Anatomia della violenza politica in Venezuela: una cronologia

Linea del tempo dei cicli destituenti

Misión Verdad

Recentemente l’Esecutivo ha promulgato la Legge di Amnistia per la Convivenza Democratica il cui fine è “promuovere la stabilità politica e l’unità nazionale”. Questo strumento giuridico era già stato applicato durante altri momenti politici in questo secolo come espressione di volontà di raggiungere la stabilità sociale dopo periodi di conflittualità sociale.

Nell’anno 2000 il comandante Hugo Chávez promulgò la Legge di Amnistia Politica Generale per beneficiare coloro che parteciparono alle sollevazioni del 1992 e, nel 2007, concesse il perdono a persone coinvolte nei fatti del colpo di Stato del 2002 e dello sciopero petrolifero tramite un Decreto di Amnistia.

Da parte sua, il mandatario Nicolás Maduro nel 2020 ha promosso un indulto presidenziale in vista di “promuovere la convivenza pacifica e la risoluzione delle controversie per vie costituzionali, elettorali e pacifiche” in un momento quando, segnati da un contesto di blocco e pandemia, si richiedeva l’unione nazionale per affrontare la congiuntura.

Con la promulgazione della recente legge sarebbe il quarto tentativo durante il ciclo bolivariano di incanalare la nazione verso il cammino dell’intesa dopo le turbolenze causate dalla violenza dell’opposizione.

Lo strumento stabilisce un quadro temporale e materiale che abbraccia i fatti violenti di natura politica accaduti dal 1° gennaio 1999 fino all’entrata in vigore del testo legale nel 2026, segmento della storia che ci permette di elaborare una radiografia delle vittime fatali provocate dai settori radicali dell’opposizione.

Seppure sia stata fatta una sistematizzazione del saldo tragico che si è registrato in 26 anni di convocazioni che terminarono in massacri orchestrati dai loro organizzatori, chiusura di strade e barricamenti per proteggersi da nemici inesistenti agli albori del chavismo, l’odio contro il governo proiettato come un’anomalia perché non riuscirono a comprendere la sua origine e il settore che agglutinava, gli scoppi d’ira di una classe politica che si crede l’unica con diritto a governare, appelli irresponsabili a “scaricare la rabbia”, guarimbas (barricate violente), applicazione di manuali di guerra, cyberattacchi, blocco economico, tra gli altri, ha provocato vittime fatali dirette e indirette incalcolabili che non figurano nelle statistiche.

Bisognerebbe anche aggiungere gli enormi danni economici, sociali e psicologici, effetti collaterali che non sono così visibili ma che sono rimasti come una filigrana nella popolazione.

L’agenda destabilizzatrice cominciò proprio quando il Comandante Hugo Chávez assunse la conduzione del paese, continuò con il presidente Maduro e si radicalizzò negli ultimi anni. Sebbene questo lavoro non cerchi di evidenziare i diversi metodi che si applicarono per ottenere l’agognato cambio di regime, è anche necessario lasciare constatazione dei momenti di violenza politica che si sperimentarono nel Paese, così come la loro evoluzione e adattamento alle circostanze.

In più di due decenni si applicarono metodi falsamente chiamati “non-violenti” e di lotta di strada incentrati sulla “società civile” applicando manuali delle “rivoluzioni colorate”, azioni armate che inclusero cospirazioni militari, azioni con gruppi armati irregolari o incursioni militari straniere e l’impiego del fenomeno della criminalità non come un fatto isolato e spontaneo ma come una componente in più con obiettivi chiari nell’agenda destituente.

Cronologia della violenza politica 2002-2025

Di seguito presentiamo i principali hit della violenza politica inquadrati nella Legge di Amnistia per la Convivenza Democratica:

11-13 aprile 2002. Colpo di Stato militare-imprenditoriale e controgolpe militare-popolare. Assassinio fallito del presidente Hugo Chávez. Pedro Carmona Estanga si autoproclama presidente. Bilancio: 19 morti e più di 60 feriti.

9 dicembre 2002-3 febbraio 2003. Sabotaggio petrolifero. Dirigenti di PDVSA, Fedecámaras e CTV chiudono l’industria petrolifera. Decine di feriti; perdita economica di circa 20 miliardi di $.

