Sappiamo che quando i grandi media iniziano a intonare la stessa canzone, qualcuno sta affilando i coltelli
Il mondo si è svegliato, nel fine settimana, con la notizia dell’Operazione Furia Epica. Il nome, tanto ampolloso quanto vuoto, non poteva nascondere la crudezza dei fatti: bombe su Teheran, più di duecento morti e una scuola elementare ridotta in macerie nel sud dell’Iran. Ma come si arriva a questo punto?
Quanto accaduto, che non è stato assolutamente uno scoppio d’ira popolare, ha invariabilmente compreso, nella sua essenza, un’operazione molto più silenziosa e, a suo modo, efficace quanto qualsiasi bombardamento: l’operazione mediatica.
Negli USA, la macchina della propaganda non si ferma. Non ne ha bisogno. Per mesi, i grandi media occidentali hanno agito come avanguardia del Pentagono. Hanno messo in atto quella che alcuni analisti definiscono una «distorsione percettiva»: presentare ogni movimento difensivo dell’Iran come una minaccia offensiva, omettere i contesti storici e saturare lo spettro informativo con la cantilena secondo cui il programma nucleare persiano è un pericolo esistenziale per il mondo.
Nel discorso di quei media, per gli aggressori si usano verbi come «ha bombardato» o «ha attaccato», associati ad azioni tattiche, precise e quindi suscettibili di giustificazione strategica. Si menzionano gli «obiettivi militari» per rafforzare l’idea di una guerra pulita, razionale. Mentre, per la risposta degli aggrediti, si impiegano espressioni come «ha lanciato un’ondata» e «pioggia di missili», che evocano violenza incontrollata, barbarie e una minaccia esistenziale.
Si omette sistematicamente che quei missili colpiscono anche installazioni militari o d’intelligence, il che porta il lettore a dedurre che l’attacco iraniano sia stato cieco e diretto contro i civili. Questa asimmetria si trasforma in un’inversione morale: l’aggressore (colui che bombarda per primo) viene presentato come un attore razionale e difensivo, mentre chi risponde viene mostrato come una belva irrazionale.
I media occidentali hanno perfezionato la tecnica di disumanizzare il nemico attraverso etichette che lo svuotano di complessità. Gli alleati regionali dell’Iran vengono sistematicamente chiamati «proxy» (burattini), negando loro la loro natura di movimenti con radici sociali e agende politiche proprie. Il Corpo delle Guardie della Rivoluzione viene presentato come una «struttura di potere parassita». Lo scopo è presentare l’Iran non come uno Stato-nazione con interessi legittimi, ma come una «testa d’idra» che deve essere tagliata affinché la regione torni alla normalità.
Ed è qui che sta la trappola. Il giornalismo serio spiega; la propaganda, invece, etichetta. Ripetendo fino allo sfinimento che l’Iran è un «regime terrorista» o una «teocrazia malvagia», si disumanizza una nazione di 85 milioni di persone. Si cancellano in un colpo solo la sua poesia, il suo cinema, la sua storia millenaria e, soprattutto, si giustifica in anticipo qualsiasi crimine commesso contro di loro.
La macchina non opera solo nei media, ma anche nei centri di ricerca e nelle riviste accademiche come Foreign Affairs. Lì si producono analisi che, sotto l’apparenza di obiettività, preparano il terreno per l’intervento. Le proteste interne in Iran vengono presentate come prova di «collasso imminente», senza menzionare il ruolo delle potenze esterne nel finanziare e organizzare l’agitazione. Il governo iraniano viene descritto come «privo di legittimità», mentre si ignora che è sopravvissuto a decenni di sanzioni, guerre e ingerenze, dimostrando proprio una notevole resilienza istituzionale.
