Enrique Márquez: l’uomo che Trump ha scelto per sostituire Corina Machado in Venezuela?

Bruno Sgarzini

La domanda sorge dopo che il presidente USA lo ha nominato nel suo discorso sullo Stato dell’Unione:

“Stasera è con noi Alejandra González. È cresciuta in una famiglia venezuelana molto unita ed era particolarmente legata al suo amato zio Enrique. Ma dopo che Enrique si è candidato e si è opposto a Maduro, è stato sequestrato dalle forze di sicurezza di Maduro e imprigionato nel famigerato carcere del regime a Caracas. Alejandra temeva di non rivedere più suo zio. Temeva anche per la sua vita. Ma dal raid, abbiamo lavorato con la nuova dirigenza, e loro hanno ordinato la chiusura di quell’infame prigione, l’Helicoide, e hanno liberato centinaia di prigionieri politici e ce ne saranno altri. Alejandra, sono lieto di informarla che suo zio non solo è stato liberato, ma è anche qui stasera. L’abbiamo portato per celebrare la sua libertà con lei di persona. Enrique, per favore scendi”, esclamò Donald Trump, in mezzo al suo discorso sullo Stato dell’Unione al congresso USA, rivolgendosi ad Alejandra Márquez prima che suo zio, Enrique, entrasse nell’emiciclo da una porta in una scena coreografata per diventare un clip suile reti sociali.

Márquez era prigioniero dal gennaio 2025, quando fu accusato di partecipare ad un tentativo di colpo di stato contro Maduro. La sua liberazione è arrivata grazie alla Legge di Amnistia, approvata da un’Assemblea Nazionale a maggioranza chavista che ha negoziato con una minoranza dell’opposizione i termini di una nuova convivenza politica. La messa in scena ha fatto parte di una serie di immagini che la comunicazione ufficiale trumpista ha preparato per vendere come un successo della sua politica interventista in Venezuela. Nella stessa linea del suo discorso, per esempio, il presidente USA ha decorato il pilota dell’elicottero, Eric Slover, ferito gravemente il 3 gennaio quando è atterrato nella residenza presidenziale di Maduro. E ha anche parlato della quantità di petrolio venezuelano commercializzato dalla sua Amministrazione, attraverso privati, come se fosse un trader di materie prime, un lupo di Wall Street statale che compra e vende al miglior offerente.

Un’assenza si è resa visibile nel suo discorso di “vittoria” sul Venezuela: quella di María Corina Machado, l’aspirante al Nobel per la Pace che ha promosso l’intervento USA nel suo Paese come se fosse parte della corte MAGA che circonda Trump. Il senatore Rick Scott l’aveva invitata allo Stato dell’Unione, ma lei ha declinato per ragioni che non sono ancora del tutto chiare: sia perché sapeva che Márquez sarebbe stato presente e avrebbe potuto oscurarla, o perché era certa che Trump non l’avrebbe menzionata. Diverse settimane fa, secondo il media Politico, la Casa Bianca è arrabbiata con lei per aver chiesto che le elezioni presidenziali si svolgano in meno di un anno. I suoi collaboratori, come Pedro González Urrutia, hanno criticato, negli ultimi giorni, anche la Legge di Amnistia, promossa come un successo da Trump; “il regime venezuelano sta simulando un’amnistia, simulando una giustizia, un’apertura, ma sanno che non rispettando gli Stati Uniti questo avrà conseguenze”.

Per un consigliere di Trump, consultato da Politico; “l’unica cosa che fa María Corina Machado è tentare di negare tutto. Vuole minare il successo della politica del presidente – come la liberazione di prigionieri politici in Venezuela, operazioni di polizia congiunte tra i due paesi e altri temi – cercando di diventare l”unica stella’ dell’opposizione venezuelana. Niente di tutto questo è l”Operazione María Corina Machado’. È l”Operazione Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti’ che non ha alcuna relazione con lei. È una sabotatrice e lavora contro gli obiettivi di sicurezza nazionale degli Stati Uniti”.

Quella rabbia personale di Trump traspare quando, dopo l’invasione del Venezuela, il presidente USA disse che sarebbe stato difficile che lei diventasse presidentessa del Paese. “Non ha il sostegno né il rispetto del paese. È una donna molto simpatica, ma non la rispettano”. Secondo The Washington Post, Trump nutre un risentimento personale contro Machado per non aver rifiutato il Nobel per la Pace per offrirlo a lui, un gesto che il presidente USA avrebbe aspettato come segno di lealtà. La distanza tra l’Amministrazione trumpista e il settore più estremista, col passare dei giorni, sembra allargarsi con fughe di notizie secondo cui Marco Rubio, segretario di Stato, è anch’egli abbastanza infastidito dalla mancanza di “realismo” dell’antichavismo radicale.

