Cuba, una nuova Gaza all’orizzonte

Luis E. Sabini Fernández – Rebelión

https://revistafuturos.noblogs.org/

Gli USA, dalla loro presidenza, stanno dispiegando la loro politica costrittiva contro Cuba (tra molti altri obiettivi, trattati ugualmente e parallelamente).

È significativo il crescendo che Trump sta applicando contro Cuba. Un parallelo sorprendente con quello che Israele ha applicato e continua ad applicare contro Gaza in particolare e la Palestina in generale. In entrambi i casi, lo spogliatore si sente investito di titoli storici per tali appropriazioni. Perché il male si veste sempre di bontà e ogni supremazia si presenta come una mano tesa.

Sia il comportamento autocratico di Trump dalla presidenza USA ottenuta con l’appoggio, l’acquiescenza o la complicità di una massa di popolazione USA, sia quello dell’autocrazia sionista, esclusivismo razziale e razzista che usa come pretesto il mandato divino, hanno reso sempre più brutali i loro metodi per consolidare i rispettivi domini.

Quanto è accaduto negli ultimi tre anni nella Striscia di Gaza, e sempre più esteso al resto del territorio palestinese, ha costituito un genocidio da manuale che, grazie all’immediatezza mediatica e ad altri fattori contemporanei, è meglio documentato di altri genocidi come quello degli ebrei per mano dei nazisti durante la II Guerra Mondiale o quello degli armeni durante la Prima Guerra Mondiale nella Grande Turchia, genocidio che tra l’altro non è finito ma è in corso, combinando ora morte e sradicamento. Due modalità parziali e complementari per la pulizia della terra che i sionisti considerano sacra e propria, indiscutibilmente propria, consegnata, oh meraviglia!, da qualche entità che dovremmo intuire o dedurre come superiore. Tale operazione non è un semplice trasferimento; è ciò che gli ebrei religiosi sionisti chiamano una “redenzione” di quel suolo.

Due inizi: 1945 e 1948

L’Occidente è diventato la bandiera ideologica degli USA. In questo senso, l’Oriente potrebbe essere la sua controparte oppositrice, dato il gusto manifesto della cultura USA, modellata su purismi protestanti, per lo scontro “con il male” e per auto-presentarsi di conseguenza come “i buoni”. In questo modo, la fondamentale e dirompente analisi di Edward Said, Orientalismo, costituisce un’analisi completa degli orrori generati dall’AWOL (American Way of Life), che troppo spesso si è rivelato essere la “forma statunitense di morte” per tanti “altri”.

L’AWOL non è altro che la rappresentazione di “l’occidentale” come civiltà, ciò che rappresenta più compiutamente il progresso, l’ultima edizione, insomma, dell’Occidente, universalizzato a partire dal 1945. E con l’instaurazione, nel 1948, di uno stato puro, una società di design, un’ingegneria sociale a base biblica, nonostante l’ibridità di una tale confluenza, amparata in ciò che la poco affidabile IHRA definisce come “il genocidio” per antonomasia; lo stato ebraico di Israele. Conviviamo così con due supremazie quasi simultanee, 1945 e 1948, che a lungo andare sono confluite in un unico dominio.

I successivi errori militari degli USA successivi alla II Guerra Mondiale potrebbero darci un indizio di questa associazione. E lo spostamento dell’élite WASP all’interno degli USA da parte di quella ebraica (percepibile almeno dagli anni ’30 del XX secolo), anche.

USA: gigante dai piedi d’argilla

All’inizio degli anni ’90 vedemmo tutti chiaramente cadere un gigante dai piedi d’argilla; l’URSS.

E tutti pensammo, allora, alla vittoria del suo, a quel punto tradizionale, oppositore. Persino in una sorta di epifania, alcuni ideologi riuscirono a immaginare la fine della storia, alla quale saremmo arrivati… vivevano di rendita ed erano felici… (dimenticando che le pernici erano già praticamente sterminate…).

Nel 1942, nel pieno della II Guerra Mondiale, si tiene una conferenza mondiale sionista a New York, all’Hotel Biltmore, dove viene fissato per il sionismo il ruolo guida degli USA in quel mondo in guerra.

Con la vittoria degli Alleati nella II Guerra Mondiale e la creazione dello Stato di Israele, nutrito molto più dal sionismo colonizzatore del XIX secolo che dai fuggitivi e sopravvissuti del nazismo in nome dei quali fu invocata tale creazione, abbiamo coloro che si sentono portatori, in un caso della razza superiore e nell’altro della parola del loro dio, e a noi, al resto del mondo, tocca vederne i frutti.