La storia, testarda com’è, tende a ripetersi, prima come farsa e poi come tragedia. Chi ha vissuto il decennio del 2000 ricorda come gli stessi metodi — false informazioni, inesistenti «armi di distruzione di massa» e una stampa complice — abbiano spianato la strada all’invasione dell’Iraq. Quella guerra lasciò un milione di morti e un paese distrutto. Nessuno pagò per i titoli menzogneri. Nessuno chiese scusa. Eccoci qui, con il copione riciclato, pronti per la prossima premiere.
Non c’è peggior cieco di chi non vuol vedere, perciò quando il presidente USA ordinò i bombardamenti, aveva già seminato il raccolto. Giorni prima, nel suo Discorso sullo Stato dell’Unione al Congresso, parlava già di missili iraniani capaci di raggiungere gli USA, un’affermazione smentita persino da analisti occidentali, ma utile per ciò che contava davvero: preparare l’opinione pubblica, in particolare la sua base più fedele, a ciò che era destinato ad accadere.
La strategia è perversa, ma semplice: si crea un mostro nella finzione per poi vendere la soluzione per via fattuale. Si magnificano gli errori dell’Iran, si tacciono le provocazioni di Israele e si stabilisce una gerarchia del dolore dove le vittime dell’«altro» sono solo numeri, mentre le «nostre» meritano biografie e condoglianze ufficiali.
Tutto questo apparato narrativo ha un nome: guerra psicologica. L’obiettivo è chiaro: demoralizzare la popolazione iraniana, facendole credere che il suo isolamento sia totale e che il suo destino sia il collasso. Disinformare l’opinione pubblica occidentale, affinché accetti come necessarie misure che altrimenti sarebbero ripudiate. Preparare il terreno per l’azione militare, costruendo un consenso attorno all’idea che «non ci sia altra scelta» che attaccare.
A Cuba ne sappiamo qualcosa. La differenza è che noi abbiamo imparato a leggere tra le righe, a cercare la verità controcorrente rispetto ai grandi monopoli. Sappiamo che quando i grandi media iniziano a intonare la stessa canzone, qualcuno sta affilando i coltelli.
Oggi è l’Iran il bersaglio prescelto. Domani, quale Paese sarà scelto per essere disumanizzato sulle prime pagine dei grandi giornali? L’inchiostro che prepara la polvere da sparo non distingue i popoli, obbedisce e basta.
Fábrica de monstruos: cuando la tinta prepara la pólvora
Sabemos que cuando los grandes medios empiezan a corear la misma canción, alguien está afilando los cuchillos
Autor: Jorge Enrique Jerez Belisario
El mundo despertó el fin de semana con la noticia de la Operación Furia Épica. El nombre, tan grandilocuente como vacío, no podía ocultar la crudeza de los hechos: bombas sobre Teherán, más de doscientos muertos y una escuela primaria convertida en escombros en el sur de Irán. Pero, ¿cómo se llega a este punto?
Lo ocurrido, que no fue en absoluto un arrebato de ira popular, contó de manera invariable, en sus esencias, con una operación mucho más silenciosa y, a su manera, tan efectiva como cualquier bombardeo: la operación mediática.
En Estados Unidos, la maquinaria de propaganda no descansa. No necesita hacerlo. Durante meses, grandes medios occidentales han actuado como avanzada del Pentágono. Han desplegado lo que algunos analistas denominan una «distorsión perceptual»: presentar cada movimiento defensivo de Irán como una amenaza ofensiva, obviar contextos históricos, y saturar el espectro informativo con la cantinela de que el programa nuclear persa es un peligro existencial para el mundo.
En el discurso de esos medios, para los agresores se utilizan verbos como «bombardeó» o «atacó», asociados a acciones tácticas, precisas y, por tanto, susceptibles de justificación estratégica. Se mencionan los «objetivos militares» para reforzar la idea de una guerra limpia, racional. Mientras que, para la respuesta de los agredidos, se emplean expresiones como «lanzó una oleada» y «lluvia de misiles», que evocan violencia descontrolada, barbarie y una amenaza existencial.