In questo vuoto politico, è apparso Márquez nella scenografia dello stesso discorso sullo Stato dell’Unione che anni prima aveva avuto come protagonista Juan Guaidó. Naturalmente, immediatamente, l’ecosistema dell’opposizione venezuelana si è chiesto se, in realtà, la sua apparizione non nascondesse un’intenzionalità di posizionarlo come un nuovo “capo” sponsorizzato dagli USA. A differenza di Corina Machado, Márquez, negli ultimi anni, ha optato per una strategia di “lotta” all’interno dell’istituzionalità venezuelana; con il trionfo dell’opposizione all’Assemblea Nazionale del 2015, Márquez fu nominato vicepresidente del parlamento che fece pressioni per un’uscita anticipata di Maduro, e poi appoggiò, per esempio, la candidatura presidenziale di Henri Falcón quando la maggioranza antichavista boicottò quell’evento elettorale. Sebbene nel 2019 abbia sostenuto la presidenza parallela di Juan Guaidó, due anni dopo, fu nominato rettore del Consiglio Elettorale come parte di un accordo tra l’opposizione dialogante e il chavismo nell’Assemblea Nazionale.

Settori estremisti, come quello di Corina Machado, lo accusarono come “collaborazionista con la dittatura” quando si presentò come candidato presidenziale, al di fuori dell'”Unità” dietro Edmundo González Urrutia, come parte del Partito Centrados, integrato dal Partito Comunista del Venezuela e Redes dell’ex sindaco chavista di Caracas, Juan Barreto. La sua figura, in quell’elezione, fu venduta come un’unione tra oppositori e “chavisti dissidenti”; quindi la sua rivendicazione da parte di Trump potrebbe essere presa come l’auspicio di una linea più dialogante con il governo che conflittuale. “Meritato riconoscimento a uno dei venezuelani che ha fatto di più per difendere la democrazia, recuperare l’integrità nella politica e costruire una rotta verso la riunificazione del paese”, ha affermato Francisco Rodríguez, un economista venezuelano noto per essere un operatore finanziario di bond del debito venezuelano e promotore di politiche liberali nell’economia venezuelana. Orlando Avendaño, militante antichavista vicino a Corina Machado, ha inoltre qualificato le dichiarazioni a favore di Márquez come “un’operazione in corso”. Magalli Meda, la principale consulente della capa dell’opposizione, è andata ben oltre condividendo un disegno che qualificava Márquez come una marionetta di Trump.

L’apparizione del dirigente dell’opposizione, d’altro canto, è stata accompagnata da una visita alla Casa Bianca e un incontro con vari funzionari USA. Il canale Venevisión, proprietà della famiglia Cisneros, una delle più potenti del Paese, ha trasmesso le sue dichiarazioni nella sala stampa della Casa Bianca come una forma di appoggio politico. “Abbiamo un’opportunità e dobbiamo approfittarne per costruire il Paese che tutti vogliamo. Bisogna impegnarsi nel lavoro di generare la possibilità che milioni di venezuelani tornino nel nostro Paese. Il ritorno è prossimo, cari connazionali”, ha sottolineato in un breve discorso di un minuto e dieci secondi. Al suo ritorno in Venezuela, Márquez ha tenuto un discorso all’hotel Marriott di Caracas, usato da funzionari USA, dove ha sottolineato che; “Tutti hanno diritto di essere qui. Il Governo ha cercato di estinguere l’opposizione. E dall’opposizione si è proposto di estinguere l’avversario. Entrambi hanno rovinato il Paese. Non possiamo continuare così. Non vedo elezioni a breve termine, quindi non sono candidato. Ho una candidata, la costituzione. E la seconda candidata che ho si chiama democrazia. Lavorerò affinché le mie due candidate vincano. Questa è la verità. Ho la possibilità di parlare con tutti i settori, mi sento preparato per questo. Credo in un governo di unità nazionale. Voglio essere un ponte”.

