Lo sbarco di funzionari USA a Caracas coincide con la strategia del chavismo di imporre i nuovi termini di una convivenza democratica con l’opposizione venezuelana
“La tabella di marcia è continuare con le riforme strutturali all’interno del Venezuela: nelle leggi sugli idrocarburi, nelle leggi sul lavoro, nel sistema giudiziario, nel sistema bancario, e assicurare il flusso di fondi affinché la qualità della vita dei venezuelani migliori il più rapidamente possibile.
All’interno di un piano per una stabilizzazione, una ripresa economica e una transizione politica del Venezuela”, ha dichiarato Chris Wright, segretario all’Energia USA, nella sua visita in Venezuela alcune settimane fa.
Secondo Marco Rubio, il segretario di Stato promotore di questa “tabella di marcia”, si tratta di “stabilizzare il Paese ed evitare il caos”. Sotto questa giustificazione; il denaro guadagnato dal petrolio venezuelano sarà depositato in conti sotto supervisione USA. “Il denaro sarà speso a beneficio del popolo venezuelano. È un modo di dividere le entrate in modo che non ci sia un collasso sistemico mentre avanziamo in questa ripresa e transizione”. La seconda parte, la ripresa economica, a suo parere si concentra su “garantire il ritorno delle compagnie petrolifere occidentali sotto regole chiare e supervisione esterna”, mentre si dà un processo “di riconciliazione nazionale, affinché le forze dell’opposizione possano essere amnistiate e liberate dalle carceri, o rimpatriate nel Paese, e comincino a ricostruire la società civile”.
La transizione politica, l’ultima delle fasi, dipende, a suo parere, dal “popolo venezuelano; ci sono precedenti. Posso menzionare vari esempi, come la Spagna o il Paraguay, luoghi dove c’è stata una transizione da un regime autocratico a una democrazia e ci è voluto tempo”.
Gli USA, durante tutto questo processo, si riservano l’opzione di invadere di nuovo il Venezuela se il governo di Delcy Rodríguez non coopererà come desidera Washington: “Il presidente non esclude mai le sue opzioni come comandante in capo per proteggere l’interesse nazionale degli Stati Uniti”.
Su “protettorato” e vendite di petrolio “controllate”
In Venezuela, l’Amministrazione Trump si gioca la possibilità di esportare un modello di intervento, attraverso l’uso “chirurgico” della forza, per imporre termini e condizioni senza soldati sul terreno. La materializzazione della “pace attraverso la forza”, uno dei principi guida di questa nuova dottrina, punta a che la minaccia di bombardamenti, invasioni e blocchi, ammaestri Stati più deboli affinché applichino riforme favorevoli agli interessi di Washington.
Ma il problema fondamentale di questa politica è la sua possibilità di mantenersi nel tempo; data la debolezza interna che affronta l’establishment, lo Stato profondo USA, minato di conflitti interni e strategie geopolitiche che vengono scartate, una e un’altra volta. Un esempio di questa realtà è come la Corte Suprema USA abbia smantellato la struttura legale dell’applicazione dei dazi, uno degli strumenti di politica estera trumpista, per aver considerato che l’invocazione della legge sui Poteri di Emergenza da parte di Trump fosse illegale. Da questa logica; i rappresentanti della Casa Bianca hanno una frenetica narrativa che sovrarecita una specie di “controllo interno” del Venezuela e presenta come marionette i membri del governo di Delcy Rodríguez.
Il corpo legale esterno per esercitare questo protettorato è la sostituzione delle sanzioni, e dell’embargo petrolifero, con un complesso impalcatura di nuove licenze del Dipartimento del Tesoro; la 30A che permette alle imprese di operare in porti controllati dallo Stato venezuelano per esportare la loro produzione petrolifera, la 46 che ha autorizzato le “entità statunitensi a riprendere gli acquisti, il trasporto e la commercializzazione di greggio venezuelano”, la 46A che permette di pagare imposte, tasse e permessi a “entità statali venezuelane bloccate”, la 47 che “ha autorizzato la vendita e esportazione di diluenti di origine statunitense in Venezuela” per processare il suo greggio extra-pesante e poterlo trasportare ai suoi porti dalla Fascia dell’Orinoco, la 48 che “permette alle imprese di servizi (come Halliburton o Schlumberger) di fornire beni, tecnologia e software per l’esplorazione e produzione”, la 49A che “permette a qualsiasi impresa di petrolio e gas di negoziare e firmare contratti per nuovi investimenti”, e la 50 che autorizza British Petroleum, Chevron, Eni, Repsol e Shell “ad espandere le loro operazioni e investire in nuovi progetti petroliferi”.
