbirsi su quelli che sono rimasti e sono stati vittime dirette delle politiche genocide nordamericane. Su tutta quella meschinità, e al suo servizio, si annuncia la presunta democrazia che verrà.

Per la logica coloniale tutti questi sacrifici e punizioni sono necessari e giustificabili. Gli USA hanno il diritto di disciplinare Cuba. Cioè: «civilizzarla», riportarla all’ovile da cui i rivoluzionari l’hanno portata via. Questo spiega perché, in tutti questi anni, nonostante l’Europa discorsivamente si opponga alle misure coercitive unilaterali contro Cuba, non abbia mai fatto nulla di veramente importante per rompere il blocco. Non lo faranno nemmeno ora, come non lo hanno fatto con Gaza. Questo spiega anche la posizione di una zona della migrazione cubana, specialmente quella che ha già accettato in modo completo gli USA come una nuova patria: perché non dovrebbero credere che gli USA debbano governare l’isola, se già governano loro? E alla fine —diranno i politici europei, e i cubani di destra— i cubani hanno deciso a loro tempo di seguire Castro: che paghino: «che si fottono».

Per questo sono inauditi l’ingenuità e l’autoinganno della gente comune che ancora crede che gli USA intervengano nei paesi o applichino sanzioni per proteggere la democrazia o i diritti umani. Gli USA non avranno pace con Cuba finché non ci sarà all’Avana un governo servile ai nordamericani che permetta tutte le nefandezze e le rivincite sopra menzionate. E quest’ultimo aspetto è indifferente alla forma politica di quel governo, come dimostra il lungo storico di sostegno di Washington a dittature latinoamericane —e di altre latitudini— incluse dittature a Cuba.

Ovviamente noi cubani ci meritiamo di godere di diritti crescenti, per i quali abbiamo lottato, e di avere una repubblica che renda conto, sempre di più, della pluralità della società cubana. Ma questa è una discussione distinta da quella relativa al contenzioso USA-Cuba. Niente che Cuba faccia da sola, senza inginocchiarsi, converrà agli USA.

Infatti, la Legge Helms-Burton è chiara su quale processo deve condurre alla fine del blocco nordamericano. In primo luogo, un proconsole nominato dal governo yankee dirigerà la transizione. In secondo luogo, sarà potestà discrezionale del presidente USA determinare se Cuba è o non è una democrazia e se le si può togliere il blocco. Chi conosce la storia di Cuba ricorderà quante volte i costituenti dovettero votare la Costituzione del 1902 perché agli yankee —che allora avevano occupato militarmente il Paese— non conveniva la carta magna se non includeva l’infame Emendamento Platt.

Le persone decenti, specialmente i compagni e gli amici di Cuba, devono evitare di cadere in quella falsa discussione, che non tributa ad altro che ad essere il vestito etico di un’ambizione coloniale che persiste. In questo momento ciò che si contende a Cuba è il diritto a vivere, che è il più importante di tutti i diritti umani. Il resto —la democrazia, l’economia, la cultura, ecc.— saranno questioni che i cubani dovremo risolvere, tra di noi, e quando non saremo minacciati di morte.

Laureato in Biochimica e Biologia Molecolare presso l’Università dell’Avana. Diplomato in Servizio Estero presso l’Istituto Superiore di Relazioni Internazionali Raúl Roa García.


Las coartadas de la muerte

 Iramis Rosique Cárdenas 

Gaza es un capítulo brutal de una saga más vieja que continúa hoy con Cuba. La misma racionalidad del exterminio colonial emerge cuando se trata de denunciar el bloqueo norteamericano, el energético de hoy, o el de toda la vida 

Respecto a Gaza el secretario de Estado de los Estados Unidos ha dicho en Múnich: «Fue el liderazgo estadounidense el que liberó a los cautivos de los bárbaros y que orquestó una frágil tregua»1. No hay mención alguna a las más de 70 mil personas asesinadas por Israel —con armas suministradas por Occidente— con la excusa de «rescatar rehenes». El fin, una vez más, justifica los medios. 

