Analisi speciale
La Strategia di Difesa Nazionale (d’ora in poi NDS), pubblicata un paio di settimane fa, si discosta poco dai precetti operativi e dottrinali della Strategia di Sicurezza Nazionale (NSS).
Semmai, cerca di rendere operativi i postulati del documento precedente e di presunta esecuzione di quanto in esso delineato, dopo la sua pubblicazione all’inizio di dicembre 2025.
Di nuovo, e per chiudere il punto. Effettivamente, se la si confronta con la NDS del 2018 – ufficialmente il suo documento omologo – esiste una svolta significativa, ma tale impulso si è cristallizzato con la NSS.
L’apparente “ridislocamento” emisferico rispetto alla “portata globale”, la presunta “delega” a “soci e alleati” nel mondo in aree che si suggerisce “hanno cessato di essere” critiche, e le diverse – e superficiali – definizioni di sovranità e accettabilità sono gli attributi più notevoli.
In questa misura, per quanto riguarda la sostanza, aggiunge poco. È in materia di forme che si può trovare ciò che è sostanziale.
Nella stessa direzione, la forma può essere anche sostanza in quanto la NDS concepita come “parlante” è molto – per la sua ripetitività rispetto alla NSS – di ciò che potrebbe manifestare.
Mentre la NSS ostenta uno spirito guida, dotato di ciò che si può accettare come più vicino alla sobrietà stilistica ed espositiva, la NDS è un documento frenetico nel ribadire quanto postulato, ideologico nell’atto di rafforzamento concettuale del ruolo precedente e retorico in quanto dice poco nel definire il nuovo corso d’azione.
D’altro canto, in teoria, entrambi i documenti farebbero parte di una triade, in attesa della revisione della postura globale del Pentagono dove si raccomanda la ridistribuzione della prontezza e delle risorse militari su scala planetaria.
E qui, forse, e come gran parte di ciò che ha caratterizzato il primo anno dell’amministrazione, il peso delle circostanze rispetto alla modellazione pubblica di dove si collocano gli USA potrebbe avere anch’esso qualcosa da dire.
Per settembre 2025, Politico riferiva che la prima bozza della NDS era già caduta sulla scrivania di Pete Hegseth con l’anteprima della presunta “svolta strategica” della dottrina: il cambio ufficiale delle priorità, dalla grande competizione tra potenze all’enfasi sulla sicurezza nazionale ed emisferica.
E se, come si vedrà in seguito, l’attuale NDS assume consapevolmente le azioni contro l’Iran alla fine di giugno dello scorso anno e l’assalto al Venezuela del 3 gennaio, si può almeno ipotizzare che la “revisione” della postura globale assuma, in una certa misura, la scadenza del trattato New START sulle armi nucleari come elemento cardine.
Ma quest’ultimo aspetto, come tutto il resto, è soggetto alle fluttuazioni, agli impulsi e alle esecuzioni tatticistiche dell’amministrazione USA più esplicitamente e psichicamente instabile della storia.
E, in questa misura, la NDS è un documento esemplare.
La struttura, per farvi fronte
Il documento comprende un’introduzione, una rassegna del contesto di sicurezza e un approccio strategico e una conclusione in 23 pagine.
A ciò si aggiunge un memorandum che potrebbe ridursi a un’omelia orwelliana in cui si evidenzia obbligatoriamente la saggezza, la chiaroveggenza e la visione strategica di Donald Trump nel portare a termine con successo la scommessa, secondo loro, “realistica” attraverso la trinità orwelliana “America First. Pace attraverso la forza. Buon senso”.
Il contesto di sicurezza è suddiviso in sei sezioni: l’emisfero e la nazione o patria (Homeland, che in inglese ha una connotazione meno solenne di quella a cui siamo abituati e che per questo stesso motivo lo definiremo in inglese); la Repubblica Popolare Cinese; la Russia; l’Iran; la Repubblica Democratica di Corea; e, infine, quella che viene definita “la questione della simultaneità e le implicazioni della condivisione dell’onere con gli alleati”: cosa fare di fronte alla possibilità di un attacco coordinato degli avversari e il ruolo del blocco USA con i suoi paesi trainati.
La sezione sull’approccio strategico, a sua volta, è distribuita in quattro “linee di sforzo” (LOE, dall’inglese):
Linea 1, difendere l’Homeland statunitense (di cui il resto dell’emisfero, il resto dell’America continentale, potrebbe essere considerato lo “spazio interno o allargato” del primo).
Linea 2, dissuadere la Cina nell’Indo-Pacifico (una categoria arbitraria, astorica) attraverso la “forza” ma non lo scontro, negando spazio di influenza alla Cina e operando attraverso quella che chiamano diplomazia sia nell’evitare l'”espansione”, mentre si delegano compiti essenziali agli alleati con “supporto critico”.
Linea 3, aumentare la distribuzione degli “oneri” su alleati e soci, in una volgare simulazione di divisione del lavoro, come emerge dai “problemi” di fronte alla simultaneità e con una serie di nazioni-complici di viaggio rimaste indietro e che, come altro risultato mega-strategico di Trump, si sono impegnate a destinare il 5% del prodotto interno lordo (PIL) alla “difesa”. Dato di colore rilevante: il documento rimprovera a soci e alleati di aver deciso di investire in “benessere pubblico” invece che nella difesa in tutti questi anni, “spesso accontentandosi di permettere agli Stati Uniti di difenderli”. Una sequenza che include una verità (il free-riding difensivo) con una menzogna categorica, come si può vedere, ad esempio, nell’Europa dell’austerità degli ultimi vent’anni.