Queste licenze sono state precedute dall’ordine esecutivo 14373, intitolato “Salvaguardare le Entrate Petrolifere Venezuelane per il Bene dei Popoli Statunitense e Venezuelano”, che stabilisce che i fondi generati dalle vendite di petrolio venezuelano devono essere depositati in un conto del Tesoro USA, protetto dai reclami dei creditori venezuelani colpiti dalla cessazione dei pagamenti del debito dichiarata dal governo di Nicolás Maduro quando gli fu proibito nel 2017 di effettuare transazioni finanziarie e accedere al mercato del debito internazionale. In pratica, le prime vendite di petrolio venezuelano, immagazzinato in navi a causa del blocco USA, furono commercializzate da imprese di materie prime, come Vitol e Trafigura, e i loro ricavi depositati in conti bancari in Qatar. L’importo finale, di un miliardo di dollari, fu poi incanalato in Venezuela attraverso banche private venezuelane, esenti da sanzioni.
Tra altre condizioni leonine delle licenze, c’è, per esempio, il fatto che le licenze 46, 49 e 50 sono regolate dalla legge USA e stabiliscono proibizioni, in alcuni casi, a entità che siano regolate dalle leggi di Cuba, Russia, Cina, Corea del Nord e Iran o siano controllate, in alcuni casi, da capitali di questi Paesi negli USA o in Venezuela. Il disegno di queste licenze cerca di bloccare gli acquisti di petrolio venezuelano, se non avvengono attraverso entità selezionate dalla Casa Bianca, e anche l’espansione delle operazioni e nuovi investimenti dei capitali dell'”asse del male”. Per l’analista antichavista Federico Black; “in particolare, la restrizione sulla Cina è la più dettagliata. La licenza 46A proibisce transazioni che coinvolgano qualsiasi entità in Venezuela o Stati Uniti che sia di proprietà, controllata o formi un’impresa mista con una persona della Repubblica Popolare Cinese. Questa misura cerca di smantellare l’influenza della Corporazione Nazionale di Petrolio della Cina e di altre compagnie petrolifere cinesi che avevano guadagnato terreno tramite accordi di ‘petrolio per debito’ durante il governo di Maduro. L’unica eccezione è che si permette la rivendita di greggio venezuelano alla Cina a patto che la transazione sia effettuata da una ‘entità statunitense stabilita’, assicurando che il margine commerciale e il controllo del flusso finanziario rimangano in mani statunitensi”.
Un registro degli invii petroliferi, controllati dagli USA, parla del fatto che a gennaio il 35% del greggio venezuelano è stato acquistato da raffinerie della Costa del Golfo e un 19% da imprese cinesi; 284000 barili al giorno e 156000 al giorno rispettivamente. Circa 2 milioni sono stati venduti a Repsol per essere raffinati dall’impresa in Spagna e altrettanti dall’India e da Israele attraverso le società di commercializzazione del greggio. Mentre il miliardo di dollari, prodotto della vendita di 50 milioni di barili venezuelani, è stato incanalato nel sistema di cambio venezuelano attraverso le quattro banche private venezuelane che lo hanno ricevuto dai conti in Qatar controllati dagli USA. Il controllo del petrolio venezuelano, inoltre, ha permesso a Trump di lubrificare un accordo con Reliance dell’India, proprietà del magnate Mukesh Ambani, alleato di Narendra Modi, affinché abbandoni gli invii di greggio nell’ombra dalla Russia e acquisti oro nero venezuelano. Mosca è stata sostituita da compagnie petrolifere USA, inoltre, come principale fonte di diluenti per sostenere la produzione petrolifera venezuelana.