27 febbraio-7 marzo 2004. Prima ondata di guarimbas nel quadro del referendum revocatorio, quando si registra questo tipo di azioni di piazza dell’opposizione. Barricate urbane a Caracas e vari stati. Bilancio: quasi una decina di morti, la maggior parte per spari in barricate.

Dal 2002 l’opposizione si arroga il termine “società civile” lasciando intendere che tutto ciò che era fuori da questa caratterizzazione apparteneva al lato del selvaggio, del proibito, di ciò che deve essere eliminato.

12 maggio 2004. Il presidente Chávez denuncia una cospirazione internazionale dopo aver neutralizzato l’Operazione Daktari tre giorni prima, della quale partecipavano più di 150 paramilitari. Il piano era assaltare un battaglione di ordine pubblico della Guardia e la base aerea di La Carlota per prendere il parco armi e attaccare Miraflores per uccidere il Comandante. In quell’anno era comune vedere scritte su autostrade e viali con iscrizioni come “Referendum o guerra”, “Dopo Saddam, Chávez” e “Morte ai chavisti”.

15 agosto 2004. Referendum revocatorio. Hugo Chávez vince con il 59,1%. L’opposizione, tra le sue portavoce María Corina Machado, denuncia frode e tenta di installare proteste in varie città. Registrazione di saccheggi e scontri isolati senza decessi immediati.

28 maggio 2007. Il cosiddetto Movimento Studentesco inizia le marce delle “mani bianche” e proteste violente, dopo la non rinnovazione della concessione all’emittente privata RCTV. Da quest’anno appaiono i primi segnali del finanziamento internazionale nell’esecuzione di compiti in materia di sovversione politica.

15 agosto 2007. Il presidente Chávez propone una riforma costituzionale. Le “mani bianche” riprendono la loro agenda di mobilitazioni in vari punti del paese con episodi di guarimbas (incendio di infrastrutture e beni, barricate, scioperi brevi, scontri con i corpi di sicurezza, disordini, violenza fisica, ecc.) durante il resto dell’anno.

In quella congiuntura prendono protagonismo Yon Goicoechea, Freddy Guevara, Douglas Barrios, Stalin González, Daniel Ceballos, Gaby Arellano e Nixon Moreno, eterni studenti che si convertirebbero negli elementi necessari per proiettare una disobbedienza civile contemplata nei manuali di rivoluzioni colorate. Nessuna di queste guide emerse in modo organico. Al contrario furono copia conforme del movimento OTPOR! (resistenza in serbo), che invece fu creativo e originale nel paese europeo.

14-19 aprile 2013. Il presidente Nicolás Maduro vince le elezioni presidenziali contro Henrique Capriles, che denuncia frode e chiama a “scaricare la rabbia”. Tra il 15 e il 19 aprile si registrarono attacchi e assedi a 35 strutture di Barrio Adentro, oltre a ospedali, istituzioni statali, sedi di Mercal e Pdval, sedi del PSUV e del CNE, media alternativi e comunitari. Bilancio: 11 deceduti (2 minorenni) e più di 140 feriti.

12 febbraio – 24 marzo 2014. “La Salida” (L’Uscita): prova di guerra civile e rivoluzione colorata con proteste violente a livello nazionale guidate da Leopoldo López, María Corina Machado e Antonio Ledezma. Bilancio: 43 morti e più di 800 feriti; López è arrestato il 18 febbraio.

25 marzo 2014. Un gruppo di generali dell’Aviazione Militare fu catturato, con legami diretti con settori dell’opposizione. Preparavano un piano di sollevamento militare, denunciato da ufficiali di rango inferiore.

12 febbraio 2015. Tentativo di colpo di stato smantellato, chiamato “Golpe Azul” o “Operazione Gerico”. Il piano consisteva nell’armare un aereo Tucano e attaccare il Palazzo di Miraflores, o dove partecipasse il presidente, durante gli atti commemorativi convocati in occasione della Giornata della Gioventù.