Linea 4, “potenziare la base industriale di difesa degli Stati Uniti”. Così come la NSS è un’ammissione indiretta dei limiti e persino del declino del settore, nel caso della NDS si impiega una logica transitiva: “ravvivare lo spirito innovativo”, “rinnovare e potenziare l’industria della difesa”, “rendere di nuovo grande la base industriale della difesa”, “ricostruire il più grande fondamento della nostra forza militare”.
Come elemento non secondario, va sottolineato che la versione pubblica della NDS in circolazione è quella “non classificata”, quindi si evidenzia una parte innominata del documento, con possibili implicazioni, soprattutto, sul punto di gravitazione formale: l’Homeland.
Dato il carattere combattivo, con un Segretario alla Guerra che non ha smesso di sottolineare il suo carattere bellicoso all’interno della battaglia culturale al Pentagono, superando la fase woke e decostruttiva per restaurare l'”ethos guerriero” presumibilmente inerente all’ontologia militare USA, in quelle pagine si svilupperebbero gli elementi che caratterizzano o prefigurano il nemico interno all’interno dell’Homeland e non oltre la muraglia emisferica del resto della piattaforma continentale?
Tono, stile e approccio astorico
Un documento, il testo, è il risultato della confluenza più o meno equilibrata di contesto storico e materiale, e in un caso come questo di proiezione strategica e delle sue necessità, insieme ai fattori umani che producono un determinato documento.
E in questo caso particolare diventa quasi impossibile eludere il peso con cui le individualità e le loro interazioni con il potere operano.
Sebbene nella NSS l’impronta di Elbridge Colby sia decisiva, nella NDS non è minore il ruolo di Pete Hegseth e di come viene ritratto nelle sue pagine.
Qui operano fattori individuali e psicologici al di là di qualsiasi riflesso strutturale.
Il compito di setacciare tra l’impersonale e il ruolo specifico con cui gli attori condizionano il prodotto diventa quasi impossibile, constatando l’urgenza di visibilità compiacente che ha caratterizzato il Segretario alla Guerra; il che offre anche una chiave di lettura essenziale di un documento che in teoria si presume omogeneo e senza sottintesi.
Ed è in questo punto particolare che si deve capire quanto poco di “strategia” abbia in realtà la NDS e quanto abbia di documento frenetico, narcotico e smaccatamente adulatorio. Più un dispositivo retorico che linee guida per i comandi militari.
È forse l’unico modo per ammettere che un documento che guiderà la dottrina e la strategia militare non abbia alcuna difficoltà a descrivere il presunto cambio di paradigma imperiale con una frase di questa natura: “Fuori l’idealismo utopico; dentro il realismo duro”.
Ma di fronte a questa frase che si potrebbe trovare nell’introduzione di un manuale per iniziare una dieta chetogenica, la realtà indica che non si è rinunciato a nessuno degli elementi delineati nel testo riguardo alle “minacce”, sia emisferiche che globali, e tanto meno al modo di approcciarsi a come si giustificano le situazioni, come se ne raccontano altre e, infine, le vere motivazioni dietro alcune delle presunte sfide securitarie.
Nel caso dell’ultimo dei tre elencati c’è la Groenlandia. La NDS, come per quasi tutto, ripete ciò che Trump, e altri in sequenza, hanno detto senza filtri sulla presunta necessità di “sicurezza” riguardo all’isola artica e il presunto rischio che Russia o Cina la “conquistino”, e come sia, presumibilmente, essenziale per erigere la dichiarata “cupola d’oro” che sarà la disposizione di missili difensivi.
La verità è che quella base, con un sistema missilistico, esiste già nella Base Spaziale di Pituffik. Né la Cina né la Russia hanno interesse, capacità o vicinanza geografica per “conquistarla”. E, ancora più importante, il velo narrativo è troppo sottile sulla subordinazione oligarchica di tali interessi. Che siano i “tech bro” riuniti nel progetto di Stato post-nazionale Praxis o il magnate franco-israeliano – e amico di Trump – Ronald Lauder, l’urgenza è un’altra, ed è meramente di risorse, e precisamente di controllo territoriale duro secondo un modello, appunto, utopico.
In quest’ultimo punto, vale la pena osservare il posto del progetto Praxis, chi lo finanzia e sostiene, e la sua natura di paradiso libertario, primariamente estrattivo e post-nazionale.
Quanto al modo di “raccontare” questo nuovo “realismo duro”, basta vedere la ridefinizione narrativa del ruolo di Israele, di cui si sottolinea ripetutamente nel testo il suo ruolo di modello di alleanza con gli USA.
In primo luogo, a pagina 2 dell’introduzione, si evidenzia la “capacità di difendersi” di Israele a partire dal 7 ottobre 2023, cercando di re-inquadrare quello che è diventato l’olocausto e genocidio del nostro tempo come un’azione difensiva.
Allo stesso tempo, a pagina 11, si attenua il peso dell’aiuto e della dipendenza di Tel Aviv contro l’Iran nella guerra dei 12 giorni, come una catena successiva di successi come se avesse avuto pochi mezzi per raggiungerlo.
Perché, allora, sono sull’orlo di un’enorme operazione militare contro la Repubblica Islamica?