Questo schema è accompagnato da una narrativa aggressiva, disseminata attraverso le principali agenzie di notizie e media corporativi, dove si diffonde che il governo venezuelano espelle medici e agenti di sicurezza da Cuba, ricalibra le sue relazioni estere con Russia, Iran e Cina su richiesta USA, e si prepara a consegnare vari ex funzionari chavisti richiesti dalla Casa Bianca. Questo come una forma di sovraesporre un chavismo che esegue alla lettera i dettami di Washington per promuovere il suo logoramento interno, ed esportare un’immagine di dominio e controllo USA per consumo in “altri paesi” e nella politica interna USA.
Se la partita del trumpismo è di breve termine per mostrare “risultati” in Venezuela, quella del chavismo è di medio e lungo termine. Un ripiegamento strategico dove si riconoscono debolezze strutturali del circuito di accumulazione periferica del capitalismo di rendita petrolifero venezuelano; la sostituzione, di fatto, dell’infrastruttura parallela che sosteneva le esportazioni del greggio venezuelano verso destinazioni multipolari come Cina o Turchia. Navi fantasma che spegnevano i loro teletrasmettitori in alto mare per nascondere il loro carico, intermediari che si intascavano enormi quantità di denaro e pagamenti in criptovalute che fluivano attraverso le diverse piattaforme di blockchain.
L’invasione del 3 gennaio ha smantellato, in pratica, l’incipiente infrastruttura finanziaria, monetaria e portuale che collegava il petrolio venezuelano con i mercati asiatici con enormi sconti dannosi per l’economia venezuelana e la legittimità dello Stato venezuelano. La multipolarità, sponsorizzata da Cina e Russia, non ha potuto difendere in termini militari uno dei suoi principali alleati in America Latina: il chavismo è rimasto in totale solitudine contro una delle maggiori potenze della storia dell’umanità e tutto il suo potere militare.
La tabella di marcia, promossa all’epoca da Maduro, è riconnettere il greggio venezuelano ai mercati attraverso le licenze date dal Tesoro USA. Per questo, la recente legge sugli idrocarburi, sancita dall’Assemblea Nazionale del Venezuela, apre le porte affinché tutto l’affare petrolifero, esplorazione, estrazione, trasporto, stoccaggio e commercializzazione, possa essere fatto da privati attraverso i Convegni di Partecipazione Produttiva, creati con la legge anti-blocco per trasferire attivi petroliferi della PDVSA a privati per riattivare la loro produzione. La legislazione, che per la prima volta rimuove la statale PDVSA dalla sua centralità nell’affare, abbassa anche le imposte e le regalie, secondo quanto considerato dall’Esecutivo, per i “campi verdi”, i progetti petroliferi che necessitano di essere avviati da zero.
Ci sono vari aspetti che dimostrano una coordinazione esplicita tra le licenze e questa legge sugli idrocarburi; come la possibilità che operatori privati di imprese miste, tra PDVSA e privati come Chevron, possano commercializzare il greggio venezuelano e collocare i guadagni in un conto all’estero, una facoltà che prima era permessa solo alla compagnia petrolifera statale. Anche in uno dei suoi articoli permette che i nuovi contratti petroliferi possano essere regolati dall’arbitrato internazionale; cioè, dalle leggi USA così come indicano tutte le licenze del Dipartimento del Tesoro. Per Chris Wright, segretario all’Energia USA, tuttavia, i cambi delle leggi sugli idrocarburi “non sono stati abbastanza ampi per favorire grandi flussi di capitale, ma il dialogo continua”.
