Solidarietà umanitaria maltrattata

Fernando Buen Abad

È inaccettabile la manomissione imperiale contro la solidarietà umanitaria. Regnano i ricatti in una scena di soprusi dove il potere imperiale ostacola, aiuta e trasforma il bisogno in moneta d’odio. Non è una metafora leggera né un’iperbole retorica, è una struttura semiotica concreta in cui il segno “solidarietà” è stato svuotato del suo contenuto etico per essere riempito con la logica coercitiva del mercato e della geopolitica imperiale.

Nel caso dei dazi imposte da Donald Trump – in particolare quelli che colpiscono direttamente o indirettamente i flussi energetici, incluso il petrolio – si osserva nitidamente un fenomeno di colonizzazione semantica: l’aiuto umanitario viene risignificato come concessione condizionale, come premio per la sottomissione o punizione per la disobbedienza.

Sul piano denotativo, i dazi si presentano come armi economiche “legittime”, “difensive”, orientate a proteggere valori nazionali. Ma sul piano connotativo – e soprattutto su quello ideologico – operano come dispositivi di pressione che bloccano o rendono più care risorse vitali per intere popolazioni.

Il petrolio, in quanto segno materiale e simbolico, condensa questa contraddizione. È energia, è lavoro accumulato, è possibilità di riscaldamento, trasporto, produzione di cibo, salute; ma sotto il regime di punizione tariffaria si trasforma tutto in ostaggio politico.

Trump vuole che la solidarietà messicana, ad esempio, espressa nel petrolio, smetta di essere un gesto di umanità condivisa per diventare una pedina sulla scacchiera del potere imperiale.

Insistiamo sul fatto che non c’è innocenza nei segni del potere. Ogni segno prodotto da una struttura di dominazione porta inscritta la sua intenzionalità storica.

I dazi trumpisti non sono meri strumenti tecnici; sono enunciati criminali che dicono: “aiuteremo se obbedite”, “mangerete se accettate le nostre regole”, “il vostro inverno sarà riscaldato se allineate la vostra politica estera”.

Questo enunciato non sempre viene pronunciato esplicitamente, ma la sua efficacia risiede proprio nel suo carattere implicito, naturalizzato dal discorso economico dominante e riprodotto acriticamente dagli apparati mediatici. Un altro giro di vite al blocco.

Dalla semiotica critica è possibile vedere il ricatto dell’impero come una torsione dell’asse significante-significato. Il significante “aiuto” rimane, ma il suo significato si sposta verso il controllo. Il risultato è un segno schizofrenico che proclama valori umanitari mentre esegue pratiche disumane. Questo sdoppiamento non è un difetto del sistema, ma il suo normale modo di funzionare.

Il capitalismo ha bisogno di simulare moralità per sostenere la sua legittimità, anche quando le sue azioni producono sofferenza di massa. Così, la solidarietà si trasforma in spettacolo, in narrativa di beneficenza che nasconde relazioni strutturali di saccheggio. Le sue sanzioni sono un crimine contro l’umanità.

Il nostro petrolio, in questo contesto, funge da “segno nodale”. Attraversa molteplici catene significanti: economia, geopolitica, ecologia, guerra, vita quotidiana. Ospedali, scuole, officine, incubatrici…

Quando le tariffe rincarano o limitano tutto, non colpiscono solo gli Stati produttori o consumatori, ma riconfigurano il campo di possibilità di milioni di persone concrete. L’impossibilità di accedere a energia a basso costo si traduce in ospedali senza forniture, trasporti inaccessibili, cibo più caro, abitazioni senza riscaldamento.

Tuttavia, il discorso dominante rende invisibili queste conseguenze e sposta la responsabilità verso astrazioni come “il mercato” o “le sanzioni necessarie”.

Qui emerge la dimensione etica della critica umanista. La solidarietà autentica non può essere condizionale né selettiva senza tradire se stessa. Se l’aiuto dipende dall’allineamento politico, cessa di essere aiuto e diventa coercizione.

Da un’etica della vita, l’energia – e il petrolio in particolare, finché non esistano alternative pienamente sviluppate e accessibili – deve essere pensata come un bene sociale, non come un’arma. Il ricatto tariffario viola questo principio strumentalizzando un bisogno fondamentale per ottenere vantaggi strategici.

Una semiotica scientifica e critica fornisce strumenti per smantellare questa operazione. Permette di mostrare come i discorsi ufficiali costruiscano un “noi” moralmente superiore che “aiuta” un “loro” problematico, irresponsabile o pericoloso.