Come extra si aggiunge quella che secondo la NDS fu una risonante vittoria contro lo Yemen a maggio e giugno dello scorso anno, una campagna che non raggiunse un solo obiettivo strategico, sì molti pasticci e infine un ritiro poco pubblicizzato degli USA da quel focolaio del Mar Rosso.
Ironicamente, questo viene chiamato la capacità e abilità di Israele di difendersi, come se si trattasse di un’entità autonoma e indipendente.
Quanto alla giustificazione, forse non c’è manifestazione più grande di pensiero utopico, e non di realismo duro, nel presunto rilancio della base industriale militare degli USA che proteggerà le cateratte che si aprirebbero nella nuova “era d’oro”, indipendentemente dal fatto che ci siano pochi segnali di questa rinascita. Qualcosa in più su questo, più avanti.
L’aspirazione alla rinascita industriale USA si scontra con un deficit strutturale che l’analista ed ex ufficiale della marina russo Andréi Martyanov documenta in Disintegration (2021): mentre la Russia — con meno della metà della popolazione USA — forma proporzionalmente più del doppio dei laureati STEM pro capite e trattiene la maggior parte dei suoi ingegneri all’interno del Paese, gli USA dipendono sempre più da talenti importati (più di un terzo dei loro laureati STEM non sono cittadini USA) e vedono i propri giovani scegliere carriere in legge, finanza o affari dove i redditi superano quelli dell’ingegneria.
Questa “fuga di cervelli interna”, che Todd corrobora in La sconfitta dell’Occidente (2024), rivela una profonda trasformazione culturale: appena il 7,2% degli studenti USA studia ingegneria, mentre le élite si formano come “meritocrati improduttivi e predatori” specializzati nell’ottimizzare la speculazione finanziaria invece di progettare turbine, sottomarini o sistemi di produzione su larga scala.
Le conseguenze sono notevoli, analizzate in precedenza da Ernesto Cazal in questa stessa tribuna. La manifattura rappresenta oggi appena il 10% del PIL — la sua quota più bassa dal 1947 — mentre il deficit commerciale raggiunge livelli storici e la base industriale della difesa dipende criticamente da lavoratori stranieri meglio qualificati dei nativi (l’86,5% degli immigrati STEM ha una laurea contro il 67,3% dei nati negli USA).
Come avverte Todd, una guerra non si vince congelando attivi bancari o emettendo ordini di pagamento, ma con ingegneri capaci di produrre munizioni in massa. Ecco perché le promesse di reshoring e “mobilitazione industriale” si scontrano con un collo di bottiglia umano: senza ricostruire l’ecosistema di formazione, prestigio sociale e opportunità che renda attraente la vocazione a fare cose tangibili, qualsiasi appello a rivitalizzare l’industria della difesa rimarrà nostalgia strategica. La vera sfida non è riportare le fabbriche sul territorio, ma recuperare la capacità collettiva di valorizzare — e formare — coloro che trasformano le idee in oggetti che la gente può usare.
Questo in un Paese dove l’economia non funziona più come un sistema unificato, ma si è scissa in due realtà economiche parallele con dinamiche contraddittorie. Da un lato, un nucleo digitale-finanziario — guidato dalle sette grandi aziende tecnologiche (Apple, Microsoft, Nvidia, Amazon, Alphabet, Meta, Tesla), i loro fornitori e il settore finanziario che le capitalizza — sperimenta una crescita esplosiva: gli investimenti in infrastrutture di IA supereranno i 600 miliardi di $ nel 2026, con accesso illimitato a capitale a buon mercato nonostante l’inasprimento monetario, e genera praticamente tutta la crescita del PIL (5,3% annualizzato nel quarto trimestre del 2025).
Dall’altro lato, una periferia fisica — manifattura, edilizia, immobiliare commerciale, banche regionali e PMI — affronta una recessione silenziosa: il PMI manifatturiero è in contrazione da dieci mesi, mentre 936 miliardi di $ di debito immobiliare scadono nel 2026 senza una reale capacità di rifinanziamento ai tassi attuali, il che ha paralizzato il credito delle banche regionali con alta esposizione al settore.
Questa dualità rivela un’economia lacerata tra la speculazione finanziario-tecnologica e la base materiale di produzione e circolazione. Mentre il nucleo si nutre di valorizzazione borsistica e aspettative future, la periferia — responsabile di posti di lavoro, beni tangibili e tessuto produttivo locale — si dissangua senza che i segnali d’allarme generino una risposta politica, nonostante la sbandierata retorica trumpiana sui numeri di borsa.
Il paradosso è chiaro: un PIL che cresce trainato da pochi attori digitali nasconde una contrazione sistemica nei settori che sostengono la vita economica quotidiana di milioni di persone. Senza una riconnessione tra i due mondi — cioè, senza che il capitale del nucleo si riversi verso la rivitalizzazione materiale della periferia — il divario non solo persisterà, ma eroderà le stesse basi della stabilità economica a medio termine.
In poche parole, nella sua base, la NDS rende più visibile della NSS la contraddizione fondamentale su cui opera.
Catalizzatori e confessioni
In mancanza di fattori direttamente rivelatori, soprattutto se confrontata con la NSS, i significanti dell’intera composizione, inclusa, se ci è permesso dirlo, la sua “estetica” permettono di svelare alcune chiavi secondarie.