La scommessa del chavismo sembra essere negoziare, con la forza, il suo “antimperialismo” in cambio di riconnettere lo Stato venezuelano ai mercati internazionali senza cedere il potere politico. Un gioco sinuoso che richiede un tempo considerevole per raccogliere i frutti politici di un eventuale ritorno di, almeno, una minima bonaccia che la struttura del governo possa tradurre in benessere attraverso le entrate petrolifere incanalate da due fondi sovrani, creati dal chavismo per ricomporre il salario e ricostruire l’infrastruttura pubblica. Secondo un sondaggio, fatto da Gold Glove Consulting dell’ex funzionario USA Mark Feierstein, un 60% dei venezuelani sono più preoccupati per il costo della vita che per altri temi come la corruzione, il crimine e la “democrazia”. Da lì, il chavismo al governo ha possibilità di ristrutturare la sua coalizione in un Paese presidenzialista dove non esiste il secondo turno in un eventuale nuova elezione.
Il punto di frizione, perciò, è la semantica della “riconciliazione nazionale” e della “transizione politica”; i termini della nuova “pax bellica” imposta dall’esterno. La sanzione di una Legge di Amnistia è un esempio dell’inversione che fa l’ufficialismo del punto tre del piano USA; i fatti comprendono la “commissione di reati politici o connessi” per episodi come il colpo di Stato del 2002, lo sciopero petrolifero del 2003, le guarimbas del 2007, 2009, 2013, 2014, 2017, 2019, le azioni dell’Assemblea Nazionale per appoggiare la presidenza parallela di Juan Guaidó, e le proteste contro i risultati del 2024. Restano esenti, per esempio, i reati relativi a violazioni dei diritti umani, crimini di guerra, traffico di armi, omicidio intenzionale, e corruzione; il che in pratica lascia fuori i militari, e civili, coinvolti in tentativi di colpi di Stato, il fallito magnicidio contro Nicolás Maduro nel 2018, assalti a forti militari, e l’operazione Gedeone del 2020 realizzata da ex uniformati e mercenari USA per fermare Maduro. Anche coloro che hanno chiesto sanzioni e un intervento militare nel paese. La Commissione incaricata di monitorare l’applicazione di questa legge risulta composta, inoltre, da una maggioranza chavista e una manciata di oppositori, secondo la composizione dell’Assemblea Nazionale eletta dopo un boicottaggio elettorale organizzato dal settore che guida María Corina Machado.
Questa “riconciliazione”, nell’opinione di chi scrive, evita questioni importanti che darebbero più solidità a una rinnovata convivenza democratica; come la creazione di una giustizia transizionale che affronti le denunce di violazioni dei diritti umani contro agenti dello Stato, le arbitrarietà della giustizia venezuelana, e una riforma del sistema politico che stabilisca quote di potere per uscire dall’attuale gioco a somma zero in cui chi vince prende tutto, e chi perde, rimane con niente. Tuttavia, pone con chiarezza che nella nuova “pax bellica” non c’è spazio per María Corina Machado, né per i settori che dall’estero hanno promosso l’invasione del Venezuela. Uno degli obiettivi dell’ufficialismo, perciò, è porre come eventuale ostacolo del nuovo ciclo economico, e del nuovo momento politico venezuelano, questo settore che conta una (sovra)rappresentanza degli oppositori. Secondo la stessa Delcy Rodríguez; “ci sono settori che danno una lettura errata della legge di amnistia e del processo di convivenza; lo misurano da una sconfitta politico-partitica. Il 3 gennaio ha perso il Venezuela; abbiamo perso tutti. Non ci fu vincitore. Hanno già piani, e al momento opportuno li mostrerò al Paese affinché si sappia chi, da un lussuoso hotel negli USA o in Europa, pretende di far deragliare questo processo, pretende di perturbare il cammino della tranquillità e della pace in Venezuela”. Per la presidentessa incaricata, inoltre, una convocazione di nuovi comizi “implica anche un Paese libero da sanzioni”.
Il judo che pratica il chavismo, per riversionare il piano USA di tre “passi”, è possibile che si definisca da vari pulsi interni, come quello della Legge di Amnistia, eventuali piani destabilizzatori del settore di Corina Machado, e un epilogo elettorale. Anche, naturalmente, è soggetto ai vai e vieni della politica interna USA; la possibilità che Trump diventi una “anatra zoppa” dopo le elezioni di metà mandato e il suo dispiegamento militare nei Caraibi perda forza e sostegno interno. Alla fine, in fin dei conti, il nuovo Venezuela “sotto tutela” è un vero gioco di tempo, e pazienza, che plasmerà i limiti e le forme del nuovo modello interventista del trumpismo nella regione.
