Il petrolio come asse del reinserimento commerciale del Venezuela

Tra sanzioni, imprese e necessità energetica

Misión Verdad

Non è ancora trascorso il primo trimestre dell’anno e il settore degli idrocarburi venezuelano evidenzia già una notevole accelerazione nei suoi riassetti operativi, spinti da modifiche graduali nella politica energetica di apertura degli USA verso Caracas.

A questa dinamica, che si manifesta con i movimenti logistici e le esenzioni USA, si è aggiunto un elemento politico di alto livello: la visita del Segretario all’Energia USA, Chris Wright, la cui presenza sul campo dei progetti energetici venezuelani ha evidenziato l’importanza dello scambio bilaterale. Ancora oggi Wright continua a condividere le sue impressioni e previsioni positive sugli affari petroliferi in Venezuela.

Configurandosi uno schema di flessibilizzazione funzionale, l’Ufficio per il Controllo dei Beni Stranieri (OFAC) ha avviato una sequenza di autorizzazioni regolamentari che hanno ampliato il margine d’azione precedentemente ristretto, consentendo determinate transazioni legate al petrolio venezuelano alle condizioni proprie del sistema sanzionatorio vigente.

Washington ha autorizzato entità USA a estrarre, esplorare, commercializzare, stoccare, trasportare e rivendere (tra le altre operazioni del settore) greggio venezuelano, una misura concepita per facilitare il ritorno progressivo di questi barili nel circuito energetico USA, principalmente, e anche globale.

La Licenza Generale Nº 50 (GL 50), aggiornata successivamente come GL 50A il 18 febbraio, ha approfondito questo approccio abilitando operazioni petrolifere e gasifere tra il governo venezuelano, la PDVSA e un gruppo limitato di compagnie energetiche internazionali, tra cui BP, Chevron, Eni, Repsol, Shell e Maurel & Prom, consolidando così un meccanismo di partecipazione che evidenzia un riassetto pragmatico volto a riattivare le capacità produttive.

Tuttavia, il movimento commerciale era iniziato ancor prima della formalizzazione completa di queste licenze.

All’inizio di gennaio, le principali case globali di commercializzazione di materie prime, Vitol e Trafigura, hanno ricevuto autorizzazioni specifiche per eseguire le prime vendite di greggio venezuelano che rimaneva accumulato per mesi in serbatoi di stoccaggio e navi cisterna, come risultato diretto dei sequestri e dell’inasprimento dello schema di blocco petrolifero applicato l’anno precedente.

Queste operazioni iniziali hanno permesso di iniziare a liberare volumi trattenuti, segnando così il primo movimento concreto verso la riattivazione graduale dei flussi commerciali del petrolio venezuelano dopo un prolungato periodo di immobilizzazione forzata.

Entrambe le aziende hanno partecipato a operazioni vicine ai 500 milioni di $ destinate a mobilitare le scorte trattenute, in una decisione che, secondo quanto spiegato all’epoca dal Segretario di Stato Marco Rubio dinanzi al Congresso USA, rispondeva a una soluzione immediata per generare liquidità e stabilizzare i flussi energetici in attesa della definizione di un quadro normativo più ampio.

La scelta di queste compagnie ha risposto a criteri operativi e sfruttabili sul mercato, poiché la loro capacità logistica globale e la loro esperienza in scenari di alta volatilità consentivano loro di piazzare rapidamente carichi che altre imprese petrolifere avrebbero impiegato mesi a movimentare.

Infatti, durante una riunione convocata dal presidente Donald Trump con gli amministratori delegati del settore energetico, l’amministratore delegato di Trafigura, Richard Holtum, ha confermato che le prime spedizioni sarebbero iniziate nel giro di pochi giorni, mentre i rappresentanti di Vitol sottolineavano la loro capacità di reinserire il petrolio venezuelano nei mercati internazionali con rapidità e competitività.

Così, a metà gennaio, hanno iniziato a partire carichi verso l’Europa, inclusi rifornimenti destinati alla raffineria di Repsol a Cartagena, in Spagna, mentre le case commerciali offrivano greggio venezuelano a raffinerie della costa del Golfo del Messico, come Valero Energy e Phillips 66, con sconti vicini agli 8-9 $ al barile rispetto al Brent, incentivando il ritorno del greggio pesante venezuelano a sistemi di raffinazione storicamente progettati per processarlo.

Questo processo ha raggiunto un nuovo punto il 24 febbraio di quest’anno, quando è stato riferito che commercianti e acquirenti avevano iniziato a noleggiare le prime grandi navi cisterna per il trasporto di greggio (VLCC) dal Venezuela nell’ambito del nuovo schema di fornitura.