In questo modo, Trump, sia in modo deliberato o “innocente”, ha dato una possibilità di posizionarsi all’ala dell’opposizione più dialogante, che negozia con il governo venezuelano i termini di una nuova convivenza democratica, su quella più estremista che pretende un’uscita forzata del chavismo. Il dubbio è se questo si tradurrà anche in un rifiuto frontale alla possibilità che il settore di Corina Machado cerchi di fare pressione per questa “uscita” attraverso proteste di piazza e una rinnovata strategia “insurrezionale”. Uno scenario che complicherebbe gli sforzi di “stabilizzazione” e costruzione di un flusso petrolifero sicuro, sponsorizzato dalla Casa Bianca.


Enrique Márquez: ¿el hombre que Trump eligió para reemplazar a Corina Machado en Venezuela?

Bruno Sgarzini 

La pregunta surge después de que el presidente estadounidense lo nombrara en su discurso del Estado de la Unión “Esta noche nos acompaña Alejandra González. Creció en una familia venezolana muy unida y era especialmente cercana a su querido tío Enrique. Pero después de que Enrique se postulara y se opusiera a Maduro, fue secuestrado por las fuerzas de seguridad de Maduro y encarcelado en la infame prisión del régimen en Caracas. Alejandro temía no volver a ver a su tío. También temía por su vida. Pero desde la redada, hemos trabajado con el nuevo liderazgo, y ellos han ordenado el cierre de esa vil prisión, el Helicoide, y han liberado a cientos de presos políticos y habrá más por venir. Alejandra, me complace informarle que su tío no solo ha sido liberado, sino que también está aquí esta noche. Lo trajimos para celebrar su libertad con usted en persona. Enrique, baja por favor”, exclamó Donald Trump, en medio de su discurso del Estado de la Unión en el congreso de Estados Unidos, a Alejandra Márquez antes de que su tío, Enrique, entrara al hemiciclo por una puerta en una escena coreografiada para convertirse en un clip de redes sociales. 

Márquez llevaba preso desde enero de 2025, cuando fue acusado de participar en un intento de golpe contra Maduro. Su liberación llegó al amparo de la Ley de Amnistía, aprobada por una Asamblea Nacional de mayoría chavista que negoció con una minoría opositora los términos de una nueva convivencia política. La puesta en escena formó parte de una serie de imágenes que la comunicación oficial trumpista preparó para vender como un éxito de su política intervencionista en Venezuela. En la misma línea de su discurso, por ejemplo, el presidente estadounidense condecoró al piloto del helicóptero, Eric Slover, herido de gravedad el 3 de enero cuando aterrizó en la residencia presidencial de Maduro. Y también habló de la cantidad de petróleo venezolano comercializado por su Administración, a través de privados, como si fuera un trader de materias primas, un lobo estatal de Wall Street que compra y vende al mejor postor.  

Una ausencia se hizo visible en su discurso de “victoria” sobre Venezuela: la de María Corina Machado, la aspirante al Nobel de la Paz que promovió la intervención estadounidense en su país como si fuera parte de la corte MAGA que rodea a Trump. El senador Rick Scott la había invitado al Estado de la Unión, pero ella declinó por razones que aún no están del todo claras: ya sea porque sabía que Márquez estaría presente y podría opacarla, o porque tenía la certeza de que Trump no la mencionaría. Hace varias semanas, de acuerdo al medio Politico, la Casa Blanca está enojada con ella por pedir que las elecciones presidenciales se realicen en menos de un año. Sus colaboradores, como Pedro González Urrutia, han criticado, en los últimos días, también la Ley de Amnistía, promocionada como un éxito por Trump; “el régimen venezolano está simulando una amnistía, simulando una justicia, una apertura, pero saben que al no cumplir con Estados Unidos eso tendrá consecuencias”. 

Para un asesor de Trump, consultado por Politico; “lo único que María Corina Machado hace es intentar negar todo. Quiere socavar el éxito de la política del presidente -como la liberación de presos políticos en Venezuela, operaciones policiales conjuntas entre los dos países y otros temas- al tratar de convertirse en la “única estrella” de la oposición venezolana. Nada de esto es la ‘Operación María Corina Machado’. Es la ‘Operación Seguridad Nacional de Estados Unidos que no tiene ninguna relación con ella. Es una saboteadora y trabaja en contra de los objetivos de seguridad nacional de Estados Unidos”. 

Ese enojo personal de Trump se traslució cuando, luego de la invasión a Venezuela, el presidente estadounidense dijo sería difícil que ella fuese presidenta del país. “No cuenta con el apoyo ni el respeto del país. Es una mujer muy agradable, pero no la respetan”. Según The Washington Post, Trump guarda un resentimiento personal contra Machado por no haber rechazado el Nobel de la Paz para ofrecérselo a él, un gesto que el presidente estadounidense habría esperado como señal de lealtad. La distancia entre la Administración trumpista y el sector más extremista, a lo largo de los días, parece ensancharse con filtraciones sobre que Marco Rubio, secretario de Estado, también está bastante molesto por la falta de “realismo” del antichavismo radical.  