La Palestina è stata trasformata nella sede di quella parola che si presenta come divina. Col tempo, vedremo il rovescio di tali dispiegamenti: un popolo sradicato, discriminato, e una convivenza assurda, abietta, tra una popolazione dominante, ebraica, e un’altra, abusata, maltrattata, discriminata in tutti gli ordini della vita sociale e quotidiana; per strada, nei trasporti (di persone o merci), nelle pratiche burocratiche per i viaggi più semplici. Una popolazione è diventata dispotica, abusiva; l’altra è diventata silenziosa, sebbene non sottomessa.

Sembra impossibile che uno stato, un esercito, una milizia, qualsiasi cosa fosse, sottoponga una popolazione a un tale trattamento e non succeda nulla; “che il mondo continui ad andare avanti”. Come se i nuovi cittadini, israeliani, avessero una licenza morale per fare e disfare nel nuovo stato, senza alcuna inibizione, senza freno morale né politico, dominando il nuovo stato senza ostacoli… come se avessero la licenza per espellere, spaventare, violentare, uccidere… come se si trattasse di una riserva di caccia… il territorio appena ottenuto.

L’ONU non si è mai occupata, istituzionalmente, di questi “eccessi”. In ogni caso ci sono stati, sì, esseri umani, come il Primo Alto Commissario designato dall’ONU, Folke Bernadotte, che hanno notato alcuni di questi pericoli e crimini e, volendo incanalare quella situazione, sono stati assassinati senza ulteriori formalità. Il sicario ha passato poche settimane in prigione, tanto a viso scoperto fu il suo atto, ma rapidamente divenne la guardia del corpo… del primo premier israeliano, David Ben Gurion.

L’impunità israeliana si è accentuata col tempo nel trattare gli abitanti secolari o millenari della “Nuova Israele”. Provocando la miseria di quella popolazione, la fame programmata e sostenuta nel tempo, le sparatorie frequenti che uccidono palestinesi quasi ogni giorno. Questo non scandalizza. Sembrerebbe che una patina di impunità protegga tali aberrazioni e mostruosità, normalizzandole (forse a forza di essere ripetute?).

Ciò che colpisce, quindi, ciò che rivela l’enorme gravità di questa metastasi della depredazione sociale è il silenzio successivo. Che tutto questo accada e non si senta quasi una protesta, una condanna. Salvo che da parte di persone, di giornalisti veritieri: Francesca Albanese, Olga Rodríguez, Teresa Aranguren e altri imprescindibili come Jonathan Cook, Chris Hedges, Ali Abunimah, Jeremy Hammond, Max Blumenthal, e siti come The Electronic Intifada, MiddleEastEye, La Base, rebelion.org, Unz Review, Kaosenlared e tanti, tanti altri, che nemmeno conosco. E perché ci sono molte più resistenze, come quella dei sudafricani che denunciano ciò che viene nascosto dai mass media e da “invenzioni” esplicitamente distorte come The Israel Project. E tante altre solidarietà dispiegate, come quella dei portuali italiani che si rifiutano di imbarcare o sbarcare prodotti da o per Israele e audacie non solo intellettuali ma materiali, come il comportamento ammirevole degli Houthi, dallo Yemen, o quello delle successive Flotte della Libertà.

Ma gli apparati e le reti mediatiche, anche quelli progressisti, vanno strangolando nel loro fare quotidiano “il tema” Gaza. Il genocidio a Gaza. Non perché sia scomparso dalla realtà, ma “semplicemente” perché l’intensità delle morti quotidiane è un po’ diminuita.

E questa quantità di morte, desolazione e latrocinio, diminuita, permette ai titolari dei mass media di saltarla (in realtà, ci sono altre notizie, più cruente, che “vendono” meglio), tacitamente negarla.

Perché il progetto promosso da Trump e approvato da Netanyahu, che ha al suo vertice Jared Kushner, Tony Blair e Steve Witcoff; il Consiglio di Pace per Gaza, non restituirà la terra ai palestinesi né la vita, certamente, a tutti i maltrattati, invasi, affamati, uccisi a colpi di arma da fuoco, uomini, donne, bambini e neonati palestinesi. Perché il progetto è ben altro: creare un resort di superlusso, una Las Vegas mediterranea, sulla costa di Gaza per il sollazzo dei miliardari. Rimarrà forse una manciata di servitori che potrebbero anche essere gazawi, palestinesi…

Trump e la sua coorte imprenditoriale immobiliare, come il re Mida, trasformano in oro ciò che era vita, ulivi, pesca dei gazawi, e il sionismo, con la furia di un Sansone presumibilmente indignato, dopo aver abusato per decenni della popolazione su cui si è insediato, li cancella letteralmente dalla mappa. Poiché i palestinesi sono un popolo che resiste, il processo di spoliazione dura da decenni. Di desolazione e di morte.