O sancirà il suo fallimento.
¿Protectorado o negociación? : ¿hasta dónde llega el control estadounidense sobre Venezuela?
El desembarco de funcionarios estadounidenses en Caracas coincide con la estrategia del chavismo de imponer los nuevos términos de una convivencia democrática con la oposición venezolana
“La hoja de ruta es continuar con las reformas estructurales dentro de Venezuela: en las leyes de hidrocarburos, en las leyes laborales, en el sistema judicial, en el sistema bancario, y asegurar el flujo de fondos para que la calidad de vida de los venezolanos mejore lo más rápido posible.
Dentro de un plan para una estabilización, una recuperación económica y una transición política de Venezuela”, declaró Chris Wright , secretario de Energía de Estados Unidos, en su visita a Venezuela hace unas semanas.
Según Marco Rubio, el secretario de Estado promotor de esta “hoja de ruta”, se trata de “estabilizar el país y evitar el caos”. Bajo esa justificación; el dinero ganado por el petróleo venezolano se depositará en cuentas bajo supervisión estadounidense. “El dinero se gastará en beneficio del pueblo venezolano.
Es una forma de dividir los ingresos para que no haya un colapso sistémico mientras avanzamos en esta recuperación y transición”. La segunda parte, la recuperación económica, en su opinión se enfoca en “garantizar el regreso de las petroleras occidentales bajo reglas claras y supervisión externas”, mientras se da un proceso “de reconciliación nacional, para que las fuerzas de la oposición puedan ser amnistiadas y liberadas de las cárceles, o repatriadas al país, y comiencen a reconstruir la sociedad civil”.
La transición política, la última de las fases, depende, en su opinión del “pueblo venezolano; “hay precedentes. Puedo mencionar varios ejemplos, como España o Paraguay, lugares donde hubo una transición de un régimen autocrático a una democracia y llevó tiempo”.
Estados Unidos, durante todo este proceso, se reserva la opción de volver a invadir Venezuela si el gobierno de Delcy Rodríguez no coopera como desea Washington: “El presidente nunca desestima sus opciones como comandante en jefe para proteger el interés nacional de Estados Unidos”
De “protectorado” y ventas de petróleo “controladas”
En Venezuela, la Administración Trump se juega la posibilidad de exportar un modelo de intervención, a través del uso “quirúrgico” de la fuerza, para imponer términos y condiciones sin soldados en el terreno. La materialización de la “paz por la fuerza”, uno de los principios rectores de esta nueva doctrina, apuesta a que la amenaza de bombardeos, e invasiones y bloqueos, aleccione a Estados más débiles para que apliquen reformas favorables a los intereses de Washington.
Pero, el problema fundamental de esta política es su posibilidad de mantenerse en el tiempo; dada la debilidad interna que afronta el establishment, el Estado profundo estadounidense, minado de conflictos internos y estrategias geopolíticas que se desechan, una y otra vez. Un ejemplo de esta realidad es cómo la Corte Suprema de Estados Unidos desarmó la estructura legal de la aplicación de los aranceles, uno de los instrumentos de política exterior trumpista, por considerar que la invocación de la ley de Poderes de Emergencia por parte de Trump era ilegal. Desde esta lógica; los personeros de la Casa Blanca tienen una frenética narrativa que sobreactúa una especie de “control interno” de Venezuela y presenta como títeres a los miembros del gobierno de Delcy Rodríguez.
