In un articolo pubblicato su Foreign Affairs all’inizio di febbraio, l’internazionalista USA Stephen M. Walt propone una formula precisa per descrivere la politica estera di Donald Trump nel suo secondo mandato: “Egemonia predatoria“. Questo è il concetto che organizza il suo testo, “L’egemone predatore: come Trump esercita il potere statunitense”, un intervento che proviene da una delle voci più riconosciute del pensiero strategico negli USA.
Il profilo accademico e la traiettoria di Walt lo collocano in prima linea nel dibattito sulle relazioni internazionali negli USA: Harvard lo presenta come uno dei suoi professori centrali in affari internazionali, e Foreign Affairs lo identifica inoltre come “uno dei principali sostenitori della scuola neorealista delle relazioni internazionali”. Si tratta cioè di un autore iscritto alla tradizione realista, una corrente che pone l’accento sul potere, l’equilibrio tra grandi potenze e i limiti materiali dell’azione estera.
In questo senso, il suo testo serve a mostrare che esistono critiche serie e di alto livello all’interno dello stesso campo strategico USA, sebbene queste critiche non rompano con la matrice egemonista di fondo.
Come Walt vede la politica estera di Trump
Il concetto centrale dell’articolo di Stephen Walt è quello di “egemonia predatoria”, una formula con cui tenta di catturare la logica che, a suo giudizio, organizza la politica estera di Donald Trump nel suo secondo mandato. Secondo l’autore, la strategia internazionale dell’attuale amministrazione è orientata a “utilizzare la posizione privilegiata di Washington per estrarre concessioni, tributi e dimostrazioni di deferenza sia dagli alleati che dagli avversari”.
Questa forma di esercitare il potere USA risponde a una logica transazionale e a somma zero, in cui ogni interazione internazionale è uno scambio in cui una parte vince e l’altra perde. In questo schema, un accordo che avvantaggi maggiormente gli USA è preferibile anche se riduce i benefici totali per tutte le parti. Come riassume l’autore nel descrivere questa logica di potere: “Il mio è mio, e il tuo è negoziabile”.
Walt distingue questa dinamica da altre fasi dell’esercizio dell’egemonia USA. Durante la Guerra Fredda, Washington agì in molti casi come un egemone relativamente benevolo, sostenendo la ricostruzione economica dei suoi alleati e costruendo istituzioni multilaterali che permettevano di gestire la cooperazione internazionale. Persino nella fase unipolare successiva al crollo dell’Unione Sovietica, quando gli USA si imbarcarono in costose operazioni militari e in progetti di espansione dell’ordine liberale, l’obiettivo dichiarato rimaneva quello di sostenere un sistema internazionale che generasse benefici anche per i suoi soci.
La logica che Walt descrive per il momento attuale è diversa. Sotto l’amministrazione Trump, gli USA utilizzano il loro potere economico, militare e finanziario per fare pressione su altri Paesi — alleati inclusi — affinché accettino termini che favoriscano unilateralmente Washington. Questa pressione può assumere forme diverse: sanzioni economiche, minacce tariffarie, condizionamenti in materia di sicurezza o richieste politiche dirette.
In questo senso Walt sottolinea che ciò che distingue un’egemonia predatoria da altre forme di dominazione è la sua disponibilità ad applicare questa logica estrattiva in modo generalizzato: “Una potenza egemonica predatoria ha la stessa probabilità di sfruttare i suoi soci che di approfittarsi di un rivale”.
L’autore segnala che questo approccio si riflette in diversi fronti della politica estera di Trump. Tra questi menziona l’uso sistematico di dazi per forzare concessioni economiche o politiche, il collegamento tra protezione militare e richieste commerciali, il disprezzo per norme e istituzioni multilaterali, e la pressione diretta sugli alleati affinché adottino posizioni allineate con gli interessi di Washington.
Per Walt, queste pratiche rispondono sia allo stile personale di Trump che alla sua convinzione che gli USA possiedano un’influenza strutturale quasi illimitata nel sistema internazionale. Tuttavia, l’accademico avverte che questa percezione ignora un fatto centrale dello scenario globale contemporaneo: il mondo non è più unipolare e altre potenze hanno capacità sufficiente per offrire alternative alla pressione USA.