Almeno tre superpetroliere (Nissos Kea, Nissos Kythnos e Arzanah), noleggiate da Vitol e Trafigura, hanno ricevuto finestre di carico per marzo nel terminal José, gestito da PDVSA e responsabile di circa il 70% delle esportazioni del Paese, con destinazione India.

L’uso di queste imbarcazioni, capaci di trasportare fino a 2 milioni di barili ciascuna, consente di ridurre i costi di trasporto, alleviare la scarsità di navi più piccole e accelerare l’uscita di milioni di barili stoccati.

Parallelamente, un’altra VLCC, l’Olympic Lion, ha indicato il Venezuela come prossima destinazione, mentre Chevron e raffinerie USA, tra cui Valero Energy, Phillips 66 e Citgo Petroleum, hanno avviato i preparativi per aumentare la lavorazione del greggio venezuelano, questione che dimostra come la flessibilizzazione normativa inizi a tradursi in flussi fisici sostenuti all’interno del commercio energetico globale.

Reazione delle imprese

 

Parallelamente alla ripresa progressiva dei flussi commerciali, le imprese energetiche e gli attori del settore hanno iniziato a prendere pubblicamente posizione sul nuovo scenario operativo che si apre in Venezuela, concordando sul fatto che le recenti licenze costituiscono un punto importante per potersi reinserire nell’apertura USA verso il Venezuela.

Un portavoce di Chevron ha affermato che “le nuove Licenze Generali, insieme ai recenti cambi nella Legge sugli Idrocarburi del Venezuela, sono passi importanti per consentire un maggiore sviluppo delle risorse del Venezuela per la sua gente e per far progredire la sicurezza energetica regionale”, sottolineando che la flessibilizzazione normativa crea le condizioni per ampliare le operazioni già esistenti.

Le compagnie energetiche hanno interpretato queste misure come segnali pratici di riattivazione graduale.

Un portavoce di Shell ha indicato a Reuters che l’emissione delle licenze “è un segnale positivo” che consente di avanzare specificamente nel progetto gasifero Dragón, considerato uno degli sviluppi transfrontalieri più immediati. Parallelamente, la raffineria indiana Reliance Industries ha ottenuto l’autorizzazione USA per acquistare greggio venezuelano direttamente, dopo aver precedentemente acquisito 2 milioni di barili tramite Vitol, evidenziando la riapertura al mercato asiatico per queste forniture, particolarmente rilevante considerando che India e Cina erano le principali destinazioni del greggio pesante venezuelano nel periodo di apice delle sanzioni.

L’interesse non si limita agli operatori upstream, poiché l’impresa di servizi petroliferi Halliburton ha manifestato di essere pronta a riavviare le operazioni nel giro di poche settimane se riceverà l’approvazione definitiva, dopo aver mantenuto infrastrutture e attrezzature in territorio venezuelano.

Il suo amministratore delegato, Jeff Miller, ha evidenziato agli investitori che il Paese rappresenta un’opportunità strategica in un momento in cui il rallentamento dello shale USA obbliga a diversificare i mercati.

Analisti come Eric Smith, dell’Istituto dell’Energia dell’Università di Tulane, hanno sottolineato che una licenza generale avvantaggia immediatamente le compagnie di servizi che cercano di espandersi per sostenere la ripresa produttiva venezuelana, consentendo inoltre agli operatori già presenti di ottimizzare gli investimenti senza assumere grandi rischi di capitale.

“Questo avvantaggerà immediatamente le compagnie di servizi petroliferi, che sono state ansiose di espandere le loro operazioni per stimolare la ripresa del Venezuela. Le licenze, senza dubbio, fornirebbero supporto a Halliburton e ad altre come Chevron… consentirebbero loro di aumentare leggermente la produzione senza rischiare una grande quantità di capitale aggiuntivo”.

Persino attori tradizionalmente più cauti hanno iniziato a riconoscere il potenziale tecnico del paese.

L’amministratore delegato di ExxonMobil, Darren Woods, ha affermato che la compagnia possiede la tecnologia necessaria per sviluppare i greggi pesanti venezuelani in modo più efficiente, segnalando che l’esperienza acquisita in Canada consentirebbe di raggiungere minori costi di produzione e un maggiore recupero delle riserve.

Questa percezione è stata rafforzata durante la visita del Segretario all’Energia degli USA, Chris Wright, il quale, dopo aver visitato le operazioni nella Fascia Petrolifera dell’Orinoco, ha dichiarato che l’opportunità di cooperazione energetica tra i due Paesi è “immensa”.

Wright ha sostenuto che Chevron potrebbe aumentare immediatamente la sua produzione fino a circa 300 mila barili al giorno nelle aree in cui opera e che la fattibilità tecnica osservata conferma il potenziale di espansione progressiva se si mantengono condizioni operative stabili.