A cominciare dalla presentazione stessa: la totale assenza di sobrietà visiva o scritta lo trasforma in un opuscolo di un’azienda di comunicazione di second’ordine o un dépliant sulla storia di un negozio di mobili nel suo 30esimo anniversario, più che la nuova dottrina del Pentagono.
Si vanta di essere un documento “concreto” che segna il presunto nuovo corso in materia di difesa e sicurezza, ma se si giudica dalla presentazione, dalla selezione fotografica e persino da quella pittorica e cartografica, più che un punto di svolta strategico, con il suo fragoroso ritorno al “realismo duro”, ciò che si ricava è imperialismo kitsch e una notevole abulia visiva. Una celebrazione dell’adulazione e della mediocrità patriottica.
Trump e Hegseth che si stringono la mano nel famoso – per esilarante – incontro con tutti i comandi militari alla base di Quantico; Hegseth che saluta i veterani del D-Day nell’81esimo anniversario dell’inizio dello sbarco in Normandia; Trump che fa il saluto militare nella sbiadita parata militare dell’11 settembre dello scorso anno; il briefing dopo il bombardamento delle tre centrali nucleari iraniane, con Hegseth e il capo di stato maggiore congiunto, Dan Caine; Trump che parla al vertice NATO dell’Aia fiancheggiato dal Segretario alla Guerra; marinai che issano la bandiera USA; Trump, di tre quarti, che riceve gli applausi al vertice d’affari Arabia Saudita-USA; il trito dipinto di Emmanuel Leutze che ritrae il passaggio di George Washington sul fiume Delaware nel contesto della battaglia di Trenton; e, infine, Trump, Hegseth e il vicepresidente J.D. Vance che salutano militarmente al cimitero di Arlington in commemorazione del milite ignoto.
Ma questa estetica fiacca e burocratica, dove si vede perfettamente il polso adulatorio del Segretario alla Guerra, parla e descrive. Ciò è cristallinamente stabilito dall’immagine che accompagna il frontespizio dove si sviluppa il “contesto di sicurezza”: una mappa ottocentesca dell’intera piattaforma continentale, con il nord sfumato verso il nero e dove l’asse si concentra, precisamente, sul nord del Sud America.
Si tratta di una manifestazione cartografica del XVIII secolo, probabilmente dello scozzese Henry Overton, dove la California non appare integrata al resto degli stati dell’Unione, e con due rappresentazioni a sinistra e a destra del continente, nella parte inferiore, dove sul lato sinistro sono raffigurati tre uomini che portano il peso del loro lavoro, in quella che chiaramente è una piantagione, e quindi schiavi con un’apparente dea della fortuna tagliata a metà, mentre nell’altra, con aria primitiva e pagana, ciò che sembra essere una sorta di rappresentazione della lugubre forestale, amazzonica o altro, ma sovraccarica di sensualità primitivista.
Non a caso, la NDS parla di “terreni” di importanza strategica e di alto valore come la Groenlandia, il canale di Panama o il golfo del Messico (che è scritto così sulla mappa), incapace di nascondere l’immaginario e i modi di rappresentazione primariamente coloniali. Una delle rime storiche più chiare.
Ed è che, che si tratti di Israele, Panama, Groenlandia o Venezuela, confrontato con il pratico e concreto, resta chiaramente stabilito che le priorità di sicurezza dell’amministrazione non coincidono con le priorità della nazione. La fase aperta del lumpen-oligarchico dell’impero.
“Sindrome del Vietnam” veniva chiamata la riluttanza più o meno istintiva delle amministrazioni successive a intraprendere azioni militari dirette e su larga scala dopo la fuga da Saigon a causa dell’effetto negativo interno e del rifiuto generalizzato della popolazione per quel tipo di avventure. Male del potere che i settori più fanatici e folli premevano per espellere, e che fu ottenuto dopo l’invasione di Panama il 20 dicembre 1989.
Dopo quell’azione muscolare, si suppone, George Bush padre distrusse l’incantesimo che inibiva gli USA a passare dalla guerra sporca a quella di alta intensità e grande scala. Un anno dopo l’aggressione a Panama, arrivò la prima invasione dell’Irak, nel 1991.
Sebbene sia stato Rajiv Gandhi, il primo ministro indiano, a parlare di un “nuovo ordine mondiale” dopo la caduta del blocco sovietico, fu Bush padre ad assumerlo come proprio dopo l’Operazione Tempesta nel Deserto.
L’ombra della seconda guerra d’Irak ha aleggiato sulle diverse amministrazioni, inibendo i rischi e gli effetti secondari e terziari che da lì si sarebbero potuti sviluppare, in particolare nelle teste militari che devono fare i conti con la realtà, e controcorrente rispetto ai soliti falchi da salotto che, senza alcuna esperienza di guerra, non ne trovano una che non smuova loro il pavimento pelvico.
E in questo risiede uno dei fattori più pericolosi della NDS, che chiaramente prende come catalizzatori l’Operazione Martello Notturno che attaccò le centrali di Fordow, Natanz e Isfahan in Iran, ma ancor di più l’Operazione Determinazione Assoluta del 3 gennaio contro Caracas, sequestrando il presidente Nicolás Maduro, la first lady Cilia Flores e lasciando una scia di più di un centinaio di morti e il paese con la pistola alla tempia.
