L’eroicità quotidiana. Come? E perché?

Susana Tesoro

Cuba è un luogo misterioso dove è impossibile immaginare dall’esterno ciò che qui si vive. Per saperlo, bisogna viverlo. Non dal comfort di pochi (che ormai non sono così pochi), i cui redditi permettono loro di aggirare i blackout, i prezzi astronomici del cibo, dei trasporti, dei prodotti elementari di cui è molto difficile fare a meno. Parlo di coloro che, senza essere nella lista dei “vulnerabili” (una nuova classificazione della povertà), sono professionisti abituati a un certo status e devono affrontare sfide con cui non avevano mai fatto i conti.

Non ci sono quasi mezzi pubblici e quelli privati non hanno carburante. Il Teatro Nazionale di Cuba è un luogo centrale ma di difficile accesso, poiché per l’Avenida Paseo non circolano taxi (dei pochissimi rimasti), è una via libera dal traffico per ragioni di sicurezza (conduce al Palazzo della Rivoluzione).

Domenica 25 gennaio si è tenuto lì, al Nazionale, uno spettacolo per inaugurare il Festival del Jazz. Le due grandi sale erano stracolme. Come sono arrivate quelle persone fin lì? Io sono andata a piedi perché vivo a poco più di 25 isolati. Ma tutti gli altri che c’erano, composti, ben vestiti e, soprattutto: contenti. Come hanno fatto?

Ero nella sala Covarrubias, dove Nachito Herrera ha tenuto un concerto. Lo ha fatto scortato dall’Orchestra Sinfonica Nazionale, e accompagnato da presentazioni così straordinarie che non saprei metterne una sopra l’altra. Sono critica, esigente e perfezionista. Mi dispiace. Ma posso solo classificare lo spettacolo in generale come qualcosa di completo, di lusso, perfetto.

Dall’inizio alla fine tutto concatenato, fatto a mano, con piacevolezza e buon gusto. Due ore di godimento totale. C’era Jazz, naturalmente, c’era Bobby Carcacés, c’era rumba, bolero e, in mezzo a un inizio d’anno così minaccioso in cui si intravedevano molte privazioni, risuonava quella canzone: “Habana, si la vita mi esiliasse in un angolo della terra, morirò d’amore e dalla voglia di percorrere le tue strade”. Il pubblico si è alzato, ha cantato, alcuni hanno persino pianto.

Non era passato un mese dai nefasti eventi in Venezuela. Non se ne è parlato, tuttavia, la chiusura del concerto è stata una delle magistrali canzoni interpretate da Mercedes Sosa: “Tutte le voci tutte, tutte le mani tutte, tutto il sangue può essere canzone nel vento. Canta con me, canta, fratello americano, libera la tua speranza con un grido nella voce”. Il pubblico, in piedi, cantava con un’ovazione durata minuti. Senza slogan e senza arringhe, andava detto ed è stato detto. Mi è sembrato eccellente.

Ho passato in rassegna i musicisti della Sinfonica e alla fine ho incontrato il grande percussionista Luís Barrera, con i suoi capelli bianchi che colpiva il tamburo maggiore e accarezzava la marimba. È mio vicino di casa da molti anni, e ho ricordato che il giorno prima del concerto l’ho visto arrivare a casa con uno zaino, sudato, esausto. Veniva dalla fiera agricola del Parco Lennon. Gli parlo del concerto e lui mi dice: “Mi dispiace, ma non puoi venire con me, l’Orchestra ha noleggiato un pulmino e i posti sono contati”.

Domenica 28 dicembre sono andata a una presentazione del Balletto Nazionale dove ho potuto apprezzare una delle figure più importanti della danza mondiale, l’argentina Marianela Núñez, nel classico Don Chisciotte. La stella del Royal Ballet ha ballato con il giovane cubano Patricio Revé. Senza essere un’esperta di balletto, ho potuto constatare che Marianela Núñez è eccezionale, ma per il mio semplice gusto, Patricio l’ha superata. Teatro pieno.

