Poco fa il Ministero dell’Interno ha informato che dieci cittadini panamensi si trovano detenuti a Cuba, accusati di “propaganda contro l’ordine costituzionale”. Secondo le indagini, questo gruppo sarebbe stato contattato e pagato all’estero, con offerte che oscillano tra mille e millecinquecento dollari a testa, per entrare nell’isola, dipingere scritte di contenuto sovversivo durante la notte del 28 febbraio e fuggire rapidamente per incassare la ricompensa. Nessuno è riuscito a scappare e oggi affrontano un processo giudiziario nell’isola.
A prima vista, per alcuni potrebbe sembrare un’azione minore, quasi una marachella di cattivo gusto: dipingere slogan come “Abbasso la tirannia” o “Confidiamo in Donald Trump”. Un “semplice” atto vandalico. Tuttavia, sarebbe ingenuo, e storicamente miope, lasciare che questi stranieri se la cavino a buon mercato o sminuire l’importanza della questione. Perché quando si assumono forestieri ben pagati per venire a Cuba a destabilizzare, il rischio non è l’inchiostro, ma il sangue che di solito scorre dopo.
Per capire fino a che punto questo è pericoloso, basta solo ricordare ciò che accadde quando altri stranieri vennero all’Avana, anche loro assoldati e pagati, sebbene in quell’occasione il salario provenisse direttamente dalle casse dell’Agenzia Centrale di Intelligence (CIA).
Bombe con prezzi in dollari
Viaggiamo al 1997. Quell’anno, L’Avana fu bersaglio di un’ondata di attentati terroristici in hotel e luoghi turistici, una campagna progettata per soffocare l’incipiente industria turistica dell’isola. Dietro quell’operazione, come si dimostrò più tardi, c’era il terrorista internazionale Luis Posada Carriles, un agente della CIA che tesseva le sue reti da El Salvador e Miami. E in quella rete c’erano nomi propri di diverse nazionalità: il salvadoregno Ernesto Cruz León, il guatemalteco Raúl Ernesto Cruz León (conosciuto come “El Gordo”) e altri mercenari centroamericani che, come pezzi di un ingranaggio sinistro, eseguirono gli ordini dei loro mandanti.
Fu precisamente Ernesto Cruz León, di nazionalità salvadoregna, che il 4 settembre 1997, seguendo gli ordini di Posada Carriles, collocò una bomba nella hall dell’Hotel Copacabana, nel quartiere
avanese di Miramar. L’ordigno, nascosto in un posacenere di metallo, esplose poco dopo mezzogiorno. La scheggia tagliò la vita di Fabio Di Celmo, un giovane italiano di 32 anni che stava bevendo un bicchiere al bar con il suo amico Enrico Gollo. L’esplosione lo colpì in pieno al collo, recidendogli la giugulare. Il suo amico avrebbe descritto dopo, con la voce rotta, l’immagine di Fabio coperto di sangue e una grande pozza che cresceva intorno a lui mentre cercavano di portarlo in una clinica.
Non fu un incidente né un “danno collaterale” accettabile. Fu un atto di terrorismo pagato dall’estero, pianificato con freddezza ed eseguito da mercenari che, come i dieci panamensi di oggi, vennero a Cuba con una missione e la promessa di un bottino. La differenza è che quella volta l’incarico non era dipingere un muro, ma uccidere. E uccisero.
Fabio Di Celmo divenne il volto innocente di una guerra sporca che, per decenni, ha utilizzato stranieri per seminare il caos nell’isola. Luis Posada Carriles, che poi avrebbe vantato l’attentato in un’intervista al The New York Times, morì libero e a Miami, mentre gli esecutori materiali scontarono lunghe condanne nelle prigioni cubane.
Ora, ventinove anni dopo quella bomba, assistiamo a un nuovo episodio che, sebbene di minore scala, accende gli stessi allarmi.