Cuba 2026 è ciò che era Gaza 2006

L’isola di Cuba si trova ora, nel 2026, come Gaza nel 2006, quando i gazawi votarono “male” secondo il gusto ideologico israeliano. Mostrarono distanza verso il padrone israeliano e rifiutarono di dare la maggioranza all’ANP, quella “autorità” palestinese instaurata da Al Fatah e Yaser Arafat, ma con il benestare israeliano, considerata di sinistra (come era inizialmente) e che era andata progressivamente accettando una conciliazione di interessi e posizioni con il padrone signorile e razzista.

I palestinesi di base votarono, logicamente, per coloro che risultarono loro più vicini, affidabili. Hamas.

Nel 2006, la prima punizione post-elettorale fu l’isolamento assoluto. Non far entrare persone, servizi né merci “liberamente”, tramite il mercato, mediante contatti; Israele si autoproclamava unico fornitore di tutto: merci e relazioni.

Sappiamo cosa è successo. Cosa è successo gradualmente. Iniziò a mancare cibo, igiene, servizi, si accentuò il carattere carcerario che Israele aveva imposto. Israele era efficace nella tecnica costrittiva: rovinavano le terre e Gaza perse così, a poco a poco, tutta l’agricoltura. I coloni facevano incursioni per troncare con asce e seghe ulivi millenari, difesi dai palestinesi. I coloni contavano sul pieno supporto militare per dispiegare violenza impunita.

E ciò che entrava da Israele non portava mai verdura, uova, carne, granaglie… Il monopolio compì presto il suo compito: far mancare tutto a Gaza, dal cibo ai libri, all’acqua, ai medicinali, ai servizi. Israele bombardò sistematicamente tutte le centrali. Ritrasmettitori di elettricità o impianti di trattamento dei rifiuti.

Questo è ciò che sta accadendo con maggiore intensità rispetto alla tradizionale scarsità, nell’isola di Cuba, ora.

Non c’è niente come sentirsi santi uomini, incaricati dalla Bibbia, per poter esercitare il danno. E una religione come quella ebraica che include la nozione di “popolo eletto” (la stessa idea motrice del KKK o dei nazisti), lubrifica perfettamente quella produzione di danno biblicamente sacralizzata.

Il caso cubano ha un’altra melodia. Non biblica, ma americana.

E l’american ha qualcosa in comune con il sionismo: l’eccellenza (autoconferita). Ci ricorda Tikkanen, un Quino finlandese: “La mia morale è così, ma così buona che posso permettermi qualsiasi cosa”.

Cuba è sempre stata la perla mancante nella collana statunitense. Sole, colore e mulatte. Il maschio americano contò su questo nei buoni anni della prima metà del XX secolo. Castro e l’ipermodernità limarono questa idea-forza, ma la pretesa di considerare l’isola come cosa propria non è venuta meno nell’immaginario della destra imperiale.

L’estraneità a una nozione unica e comune di umanità è ciò che caratterizza il sionismo e l’American Way of Life. È questa estraneità che permette ai dirigenti statunitensi di aspirare a impadronirsi di Cuba, anche se i cubani soffrono la fame e le privazioni. Perché gli americani non vengono a identificarsi con la popolazione locale (mannaggia!); vengono solo a occupare il loro posto: nelle spiagge, nelle strade, negli hotel, nei letti. Non sentono di condividere la vita, il vivente. Usurpano quella gente, per tenersi l’isola.

Perché per la dirigenza USA non esiste una popolazione cubana che abbia diritti. Se fosse americana, sì, avrebbe diritti. Analogamente, per la dirigenza israeliana non esiste alcuna popolazione palestinese con diritti.

Per i signori del pianeta, gli unici diritti validi sono i propri. In realtà, non esistono né palestinesi né cubani. Se psicologi o psichiatri valutassero tali dirigenti, dovrebbero concludere che soffrono di un grave difetto nel giudizio di realtà.

Scherzi a parte, i palestinesi e i cubani esistono. E le loro vite contano. Contano per noi.

(Scritto mentre USA e Israele attaccano, ancora una volta, l’Iran).