Così, e grazie alla mia amica Idania de la Rosa che conosce a memoria tutti i cartelloni, sono tornata al Teatro Nazionale per un concerto della Sinfonica; abbiamo potuto apprezzare un’esibizione leggendaria. Ritengo che con l’Orchestra Sinfonica Nazionale, lo spettatore azzecchi sempre comprando il biglietto. Teatro pieno.

Sabato 14 febbraio sono andata alla sala del Teatro Llaurado in 11 e C nel Vedado. Ho goduto di una nota opera di Abelardo Estiorino: Las penas saben nadar (I dolori sanno nuotare), con la brillante interpretazione dell’attrice Valia Valdés. Un monologo che fa pensare, che muove le emozioni e si esce dal teatro rinnovati. Poco pubblico, immagino per mancanza di promozione, di trasporti e di molto altro.

Se mi allontano dall’offerta culturale e mi affaccio al balcone alle 7 del mattino, obbligata in parte dal blackout, vedo i bambini con le loro madri camminare verso le scuole vicine. In divisa, composti, puliti, con la loro bustina della merenda e dell’acqua. E mi chiedo: Come fanno queste donne in mezzo a questo blackout a far arrivare i loro figli a scuola in orario? Come possono riempire la bustina delle merende? Avranno fatto colazione? Sembra di sì.

Seguo lo sguardo verso il balcone vicino e vedo Paula Alí, quella leggenda del teatro, del cinema e della televisione, che contempla i bambini tra cui c’è suo nipote. Paula, con 90 anni e che lavora ancora come attrice, cucina anche per la sua famiglia.

Allora, queste due domande mi assalgono ogni giorno: Come è possibile? Come si possono allestire spettacoli così favolosi, come fanno quegli artisti a soffrire tante privazioni e offrire le loro eccellenti performance? Di quali dimensioni sarebbe il monumento a questo popolo? L’altra domanda è: Perché non possiamo vivere come si fa in altri luoghi? con privazioni e persino ristrettezze, perché il luogo perfetto non esiste, ma senza questa incertezza che corrode il pensiero.

Mentre finisco queste righe arriva un messaggio al telefono: “Buongiorno, siamo l’ambulatorio medico, quando desidera può venire a vaccinarsi con la dose di richiamo di Soberana anti-Covid e con il vaccino antinfluenzale”. Non dico altro.


La heroicidad cotidiana. ¿Cómo? y ¿Por qué?

Por: Susana Tesoro 

Cuba es un misterioso lugar donde resulta imposible imaginar desde fuera lo que aquí se vive. Para saberlo hay que vivirlo. No desde el confort de unos pocos (que ya no son tan pocos), cuyos ingresos les permiten saltarse los apagones, los astronómicos precios de los alimentos, del transporte, de productos elementales de los que es muy difícil prescindir. Hablo por quienes sin estar en la lista de los “vulnerables” (una nueva clasificación de pobreza) son profesionales que habituados a un status, deben enfrentarse a retos con los que nunca contaron. 

No hay apenas transporte público y los privados no tienen combustible. El Teatro Nacional de Cuba es un lugar céntrico y de difícil acceso, pues por la Avenida Paseo no transitan taxis (de los poquísimos que quedan), es una vía expedita por razones de seguridad (conduce al Palacio de la Revolución)

El domingo 25 de enero se celebró allí, en el Nacional, un espectáculo para inaugurar el Festival de Jazz. Las dos grandes salas estaban abarrotadas. ¿Cómo llegaron esas personas hasta allí? Yo fui caminando porque vivo a un poco más de 25 cuadras. Pero y los demás que estaban, compuestos, bien vestidos, y sobre todo: contentos. ¿Cómo hicieron? 

Estuve en la sala Covarrubias, donde Nachito Herrera ofreció un concierto. Lo hizo custodiado por la Orquesta Sinfónica Nacional, y acompañado de presentaciones tan extraordinarias, que no sabría poner una por encima de otra. Soy crítica, exigente y perfeccionista. Lo siento. Pero sólo puedo clasificar el espectáculo en general como algo completo, de lujo, perfecto. 