8 marzo 2015. L’allora presidente USA, Barack Obama, emise l’ordine esecutivo 13692 (meglio conosciuto come il “Decreto Obama”) che qualifica il Venezuela come “minaccia inusuale e straordinaria alla sicurezza nazionale e alla politica estera degli Stati Uniti d’America”.

12-13 febbraio 2016. Smantellamento di un piano per attaccare in modo aereo punti strategici di istituzioni statali; includeva operativi contro civili anche. Un tentativo di colpo di stato militare sotto la dottrina dello shock. Da qui derivò la cattura di Antonio Ledezma, tramite tracciamento della DGCIM e della Milizia.

Primo trimestre 2017. Cattura progressiva dei componenti dell’Operazione “Spada di Dio”, tra loro Ángel Vivas e Raúl Baduel, ex-generale di Brigata ed ex-generale della FANB rispettivamente, che avevano reclutato ufficiali subalterni al fine di concretizzare un magnicidio contro il presidente Maduro, prendere Fuerte Tiuna e formare un Stato Maggiore di fatto.

Marzo-aprile 2017. Ex funzionari della DISIP, insieme al colonnello (r) Zomacal Hernández, avrebbero eseguito l’Operazione “Scudo Zamorano”. A quest’ultimo furono sequestrati 32 chili di esplosivo C4 e altre armi che sarebbero state utilizzate in un piano golpista. Tra i pianificatori si trovavano i politici Roberto Enríquez, Oswaldo Álvarez Paz e Julio Borges.

1 aprile – 31 luglio 2017. Piano insurrezionale con elementi di guerra ibrida, includendo violenza armata, tratti paramilitari, fattori professionali (Óscar Pérez, ecc.), fino a un giorno dopo le elezioni dell’Assemblea Nazionale Costituente. Un’escalation rispetto a “La Salida” in tempo, risorse e metodi. Bilancio: più di 160 morti e quasi 2000 feriti.

6 agosto 2017. Operazione “David”: attacco al Fuerte Paramacay nello stato Carabobo e neutralizzato dalla FANB.

Marzo 2018. Si rilevò un piano golpista militare, chiamato “Movimento di Transizione alla Dignità del Popolo”, in cui fu coinvolto un gruppo di generali in condizione di riserva attiva.

18 aprile 2018. L’Operazione “Gedeone II” delle autorità statali riuscì a smantellare una cellula terroristica coinvolta in atti destabilizzatori che cercavano di generare sconcerto nella popolazione e impedire le elezioni presidenziali del 20 maggio, dove risulterà rieletto Nicolás Maduro.

Maggio 2018. Frustrazione e smantellamento di due operazioni: “Costituzione” e “Armageddon”, entrambe con l’obiettivo di sabotare le elezioni presidenziali; la prima con consulenza di funzionari USA e colombiani; l’ultima contemplava il magnicidio del primo mandatario nazionale.

4 agosto 2018. Attentato fallito con droni esplosivi contro il presidente Nicolás Maduro, ministri e alto comando militare a Caracas (Operazione “Davide contro Golia”), ordito dalla Colombia.

23 gennaio 2019. Juan Guaidó si autoproclama “presidente incaricato”; USA e una decina di paesi lo riconoscono.

23 febbraio 2019. Tentativo di ingresso di “aiuti umanitari” dell’USAID e attraverso le frontiere colombo-venezuelane, la cosiddetta “Battaglia dei Ponti”, nelle vie di connessione tra entrambi i paesi. In un altro scenario di scontro, si ebbe l’assedio a installazioni militari e scontri armati nella città tachirense di Ureña. Ci furono decine di feriti e si contarono quattro morti.

30 aprile 2019. Fallito sollevamento militare “Operazione Libertà” guidato da Guaidó e Leopoldo López dalle vicinanze della base aerea di La Carlota (Caracas). López si rifugia nell’ambasciata di Spagna.

3 maggio 2020. Incursione mercenaria-paramilitare sulla costa dello stato La Guaira, frustrata dall’intelligence militare-popolare e dalle autorità di sicurezza, con una composizione di agenti come il narcotraffico colombiano, la DEA, l’impresa mercenaria Silvercorp e l’auspicio politico e finanziario del falso governo di Juan Guaidó, sotto un contratto di 212 milioni di $ che istruiva il magnicidio presidenziale.