El cuerpo legal externo para ejercer este protectorado es la sustitución de las sanciones, y el embargo petrolero, por un complejo andamiaje de nuevas licencias del Departamento del Tesoro; la 30 A que permite a las empresas operar en puertos controlados por el Estado venezolano para exportar su producción petrolera, la 46 que autorizó a las “entidades estadounidenses a reanudar las compras, el transporte y la comercialización de crudo venezolano”, la 46A que permite pagar impuestos, tasas y permisos a “entidades estales venezolanas bloqueadas, la 47 que “autorizó la venta y exportación de diluyentes de origen estadounidense a Venezuela” para procesar su crudo extra pesado y poder transportarlo a sus puertos desde la Faja del Orinoco, la 48 que “permite a las empresas de servicios (como Halliburton o Schlumberger) proporcionar bienes, tecnología y software para la exploración y producción, la 49A que “permite a cualquier empresa de petróleo y gas negociar y firmar contratos para nuevas inversiones”, y la 50 que autoriza a British Petroleum, Chevron, Eni, Repsol y Shell “expandir sus operaciones e invertir en nuevos proyectos petroleros”.
Estas licencias estuvieron precedidas por la orden ejecutiva 14373, titulada “Salvaguardando los Ingresos Petroleros Venezolanos para el Bien de los Pueblos Estadounidense y Venezolano”, que establece que los fondos generados por las ventas de petróleo venezolano deben ser depositados en una cuenta del Tesoro estadounidense, protegida de los reclamos de los acreedores venezolanos afectados por la cesación de pagos de deuda declarada por el gobierno de Nicolás Maduro cuando se le prohibió en 2017 realizar transacciones financieras y acceder al mercado de deuda internacional. En la práctica, las primeras ventas de petróleo venezolano, almacenado en buques producto del bloqueo estadounidense, fueron comercializadas por empresas de materias prima, como Vitol y Trafigura, y sus ingresos depositados en cuentas bancarias en Qatar. El monto final, de mil millones de dólares, luego fue canalizado a Venezuela a través de bancos privados venezolanos, exentos de sanciones.
Entre otras condiciones leoninas de las licencias, está, por ejemplo, el hecho de que las licencias 46, 49 y 50 se rigen por la ley estadounidense y establecen prohibiciones, en algunos casos, a entidades que se rijan por las leyes de Cuba, Rusia, China, Corea del Norte e Irán o estén controladas, en algunos casos, por capitales de estos países en Estados Unidos o en Venezuela. El diseño de estas licencias busca bloquear las compras de petróleo venezolano, si no se dan a través de entidades seleccionadas por la Casa Blanca, también la expansión de las operaciones y nuevas inversiones de los capitales del “eje del mal”. Para el analista antichavista Federico Black; “en particular, la restricción sobre China es la más detallada. La licencia 46A prohíbe transacciones que involucren a cualquier entidad en Venezuela o Estados Unidos. que sea propiedad, esté controlada o forme una empresa mixta con una persona de la República Popular China. Esta medida busca desmantelar la influencia de la Corporación Nacional de Petróleo de China y otras petroleras chinas que habían ganado terreno mediante acuerdos de «petróleo por deuda» durante el gobierno de Maduro. La única excepción es que se permite la reventa de crudo venezolano a China siempre que la transacción sea realizada por una «entidad estadounidense establecida», asegurando que el margen comercial y el control del flujo financiero queden en manos de Estados Unidos”.
Un registro de los envíos petroleros, controlados por Estados Unidos, habla de que en enero el 35% del crudo venezolano fue comprado por refinerías de la Costa de El Golfo y un 19% por empresas chinas; 284.000 barriles por día y 156.000 por día respectivamente. Unos 2 millones fueron vendidos a Repsol para que fuese refinada por la empresa en España y otro tanto por la India e Israel a través de las comercializadoras de crudo. Mientras que los mil millones de dólares, producto de la venta de 50 millones de barriles venezolanos, fueron canalizados al sistema cambiario venezolano a través de los cuatro bancos privados venezolanos que lo recibieron desde las cuentas en Qatar controladas por Estados Unidos. El control del petróleo venezolano, además, le permitió a Trump lubricar un acuerdo con Reliance de la India, propiedad del magnate Mukesh Ambani, aliado de Narendra Moodi, para que abandone los envíos del crudo en la sombra de Rusia y adquiera oro negro venezolano. Moscú fue sustituida por petroleras estadounidenses, además, como principal fuente de diluyentes para sostener la producción petrolera venezolana.