No es nuevo esto que dice el señor Rubio. Lo interesante resulta la confesión que hace al emplear cierto término; un término cuya notoriedad crece si tenemos en cuenta que es usado en el cuerpo de un discurso que, sin disimulo, reivindica el colonialismo occidental. Me refiero a «bárbaros». En los últimos quinientos años hemos aprendido que el discurso de la civilización y la barbarie no responde a un interés de ciencia antropológica precisamente, sino que es uno de los dispositivos que Occidente empleó para justificar su empresa colonial. O sea, para decidir qué pueblos tenían derecho a ser, y a cuáles solo les quedaba la disyuntiva entre obedecer o ser exterminado. No deja de ser una ironía que un hijo de inmigrantes cubanos sea quien invite a las potencias europeas a la reconquista colonial del mundo. ¡Qué lejos ha llegado la contrarrevolución a costa de la Revolución Cubana! 

Todavía en pleno siglo veintiuno tuvimos que descubrir con amargura que, ante las denuncias del genocidio en Gaza, ante las imágenes de niños mutilados, o ante la evidencia de la naturaleza criminal del régimen sionista, mucha gente «normal» no dudó en escupir como contrargumento una supuesta superioridad civilizatoria de Israel que le habilitaba y justificaba para hacer lo que fuese contra «los bárbaros». «La única democracia verdadera de Medio Oriente» tenía licencia para matar. Mientras, los palestinos, al ser árabes, al practicar una religión homófoba o machista, al no tener abuelos europeos, y al no cumplir con todos los estándares de lo que es ser una perfecta democracia occidental, merecían ser exterminados. O al menos debían ser doblegados y gobernados por aquellos «superiores» capaces de «civilizarlos». 

En los últimos quinientos años hemos aprendido que el discurso de la civilización y la barbarie no responde a un interés de ciencia antropológica precisamente, sino que es uno de los dispositivos que Occidente empleó para justificar su empresa colonial 

Gaza es un capítulo brutal de una saga más vieja que continúa hoy con Cuba. La misma racionalidad del exterminio colonial emerge cuando se trata de denunciar el bloqueo norteamericano —el energético de hoy, o el de toda la vida—. «Es que Cuba no es una democracia». «Es que en Cuba hay un solo partido político». «Es que en Cuba los derechos humanos esto o lo otro». El debate sobre el carácter radical de Hamas, o los derechos de las mujeres y las minorías sexuales en Gaza fungen de coartada para el plan de ocupación territorial, apartheid y exterminio sionista. Asimismo, se trae la discusión sobre la guerra económica norteamericana contra Cuba al ámbito de las deficiencias democráticas que internamente la isla pueda tener, para así ocultar y blanquear una política también genocida. Aunque los escenarios no son idénticos la racionalidad que subyace es similar. 

Ya a varias semanas de comenzar el bloqueo de combustibles, se han cortado varias rutas logísticas que llevaban alimentos y otros bienes de primera necesidad desde donde son producidos o importados hasta la red minorista en cada territorio. Como en pleno 2026 la mayor parte de esa red minorista está formada por pequeños y medianos negocios privados, muchos ya han tenido que cerrar por problemas con el abastecimiento y la logística en general.  

Al mismo tiempo, los hospitales que hasta ahora habían estado protegidos de los cortes de energía gracias a grupos electrógenos de diésel, se enfrentan a la posibilidad de quedar sin electricidad ante una caída del sistema energético o un corte no imprevisto. Estamos hablando de soporte vital, de esterilización, de servicios de imagen, de diálisis… No solo las bombas matan. 