Questo binarismo legittima la violenza economica presentandola come correzione pedagogica. L’altro non soffre per la nostra azione, ma per la propria ribellione nel non rispettare le regole del padrone. In questo modo, la sofferenza reale viene cancellata dal campo semantico e sostituita da una narrativa di meritocrazia.

Ma la critica non può fermarsi all’analisi del segno; deve avanzare verso la prassi trasformatrice. E la battaglia semiotica è inseparabile dalla battaglia politica.

Smascherare il ricatto imperiale, contro l’assistenza umanitaria, implica disputare il senso stesso della solidarietà. Perché aiutare non è dominare, cooperare non è imporre, condividere risorse non può essere subordinato alla redditività né all’obbedienza geopolitica degli avvoltoi imperiali. Implica, anche, denunciare che le tariffe di Trump che ostacolano la circolazione dell’energia sono forme di violenza strutturale equiparabili – nei loro effetti – ad altre forme più visibili di aggressione.

Non c’è umanità possibile senza condizioni materiali dignitose, e queste condizioni non possono dipendere dall’umore di un presidente né dalla logica speculativa dei mercati. La solidarietà espressa nel petrolio, quando è genuina, è un atto di riconoscimento dell’altro come uguale, non come suddito.

I dazi di Trump, lette in questa chiave, sono la coercizione. Un sistema che blocca la solidarietà energetica in nome della sovranità. E bisogna smantellare la naturalizzazione delle tariffe come “inevitabili” ed esporle come decisioni criminali concrete, con responsabili concreti e vittime concrete.

La solidarietà maltrattata con ricatti è un sintomo di una crisi del capitalismo e delle sue borghesie. Non si tratta solo di Trump o delle sue tariffe, ma di un sistema che ha imparato a parlare il linguaggio dei diritti mentre li viola sistematicamente. Il compito umanista consiste nel restituire alle parole la loro densità etica, nel riconnettere i segni con la vita che dicono di difendere.

Finché il petrolio continuerà a essere usato come arma e non come ponte, e l’aiuto continuerà a essere condizionato dall’obbedienza, la solidarietà rimarrà una parola sequestrata. Liberarla è un atto politico, semiotico e profondamente umano. E urgente.

(Tratto da La Jornada)


Solidaridad humanitaria manoseada

Por: Fernando Buen Abad 

Es inaceptable el manoseo imperial contra la solidaridad humanitaria. Reinan los chantajes en una escena de atropellos donde el poder imperial obstaculiza, ayuda y convierte la necesidad en moneda de odio. No es una metáfora ligera ni una hipérbole retórica, es una estructura semiótica concreta en la que el signo “solidaridad” ha sido vaciado de su contenido ético para ser rellenado con la lógica coercitiva del mercado y la geopolítica imperial. 

En el caso de los aranceles impuestos por Donald Trump –particularmente aquellos que afectan directa o indirectamente a flujos energéticos, petróleo incluido– se observa con nitidez un fenómeno de colonización semántica: la ayuda humanitaria es resignificada como concesión condicional, como premio al sometimiento o castigo a la desobediencia. 

En el plano denotativo, los aranceles se presentan como armas económicas “legítimas”, “defensivas”, orientadas a proteger valores nacionales. Pero en el plano connotativo –y sobre todo en el plano ideológico– operan como dispositivos de presión que bloquean o encarecen recursos vitales para poblaciones enteras. 

El petróleo, en tanto signo material y simbólico, condensa esta contradicción. Es energía, es trabajo acumulado, es posibilidad de calefacción, transporte, producción de alimentos, salud; pero bajo el régimen de castigo arancelario se transforma todo en rehén político. 

Trump quiere que la solidaridad mexicana, por ejemplo, expresada en petróleo, deje de ser un gesto de humanidad compartida para convertirse en una ficha en el tablero del poder imperial. 

Insistamos en que no hay inocencia en los signos del poder. Todo signo producido desde una estructura de dominación lleva inscrita su intencionalidad histórica. 

Los aranceles trumpistas no son meros instrumentos técnicos; son enunciados criminales que dicen: “ayudaremos si obedecen”, “comerán si aceptan nuestras reglas”, “se calentará su invierno si alinean su política exterior”. 

Este enunciado no siempre se pronuncia explícitamente, pero su eficacia reside precisamente en su carácter implícito, naturalizado por el discurso económico dominante y reproducido acríticamente por los aparatos mediáticos. Otra vuelta de tuerca al bloqueo. 