Se omite sistemáticamente que esos misiles también impactan en instalaciones militares o de inteligencia, lo que influye en que el lector infiera que el ataque iraní fue ciego y dirigido contra civiles. Esta asimetría se convierte en una inversión moral: el agresor (quien bombardea primero), es presentado como un actor racional y defensivo, mientras que quien responde es mostrado como una fiera irracional.
Los medios occidentales han perfeccionado la técnica de deshumanizar al enemigo mediante etiquetas que lo vacían de complejidad. A los aliados regionales de Irán se les llama sistemáticamente «proxies» (títeres), negándoles su condición de movimientos con raíces sociales y agendas políticas propias. Al Cuerpo de Guardianes de la Revolución se le presenta como una «estructura de poder parásita». El propósito es presentar a Irán no como un Estado-nación con intereses legítimos, sino como una «cabeza de hidra» que debe ser cortada para que la región vuelva a la normalidad.
Y ahí radica la trampa. El periodismo serio explica; la propaganda, en cambio, etiqueta. Al repetir hasta el cansancio que Irán es un «régimen terrorista» o una «teocracia malvada», se deshumaniza a una nación de 85 millones de personas. Se borra de un plumazo su poesía, su cine, su historia milenaria y, sobre todo, se justifica de antemano cualquier crimen cometido contra ellos.
La maquinaria no opera solo en los medios, sino también en los centros de investigación y revistas académicas como Foreign Affairs. Allí se producen análisis que, bajo la apariencia de objetividad, preparan el terreno para la intervención. Se presentan las protestas internas en Irán como evidencia de «colapso inminente», sin mencionar el papel de las potencias externas financiando y organizando la agitación. Se describe al gobierno iraní como «carente de legitimidad», mientras se ignora que ha sobrevivido a décadas de sanciones, guerra e injerencia, lo que demuestra precisamente una notable resiliencia institucional.
La historia, tozuda ella, suele repetirse, primero como farsa y luego como tragedia. Quienes vivimos la década del 2000 recordamos cómo los mismos métodos —falsos informes, «armas de destrucción masiva» inexistentes y una prensa cómplice— allanaron el camino para la invasión de Irak. Aquella guerra dejó un millón de muertos y un país destruido. Nadie pagó por los titulares mentirosos. Nadie pidió perdón. Y aquí estamos, con el libreto reciclado, listos para el próximo estreno.
No hay peor ciego que el que no quiere ver, por eso, cuando el presidente estadounidense ordenó los bombardeos, ya había sembrado la cosecha. Días antes, en su Discurso del Estado de la Unión ante el Congreso, ya hablaba de misiles iraníes capaces de alcanzar Estados Unidos, una afirmación desmentida incluso por analistas occidentales, pero útil para lo que realmente importaba: preparar a la opinión pública, en particular a su base más fiel, para lo que estaba destinado a suceder.
La estrategia es perversa, pero simple: se crea un monstruo en la ficción para luego vender la solución por la vía de los hechos. Se magnifican los errores de Irán, se callan las provocaciones de Israel y se establece una jerarquía del dolor donde las víctimas del «otro» son solo números, mientras las «nuestras» merecen biografías y condolencias oficiales.
Todo este dispositivo narrativo tiene un nombre: guerra psicológica. El objetivo es claro: Desmoralizar a la población iraní, haciéndole creer que su aislamiento es total y que su destino es el colapso. Desinformar a la opinión pública occidental, para que acepte como necesarias medidas que de otro modo serían repudiadas. Preparar el terreno para la acción militar, construyendo un consenso en torno a la idea de que «no hay otra opción» que atacar.
En Cuba sabemos de eso. La diferencia es que nosotros aprendimos a leer entre líneas, a buscar la verdad a contracorriente de los grandes monopolios. Sabemos que cuando los grandes medios empiezan a corear la misma canción, alguien está afilando los cuchillos.
Hoy es Irán la diana elegida. Mañana, ¿qué país será el elegido para ser deshumanizado en las portadas de los grandes diarios? La tinta que prepara la pólvora no distingue pueblos, solo obedece.