In fondo, l’assenza di sofisticatezza geopolitica, l’esercizio di nostalgia in attesa di una presunta rinascita industriale che condurrà a un'”era d’oro” e la totale incapacità di vedere la dinamica dei fattori di seconda o terza linea, tali catalizzatori, insieme alla descrizione ripetitiva di ciò che è l’alleato ideale – perpetrando uno sterminio a cui è stata semplicemente rallentata la velocità e ora sarà coordinato con una giunta privata ad hoc –, in fondo nulla rende impossibile che non scoppi ciò che scoppia: i grandi punti di orgoglio per loro sono, semplicemente, dichiarazioni aperte e impunite di nuovi crimini.
Análisis especial
Consideraciones tardías sobre la nueva Estrategia de Defensa Nacional de EE.UU.
Diego Sequera / Ernesto Cazal
La Estrategia de Defensa Nacional (EDN de ahora en adelante), publicada hace un par de semanas, se aleja poco de los preceptos operativos y doctrinarios de la Estrategia de Seguridad Nacional (ESN).
Si acaso, busca hacer los postulados del documento anterior un asunto operativo y de presunta ejecución de lo que se planteó en este último, tras su publicación a principios de diciembre de 2025.
De nuevo y para dar por cerrado el punto. Efectivamente, si se contrasta con la EDN de 2018 –oficialmente su documento homólogo– existe un viraje significativo, pero ese impulso se cristalizó con la ESN.
El aparente “repliegue” hemisférico frente al “alcance global”, la supuesta “delegación” en “socios y aliados” en el mundo en áreas que se sugieren “dejaron de ser” críticas y las distintas –y superficiales– definiciones de soberanía y aceptabilidad son los atributos más notorios.
En esa medida, en tanto fondo, es poco lo que agrega. Es en materia de formas donde se puede encontrar lo sustantivo.
En esa misma dirección, forma también puede ser fondo en tanto que la EDN concebida como hablante es mucho –por reiterativo respecto a la ESN– lo que pudiera manifestar.
Mientras que la ESN ostenta un espíritu rector, dotado de lo que se puede aceptar como algo más aproximado a la sobriedad estilística y expositiva, la EDN es un documento frenético en la reafirmación de lo postulado, ideológico en el acto de reforzamiento conceptual del papel anterior y retórico en tanto que es poco lo que dice definir como el nuevo curso de acción.
Por otro lado, en teoría, ambos documentos formarían parte de una triada, a la espera de la revisión de la postura global del Pentágono donde se recomienda la redistribución de apresto y recursos militares a escala planetaria.
Y aquí, tal vez y como mucho de lo que ha caracterizado al primer año de la administración, el peso de las circunstancias respecto al moldeado público de dónde se sitúa Estados Unidos tenga también algo que decir.
Para septiembre de 2025, Politico reseñaba que ya había caído en el escritorio de Pete Hegseth el primer borrador de la EDN con la primicia del supuesto “vuelco estratégico” de la doctrina: el cambio oficial de prioridades, de la gran competición entre poderes hacia el acento por la seguridad nacional y hemisférica.
Y si, como se verá más adelante, la actual EDN asume conscientemente las acciones contra Irán a finales de junio del año pasado y el asalto a Venezuela del 3 de enero, se puede al menos especular que el “review” de la postura global asuma, en cierta medida, la caducidad del tratado New START sobre armamento nuclear como elemento pivote.
Pero esto último, como todo lo demás, está sujeto a los vaivenes, impulsos y ejecuciones tacticistas de la administración estadounidense más explícita y psíquicamente inestable de la historia.
Y, en esa medida, el EDN es un documento ejemplar.
La estructura, para salirle al paso
El documento comprende una introducción, un repaso del entorno de seguridad y una aproximación estratégica y una conclusión a lo largo de 23 páginas.
A este se le agrega un memorando que pudiera reducirse a una homilía orweliana donde obligatoriamente se destaca la sabiduría, preclaridad y visión estratégica de Donald Trump para llevar a puerto insuperable la apuesta, según ellos, “realista” a través de la trinidad orweliana “America First. Paz a través de la fuerza. Sentido común”.
El entorno de seguridad se desagrega en seis apartados: el hemisferio y la nación o patria (Homeland, que en inglés supone un registro menos mayestático al que estamos acostumbrados y que por eso mismo lo definiremos en inglés); la República Popular China; Rusia; Irán; la República Democrática de Corea; y, por último, lo que se define como “el problema de la simultaneidad y las implicaciones de compartir la carga con los aliados”: el qué hacer ante la posibilidad de un ataque coordinado de los adversarios y el rol del campo estadounidense con sus países remolcados.
El apartado sobre la aproximación estratégica, a su vez, se distribuye en cuatro “líneas de esfuerzo” (LOE, por sus siglas en inglés):
Línea 1, defender el Homeland estadounidense (del que el resto del hemisferio, el resto de la América continental pudiera asumirse como el “espacio interior o ampliado” del primero).
Línea 2, disuadir a China dentro del Indo-Pacífico (una categoría arbitraria, ahistórica) a través de la “fuerza” pero no la confrontación, denegando espacio de influencia a China y operando a través de lo que dicen llamar diplomacia tanto en evitar la “expansión”, mientras se les delega a los aliados tareas esenciales con “apoyo crítico”.