28 luglio – 3 agosto 2024. Rielezione del presidente Maduro. María Corina Machado ed Edmundo González Urrutia tornarono a gridare frode elettorale e convocarono a proteste che derivarono in un’escalation di violenza e caos distruttivo, in un contesto di insurrezione con fattori criminali e tinte golpiste. Con un bilancio di 25 persone decedute e 131 ferite, la maggior parte degli avvenimenti si focalizzarono nel Distretto Capitale e nello stato Aragua; il 76,2% degli incidenti avvenne nel quadro di manifestazioni violente, sotto una natura pianificata e organizzata sia degli eventi che delle loro deplorevoli conseguenze. Furono distrutti beni pubblici e privati, incluse installazioni educative e sanitarie.

5 gennaio 2025. Il candidato perdente di un settore dell’opposizione, Edmundo González, già in esilio, manifestò che sarebbe tornato nel Paese per assumere il governo. Da Buenos Aires, dove si riunì con il presidente dell’Argentina, Javier Milei, González disse che aveva “tutta l’intenzione di arrivare in Venezuela” il 10 gennaio, data del cambio di governo.

Come indica il nome della legge, lo strumento cerca, di nuovo, di gettare le basi per la convivenza e l’intesa di tutti gli elementi che compongono la società senza che ciò significhi, sebbene il termine amnistia etimologicamente contempli “l’oblio” del reato, l’omissione o amnesia collettiva.

Al contrario, gli episodi che hanno sconvolto la vita politica, economica, sociale ed esistenziale del Paese devono servire come memoria storica e come monito che la violenza è stata una via erratica (senza risultati favorevoli per coloro che hanno intrapreso quell’impresa) con conseguenze catastrofiche per tutti.

Se tutto indica che è necessario riavviare il ciclo politico, la realtà ha quella qualità di ricominciare, ciò che è stato costruito collettivamente d’ora in avanti deve ergersi di fronte a quei fatti che hanno lasciato una ferita profonda nella società. Se la memoria si costituisce per “il tempo vissuto” e il suo spessore, le vittime fatali di anni di violenza sono un monumento al quale dobbiamo rendere tributo.


Línea de tiempo de los ciclos destituyentes

Anatomía de la violencia política en Venezuela: una cronología

 

Recientemente el Ejecutivo promulgó la Ley de Amnistía para la Convivencia Democrática cuyo fin es “promover la estabilidad política y la unidad nacional”. Este instrumento jurídico ya se había aplicado durante otros momentos políticos en este siglo como expresión de voluntad por lograr la estabilidad social luego de periodos de conflictividad social. 

En el año 2000 el comandante Hugo Chávez promulgó la Ley de Amnistía Política General para beneficiar a quienes participaron en los alzamientos de 1992 y, en 2007, otorgó el perdón a personas involucradas en los sucesos del golpe de Estado de 2002 y el paro petrolero por medio de un Decreto de Amnistía. 

Por su parte, el mandatario Nicolás Maduro en 2020 impulsó un indulto presidencial con miras a “promover la convivencia pacífica y la resolución de las controversias por vías constitucionales, electorales y pacíficas” en un momento cuando, signados por un contexto de bloqueo y pandemia, se requería de la unión nacional para enfrentar la coyuntura. 

Con la promulgación de la reciente ley sería el cuarto intento durante el ciclo bolivariano por encauzar la nación hacia el camino del entendimiento luego de las turbulencias causadas por la violencia opositora. 

El instrumento establece un marco temporal y material que abarca los hechos violentos de naturaleza política acaecidos desde el 1 de enero de 1999 hasta la entrada en vigencia del texto legal en 2026, segmento de la historia que nos permite elaborar una radiografía de las víctimas fatales provocadas por los sectores radicales de la oposición. 