Este esquema viene acompañado de una agresiva narrativa, diseminada a través de las principales agencias de noticias y medios corporativos, donde se difunde que el gobierno venezolana expulsa a médicos y agentes de seguridad de Cuba, recalibra sus relaciones exteriores con Rusia, Irán y China por pedido de Estados Unidos, y se prepara para entregar varios exfuncionarios chavistas pedidos por la Casa Blanca. Esto como una forma de sobre exponer a un chavismo que cumple a raja tabla los dictados de Washington para promover su desgaste interno, y exportar una imagen de dominio y control estadounidense para consumo en “otros países” y la política interna estadounidense.
Si la partida del trumpismo es de corto plazo para mostrar “logros” en Venezuela, la del chavismo es de mediano y largo plaza. Un repliegue estratégico donde se reconoce debilidades estructurales del circuito de acumulación periférica del capitalismo rentista petrolero venezolano; la sustitución, de facto, de la infraestructura paralegal que sostenía las exportaciones del crudo venezolano hacia destinos multipolares como China o Turquía. Buques fantasmas que apagaban sus teletransportadores en alta mar para esconder su carga, intermediarios que se embolsaban enormes cantidades de dinero y pagos en criptomonedas que fluían por las distintas plataformas de blockchain.
La invasión del 3 de enero desmontó, en la práctica, la incipiente infraestructura financiera, monetario y portuaria que conectaba el petróleo venezolano con los mercados asiáticos con enormes descuentos lesivos para la economía venezolana y la legitimidad del Estado venezolano. La multipolaridad, auspiciada por China y Rusia, no pudo defender en términos militares a uno de sus principales aliados en América Latina: el chavismo quedó en total soledad contra una de las mayores potencias de la historia de la humanidad y todo su poderío militar.
La hoja de ruta, promovida en su momento por Maduro, es reconectar el crudo venezolano a los mercados a través de las licencias dadas por el Tesoro estadounidense. Por eso, la reciente ley de hidrocarburos, sancionada por la Asamblea Nacional de Venezuela, abre las puertas para que todo el negocio petrolero, exploración, extracción, transporte, almacenamiento y comercialización, pueda hacerse por privados a través de los Convenios de Participación Productiva, creados con la ley antibloqueo para transferir activos petroleros de PDVSA a particulares para reactivar su producción. La legislación, que por primera vez retira a la estatal PDVSA de su centralidad en el negocio, también baja los impuestos y regalías, según lo considere el Ejecutivo, para los “campos verdes”, los proyectos petroleros que necesiten ser iniciados de cero.
Hay varios aspectos que demuestran una coordinación explicita entre las licencias y esta ley de hidrocarburos; como la posibilidad de que operadores privados de empresas mixtas, entre PDVSA y particulares como Chevron, puedan comercializar el crudo venezolano y colocar las ganancias en una cuenta en el extranjero, una facultad que antes solo era permitida para la estatal petrolera. También en uno de sus artículos permite que los nuevos contratos petroleros puedan regirse por el arbitraje internaciona; es decir, las leyes estadounidenses tal y como señalan todas las licencias del Departamento del Tesoro. Para Chris Wright, secretario de Energía de Estados Unidos, sin embargo, los cambios de las leyes de hidrocarburos “no fueron lo suficientemente amplios para fomentar grandes flujos de capital, pero el diálogo continúa”.
La apuesta del chavismo parece ser negociar, por la fuerza, su “antiimperialismo” a cambio de reconectar al Estado venezolana a los mercados internacionales sin ceder el poder político. Un juego sinuoso que requiere de un tiempo considerable para recoger los frutos políticos de un eventual regreso de, al menos, una mínima bonanza que la estructura del gobierno pueda traducir en bienestar a través de los ingresos petroleros canalizados por dos fondos soberanos, creados por el chavismo para recomponer el salario y reconstruir la infraestructura pública. Según una encuesta, hecha por Gold Glove Counsilting del exfuncionario estadounidense Mark Feierstein, un 60% de los venezolanos están más preocupados por el costo de vida que por otros temas como la corrupción, el crimen y la “democracia”. Desde allí, el chavismo gobernante tiene posibilidad de reestructurar su coalición en un país presidencialista donde no existe la segunda vuelta en una eventual nueva elección.