Línea 3, incrementar la distribución de “cargas” en aliados y socios, en un vulgar simulacro de división del trabajo, como se destila de los “problemas” frente a la simultaneidad y con una serie de naciones-compañeras de viaje que se han quedado atrás y que, como otro logro megaestratégico de Trump, se comprometieron a destinar el 5% del producto interno bruto (PIB) en “defensa”. Dato de color relevante: el documento le reprocha a socios y aliados el haber decidido invertir en “bienestar público” en lugar de defensa a lo largo de estos años, “muchas veces conformes en permitirle a los Estados Unidos que los defiendan”. Una secuencia que incluye una verdad (el reposerismo defensivo) con una mendacidad categórica, como se puede ver, por ejemplo, en la Europa del austericidio de los últimos veinte años.
Línea 4, “supercargar la base industrial de defensa de los Estados Unidos”. Así como el ESN es una admisión indirecta de las limitaciones e, incluso, el declive en el sector, en el caso del EDN se emplea una lógica desde el plano de lo transitivo: “reavivar el espíritu innovador”, “renovar y supercargar la industria de defensa”, “hacer que la base industrial de defensa sea great again”, “reconstruir la mayor fundación de nuestra fuerza militar”.
Como elemento no menor, cabe destacar que la versión pública que se maneja de la EDN es la “no-clasificada”, por lo que se destaca un tramo innombrado del documento, con posibles implicaciones, sobre todo, en el punto de gravitación formal: el Homeland.
Dado el carácter pugnaz, con un secretario de Guerra que no ha dejado de señalar su carácter beligerante dentro de la batalla cultural en el Pentágono superando la etapa woke y deconstructiva a la restauración del “ethos guerrero”z| presuntamente inherente en la ontología militar gringa, ¿en esas páginas se desarrollarían los elementos que caracterizan o prefiguran al enemigo interno dentro del Homeland y no en el extramuro hemisférico del resto de la plataforma continental?
Tono, estilo y aproximación ahistórica
Un documento, el texto, es el resultado de la confluencia más o menos equilibrada de contexto histórico y material, y en un caso como este de proyección estratégica y sus necesidades, junto a los factores humanos que producen un documento equis.
Y en este caso particular se hace casi imposible esquivar el peso en el que las individualidades y sus interacciones con el poder operan.
Si bien en la ESN la impronta de Elbridge Colby es decisiva, en la EDN no es menor el lugar de Pete Hegseth y cómo se retrata a lo largo de sus páginas.
Aquí operan factores individuales y psicológicos más allá de cualquier reflejo estructural.
La tarea de cribar entre lo impersonal y el papel específico con el que actores condicionan el producto se hace casi imposible, constatando la urgencia de visibilidad complaciente que ha caracterizado al secretario de Guerra; lo que ofrece, también, una clave de interpretación esencial de un documento que en teoría se supone homogéneo y sin entrelíneas.
Y es en este punto en particular donde se debe entender lo poco que de “estrategia” en realidad tiene la EDN y lo mucho que tiene de documento frenético, narcótico y redomadamente adulador. Más dispositivo retórico que líneas maestras para mandos militares.
Es quizás la única forma de admitir que un papel que regirá la doctrina y la estrategia militar no tenga ninguna dificultad en describir el supuesto cambio de paradigma imperial con una frase de esta naturaleza: “Out con el idealismo utópico; in con el realismo duro”.
Pero frente a esa frase que pudiera encontrarse en la introducción de un manual para iniciar una dieta keto, la realidad apunta a que no se ha renunciado a ninguno de los elementos que se plantean a lo largo del texto respecto a las “amenazas”, tanto hemisféricas como globales, ni mucho menos en el modo de aproximación a cómo se justifican situaciones, cómo se recuentan otras y, finalmente, los verdaderos motores detrás de algunos de los supuestos retos securitarios.
En el caso del último de los tres enumerados está Groenlandia. La EDN, como con casi todo, repite lo que sin moldura Trump, y otros en seguidilla, han dicho sobre la supuesta necesidad de “seguridad” respecto a la isla ártica y el supuesto riesgo de que Rusia o China la “tomen”, y cómo es, presuntamente, esencial para levantar la declarada “cúpula de oro” que será la disposición de misiles defensivos.
Lo cierto es que ya esa base, con un sistema de misiles, ya existe en la Base Espacial de Pituffik. Ni China ni Rusia tienen interés, capacidad o cercanía geográfica para “tomarla”. Y, aún más importante, el velo narrativo es demasiado fino sobre la subordinación oligárquica de dichos intereses. Sean los “tech bros” nucleados en el proyecto de Estado postnacional Praxis o el magnate franco-israelí –y amigo de Trump– Ronald Lauder, la urgencia es otra, y es meramente de recursos, y de, precisamente, control territorial duro bajo un modelo, precisamente, utópico.
En esto último conviene ver el lugar del proyecto Praxis, quiénes lo financian y auspician, y su naturaleza como un paraíso libertario, primariamente extractivo y post-nacional.
En cuanto al modo de “recontar” ese nuevo “realismo duro”, basta con ver la redefinición narrativa del papel de Israel, que repetidamente se enfatiza en el texto su papel como modelo de alianza con Estados Unidos.
En primer lugar, página 2 de la introducción, destacando la “capacidad de defenderse” de Israel a partir del 7 de octubre de 2023, pretendiendo re-enmarcar lo que a partir de ahora se ha convertido en el holocausto y genocidio de nuestro tiempo como una acción defensiva.
Al mismo tiempo, página 11, el mitigar el peso de la ayuda y dependencia de Tel Aviv contra Irán en la guerra de los 12 días, como una cadena sucesiva de éxitos como si hubiese contado con poco para alcanzarlo.
¿Por qué, entonces, están al borde de una enorme operación militar contra la República Islámica?