Si bien se ha hecho una sistematización del saldo trágico que se ha registrado en 26 años de convocatorias que terminaron en masacres orquestadas por sus organizadores, cierre de calles y atrincheramiento para resguardarse de enemigos inexistentes en los albores del chavismo, el odio contra el gobierno proyectado como una anomalía porque no lograron comprender su origen y el sector que aglutinaba, los arrebatos de una clase política que se cree la única con derecho a gobernar, llamados irresponsables a “descargar la arrechera”, guarimbas, aplicaciones de manuales de guerra, ciberataques, bloqueo económico, entre otros, ha provocado víctimas fatales directas e indirectas incalculables que no figuran en las estadísticas. 

También habría que añadir los enormes daños económicos, sociales y psicológicos, efectos colaterales que no son tan visibles pero que han quedado como marca de agua en la población. 

La agenda desestabilizadora comenzó justo cuando el Comandante Hugo Chávez asumió la conducción del país, continuó con el presidente Maduro y se radicalizó en los últimos años. Si bien este trabajo no busca resaltar los distintos métodos que se aplicaron para lograr el tan esperado cambio de régimen, también es necesario dejar constancia de los momentos de violencia política que se ensayaron en el país, así como su evolución y adaptación a las circunstancias. 

En más de dos décadas se aplicaron métodos llamados falsamente “no-violentos” y de lucha callejera centrados en la “sociedad civil” aplicando manuales de las “revoluciones de color”, acciones armadas que incluyeron conspiraciones militares, acciones con grupos armados irregulares o incursiones militares foráneas y el empleo del fenómeno de la criminalidad no como un hecho aislado y espontáneo sino como un componente más con objetivos claros en la agenda destituyente. 

Cronología de la violencia política 2002-2025 

A continuación presentamos los principales hitos de violencia política enmarcadas en la Ley de Amnistía para la Convivencia Democrática: 

11-13 de abril de 2002. Golpe de Estado militar-empresarial y contragolpe militar-popular. Magnicidio frustrado del presidente Hugo Chávez. Pedro Carmona Estanga se autoproclama presidente. Saldo: 19 muertos y más de 60 heridos. 

9 de diciembre de 2002-3 de febrero de 2003. Sabotaje petrolero. Dirigentes de PDVSA, Fedecámaras y la CTV cierran la industria petrolera. Decenas de heridos; pérdida económica de unos 20.000 millones de dólares. 

27 de febrero-7 de marzo de 2004. Primera oleada de guarimbas en el marco del referéndum revocatorio, cuando se registra este tipo de acciones opositoras de calle. Barricadas urbanas en Caracas y varios estados. Saldo: casi una decena de muertos, la mayoría por disparos en barricadas. 

Desde 2002 la oposición se arrogó el terminó “sociedad civil” dejando entrever que todo lo que estaba fuera de esta caracterización pertenecía al lado de lo salvaje, lo prohihibido, lo que debe ser eliminado. 

12 de mayo de 2004. El presidente Chávez denuncia una conspiración internacional luego de haber neutralizado la Operación Daktari tres días antes, de la cual participaban más de 150 paramilitares. El plan era asaltar un batallón de orden público de la Guardia y la base aérea de La Carlota para tomar el parque de armas y atacar Miraflores para darle de baja al Comandante. En este año era común ver pintas en autopistas y avenidas con inscripciones como “Referéndum o guerra”, “Después de Saddam, Chávez” y “Muerte a los chavistas”.

15 de agosto de 2004. Referéndum revocatorio. Hugo Chávez gana con 59,1%. La oposición, entre sus voceras María Corina Machado, denuncia fraude e intenta instalar protestas en varias ciudades. Registro de saqueos y enfrentamientos aislados sin fallecidos inmediatos. 

28 de mayo de 2007. El llamado Movimiento Estudiantil comienza las marchas de los “manos blancas” y protestas violentas, tras la no renovación de la concesión a la televisora privada RCTV. Desde este año aparecen las primeras señales del financiamiento internacional en la ejecución de tareas en materia de subversión política. 

15 de agosto de 2007. El presidente Chávez propone una reforma constitucional. Los “manos blancas” retoman su agenda de movilizaciones en varios puntos del país con episodios de guarimbas (quema de infraestructuras y bienes, barricadas, paros cortos, enfrentamientos con los cuerpos de seguridad, disturbios, violencia física, etc.) durante el resto del año. 