Per questa ragione, l’argomento centrale dell’articolo è che questa strategia, sebbene possa produrre benefici tattici nel breve termine, finisce per indebolire le stesse basi del potere USA.
Una critica al trumpismo dal pensiero strategico USA
Gli argomenti di Walt si inscrivono nella tradizione realista delle relazioni internazionali, una delle correnti più influenti nel pensiero strategico USA. Walt è professore di Affari Internazionali alla Harvard Kennedy School, dove ha sviluppato gran parte della sua carriera accademica, ed è ampiamente riconosciuto come uno degli esponenti contemporanei più importanti del neorealismo.
Da questa prospettiva, il potere rimane l’elemento centrale della politica mondiale, ma il suo uso deve essere guidato dalla prudenza strategica e da una valutazione realistica delle capacità e dei limiti di ogni Stato. A differenza di approcci più ideologici, come la promozione globale del liberalismo democratico che ha caratterizzato parte della politica estera USA dopo la fine della Guerra Fredda, il realismo tende a privilegiare la stabilità dell’equilibrio di potere, la moderazione nell’uso della forza e la protezione degli interessi nazionali a lungo termine.
In questo quadro, la critica di Walt a Donald Trump si basa sul fatto che lo stile di politica estera del presidente sta erodendo gli strumenti che storicamente hanno permesso a Washington di sostenere la sua influenza globale. La strategia attuale risulta particolarmente problematica in un contesto internazionale segnato dal ritorno della competizione tra grandi potenze. “Non è adeguata per un mondo con varie grandi potenze in competizione”, avverte Walt nel descrivere la logica dell’egemonia predatoria.
Il problema, secondo l’autore, è che le pressioni economiche, l’uso coercitivo dei legami commerciali e il deterioramento delle alleanze tradizionali possono incentivare altri paesi a ridurre la loro dipendenza dagli USA. In un sistema internazionale sempre più multipolare, questa dinamica apre spazi affinché rivali strategici, specialmente la Cina, amplino il loro margine di manovra.
“La multipolarità offre ad altri stati meccanismi per ridurre la loro dipendenza dagli USA”: da questa prospettiva, il potere USA è stato storicamente più efficace quando veniva esercitato con una certa moderazione, combinando la capacità coercitiva con reti di cooperazione che rendevano più allettante allinearsi con Washington piuttosto che con i suoi competitori. Questa combinazione di potere duro, legittimità istituzionale e alleanze stabili è stata, per decenni, una delle basi centrali dell’influenza globale statunitense.
La strategia che Walt attribuisce all’amministrazione Trump, invece, persegue benefici immediati a costo di indebolire queste stesse strutture di influenza. Dando priorità ad accordi bilaterali coercitivi, facendo pressione economica sugli alleati e disprezzando le istituzioni multilaterali, la politica estera USA corre il rischio di erodere le reti di cooperazione che per decenni hanno ampliato la sua capacità di azione internazionale.
Da qui il suo avvertimento più generale sulle conseguenze strategiche di questo approccio: “L’egemonia predatoria racchiude i semi della propria distruzione”.
Una strategia a favore della supremazia USA?
Nella parte finale del suo articolo, Stephen Walt sposta la discussione dalla definizione dell'”egemonia predatoria” verso i suoi effetti cumulativi. Il suo argomento è che il problema della politica estera di Trump eccede la sua aggressività o il suo stile personale, e questo metodo finisce per erodere gli stessi strumenti su cui si è retto il potere globale degli USA.
Walt presta particolare attenzione a un aspetto che appare meno nelle analisi convenzionali: l’esigenza di sottomissione simbolica da parte di Washington. Nella sua descrizione, l’amministrazione Trump non solo fa pressione con dazi, sanzioni o minacce di ritiro militare, ma esige inoltre da alleati e partner atti pubblici di deferenza, elogi e lealtà personale. Questa dimensione rituale del potere alimenta risentimenti e rende politicamente più costoso per altri governi continuare a essere allineati con gli USA.