El punto de fricción, por ello, es la semántica de la “reconciliación nacional” y la “transición política”; los términos de la nueva “pax bélica” impuesta desde el exterior. La sanción de una Ley de Amnistía es un ejemplo de la reversión que hace el oficialismo del punto tres del plan estadounidense; los hechos comprenden la “comisión de delitos políticos o conexos” por episodios como el golpe de Estado de 2002, el paro petrolero de 2003, las guarimbas de 2007, 2009, 2013, 2014, 2017, 2019, las actuaciones de la Asamblea Nacional para apoyar la presidencia paralela de Juan Guaidó, y las protestas contra los resultados de 2024. Quedan exentos, por ejemplo, los delitos relacionados a violaciones de derechos humanos, crímenes de guerra, tráfico de guerra, homicidio intencional, y corrupción; lo que en la práctica deja fuera a los militares, y civiles, involucrados en intentos de golpes de Estado, el fallido magnicidio contra Nicolás Maduro en 2018, asaltos a fuertes militares, y la operación Gedeón de 2020 realizada por exuniformados y mercenarios estadounidenses para detener a Maduro. También quienes pidieron sanciones y una intervención militar en el país. La Comisión a carga de monitorear la aplicación de esta ley queda compuesta, además, por una mayoría chavista y un puñado de opositores, de acuerdo a la composición de la Asamblea Nacional elegida después de un boicot electoral organizado por el sector que lidera María Corina Machado.
Esta “reconciliación”, en la opinión de este escriba, obvia cuestiones importantes que darían más solidez a una renovada convivencia democrática; como la creación de una justicia transicional que aborde las denuncias de violaciones de derechos humanos contra agentes del Estado, las arbitrariedades de la justicia venezolana, y una reforma del sistema político que establezca cuotas de poder para salir del actual juego de suma cero en el que gana se lleva todo, y el que pierde, se queda con nada. Sin embargo, plantea con claridad que en la nueva “pax bélica” no hay espacio para María Corina Machado, ni para los sectores que desde el exterior promovieron la invasión de Venezuela. Uno de los objetivos del oficialismo, por eso, es poner como eventual obstáculo del nuevo ciclo económico, y el nuevo momento político venezolano, a este sector que cuenta con una (sobre) representación de los opositores. Según la propia Delcy Rodríguez; “hay sectores dando lectura incorrecta de la ley de amnistía y del proceso de convivencia; lo miden desde una derrota político-partidista. El 3 de enero perdió Venezuela; todos perdimos. No hubo ganador. Ya tienen planes, y en su debida oportunidad los voy a mostrar al país para que se sepa quiénes, desde un lujoso hotel en los Estados Unidos o en Europa, pretenden descarrilar este proceso, pretenden perturbar el camino de la tranquilidad y la paz en Venezuela”. Para la presidenta encargada, además, una convocatoria de nuevos comicios “implica también un país libre de sanciones”.
El judo que practica el chavismo, para reversionar el plan estadounidense de tres “pasos”, es posible que se defina por varios pulsos internos, como el de la Ley de Amnistía, eventuales planes desestabilizadores del sector de Corina Machado, y un desenlace electoral. También, por supuesto, está sujeto a los vaivenes de la política interna estadounidense; la posibilidad de que Trump quede como un “pato rengo” después de las elecciones intermedias y su despliegue militar en El Caribe pierda fuerza y respaldo interno. Al final, y al cabo, la nueva Venezuela “tutelada” es un verdadero juego de tiempo, y paciencia, que moldeará los límites y las formas del nuevo modelo intervencionista del trumpismo en la región.
O sentenciará su fracaso.