Cuba, nueva Gaza a la vista

 Luis E. Sabini Fernández – Rebelión

 https://revistafuturos.noblogs.org/ 

EE.UU. desde su presidencia está desplegando su política constrictor contra Cuba (entre otros muchos objetivos, igual y paralelamente tratados). 

Es significativo el in crescendo que Trump está aplicando contra Cuba. Llamativo paralelismo con el que Israel aplicara y sigue aplicando contra Gaza en particular y Palestina en general. En ambos casos, el despojador se siente con títulos históricos para esas apropiaciones. Porque la maldad siempre se viste de bondades y todo supremacismo, de mano tendida. 

Tanto el comportamiento autócrata de Trump desde la presidencia estadounidense lograda con el apoyo, aquiescencia o complicidad de manada de parte de la población estadounidense como el de la autocracia sionista exclusivismo racial y racista que usa como coartada el mandato divino han ido brutalizando sus procederes para asentar sus respectivos dominios. 

Lo que ha pasado en los últimos tres años en la Franja de Gaza, y cada vez más corriéndose hacia el resto del territorio palestino, ha constituido un genocidio de manual que gracias a la inmediatez mediática y otros factores contemporáneos cuenta con mejor documentación que otros genocidios como el de judíos a manos de nazis durante la IIGM o el de armenios, durante la IGM en la Gran Turquía, genocidio que por cierto no ha acabado sino que está en proceso, combinando ahora muerte y desarraigo. Dos modalidades parciales y complementarias para la limpieza de la tierra que los sionistas entienden sagrada y propia, indisputadamente propia, entregada ¡oh maravilla! por alguna entidad que deberíamos intuir o colegir como superior. Tal operación no es una transferencia cualquiera; es lo que los judíos religiosos sionistas llaman una “redención” de ese suelo. 

Dos comienzos: 1945 y 1948 

Occidente ha devenido la bandera ideológica de EE.UU. En ese sentido, lo oriental podría ser su par opositor, dado el gusto manifiesto de la cultura de EE.UU., modelado sobre purismos protestantes, por el enfrentamiento “al mal”, y de autopresentarse consiguientemente como “los buenos”,  y de ese modo, el fundamental y removedor análisis de Edward Said, Orientalismo, constituye un cabal análisis de los horrores generados por el AWOL (American Way of Life; el estilo de vida de los EE.UU.), que ha resultado demasiado a menudo la “forma estadounidense de muerte” para tantos “otros”. 

El AWOL no es sino la representación de “lo occidental” como civilización, lo que representa más cabalmente al progreso, la última edición, en suma, de Occidente, universalizado a partir de 1945. Y con la instauración, en 1948, de un estado puro, una sociedad de diseño, una ingeniería social con base bíblica valga la hibridez de tamaña confluencia, amparada en lo que la poco confiable IHRA define como “el genocidio” por antonomasia; el estado judío de Israel. Convivimos así con dos supremacías casi simultáneas 1945, 1948, que a la larga han confluido en un único dominio. 

Errores militares sucesivos de EE.UU. posteriores a la IIGM nos podrían dar una pista de esa asociación. Y el desplazamiento de la élite WASP dentro de EE.UU. por la judía (perceptible al menos desde la década de los ’30 del siglo xx), también. 

EE.UU.: gigante con pies de barro 

Iniciando la década de los ’90 todos vimos claramente caer un gigante con pies de barro; la URSS. 

Y todos pensamos, entonces, en el triunfo de su, a esa altura tradicional, oponente. Incluso en una suerte de epifanía, algunos ideólogos lograron imaginar el fin de la historia, a la que habríamos llegado… comían perdices y eran fel… (olvidando que las perdices ya estaban prácticamente exterminadas…). 

En 1942, plena IIGM, tiene lugar una conferencia mundial sionista en Nueva York, en el Hotel Biltmore, donde queda fijado para el sionismo el papel rector de EE.UU. en aquel mundo en guerra. 

Con el triunfo de Los Aliados en la IIGM y el establecimiento del Estado de Israel mucho más nutrido por el sionismo colonizador del s xix que por los fugitivos y sobrevivientes del nazismo en cuyo nombre se invocó dicho establecimiento, tenemos a quienes se sienten portadores, en un caso de la raza superior y en el otro de la palabra de su dios, y a nosotros el resto del mundo nos toca tener que ver sus frutos. 