En esa coyuntura toman protagonismo Yon Goicoechea, Freddy Guevara, Douglas Barrios, Stalin González, Daniel Ceballos, Gaby Arellano y Nixon Moreno, eternos estudiantes que se convertirían en los elementos necesarios para proyectar una desobediencia civil contemplada en los manuales de revoluciones de colores. Ninguno de estos liderazgos surgió de forma orgánic. Por el contrario fueron calco y copia del movimiento OTPOR! (resistencia en Serbio), que sí fue creativo y original en el país europeo. 

14-19 de abril de 2013. El presidente Nicolás Maduro gana las elecciones presidenciales contra Henrique Capriles, quien denuncia fraude y llama a “descargar la arrechera”. Entre el 15 y el 19 de abril se registraron ataques y asedios a 35 instalaciones de Barrio Adentro, más hospitales, instituciones estatales, sedes de Mercal y Pdval, sedes del PSUV y del CNE, medios alternativos y comunitarios. Saldo: 11 fallecidos (2 menores de edad) y más de 140 heridos. 

12 de febrero al 24 de marzo de 2014. “La Salida”: ensayo de guerra civil y revolución de color con protestas violentas a nivel nacional lideradas por Leopoldo López, María Corina Machado y Antonio Ledezma. Saldo: 43 muertos y más de 800 heridos; López es arrestado el 18 de febrero. 

25 de marzo de 2014. Un grupo de generales de la Aviación Militar fue capturado, con vínculos directos con sectores de la oposición. Preparaban un plan de alzamiento militar, denunciado por oficiales de menor rango. 

12 de febrero de 2015. Intento de golpe desmantelado, llamado “Golpe Azul” u “Operación Jericó”. El plan consistía en artillar un avión Tucano y atacar el Palacio de Miraflores, o donde participara el presidente, durante los actos conmemorativos convocados con motivo del Día de la Juventud. 

8 de marzo de 2015. El entonces presidente de Estados Unidos, Barack Obama, emitió la orden ejecutiva 13692 (mejor conocida como el “Decreto Obama”) que califica a Venezuela como “amenaza inusual y extraordinaria a la seguridad nacional y la política exterior de los Estados Unidos de América”. 

12-13 de febrero de 2016. Desmantelamiento de un plan para atacar de manera aérea puntos estratégicos de instituciones estatales; incluía operativos contra civiles también. Un intento de golpe militar bajo la doctrina del shock. De aquí derivó la captura de Antonio Ledezma, por rastreo de la DGCIM y la Milicia. 

Primer trimestre de 2017. Captura progresiva de los integrantes de la Operación “Espada de Dios”, entre ellos Ángel Vivas y Raúl Baduel, exgeneral de Brigada y exgeneral de la FANB respectivamente, quienes habían reclutado oficiales subalternos con el fin de concretar un magnicidio contra el presidente Maduro, tomar Fuerte Tiuna y formar un Estado Mayor de facto. 

Marzo-abril de 2017. Exfuncionarios de la DISIP, junto con el coronel (r) Zomacal Hernández, iban a ejecutar la Operación “Escudo Zamorano”. A este último se le decomisaron 32 kilos de explosivo C4 y otras armas que serían utilizadas en un plan golpista. Entre los planificadores se encontraban los políticos Roberto Enríquez, Oswaldo Álvarez Paz y Julio Borges. 

1 de abril al 31 de julio de 2017. Plan insurreccional con elementos de guerra híbrida, incluyendo violencia armada, rasgos paramilitares, factores profesionales (Óscar Pérez, etc.), hasta un día después de las elecciones de la Asamblea Nacional Constituyente. Una escalada respecto a “La Salida” en tiempo, recursos y métodos. Saldo: más de 160 muertos y casi 2.000 heridos. 

6 de agosto de 2017. Operación “David”: ataque al Fuerte Paramacay en el estado Carabobo y neutralizado por la FANB. 

Marzo de 2018. Se detectó un plan golpista militar, llamado “Movimiento de Transición a la Dignidad del Pueblo”, en el que estuvo involucrado un grupo de generales en condición de reserva activa. 

