Diario Politika (Luis Casado)
Come molti dei miei lettori possono ricordare, durante la dittatura pinochetista fui più volte incarcerato e processato dai tribunali civili e militari. In questi processi fui sempre assolto, sebbene sia stato prigioniero in diverse carceri della Capitale e di Valparaíso.
Tuttavia, in uno di questi procedimenti fui condannato da un giudice abietto a 541 giorni di reclusione notturna, sentenza che scontai interamente. Un dovere di coscienza mi obbliga ora a testimoniare che, dopo questa condanna arbitraria, ricevetti un invito dal Governo di Cuba per visitare l’Isola con mia moglie e i miei sei figli, con l’avviso, da parte del Comandante Fidel Castro, che questa condanna non avrebbe dovuto colpire solo me, ma anche l’intero mio nucleo familiare.
Fu così che trascorremmo circa quindici giorni all’Avana, seguiti magnificamente e usufruendo di un programma turistico che ci permise di conoscere meglio gli innegabili progressi della Rivoluzione e la cordialità di tutti i cubani che ebbero cura di noi e cercarono di regalarci le migliori vacanze della nostra vita.
Si trattò di un atto di solidarietà in più da parte di un regime politico e di un popolo ospitale, cosa che poterono constatare anche le centinaia di cileni che uscivano dalle carceri e dai campi di concentramento del nostro Paese, il più delle volte dopo essere stati torturati e vessati in mille modi da ciò che abbiamo conosciuto come terrorismo di Stato.
Durante quei giorni a Cuba non ci fu possibile nemmeno ringraziare di persona coloro che ci avevano invitato. Non ci furono riunioni politiche né atti ufficiali. Si trattava solo di farci riposare e vivere in famiglia dei giorni piacevoli, con la più assoluta libertà di spostarci dove volevamo. Per questo abbiamo potuto conservare fino ad ora il ricordo di un processo di cambi di successo, alla luce di una popolazione che soddisfaceva i suoi diritti essenziali, alimentava convenientemente i suoi abitanti e garantiva a tutti lavoro, salute, casa e istruzione.
Altrimenti Cuba non potrebbe vantare un numero così elevato di medagliati sportivi, gli evidenti vantaggi del suo sistema sanitario gratuito e di qualità, come le migliaia di istituti scolastici su tutto il suo territorio.
A Cuba erano finiti gli analfabeti, le liste d’attesa negli ospedali e il turismo fioriva nonostante l’implacabile blocco USA. Ciò che ha sempre causato gravi danni all’economia cubana, ma nulla che potesse togliere a Cuba il merito di essere il paese caraibico e latinoamericano con il miglior tenore di vita medio del continente. Con la più giusta distribuzione del reddito e che si permetteva inoltre il lusso di formare nelle sue università migliaia di giovani da tutto il mondo che nei loro paesi non avevano accesso a questo diritto.
Certamente, nella nostra visita non vedemmo quartieri lussuosi, né grandi magazzini o altro genere di privilegi, ma vedemmo la gente ben vestita, nutrita e contenta, perché lì comprendemmo meglio che è la scandalosa disuguaglianza, più che la povertà, a causare i principali disturbi nella convivenza umana.
Sebbene la rivoluzione cubana non abbia mai adottato l’apparente democrazia di molte delle nostre nazioni, potemmo renderci conto che i suoi cittadini avevano sì un’organizzazione popolare e doveri civici per decidere, legiferare e criticare le autorità. Certamente molto più che sotto i nostri regimi ipocriti, le cui popolazioni mancano di formazione civica per decidere bene, esposte soprattutto all’influenza del denaro e della propaganda elettorale.
Oltre a subire la corruzione, la vergognosa concentrazione mediatica e l’impunità dei potenti: coloro che eludono persino le “leggi del mercato”, si coalizzano per truffare i consumatori e si sottomettono ai dettami del potere imperiale e degli investitori stranieri, padroni persino dei servizi di base come l’acqua potabile, la luce, i trasporti. Perché, inoltre, contano sulla clemenza dei giudici, sulla voracità dei grandi imprenditori e militari, insieme all’arbitrarietà dei loro sistemi di polizia.
Oggi, confrontati con la fase peggiore del blocco, i cubani non possono accedere al petrolio che continua ancora ad alimentare le centrali elettriche, a far muovere le industrie e a garantire il funzionamento di case, ospedali e hotel. Provocando, con ciò, una crisi che potrebbe equivalere alla possibilità che al Cile venisse proibito di estrarre e vendere il suo rame, risorsa che costituisce la nostra principale entrata. O che all’Argentina venisse impedito di commerciare nel mondo le risorse dell’agricoltura e dell’allevamento.
Sebbene sappiamo che alcuni Paesi possono ancora rifugiarsi nell’esportazione di stupefacenti, un’attività dalla quale Cuba è sempre stata libera, come riconosciuto universalmente.