En este vacío político, apareció Márquez en la escenografía del mismo discurso del Estado de la Unión que años atrás había tenido como protagonista a Juan Guaidó. Por supuesto, de inmediato, el ecosistema opositor venezolano se preguntó si, en realidad, su aparición no encubría una intencionalidad de posicionarlo como un nuevo “líder” auspiciado por Estados Unidos. A diferencia de Corina Machado, Márquez, en los últimos años, ha optado por una estrategia de “lucha” dentro de la institucionalidad venezolana; con el triunfo opositor de la Asamblea Nacional de 2015, Márquez fue nombrado vicepresidente del parlamento que presionó por una salida anticipada de Maduro, y luego apoyó, por ejemplo, la candidatura presidencial de Henri Falcón cuando la mayoría antichavista boicoteó ese evento electoral. Si bien en 2019 respaldó la presidencia paralela de Juan Guaidó, dos años después, fue nombrado rector del Consejo Electoral como parte de un acuerdo entre la oposición dialoguista y el chavismo en la Asamblea Nacional.  

Sectores extremistas, como el de Corina Machado, lo acusaron de “colaboracionista con la dictadura” cuando se presentó como candidato presidencial, por fuera de la “Unidad” detrás de Edmundo González Urrutia, como parte del Partido Centrados, integrado por el Partido Comunista de Venezuela y Redes del exalcalde chavista de Caracas, Juan Barreto. Su figura, en esa elección, fue vendida como una unión entre opositores y “chavistas disidentes”; por lo que su reivindicación por Trump podría ser tomada como el auspicio de una línea más dialoguista con el gobierno que una confrontativa. “Merecido reconocimiento a uno de los venezolanos que más ha hecho por defender la democracia, rescatar la integridad en la política y construir una ruta hacia la reunificación del país”, afirmó Francisco Rodríguez, un economista venezolano conocido por ser un operador financiero de bonos de deuda venezolano y promotor de políticas liberales en la economía venezolana. Orlando Avendaño, militante antichavista cercano a Corina Machado, calificó, además, las declaraciones a favor de Márquez como “una operación en curso”. Magalli Meda, la principal asesora de la líder opositora, fue mucho más allá al compartir un dibujo que calificaba a Márquez como un títere de Trump.  

La aparición del dirigente opositor, por otro lado, estuvo acompañada de una visita a la Casa Blanca y una reunión con varios funcionarios estadounidenses. El canal Venevisión, propiedad de la familia Cisneros, una de las más poderosas del país, transmitió sus declaraciones en la sala de prensa de la Casa Blanca como una forma de respaldo político. “Tenemos una oportunidad y la tenemos que aprovechar para construir el país que todos queremos. Hay que esmerarse en el trabajo de generar la posibilidad de que regresen a nuestro país millones de venezolanos. El regreso está pronto, queridos compatriotas”, remarcó en una breve discurso de un minuto y diez segundos.  A su regreso a Venezuela, Márquez dio un discurso en el hotel Marriot de Caracas, usado por funcionarios estadounidenses, donde remarcó que; Todos tienen derecho a estar aquí. Desde el Gobierno se ha pretendido extinguir a la oposición. Y desde la oposición se ha propuesto extinguir al adversario. Ambos acabaron el país. No podemos seguir así. No veo elecciones en el corto plazo, por lo tanto, no soy candidato. Tengo una candidata, la constitución. Y la segunda candidata que tengo se llama democracia. Voy a estar trabajando porque mis dos candidatas ganen. Esa es la verdad. Tengo la posibilidad de hablar con todos los sectores, me siento preparado para eso. Creo en un gobierno de unidad nacional. Quiero ser un puente”.  

De esta forma, Trump, ya sea de forma deliberada o “inocente”, le dio una chance de posicionarse al ala opositora más dialoguista, que negocia con el gobierno venezolano los términos de una nueva convivencia democrática, sobre la más extremista que pretende una salida por la fuerza del chavismo.  La duda es si esto también se traducirá en un rechazo frontal a la posibilidad de que el sector de Corina Machado busque presionar por esta “salida” a través de protestas en la calle y una renovada estrategia “insurreccional”. Un escenario que complicaría los esfuerzos de “estabilización” y construcción de un flujo petrolero seguro, auspiciado por la Casa Blanca.

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