Casualità che forse non sono tanto casuali
Pochi giorni prima che questi dieci panamensi fossero sorpresi con le latte di vernice in mano, Cuba ha sventato un tentativo di infiltrazione armata per via marittima. Il 25 febbraio, un gommone veloce proveniente dagli USA ha tentato di penetrare in acque cubane. Il risultato fu uno scontro a fuoco dove quattro degli occupanti morirono e sei furono catturati, e fu sequestrato un arsenale che includeva 14 fucili d’assalto, 11 pistole, un fucile a canna liscia Winchester calibro 12 e 12.846 munizioni di vari calibri. Le autorità identificarono gli assalitori come esuli cubani legati a gruppi controrivoluzionari che progettavano attacchi contro unità militari.
Le autorità cubane, fino ad ora, non hanno suggerito alcun legame tra il tentativo armato e i pittori panamensi arrestati giorni dopo. Tuttavia, non abbiamo nulla che ci faccia pensare che non lo sia. Sarebbe una casualità quanto meno strana che entrambi i fatti fossero isolati nel tempo. Ancor più se si tiene conto che tutto questo è successo giusto dopo che è andata in onda un’edizione speciale del programma Razones de Cuba, dove si denunciava con dovizia di particolari la preparazione di operazioni di destabilizzazione contro l’isola, incluso il modus operandi del reclutamento di mercenari e il finanziamento esterno.
È forse così campato in aria pensare che gli stessi che finanziano e armano commandos per attaccare via mare, paghino anche un gruppo per generare una matrice di opinione avversa dall’interno, con slogan d’odio dipinti sui muri? La storia recente di Cuba è piena di “casualità” che, alla fine, risultarono essere ingranaggi di una stessa macchina destabilizzante. Il terrorismo non è solo quello che uccide con le bombe, ma anche quello che prepara il terreno psicologico per giustificare un intervento o per logorare l’avversario tramite la propaganda.
Per ora, non ci sono prove che leghino i dieci panamensi con i commandos armati intercettati in mare. Ma come ci ha insegnato l’amara esperienza del Copacabana e di tanti altri hotel, nella guerra non convenzionale contro Cuba, le casualità sono di solito la firma degli stessi mandanti intellettuali. E mentre le autorità indagano, la cittadinanza farebbe bene a non dimenticare che ciò che oggi è uno scritta, domani potrebbe essere la miccia di una bomba. Perché quando altri stranieri vennero all’Avana pagati dalla CIA, non vennero a dipingere: vennero a uccidere, e lasciarono una scia di sangue che ancora non si è cancellata.
De cuando otros extranjeros vinieron a La Habana
Hace poco el Ministerio del Interior informó que diez ciudadanos panameños se encuentran detenidos en Cuba, acusados de «propaganda contra el orden constitucional». Según las investigaciones, este grupo habría sido contactado y pagado en el exterior, con ofrecimientos que rondan entre mil y mil quinientos dólares por cabeza, para ingresar a la isla, pintar letreros de contenido subversivo durante la madrugada del 28 de febrero y huir rápidamente para cobrar su recompensa. Ninguno logró escapar y hoy enfrentan un proceso judicial en la isla.
A simple vista, para algunos podría parecer una acción menor, casi una travesura de mal gusto: pintar consignas como «Abajo la tiranía» o «Confiamos en Donald Trump». Un «simple» acto vandálico. Sin embargo, sería ingenuo, e históricamente miope, dejar a estos extranjeros a sus anchas o restarle importancia al asunto. Porque cuando se contrata a forasteros bien pagados para venir a Cuba a desestabilizar, el riesgo no es la tinta, sino la sangre que suele correr después.
Para entender hasta qué punto esto es peligroso, solo hay que recordar lo que sucedió cuando otros extranjeros vinieron a La Habana, también contratados y pagados, aunque en aquella ocasión el salario provenía directamente de las arcas de la Agencia Central de Inteligencia (CIA).
Bombas con precios en dólares
Viajemos a 1997. Aquel año, La Habana fue blanco de una ola de atentados terroristas en hoteles y lugares turísticos, una campaña diseñada para asfixiar la incipiente industria turística de la isla. Detrás de esa operación, como se demostraría más tarde, estaba el terrorista internacional Luis Posada Carriles, un agente de la CIA que tejía sus redes desde El Salvador y Miami. Y en esa red había nombres propios de diversas nacionalidades: el salvadoreño Ernesto Cruz León, el guatemalteco Raúl Ernesto Cruz León (conocido como «El Gordo») y otros mercenarios centroamericanos que, como piezas de un engranaje siniestro, ejecutaron las órdenes de sus pagadores.