No cumplir los parámetros de oro de las democracias liberales al parecer te vuelve un salvaje contra el cual está plenamente justificado el exterminio. Los supuestos derechos civiles y políticos importan más que el derecho a la vida de todos. ¿Se pueden ejercer la libertad o la democracia estando muerto? ¿Qué democracia puede nacer del colapso social? Hasta ahora lo único que hemos visto que puede nacer del shock son las oportunidades de rapiña. Quizá eso está entre las apuestas de los cubanos y los no tan cubanos que desde afuera aplauden salivando la posibilidad del peor final: regresar luego, con las divisas de tierra segura a adueñarse de los restos del país, a enseñorearse sobre los que se quedaron y fueron víctimas directas de las políticas genocidas norteamericanas. Sobre toda esa mezquindad, y al servicio de ella, se anuncia la supuesta democracia que viene. 

Gaza es un capítulo brutal de una saga más vieja que continúa hoy con Cuba. La misma racionalidad del exterminio colonial emerge cuando se trata de denunciar el bloqueo norteamericano —el energético de hoy, o el de toda la vida— 

Para la lógica colonial todos estos sacrificios y castigos son necesarios y justificables. A EEUU le asiste el derecho a disciplinar a Cuba. Es decir: «civilizarla», devolverla al redil del que los revolucionarios la sacaron. Esto explica por qué, a lo largo de todos estos años, a pesar de que Europa discursivamente se opone a las medidas coercitivas unilaterales contra Cuba, nunca ha hecho nada realmente importante para romper el bloqueo. Tampoco lo harán ahora, como tampoco lo hicieron con Gaza. Eso explica también la postura de una zona de la migración cubana, especialmente la que aceptó ya de manera completa a EEUU como una nueva patria: ¿por qué no iban a creer que los Estados Unidos debían gobernar la isla, si ya los gobierna a ellos? Y al final —dirán los políticos europeos, y los cubanos de derechas— los cubanos decidieron en su momento seguir a Castro: que paguen: «que se jodan». 

Por eso son inauditos la ingenuidad y el autoengaño de la gente común que aún cree que EEUU interviene países o aplica sanciones para proteger la democracia o los derechos humanos. EEUU no tendrá paz con Cuba hasta que no haya en La Habana un gobierno servil a los norteamericanos que permita todas las canalladas y revanchas antes mencionadas. Y esto último con indiferencia de la forma política de ese gobierno como demuestra el largo historial de apoyo de Washington a dictaduras latinoamericanas —y de otras latitudes—, incluidas dictaduras en Cuba. 

Obviamente los cubanos nos merecemos gozar de derechos crecientes, por los que hemos luchado, y tener una república que dé cuenta, cada vez más, de la pluralidad de la sociedad cubana. Pero esa es una discusión distinta de la relativa al diferendo EEUU-Cuba. Nada que Cuba por sí misma haga, sin arrodillarse, convendrá a Estados Unidos.  

No cumplir los parámetros de oro de las democracias liberales al parecer te vuelve un salvaje contra el cual está plenamente justificado el exterminio 

De hecho, la Ley Helms-Burton es clara en qué proceso debe conducir al fin del bloqueo norteamericano. En primer lugar, un procónsul nombrado por el gobierno yanqui dirigirá la transición. En segundo lugar, será potestad discrecional del presidente de los Estados Unidos determinar si ya Cuba es o no una democracia y se le puede levantar el bloqueo. Los que conocen la historia de Cuba recordarán cuántas veces los constituyentes tuvieron que votar la Constitución de 1902 porque a los yanquis —quienes entonces tenían ocupado militarmente el país— no les convenía la carta magna si no incluía la infame Enmienda Platt. 

Las personas decentes, especialmente los compañeros y amigos de Cuba, deben evitar caer en esa falsa discusión, que no tributa a otra cosa que a ser el ropaje ético de una ambición colonial que persiste. Ahorita lo que se disputa en Cuba es el derecho a vivir que es el más importante de todos los derechos humanos. El resto —la democracia, la economía, la cultura, etc.— serán cuestiones que los cubanos tendremos que resolver, entre nosotros, y cuando no estemos amenazados de muerte. 

Licenciado en Bioquímica y Biología Molecular por la Universidad de La Habana. Diplomado en Servicio Exterior por el Instituto Superior de Relaciones Internacionales Raúl Roa García.       

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