Il messaggio centrale, ribadito da funzionari e imprese, converge su una stessa idea che, con l’apertura USA al settore petrolifero venezuelano, coincide con il fatto che la capacità produttiva venezuelana può essere riattivata rapidamente e tornare ad essere un fattore rilevante all’interno dell’equilibrio energetico regionale e mondiale.


Entre sanciones, empresas y necesidad energética

 El petróleo como eje de la reinserción comercial de Venezuela 

Ni siquiera ha transcurrido el primer trimestre del año y el sector hidrocarburífero venezolano ya evidencia una aceleración notable en sus reajustes operativos, impulsados por modificaciones graduales en la política energética de apertura de Estados Unidos hacia Caracas. 

A esta dinámica, que se demuestra con los movimientos logísticos y de exenciones estadounidenses, se sumó un elemento político de alto nivel: la visita del secretario de Energía estadounidense, Chris Wright, cuya presencia en el terreno de proyectos energéticos venezolanos evidenció la importancia del intercambio binacional, que aún a esta fecha Wright continúa dando sus impresiones y pronósticos positivos del negocio petrolero en Venezuela. 

Al configurarse un esquema de flexibilización funcional, la Oficina de Control de Activos Extranjeros (OFAC, según sus siglas en inglés) inició una secuencia de autorizaciones regulatorias que ampliaron el margen de acción previamente restringido, permitiendo determinadas transacciones vinculadas al petróleo venezolano bajo condiciones propias del sistema sancionatorio vigente. 

Washington autorizó a entidades estadounidenses a extraer, explorar, comercializar, almacenar, transportar y revender (entre otras operaciones de la industria) crudo venezolano, una medida concebida para facilitar el retorno progresivo de estos barriles al circuito energético estadounidense, principalmente, y también global. 

La Licencia General Nº 50 (GL 50), actualizada después como GL 50A el 18 de febrero, profundizó este enfoque al habilitar operaciones petroleras y gasíferas entre el gobierno venezolano, PDVSA y un grupo limitado de compañías energéticas internacionales, entre ellas BP, Chevron, Eni, Repsol, Shell y Maurel & Prom, consolidando así un mecanismo de participación que evidencia un reajuste pragmático destinado a reactivar capacidades productivas. 

No obstante, el movimiento comercial había comenzado incluso antes de la formalización completa de estas licencias. 

A inicios de enero, las principales casas globales de comercialización de materias primas, Vitol y Trafigura, recibieron autorizaciones específicas para ejecutar las primeras ventas de crudo venezolano que permanecía acumulado durante meses en tanques de almacenamiento y buques cisterna, como resultado directo de las incautaciones y del endurecimiento del esquema de bloqueo petrolero aplicado el año anterior. 

Estas operaciones iniciales permitieron comenzar a liberar volúmenes retenidos, marcando así el primer movimiento concreto hacia la reactivación gradual de los flujos comerciales del petróleo venezolano tras un prolongado período de inmovilización forzada. 

Ambas firmas participaron en operaciones cercanas a los 500 millones de dólares destinadas a movilizar inventarios retenidos, en una decisión que, según explicó en ese entonces el secretario de Estado Marco Rubio ante el Congreso estadounidense, respondía a una solución inmediata para generar liquidez y estabilizar flujos energéticos mientras se definía un marco regulatorio más amplio. 

La elección de estas compañías respondió a criterios operativos y aprovechables en el mercado, pues su capacidad logística global y su experiencia en escenarios de alta volatilidad les permitían ubicar rápidamente cargamentos que otras empresas petroleras tardarían meses en movilizar. 

De hecho, durante una reunión convocada por el presidente Donald Trump con directores ejecutivos del sector energético, el CEO de Trafigura, Richard Holtum, confirmó que los primeros embarques comenzarían en cuestión de días, mientras representantes de Vitol destacaban su capacidad para reinsertar el petróleo venezolano en mercados internacionales con rapidez y competitividad. 

Así que, a mediados de enero, comenzaron a salir cargamentos hacia Europa, incluyendo suministros destinados a la refinería de Repsol en Cartagena, España, mientras las casas comerciales ofrecían crudo venezolano a refinerías de la costa del golfo de México, como Valero Energy y Phillips 66, con descuentos cercanos a 8-9 dólares por barril respecto al Brent, incentivando el retorno del crudo pesado venezolano a sistemas de refinación diseñados históricamente para procesarlo. 

Ese proceso alcanzó un nuevo punto el 24 de febrero de este año, cuando se informó que comerciantes y compradores habían comenzado a fletar los primeros buques transportadores de crudo de gran tamaño (VLCC) desde Venezuela bajo el nuevo esquema de suministro. 