Como extra se agrega lo que según la EDN fue una resonante victoria contra Yemen en mayo y junio del año pasado, una campaña que no alcanzó ni un solo objetivo estratégico, sí muchas chapuzas y finalmente una retirada poco sonada de Estados Unidos de ese foco del mar Rojo.
Graciosamente, a eso se le llama la capacidad y habilidad de Israel para defenderse, como si se tratase de un ente autónomo e independiente.
En cuanto a justificación, quizás no haya mayor manifestación de pensamiento utópico, y no de realismo duro, en el supuesto relanzamiento de la base industrial militar de los Estados Unidos que protegerá las compuertas que se abrirían en la nueva “era dorada”, independientemente de que existen pocas señales de ese renacimiento. Algo más sobre esto, más adelante.
El anhelo de resurgimiento industrial estadounidense tropieza con un déficit estructural que el analista y exoficial de Marina ruso Andréi Martyanov documenta en Disintegration (2021): mientras Rusia —con menos de la mitad de la población estadounidense— forma proporcionalmente más del doble de graduados STEM per cápita y retiene a la mayoría de sus ingenieros dentro del país, Estados Unidos depende cada vez más de talento importado (más de un tercio de sus graduados STEM no son ciudadanos estadounidenses) y ve cómo sus propios jóvenes eligen carreras en derecho, finanzas o negocios donde los ingresos superan a los de la ingeniería.
Esta “fuga interna de cerebros”, que Todd corrobora en La derrota de Occidente (2024), revela una transformación cultural profunda: apenas el 7,2% de los estudiantes estadounidenses estudia ingeniería, mientras las élites se forman como “meritócratas improductivos y depredadores” especializados en optimizar la especulación financiera en lugar de diseñar turbinas, submarinos o sistemas de producción a escala.
Las consecuencias son contundentes, analizadas de antemano por Ernesto Cazal en esta misma tribuna. La manufactura representa hoy apenas el 10% del PIB —su participación más baja desde 1947—, mientras el déficit comercial alcanza niveles históricos y la base industrial de defensa depende críticamente de trabajadores extranjeros mejor cualificados que los nativos (86,5% de los STEM inmigrantes tienen licenciatura frente a 67,3% de los nacidos en EE.UU.).
Como advierte Todd, una guerra no se gana congelando activos bancarios o emitiendo órdenes de pago, sino con ingenieros capaces de producir munición en masa. Por eso, las promesas de reshoring y “movilización industrial” chocan con un cuello de botella humano: sin reconstruir el ecosistema de formación, prestigio social y oportunidades que haga atractiva la vocación de hacer cosas tangibles, cualquier llamado a revitalizar la industria de defensa permanecerá como nostalgia estratégica. El verdadero desafío no es traer fábricas de vuelta al territorio, sino recuperar la capacidad colectiva de valorar —y formar— a quienes transforman ideas en objetos que la gente puede usar.
Ello en un país donde la economía ya no funciona como un sistema unificado, sino que se ha escindido en dos realidades económicas paralelas con dinámicas contradictorias. Por un lado, un núcleo digital-financiero —encabezado por las siete grandes tecnológicas (Apple, Microsoft, Nvidia, Amazon, Alphabet, Meta, Tesla), sus proveedores y el sector financiero que las capitaliza— experimenta un crecimiento explosivo: las inversiones en infraestructura de IA superarán los 600 mil millones de dólares en 2026, con acceso ilimitado a capital barato pese al endurecimiento monetario, y genera prácticamente todo el crecimiento del PIB (5,3% anualizado en el cuarto trimestre de 2025).
Por otro lado, una periferia física —manufactura, construcción, bienes raíces comerciales, bancos regionales y pymes— enfrenta una recesión silenciosa: el PMI manufacturero lleva diez meses en contracción, mientras 936 mil millones de dólares en deuda inmobiliaria vencen en 2026 sin capacidad real de refinanciamiento a las tasas actuales, lo que ha paralizado el crédito de los bancos regionales con alta exposición al sector.
Esta dualidad revela una economía desgarrada entre la especulación financiero-tecnológica y la base material de producción y circulación. Mientras el núcleo se alimenta de valorización bursátil y expectativas futuras, la periferia —responsable de empleos, bienes tangibles y tejido productivo local— se desangra sin que las señales de alarma generen respuesta política, muy a pesar de la cacareada retórica trumpiana sobre los números bursátiles.
La paradoja es clara: un PIB que crece impulsado por unos pocos actores digitales oculta una contracción sistémica en los sectores que sostienen la vida económica cotidiana de millones. Sin reconexión entre ambos mundos —esto es, sin que el capital del núcleo se vuelque hacia la revitalización material de la periferia— la brecha no solo persistirá, sino que erosionará las bases mismas de la estabilidad económica a mediano plazo.
En pocas palabras, en su base, la EDN hace más visible que la ESN la contradicción fundamental sobre la cual opera.
Catalizadores y confesiones
A falta de factores directamente reveladores, sobre todo si se contrasta con la ESN, los significantes de toda la composición, incluyendo, si se nos permite decirlo, su “estética” permiten desentrañar algunas claves secundarias.
Comenzando por la propia presentación: la total ausencia de sobriedad visual o escrita lo convierte en un brochure de una empresa de comunicaciones de segunda o un folleto sobre la historia de una mueblería en su 30 aniversario que la nueva doctrina del Pentágono.