Palestina fue convertida en el asiento de aquella palabra que se presenta como divina. Con el tiempo, iremos viendo el revés de tales despliegues: un pueblo desenraizado, discriminado, y una convivencia absurda, abyecta, entre una población dominante, judía y otra, abusada, maltratada, discriminada en todos los órdenes de la vida social y cotidiana; en la calle, en el transporte (humano o de mercancías), en el papeleo para los viajes más sencillos. Una población se hizo despótica, abusiva; la otra se hizo silenciosa, aunque no sumisa. 

Parece mentira que un estado, un ejército, una milicia, lo que fuera, someta a una población a semejante tratamiento y no-pase-nada; “que el mundo siga andando”. Como si los nuevos ciudadanos, israelíes, tuvieran licencia moral para hacer y deshacer en el flamante estado, sin inhibición alguna, sin freno moral ni político, dominando el nuevo estado sin cortapisas… como si tuvieran licencia para expulsar, asustar, violar, matar…  como si se tratara de un coto de caza… el territorio recién obtenido. 

La ONU jamás atendió, institucionalmente, esos “excesos”. En todo caso hubo, sí, seres humanos, como el Primer Alto Comisionado designado por la ONU, Folke Bernadotte, que advirtió algunos de tales peligros y delitos y al querer encauzar esa situación, fue asesinado sin más trámite. El sicario pasó unas pocas semanas en prisión tan a cara descubierta fue su acto, pero con rapidez pasó a ser guardaespaldas… del primer premier israelí, David Ben Gurión. 

La impunidad israelí se acentuó con el tiempo para tratar a los habitantes centenarios o milenarios de “la Nueva Israel”. Provocando la miseria de esa población, el hambre programada y sostenida en el tiempo, las balaceras frecuentes que acaban con la vida de palestinos casi a diario. Eso no escandaliza. Pareciera que una pátina de impunidad protege tales aberraciones y monstruosidades, como normalizándolas (¿a fuerza de repetidas?). 

Lo que llama la atención, entonces, lo que revela la enorme gravedad de esta metástasis de la depredación social es el silencio subsiguiente. Que pase todo eso y no se escuche casi un reclamo, una condena. Salvo de gente, de periodistas veraces: Francesca Albanese, Olga Rodríguez, Teresa Aranguren y otros imprescindibles como Jonathan Cook, Chris Hedges, Ali Abunimah, Jeremy Hammond, Max Blumenthal, y sitios como The Electronic Intifada, MiddleEastEye, La Base, rebelión.org, Unz Review, Kaosenlared y tantos, tantos otros, que ni conozco. Y porque hay muchas más resistencias, como la de los sudafricanos denunciando lo escamoteado por los medios de incomunicación de masas y por “inventos” expresamente sesgados como The Israel Project. Y muchas otras solidaridades desplegadas, como la de portuarios italianos negándose a embarcar o desembarcar productos desde o para Israel y osadías no sólo intelectuales sino materiales, como el comportamiento admirable de los hutíes, desde Yemen, o el de las sucesivas Flotillas de la Libertad. 

Pero los aparatos y redes mediáticas, incluso las progresistas, van estrangulando en su quehacer cotidiano “el tema” Gaza. El genocidio en Gaza. No porque haya desaparecido de la realidad, sino “apenas” porque ha mermado un tanto la intensidad de muertes diarias. 

Y ese caudal de muerte, desolación y latrocinio, disminuido, permite a los titulares de los medios de incomunicación de masas, saltearlos (en rigor, hay otras noticias, más sangrientas, que “venden” mejor), tácitamente negarlos. 

Porque el proyecto impulsado por Trump y aprobado por Netanyahu, que cuenta en su cúspide a Jared Kushner, Tony Blair y Steve Witcoff; la Junta de Paz para Gaza, no devolverá la tierra a los palestinos ni la vida, por cierto, a todos los maltratados, invadidos, hambreados, baleados, hombres, mujeres, niños y bebés palestinos. Porque el proyecto es muy otro: hacer un resort de superlujo, un Las Vegas mediterráneo, en la costa gazatí para solaz de milmillonarios. Quedará tal vez un puñado de sirvientes que también podrán  ser gazatíes, palestinos… 

Trump y su cohorte empresaria inmobiliaria, como el rey Midas, transforma en oro lo que era vida, olivos, pesca de los gazatíes, y el sionismo, con la furia de un Sansón presuntamente indignado, luego de abusar por décadas de la población sobre la que se asentó, los borra literalmente del mapa. Como los palestinos son un pueblo que resiste, el proceso de despojo lleva estas décadas. De desolación y de muerte.

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