A partire da ciò, Walt sottolinea che l’abuso di potere può produrre obbedienza tattica, ma non lealtà duratura. Alcuni governi possono cedere nel breve termine, posporre conflitti o accettare condizioni imposte da Washington. Allo stesso tempo, cominciano a cercare margini di autonomia, mercati alternativi e nuovi accordi strategici. In questa logica, l’egemonia predatoria rende più fragile la posizione USA.
Un altro aspetto rilevante della conclusione è la critica di Walt al bilateralismo coercitivo come metodo di amministrazione globale. La sua tesi è che una potenza che rinuncia a regole e istituzioni multilaterali per negoziare paese per paese finisce per rimanere intrappolata in una dinamica inefficiente e difficile da sostenere. Supervisionare il rispetto di decine di accordi asimmetrici, imporre punizioni selettive e mantenere tutti gli attori in stato di subordinazione permanente richiede risorse crescenti e, inoltre, incentiva la simulazione, l’inadempimento e la ricerca di alternative.
In questo punto, l’articolo introduce con maggiore determinazione il ruolo della Cina. Walt sostiene che la condotta di Washington facilita che Pechino si presenti come un’opzione più stabile e prevedibile per molti Paesi. La Cina continua ad agire in funzione dei propri interessi, ma degli USA sempre più arbitrari ed estrattivi rendono relativamente più attraente qualsiasi alternativa che offra prevedibilità.
Questo spostamento è uno degli effetti più importanti della strategia trumpista. Si tratta non solo di un’erosione della posizione USA, ma di un’erosione graduale delle reti di influenza che Washington ha costruito per decenni. In questo punto, l’autore ricorre a una formula che sintetizza bene il suo avvertimento: l’influenza globale USA potrebbe declinare “gradualmente e poi improvvisamente”.
Questa conclusione permette di comprendere con maggiore precisione il luogo da cui Walt formula la sua critica. Walt non sta denunciando l’esercizio della supremazia USA né proponendo di abbandonare il ruolo centrale di Washington nel sistema internazionale. Il suo punto è un altro: la forma trumpista di amministrare questa primazia — basata su coercizione, improvvisazione, umiliazione degli alleati e guadagni di breve termine — può convertire una posizione di potere ancora eccezionale in una piattaforma di logoramento strategico.
Trump y la lógica de la hegemonía depredadora
En un artículo publicado en Foreign Affairs a comienzos de febrero el internacionalista estadounidense Stephen M. Walt propone una fórmula precisa para describir la política exterior de Donald Trump en su segundo mandato: “Hegemonía depredadora”. Ese es el concepto que organiza su texto, “El hegemón depredador: cómo Trump ejerce el poder estadounidense”, una intervención que proviene de una de las voces más reconocidas del pensamiento estratégico en Estados Unidos.
El perfil académico y la trayectoria de Walt lo ubican en la primera línea del debate sobre relaciones internacionales en Estados Unidos: Harvard lo presenta como uno de sus profesores centrales en asuntos internacionales, y Foreign Affairs lo identifica además como “uno de los principales defensores de la escuela neorrealista de relaciones internacionales”. Es decir, se trata de un autor inscrito en la tradición realista, una corriente que pone el acento en el poder, el equilibrio entre grandes potencias y los límites materiales de la acción exterior.
En ese sentido, su texto sirve para mostrar que existen críticas serias y de alto nivel dentro del propio campo estratégico estadounidense, aunque esas críticas no rompan con la matriz hegemonista de fondo.
Cómo Walt ve la política exterior de Trump
El concepto central del artículo de Stephen Walt es el de “hegemonía depredadora”, una fórmula con la que intenta capturar la lógica que, a su juicio, organiza la política exterior de Donald Trump en su segundo mandato. Según el autor, la estrategia internacional de la actual administración se orienta a “utilizar la posición privilegiada de Washington para extraer concesiones, tributos y muestras de deferencia tanto de aliados como de adversarios”.
Esta forma de ejercer el poder estadounidense responde a una lógica transaccional y de suma cero, en la que cada interacción internacional es un intercambio en la que una parte gana y la otra pierde. En ese esquema, un acuerdo que beneficie más a Estados Unidos es preferible incluso si reduce los beneficios totales para todas las partes. Como resume el autor al describir esa lógica de poder: “Lo mío es mío, y lo tuyo es negociable”.