Ritengo che non sia questo il momento di contestare i successi della Rivoluzione Cubana. Coloro che lo fanno dimostrano soprattutto la loro ignoranza, come quella che ostentano i giornalisti e i volti della nostra monotona e superflua televisione. Sebbene la cosa peggiore di tutte sia il silenzio complice di quell’immensa quantità di sinistroidi che a suo tempo godettero della solidarietà cubana, ma che ora amano coincidere nel loro opportunismo con i più reazionari e pappagalli addestrati dal governo e dal Dipartimento di Stato USA. Quanto sono lontani dal praticare la gratitudine, sicuramente la più eccelsa virtù dell’amore e della decenza!
E non sono mai stato marxista-leninista, socialista o comunista. Ma noi che abbiamo convinzioni religiose, apprezziamo un’enorme realizzazione rivoluzionaria che ha avvicinato milioni di cubani a una vita dignitosa, oltre ad abbracciare gli ideali evangelici dell’uguaglianza e della fraternità. Questione che fu riconosciuta dagli ultimi pontefici romani, dalla Teologia della Liberazione e da molti regimi del mondo di diverso segno e latitudine.
I quali oggi, speriamo non sia troppo tardi, si mobilitano per un’immensa crociata di giustizia e gratitudine verso Cuba e contro il demonio installato alla Casa Bianca che minaccia il mondo intero, come la sopravvivenza stessa del Pianeta. Che cerca, come le guerre, di far morire di fame i bambini, di massacrare le nazioni inermi, distruggere città e spendere somme milionarie per escogitare e accumulare armi di distruzione di massa.
Immagino che tutto ciò dovrebbe far vergognare tanti che tanto devono a Cuba, incantati dalla democrazia che prima consideravano “borghese”, dagli orrori dell’imperialismo yankee, allineandosi con i Trump, i Milei e i loro domini adulatori in tutti i continenti. Sempre con l’idea di continuare ad aggiungere stelle al loro vessillo nazionale intessuto di guerre mortifere, invasioni e campi di concentramento e sterminio, come quello di Guantánamo.
Che esempio ci dà, ancora una volta, il Messico e la sua presidente Claudia Sheinbaum, dimostrando un coraggio che manca a molti governanti e politici autodefinitisi d’avanguardia.
Mentre scrivo queste righe, ripercorro i nomi e i volti degli urlatori di ieri, oggi divenuti lacchè e complici attivi o silenziosi di fronte all’aggressione contro un popolo che di certo riprenderà ancora una volta il suo eroico destino.
Non posso che mettere il mio becco in questa questione, così dignitosamente trattata da Juan Pablo Cárdenas. Anch’io fui oggetto della solidarietà cubana. Quando la dittatura assassinava a sangue freddo i miei compagni, ancora oggi desaparecidos. Quell’immensa, degna e generosa solidarietà del popolo cubano la riassumo in una frase: “Avevano così poco… E ci diedero tutto”.
Luis Casado
Testimonio en favor de Cuba desde Chile
Diario Politika (Luis Casado)
Como muchos de mis lectores pueden recordar, durante la dictadura pinochetista fui varias veces encarcelado y procesado por los tribunales civiles y militares. En estos procesos fui siempre absuelto, aunque estuve preso en diversas cárceles de la Capital y de Valparaíso.
Sin embargo, en uno de estos fui condenado por un juez abyecto a 541 días de reclusión nocturna, sentencia que cumplí íntegramente. Un deber de conciencia me obliga testimoniar ahora que luego de esta arbitraria condena recibí una invitación del Gobierno de Cuba para que visitara la Isla con mi esposa y mis seis hijos, advirtiéndome de parte del Comandante Fidel Castro que esta condena no solo tendría que haberme afectado a mi sino también a todo mi núcleo familiar.
De esta forma es que estuvimos unos quince días en La Habana atendidos magníficamente y cumpliendo con un plan turístico que nos permitió conocer mejor los avances innegables de la Revolución y la calidez de todos los cubanos que estuvieron a nuestro cuidado y procuraban darnos las mejores vacaciones de nuestras vidas.
Se trató de un acto de solidaridad más de un régimen político y pueblo hospitalario, lo que también pudieron comprobar los centenares de chilenos que salían de las cárceles y de los campos de concentración de nuestro país, la mayor de las veces luego de ser torturados y vejados de mil formas por lo que conocimos como terrorismo de Estado.
Durante estos días en Cuba no nos fue posible siquiera agradecerle en persona a quienes nos habían invitado. No hubo reuniones políticas ni actos correspondientes. Se trataba de que solo descansáramos y viviéramos en familia unos días placenteros con la más plena libertad para desplazarnos a donde quisiéramos. Por lo mismo es que pudimos hasta ahora guardar el recuerdo de un proceso de cambios exitoso a la luz de una población que satisfacía sus derechos esenciales, alimentaba convenientemente a sus habitantes y les aseguraba trabajo, salud vivienda y educación a todos.
De otra manera no podría Cuba exhibir tan alto número de medallistas deportivos, las evidentes ventajas de su sistema sanitario gratuito y de calidad, como los miles de establecimientos escolares en todo su territorio.