De inicio a fin todo concatenado, hecho a mano, con amenidad y buen gusto. Dos horas de disfrute total. Hubo Jazz, por supuesto, hubo Bobby Carcacés, hubo rumba, bolero y en medio de un comienzo de año tan amenazados donde se avizoraba muchas carencias, sonaba aquello: “Habana si la vida me desterrara a un rincón de la tierra, voy a morirme de amor y de ganas de andar tus calles”. El público se levantó, cantó, algunos hasta lloraron. 

No había transcurrido un mes de los nefastos sucesos en Venezuela. De eso no se habló, sin embargo, el cierre del concierto fue una de las magistrales canciones interpretadas por Mercedes Sosa: “Todas las voces todas, todas las manos todas, toda la sangre puede ser canción en el viento Canta conmigo, canta, hermano americano, libera tu esperanza con un grito en la voz”. El público, de pie cantaba con una ovación que duró minutos. Sin teque y sin arengas, debía decirse y se dijo. Me pareció excelente. 

Pasé la vista por los músicos de la Sinfónica y tropecé al final con el gran percusionista Luís Barrera, con su pelo blanco golpeando el tambor mayor y acariciando la marimba. Es mi vecino de hace muchos años, y recordé que el día antes del concierto lo vi llegar a casa con una mochila, sudado, exhausto. Venía de la Feria agropecuaria del Parque Lennon. Le comento del concierto y me dice: “Lo siento, pero no puedes ir conmigo, la Orquesta ha alquilado un microbús y los asientos están contados”.

El domingo 28 de diciembre asistí a una presentación del Ballet Nacional donde pude apreciar una de las figuras más destacadas de la danza mundial, la argentina Marianela Núñez, en el clásico Don Quijote. La estrella del Royal Ballet danzó con el joven cubano Patricio Revé. Sin ser ilustrada en ballet, pude corroborar que Marianela Núñez es excepcional, pero para mí llano gusto, Patricio la superó. Teatro lleno. 

Así, y gracias a mi amiga Idania de la Rosa que sabe de memoria todas las carteleras, volví al teatro Nacional a un concierto de la Sinfónica, pudimos apreciar una exhibición legendaria, considero que con la Orquesta Sinfónica Nacional, el espectador siempre acierta al comprar entrada. Teatro lleno. 

El sábado 14 de febrero acudí a la sala de Teatro Llaurado en 11 y C en el Vedado. Disfruté de una conocida obra de Abelardo Estiorino: Las penas saben nadar, con la brillante interpretación de una actriz Valia Valdés. Un monólogo que te hace pensar, que mueve las emociones y sales del teatro renovado. Poco público, imagino que por falta promoción, de transporte, y de mucho más. 

Si me aparto de las ofertas culturales y me asomo al balcón a las 7 de la mañana, obligada en parte por el apagón, veo a los niños con sus madres caminando hacia las escuelas cercanas. Uniformados, compuestos, limpios, con su javita de merienda y agua. Y me pregunto: ¿Cómo hacen esas mujeres en medio de este apagón para que sus hijos lleguen en tiempo a clases? ¿Cómo pueden llenar la jabita de meriendas? ¿Habrán desayunado? Parece que sí. 

Sigo la vista hacia el balcón vecino y veo a Paula Alí, esa leyenda del teatro, el cine y la Televisión, contemplando los niños entre los que va su nieto. Paula, con 90 años y trabajando aun como actriz, también cocina para su familia. 

Entonces, estas dos preguntas me asaltan cada día: ¿Cómo es posible? ¿Cómo se pueden armar espectáculos tan fabulosos, cómo hacen esos artistas para sufrir tantas carencias y ofrecer sus excelentes actuaciones? ¿De qué tamaño sería el monumento a este pueblo? La otra pregunta es ¿Por qué no podemos vivir como lo hacen en otros sitios?, con carencias y hasta penurias, porque el lugar perfecto no existe, pero sin esta incertidumbre que corroe el pensamiento. 

Terminando estas líneas entra un mensaje al teléfono: “Buenos días somos el consultorio médico, cuando desee puede venir a vacunarse con el refuerzo de Soberana contra Covid y con la vacuna antigripal”. No digo más.

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