Walt distingue esta dinámica de otras etapas del ejercicio de la hegemonía estadounidense. Durante la Guerra Fría, Washington actuó en muchos casos como un hegemón relativamente benevolente, apoyando la reconstrucción económica de sus aliados y construyendo instituciones multilaterales que permitían gestionar la cooperación internacional. Incluso en la etapa unipolar posterior a la caída de la Unión Soviética, cuando Estados Unidos se embarcó en intervenciones militares costosas y en proyectos de expansión del orden liberal, el objetivo declarado seguía siendo sostener un sistema internacional que también generara beneficios para sus socios.
La lógica que describe Walt para el actual momento es diferente. Bajo la administración Trump, Estados Unidos utiliza su poder económico, militar y financiero para presionar otros países —aliados incluidos— a aceptar términos que favorezcan unilateralmente a Washington. Esa presión puede adoptar distintas formas: sanciones económicas, amenazas arancelarias, condicionamientos en materia de seguridad o exigencias políticas directas.
En ese sentido Walt subraya que lo que distingue a una hegemonía depredadora de otras formas de dominación es su disposición a aplicar esa lógica extractiva de manera generalizada: “Una potencia hegemónica depredadora tiene la misma probabilidad de explotar a sus socios que de aprovecharse de un rival”.
El autor señala que este enfoque se refleja en varios frentes de la política exterior de Trump. Entre ellos menciona el uso sistemático de aranceles para forzar concesiones económicas o políticas, la vinculación entre protección militar y exigencias comerciales, el desprecio por normas e instituciones multilaterales, y la presión directa sobre aliados para que adopten posiciones alineadas con los intereses de Washington.
Para Walt, estas prácticas responden tanto al estilo personal de Trump como a su convicción de que Estados Unidos posee una influencia estructural casi ilimitada en el sistema internacional. Sin embargo, el académico advierte que esa percepción ignora un hecho central del escenario global contemporáneo: el mundo ya no es unipolar y otras potencias cuentan con capacidad suficiente para ofrecer alternativas a la presión estadounidense.
Por esa razón, el argumento central del artículo es que esta estrategia, aunque pueda producir beneficios tácticos en el corto plazo, termina debilitando las propias bases del poder estadounidense.
Una crítica al trumpismo desde el pensamiento estratégico estadounidense
Los argumentos de Walt se inscriben en la tradición realista de las relaciones internacionales, una de las corrientes más influyentes en el pensamiento estratégico estadounidense. Walt es profesor de Asuntos Internacionales en la Harvard Kennedy School, donde ha desarrollado gran parte de su carrera académica, y es ampliamente reconocido como uno de los exponentes contemporáneos más destacados del neorrealismo.
Desde esa perspectiva, el poder sigue siendo el elemento central de la política mundial, pero su uso debe estar guiado por la prudencia estratégica y por una evaluación realista de las capacidades y límites de cada Estado. A diferencia de enfoques más ideológicos, como la promoción global del liberalismo democrático que marcó parte de la política exterior estadounidense tras el fin de la Guerra Fría, el realismo tiende a privilegiar la estabilidad del equilibrio de poder, la moderación en el uso de la fuerza y la protección de los intereses nacionales a largo plazo.
En ese marco, la crítica de Walt a Donald Trump se basa en que el estilo de política exterior del presidente está erosionando los instrumentos que históricamente han permitido a Washington sostener su influencia global. La estrategia actual resulta particularmente problemática en un contexto internacional marcado por el retorno de la competencia entre grandes potencias. “No es adecuada para un mundo con varias grandes potencias en competencia”, advierte Walt al describir la lógica de la hegemonía depredadora.
El problema, según el autor, es que las presiones económicas, el uso coercitivo de los vínculos comerciales y el deterioro de las alianzas tradicionales pueden incentivar a otros países a reducir su dependencia de Estados Unidos. En un sistema internacional cada vez más multipolar, esa dinámica abre espacios para que rivales estratégicos, especialmente China, amplíen su margen de maniobra.