Se habían terminado en Cuba los analfabetos, las listas de espera hospitalarias y el turismo florecía pese al implacable bloqueo estadounidense. Lo que siempre le causó severos daños a la economía cubana, pero nada que pudiera quitarle el mérito a Cuba de ser el país caribeño y latinoamericano con el mejor estándar promedio de vida del continente. Con la más justa distribución del ingreso y que permitiera el lujo, además, de formar en sus universidades a miles de jóvenes de todo el mundo que en sus países no tenían acceso a este derecho.
Ciertamente no apreciamos en nuestra visita ni barrios lujosos, ni grandes tiendas ni otra suerte de privilegios, pero sí vimos a la gente bien vestida, alimentada y contenta, porque allí comprendimos mejor eso de que es la escandalosa desigualdad, más que la pobreza, la que causa los principales trastornos en la convivencia humana.
Aunque la revolución cubana no adoptó nunca la aparente democracia de muchas de nuestras naciones, pudimos darnos cuenta de que sus ciudadanos sí tenían organización popular y deberes cívicos para decidir, legislar y criticar a las autoridades. Por cierto, mucho más que bajo nuestros regímenes hipócritas cuyas poblaciones carecen de formación cívica para bien decidir, expuestos sobre todo a la influencia del dinero y la propaganda electoral.
Así como a padecer la corrupción, la bochornosa concentración mediática y la impunidad de los poderosos: los que burlan hasta de las “leyes del mercado”, se coluden para estafar a los consumidores y se someten a los dictados del poder imperial y de los inversionistas extranjeros dueños hasta de los servicios básicos como el agua potable, la luz, el transporte. Porque, además, cuentan con la lenidad de los jueces, la voracidad de los grandes empresarios y militares, junto a la arbitrariedad de sus sistemas policiales.
Enfrentados en estos días a la peor etapa del bloqueo, los cubanos no pueden acceder al petróleo que sigue todavía alimentando las centrales de electricidad, moviendo las industrias y garantizando el funcionamiento de las viviendas, hospitales y hoteles. Provocando, con ello, una crisis que podría igualarse a la posibilidad de que a Chile se le prohibiera extraer y vender su cobre, recurso que constituye nuestro principal ingreso. O que a Argentina se le privara de comerciar en el mundo los recursos de la agricultura y la ganadería.
Aunque sabemos que algunos países pueden refugiarse todavía en la exportación de estupefacientes, una actividad de la cual siempre ha estado libre Cuba, según reconocimiento universal.
Estimo que no es el momento de impugnar en este momento los logros de la Revolución Cubana. Que quienes lo hacen demuestran sobre todo su ignorancia, como la que ostentan los periodistas y rostros de nuestra monótona y superflua televisión. Aunque lo peor de todo es el silencio cómplice de esa inmensa cantidad de izquierdistas que en su hora disfrutaron de la solidaridad cubana, pero que ahora les encanta coincidir en su oportunismo con los más reaccionarios y papagayos adiestrados por el gobierno y el Departamento de Estado estadounidense. ¡Qué lejos están de practicar la gratitud, de seguro la más excelsa virtud del amor y la decencia!
Y no fui nunca marxista leninista, socialista o comunista. Pero quienes tenemos convicciones religiosas, valoramos una enorme realización revolucionaria que acercó a millones de cubanos a una vida digna, además de abrazar los ideales también evangélicos de la igualdad y fraternidad. Cuestión que fuera reconocida por los últimos pontífices romanos, por la Teología de la Liberación y muchos regímenes del mundo de distinto signo y latitud.
Los cuales hoy, ojalá no sea muy tarde, se movilizan para una inmensa cruzada de justicia y gratitud hacia Cuba y en contra del demonio instalado en la Casa Blanca que amenaza al mundo entero, como a la supervivencia misma del Planeta. Que busca, al igual que las guerras, matar de hambre a los niños, acribillar a las naciones inermes, destruir ciudades y gastar millonarias sumas en discurrir y acumular armas de destrucción masiva.
Imagino que todo esto debiera avergonzar a tantos que tanto le deben a Cuba, encantados con la democracia que antes estimaban “burguesa”, los horrores del imperialismo yanqui, poniéndose a tono con los Trump, Milei y sus dominios adláteres en todos los continentes. En la idea siempre de seguir agregando estrellas a su pabellón nacional tejido por las mortíferas guerras, las invasiones y campos de concentración y exterminio, como el de Guantánamo.
Qué ejemplo nos da una vez más México y su presidenta Claudia Sheinbaum, demostrando un coraje del que carecen muchos gobernantes y políticos auto considerados vanguardistas.
Mientras escribo estas líneas recorro los nombres y rostros de los vociferantes de ayer, hoy devenidos en lacayos y cómplices activos o silenciosos frente a la agresión contra un pueblo que de seguro va a reemprender una vez más su heroico destino.
No puedo sino meter la cuchara en este tema, tan dignamente tratado por Juan Pablo Cárdenas. También fui objeto de la solidaridad cubana. Cuando la dictadura asesinaba a mansalva a mis compañeros desaparecidos hasta ahora. Esa inmensa, digna y generosa solidaridad del pueblo cubano la resumo en una frase: “Tenían tan poco… Y nos dieron todo”.
Luis Casado