18 de abril de 2018. La Operación “Gedeón II” de las autoridades estatales logró desarticular una célula terrorista involucrada en actos desestabilizadores que buscaban generar zozobra en la población e impedir las elecciones presidenciales del 20 de mayo, donde resultará reelecto Nicolás Maduro. 

Mayo de 2018. Frustración y desmantelamiento de dos operaciones: “Constitución” y “Armagedón”, ambos con el objetivo de sabotear las elecciones presidenciales; el primero con asesoramiento de funcionarios estadounidenses y colombianos; el último contemplaba el magnicidio del primer mandatario nacional. 

4 de agosto de 2018. Atentado frustrado con drones explosivos contra el presidente Nicolás Maduro, ministros y alto mando militar en Caracas (Operación “David contra Goliat”), gestado desde Colombia. 

23 de enero de 2019. Juan Guaidó se autoproclama “presidente interino”; EE.UU. y unas decenas de países lo reconocen. 

23 de febrero de 2019. Intento de ingreso de “ayuda humanitaria” de la USAID y por las fronteras colombo-venezolanas, la llamada “Batalla de los Puentes”, en las vías de conexión entre ambos países. En otro escenario de confrontación, se dio el asedio a instalaciones militares y enfrentamientos armados en la ciudad tachirense de Ureña. Hubo decenas de heridos y se contabilizaron cuatro muertos. 

30 de abril de 2019. Fallido alzamiento militar “Operación Libertad” liderado por Guaidó y Leopoldo López desde las afueras de la base aérea de La Carlota (Caracas). López se refugia en la embajada de España. 

3 de mayo de 2020. Incursión mercenaria-paramilitar en la costa del estado La Guaira, frustrada por la inteligencia militar-popular y las autoridades de seguridad, con una composición de agentes como el narcotráfico colombiano, la DEA, la empresa mercenaria Silvercorp y el auspicio político y financiero del falso gobierno de Juan Guaidó, bajo un contrato de 212 millones de dólares que instruía el magnicidio presidencial. 

28 de julio al 3 de agosto de 2024. Reelección del presidente Maduro. María Corina Machado y Edmundo González Urrutia volvieron a cantar fraude electoral y convocaron a protestas que derivaron en una escalada de violencia y caos destructivo, en un contexto de insurrección con factores criminales y tintes golpistas. Con un saldo de 25 personas fallecidas y 131 heridas, la mayoría de los acontecimientos se focalizaron en el Distrito Capital y en el estado Aragua; 76,2% de los incidentes ocurrió en el marco de manifestaciones violentas, bajo una naturaleza planificada y organizada tanto de los eventos como de sus lamentables consecuencias. Fueron destruidos bienes públicos y privados, incluidas instalaciones educativas y de salud. 

5 de enero de 2025. El candidato perdedor de un sector de la oposición, Edmundo González, ya en el exilio, manífestó que volvería al país para tomar posesión del gobierno. Desde Buenos Aires, donde se reunió con el presidente de Argentina, Javier Milei, González dijo que tenía “toda la intención de llegar a Venezuela” el 10 de enero, fecha del cambio de gobierno. 

Como indica el nombre de la ley, el instrumento busca, de nuevo, sentar las bases para la convivencia y el entendimiento de todos las elementos que componen la sociedad sin que ello signifique, aunque el término amnistía etimulógicamente contemple “el olvido” del delito, la omisión o amnesia colectiva. 

Por el contrario, los episodios que han conmocionado la vida política, económica, social y existencial del país deben servir de memoria histórica y como recordatorio de que la violencia ha sido un camino errático (sin resultados favorables para los que asumieron esa empresa) con consecuencias catastróficas para todos. 

Si todo apunta a que es necesario reiniciar el ciclo político, la realidad tiene esa cualidad de volver a empezar, lo construido colectivamente de aquí de adelante debe erigirse de cara a esos hechos que han dejado una herida profunda en la sociedad. Si la memoria se constituye por “el tiempo vivido” y su espesor, las víctimas fatales por años de violencia son un monumento al cual debemos rendirle tributo.

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