“La multipolaridad ofrece a otros estados mecanismos para reducir su dependencia de Estados Unidos”: desde esta perspectiva, el poder estadounidense ha sido históricamente más efectivo cuando se ejercía con cierta moderación, combinando la capacidad coercitiva con redes de cooperación que hacían más atractivo alinearse con Washington que con sus competidores. Esa combinación de poder duro, legitimidad institucional y alianzas estables fue, durante décadas, una de las bases centrales de la influencia global estadounidense.
La estrategia que Walt atribuye a la administración Trump, en cambio, persigue beneficios inmediatos a costa de debilitar esas mismas estructuras de influencia. Al priorizar acuerdos bilaterales coercitivos, presionar económicamente a aliados y despreciar instituciones multilaterales, la política exterior estadounidense corre el riesgo de erosionar las redes de cooperación que durante décadas ampliaron su capacidad de acción internacional.
De allí su advertencia más general sobre las consecuencias estratégicas de este enfoque: “La hegemonía depredadora encierra las semillas de su propia destrucción”.
¿Una estrategia a favor de la primacía estadounidense?
En la parte final de su artículo Stephen Walt desplaza la discusión desde la definición de la “hegemonía depredadora” hacia sus efectos acumulativos. Su argumento es que el problema de la política exterior de Trump excede su agresividad o su estilo personal, y ese método termina erosionando los propios instrumentos sobre los que se ha sostenido el poder global de Estados Unidos.
Walt presta especial atención a un aspecto que aparece menos en los análisis convencionales: la exigencia de sumisión simbólica por parte de Washington. En su descripción, la administración Trump no solo presiona con aranceles, sanciones o amenazas de retirada militar sino que además exige de aliados y socios actos públicos de deferencia, elogios y lealtad personal. Esa dimensión ritual del poder alimenta resentimientos y vuelve más costoso políticamente para otros gobiernos seguir alineados con Estados Unidos.
A partir de ahí Walt subraya que el abuso de poder puede producir obediencia táctica, pero no lealtad duradera. Algunos gobiernos pueden ceder en el corto plazo, posponer conflictos o aceptar condiciones impuestas por Washington. Al mismo tiempo, comienzan a buscar márgenes de autonomía, mercados alternativos y nuevos arreglos estratégicos. En esa lógica, la hegemonía depredadora vuelve más frágil la posición de Estados Unidos
Otro aspecto relevante del cierre es la crítica de Walt al bilateralismo coercitivo como método de administración global. Su planteamiento es que una potencia que renuncia a reglas e instituciones multilaterales para negociar país por país termina atrapada en una dinámica ineficiente y difícil de sostener. Supervisar el cumplimiento de decenas de acuerdos asimétricos, imponer castigos selectivos y mantener a todos los actores en estado de subordinación permanente demanda recursos crecientes y, además, incentiva la simulación, el incumplimiento y la búsqueda de alternativas.
En este punto, el artículo introduce con mayor determinación el papel de China. Walt sostiene que la conducta de Washington facilita que Beijing se presente como una opción más estable y predecible para muchos países. China sigue actuando en función de sus propios intereses, pero un Estados Unidos cada vez más arbitrario y extractivo vuelve relativamente más atractiva cualquier alternativa que ofrezca previsibilidad.
Ese desplazamiento es uno de los efectos más importantes de la estrategia trumpista. Se trata no solo de una erosión de la posición estadounidense, sino de una erosión paulatina de las redes de influencia que Washington construyó durante décadas. En ese punto, el autor recurre a una fórmula que sintetiza bien su advertencia: la influencia global de Estados Unidos podría declinar “gradualmente y luego repentinamente”.
Ese cierre permite entender con mayor precisión el lugar desde el que Walt formula su crítica. Walt no está denunciando el ejercicio de la primacía estadounidense ni proponiendo abandonar el papel central de Washington en el sistema internacional. Su punto es otro: la forma trumpista de administrar esa primacía —basada en coerción, improvisación, humillación de aliados y ganancias de corto plazo— puede convertir una posición de poder todavía excepcional en una plataforma de desgaste estratégico.