Fue precisamente Ernesto Cruz León, de nacionalidad salvadoreña, quien el 4 de septiembre de 1997, siguiendo las órdenes de Posada Carriles, colocó una bomba en el lobby del Hotel Copacabana, en el barrio habanero de Miramar. El artefacto, escondido en un cenicero de metal, estalló pasadas las doce del mediodía. La metralla segó la vida de Fabio Di Celmo, un joven italiano de 32 años que tomaba una copa en el bar con su amigo Enrico Gollo. La explosión lo alcanzó de lleno en el cuello, seccionándole la yugular. Su amigo describiría después, con la voz rota, la imagen de Fabio cubierto en sangre y un gran charco que crecía a su alrededor mientras intentaban llevarlo a una clínica.
No fue un accidente ni un «daño colateral» asumible. Fue un acto de terrorismo pagado desde el extranjero, planeado con frialdad y ejecutado por mercenarios que, como los diez panameños de hoy, vinieron a Cuba con una misión y la promesa de un botín. La diferencia es que aquella vez el encargo no era pintar una pared, sino matar. Y mataron.
Fabio Di Celmo se convirtió en el rostro inocente de una guerra sucia que, durante décadas, ha utilizado a foráneos para sembrar el caos en la isla. Luis Posada Carriles, quien después presumiría del atentado en una entrevista con The New York Times, murió libre y en Miami, mientras que los autores materiales cumplieron largas condenas en prisiones cubanas.
Ahora, veintinueve años después de aquella bomba, asistimos a un nuevo episodio que, aunque de menor escala, enciende las mismas alarmas.
Casualidades que a lo mejor no son tan casuales
Unos pocos días antes de que estos diez panameños fueran sorprendidos con los botes de pintura en la mano, Cuba frustró un intento de infiltración armada por vía marítima. El 25 de febrero, una lancha rápida procedente de Estados Unidos intentó penetrar en aguas cubanas. El resultado fue un enfrentamiento a tiros donde cuatro de los ocupantes murieron y seis fueron capturados, incautándose un arsenal que incluía 14 fusiles de asalto, 11 pistolas, una escopeta Winchester calibre 12 y 12,846 municiones de diversos calibres. Las autoridades identificaron a los asaltantes como exiliados cubanos vinculados a grupos contrarrevolucionarios que planeaban ataques contra unidades militares.
Las autoridades cubanas, hasta el momento, no han sugerido ningún vínculo entre la intentona armada y los pintores panameños detenidos días después. Sin embargo, no tenemos nada que nos haga pensar que no lo sea. Sería una casualidad cuando menos extraña que ambos hechos estuvieran aislados en el tiempo. Más aún si se tiene en cuenta que todo esto sucedió justo después de que saliera al aire una edición especial del programa Razones de Cuba, donde se denunciaba con lujo de detalle la preparación de operaciones de desestabilización contra la isla, incluyendo el modus operandi del reclutamiento de mercenarios y el financiamiento externo.
¿Acaso es descabellado pensar que los mismos que financian y arman a comandos para atacar por mar, también paguen a un grupo para generar una matriz de opinión adversa desde dentro, con consignas de odio pintadas en las paredes? La historia reciente de Cuba está plagada de «casualidades» que, al final, resultaron ser engranajes de una misma maquinaria desestabilizadora. El terrorismo no es solo el que mata con bombas, sino también el que prepara el terreno psicológico para justificar una intervención o para desgastar al adversario desde la propaganda.
Por ahora, no hay pruebas que vinculen a los diez panameños con los comandos armados interceptados en el mar. Pero como nos ha enseñado la amarga experiencia del Copacabana y de tantos otros hoteles, en la guerra no convencional contra Cuba, las casualidades suelen ser la firma de los mismos autores intelectuales. Y mientras las autoridades investigan, la ciudadanía haría bien en no olvidar que lo que hoy es un letrero, mañana podría ser la mecha de una bomba. Porque cuando otros extranjeros vinieron a La Habana pagados por la CIA, no vinieron a pintar: vinieron a matar, y dejaron un rastro de sangre que aún no se ha borrado.