Se precia de ser un papel “aterrizado” que signa el supuesto nuevo rumbo en materia de defensa y seguridad, pero si se juzga con la presentación, la selección fotográfica e incluso la pictórica y hasta cartográfica, más que un punto de inflexión estratégico, con su estruendoso retorno al “realismo duro”, lo que se destila es imperialismo kitsch y una notoria abulia visual. Una celebración a la adulación y la mediocridad patriotera.
Trump y Hegseth estrechándose la mano en el famoso –por desternillado– encuentro con todos los mandos militares en la base de Quantico; Hegseth saludando a los veteranos del Día D en el 81 aniversario del inicio del desembarco de Normandía; Trump haciendo el saludo militar en el deslavado desfile militar del 11 de septiembre del año pasado; el briefing luego del bombardeo a las tres plantas nucleares iraníes, con un Hegseth y el jefe del estado mayor conjunto, Dan Caine; Trump discurseando en la cumbre de la OTAN en La Haya flanqueado por el secretario de Guerra; marinos izando la bandera estadounidense; Trump, de tres cuartos, recibiendo los aplausos en la cumbre de negocios Arabia Saudita-Estados Unidos; el muy trillado cuadro de Emmanuel Leutze que retrata el paso de George Washington sobre el río Delaware en el marco de la batalla de Trenton; y, finalmente, Trump, Hegseth y el vicepresidente J.D. Vance saludando militarmente en el cementerio de Arlington en conmemoración del soldado anónimo.
Pero esta estética floja y burocrática, donde perfectamente se ve el pulso adulador del secretario de Guerra, habla y describe. Esto queda prístinamente establecido con la imagen que acompaña a la portadilla donde se desarrolla el “entorno de seguridad”: un mapa decimonónico de toda la plataforma continental, con el norte difuminado hacia negro y donde el eje se centra, precisamente, en el norte de América del Sur.
Se trata de una manifestación cartográfica del siglo XVIII, probablemente del escocés Henry Overton, donde California no aparece integrada al resto de estados de la Unión, y con dos representaciones a izquierda y derecha del continente, en la parte inferior, donde se representa en el lado izquierdo a tres hombres llevando el peso de su faena, en lo que claramente es una plantación, y por lo tanto esclavos con una aparente diosa de la fortuna cortada en más de la mitad, mientras que en el otro, con aire primitivo y pagano, lo que parece inferirse como una suerte de representación de la luctuosidad selvática, amazónica o cualquier otra, pero sobrecargado de sensualidad primitivoide.
No en balde, la EDN habla de “terrenos” de importancia estratégica y de alto valor como Groenlandia, el canal de Panamá o el golfo de México (que así sale escrito en el mapa), incapaz de ocultar la imaginación y los modos de representación primariamente colonial. Una de las rimas históricas más claras.
Y es que, trátese de Israel, Panamá, Groenlandia o Venezuela, contrastado con lo práctico y concreto, queda claramente establecido que las prioridades de seguridad de la administración no se compaginan con las prioridades de la nación. La fase abierta de lo lumpen-oligárquico del imperio.
“Síndrome de Vietnam” se le llamó a la negativa más o menos instintiva de administraciones sucesivas de emprender acciones militares directas y a gran escala tras la huida de Saigón por el efecto negativo interno y el rechazo generalizado de la población por esa clase de aventuras. Mal de poder que los sectores más fanáticos y alocados presionaron para expulsar, y que se logró luego de la invasión a Panamá el 20 de diciembre de 1989.
Tras esa acción muscular, se supone, George Bush padre destruyó el hechizo que inhibía a Estados Unidos pasar de la guerra sucia a la de alta intensidad y gran escala. Un año después de la agresión a Panamá, vino la primera invasión a Irak, en 1991.
A pesar de que fue Rajiv Gandhi, el primer ministro indio, el que habló de un “nuevo orden mundial” tras la caída del bloque soviético, fue Bush padre el que lo asumió como suyo tras la Operación Tormenta del Desierto.
La sombra de la segunda guerra de Irak ha planeado sobre las distintas administraciones inhibiendo los riesgos y efectos secundarios y terciarios que de ahí se pudieran desprender, en particular en las cabezas militares que les toca lidiar con lo real, y a contrapelo de los halcones gallina habituales que, sin experiencia de guerra alguna, no encuentran una que no les mueva el piso pélvico.
Y en esto radica uno de los factores más peligrosos de la EDN, que claramente toma como catalizadores la Operación Martillo Nocturno que atacó las plantas de Fordow, Natanz e Isfahán en Irán, pero aún más con la Operación Determinación Absoluta del 3 de enero contra Caracas, secuestrando al presidente Nicolás Maduro, a la primera dama Cilia Flores y dejando un rastro de más de una centena de muertos y al país con la pistola en la sien.
En el fondo, la ausencia de sofisticación geopolítica, el ejercicio de nostalgia a la espera de un supuesto resurgimiento industrial que conducirá a una “era dorada” y la total incapacidad de ver la dinámica de los factores de segunda o tercera línea, tales catalizadores, junto a la descripción reiterativa de lo que es el aliado ideal –perpetrando un exterminio al que sencillamente se le disminuyó la velocidad y ahora se coordinará con una junta privada ad hoc–, en el fondo nada hace imposible de que no restalle lo que restalla: los grandes puntos de orgullo para ellos, son, sencillamente, declaraciones abiertas e impunes de nuevos crímenes.