Desde la semiótica critica es posible ver el chantaje del imperio como una torsión del eje significante-significado. El significante “ayuda” permanece, pero su significado se desplaza hacia el control. El resultado es un signo esquizofrénico que proclama valores humanitarios mientras ejecuta prácticas inhumanas. Este desdoblamiento no es una falla del sistema, sino su modo normal de funcionamiento. 

El capitalismo necesita simular moralidad para sostener su legitimidad, incluso cuando sus acciones producen sufrimiento masivo. Así, la solidaridad se convierte en espectáculo, en narrativa de beneficencia que oculta relaciones estructurales de saqueo. Sus sanciones son un crimen de lesa humanidad. 

Nuestro petróleo, en este contexto, funciona como “signo nodal”. Atraviesa múltiples cadenas significantes, economía, geopolítica, ecología, guerra, vida cotidiana. Hospitales, escuelas, talleres, incubadoras… 

Cuando los aranceles encarecen todo o restringen, no sólo afectan a los Estados productores o consumidores, sino que reconfiguran el campo de posibilidades de millones de personas concretas. La imposibilidad de acceder a energía barata se traduce en hospitales sin insumos, transporte inaccesible, alimentos más caros, viviendas sin calefacción. 

Sin embargo, el discurso dominante invisibiliza estas consecuencias y desplaza la responsabilidad hacia abstracciones como “el mercado” o “las sanciones necesarias”. 

Aquí emerge la dimensión ética de la crítica humanista. La solidaridad auténtica no puede ser condicional ni selectiva sin traicionarse a sí misma. Si la ayuda depende de la alineación política, deja de ser ayuda y se convierte en coerción. 

Desde una ética de la vida, la energía –y el petróleo en particular, mientras no existan alternativas plenamente desarrolladas y accesibles– debe ser pensada como un bien social, no como un arma. El chantaje arancelario viola este principio al instrumentalizar una necesidad básica para obtener ventajas estratégicas. 

Una semiótica científica y crítica aporta herramientas para desmontar esta operación. Permite mostrar cómo los discursos oficiales construyen un “nosotros” moralmente superior que “ayuda” a un “ellos” problemático, irresponsable o peligroso. 

Este binarismo legitima la violencia económica al presentarla como corrección pedagógica. El otro no sufre por nuestra acción, sino por su propia rebeldía al cumplir las reglas del amo. De este modo, el sufrimiento real es borrado del campo semántico y sustituido por una narrativa de merecimiento. 

Pero la crítica no puede quedarse en el análisis del signo; debe avanzar hacia la praxis transformadora. Y la batalla semiótica es inseparable de la batalla política. 

Desenmascarar el chantaje imperial, contra la asistencia humanitaria, implica disputar el sentido mismo de la solidaridad. Porque ayudar no es dominar, cooperar no es imponer, compartir recursos no puede estar subordinado a la rentabilidad ni a la obediencia geopolítica de los buitres imperiales. Implica, también, denunciar que los aranceles de Trump que obstaculizan la circulación de energía, son formas de violencia estructural equiparables –en sus efectos– a otras formas más visibles de agresión. 

No hay humanidad posible sin condiciones materiales dignas, y que estas condiciones no pueden depender del humor de un presidente ni de la lógica especulativa de los mercados. La solidaridad expresada en petróleo, cuando es genuina, es un acto de reconocimiento del otro como igual, no como súbdito. 

Los aranceles de Trump, leídos desde esta clave, son la coerción. Un sistema que bloquea la solidaridad energética en nombre de la soberanía y hay que desmontar la naturalización de los aranceles como “inevitables” y exponerlos como decisiones criminales concretas, con responsables concretos y víctimas concretas. 

La solidaridad manoseada con chantajes es un síntoma de una crisis del capitalismo y sus burguesías. No se trata sólo de Trump o de sus aranceles, sino de un sistema que ha aprendido a hablar el lenguaje de los derechos mientras los viola sistemáticamente. La tarea humanista consiste en devolverle a las palabras su densidad ética, en reconectar los signos con la vida que dicen defender. 

Mientras el petróleo siga siendo usado como arma y no como puente y la ayuda siga condicionada por la obediencia, la solidaridad seguirá siendo una palabra secuestrada. Liberarla es un acto político, semiótico y profundamente humano. Y urgente. 

(Tomado de La Jornada)

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