Al menos tres superpetroleros (Nissos Kea, Nissos Kythnos y Arzanah), contratados por Vitol y Trafigura, recibieron ventanas de carga para marzo en la terminal José, operada por PDVSA y responsable de aproximadamente el 70% de las exportaciones del país, con destino a India. 

El uso de estas embarcaciones, capaces de transportar hasta 2 millones de barriles cada una, permite reducir costos de transporte, aliviar la escasez de buques menores y acelerar la salida de millones de barriles almacenados. 

Paralelamente, otro VLCC, el Olympic Lion, marcó a Venezuela como próximo destino, mientras Chevron y refinerías estadounidenses, incluyendo Valero Energy, Phillips 66 y Citgo Petroleum, iniciaron preparativos para incrementar el procesamiento de crudo venezolano, cuestión que demuestra que la flexibilización regulatoria comienza a traducirse en flujos físicos sostenidos dentro del comercio energético global. 

Reacción de las empresas 

En paralelo al reinicio progresivo de los flujos comerciales, empresas energéticas y actores del sector comenzaron a fijar públicamente posición sobre el nuevo escenario operativo que se abre en Venezuela, coincidiendo en que las recientes licencias constituyen un punto importante para poder insertarse de nuevo en la apertura estadounidense hacia Venezuela. 

Un portavoz de Chevron afirmó que “las nuevas Licencias Generales, junto con los cambios recientes en la Ley de Hidrocarburos de Venezuela, son pasos importantes para permitir un mayor desarrollo de los recursos de Venezuela para su gente y para avanzar en la seguridad energética regional”, subrayando que la flexibilización regulatoria crea condiciones para ampliar operaciones ya existentes. 

Las compañías energéticas han interpretado estas medidas como señales prácticas de reactivación gradual. 

Un portavoz de Shell indicó a Reuters que la emisión de las licencias “es una señal positiva” que permite avanzar específicamente en el proyecto gasífero Dragón, considerado uno de los desarrollos transfronterizos más inmediatos. De forma paralela, la refinadora india Reliance Industries obtuvo autorización estadounidense para comprar crudo venezolano directamente, tras haber adquirido previamente 2 millones de barriles a través de Vitol, evidenciando la reapertura al mercado asiático para estos suministros, especialmente relevante considerando que India y China eran los principales destinos del crudo pesado venezolano en el periodo de auge sancionatorio. 

El interés no se limita a operadores upstream, ya que la empresa de servicios petroleros Halliburton manifestó estar preparada para reiniciar operaciones en cuestión de semanas si recibe aprobación definitiva, tras haber mantenido infraestructura y equipos en territorio venezolano. 

Su director ejecutivo, Jeff Miller, destacó ante inversionistas que el país representa una oportunidad estratégica en un momento en que la desaceleración del shale estadounidense obliga a diversificar mercados. 

Analistas como Eric Smith, del Instituto de Energía de la Universidad de Tulane, señalaron que una licencia general beneficia de inmediato a compañías de servicios que buscan expandirse para apoyar la recuperación productiva venezolana, permitiendo además que operadores ya presentes optimicen inversiones sin asumir grandes riesgos de capital. 

“Esto beneficiará inmediatamente a las compañías de servicios petroleros, que han estado ansiosas por expandir sus operaciones para impulsar la recuperación de Venezuela. Las licencias, sin duda, brindarían apoyo a Halliburton y a otras como Chevron… les permitirían aumentar ligeramente la producción sin arriesgar una gran cantidad de capital adicional”. 

Incluso actores tradicionalmente más cautelosos comenzaron a reconocer el potencial técnico del país. 

El CEO de ExxonMobil, Darren Woods, afirmó que la compañía posee la tecnología necesaria para desarrollar crudos pesados venezolanos de forma más eficiente, señalando que la experiencia adquirida en Canadá permitiría alcanzar menores costos de producción y mayor recuperación de reservas. 

Esta percepción fue reforzada durante la visita del secretario de Energía de Estados Unidos, Chris Wright, quien, tras recorrer operaciones en la Faja Petrolífera del Orinoco, declaró que la oportunidad de cooperación energética entre ambos países es “inmensa”. 

Wright sostuvo que Chevron podría elevar de inmediato su producción hasta alrededor de 300 mil barriles diarios en las áreas que opera y que la viabilidad técnica observada confirma el potencial de expansión progresiva si se mantienen condiciones operativas estables. 

El mensaje central, reiterado por funcionarios y empresas, converge en una misma idea que, con la apertura estadounidense al sector petrolero venezolano, coincide con que la capacidad productiva venezolana puede reactivarse con rapidez y convertirse nuevamente en un factor relevante dentro del equilibrio energético regional y mundial.

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