Comprendendo la geopolitica degli idrocarburi venezuelani
Normalmente, i riferimenti all’attività commerciale del petrolio e gas venezuelani menzionano USA, Cina, India o qualche Paese europeo. Con l’eccezione di Cuba, non si suole menzionare qualche altro Paese della regione che sia un solido cliente di quei prodotti.
Il contrasto della pressoché nulla relazione energetica tra il Venezuela e la sua regione sarebbe meno evidente se non fosse caratterizzata da un paradosso: si tratta del Paese con le riserve petrolifere più grandi del mondo e la riserva di gas naturale più cospicua di questo continente, in posizione commerciale disarticolata rispetto ai suoi vicini.
Nel 2003, la regione consumava circa 4,7 milioni di barili al giorno (b/g). Il Venezuela piazzava tra i suoi vicini circa 414mila b/g in media. Questo significa che il Venezuela offriva solo l’8,8% di greggio per soddisfare la domanda regionale, secondo l’Organizzazione Latinoamericana dell’Energia (OLADE).
Nel 2012, la domanda di petrolio in America Latina e Caraibi ammontava a 6,4 milioni di b/g. Il Venezuela piazzava, in tutta la regione, circa 310mila b/g per quell’anno. Ciò equivaleva al 4,8% della domanda regionale.
Secondo dati aperti di PDVSA, fino al 2003, tra il 15 e il 20% degli idrocarburi nazionali era destinato alla regione.
Per l’anno 2012, tra il 12 e il 15% del greggio venezuelano fu destinato alla regione.
Fino al 2003, gli USA da soli assorbivano approssimativamente il 65% della produzione venezuelana.
Con il passare degli anni e dopo profondi cambi nella strategia commerciale del Venezuela, la Cina emerse come il primo cliente dei suoi greggi e l’India come il terzo in questo podio. Gli USA mantennero il secondo posto fino a quando le sanzioni illegali nordamericane cambiarono quella situazione.
Nel presente, la collocazione di greggio e gas venezuelano nella regione è sostanzialmente inesistente e ciò obbedisce a pressioni derivanti da sanzioni accumulate in una strategia prolungata di pressioni che conta già 10 anni. Ma questa tendenza si è acuita come blocco diretto USA alla relazione tra Cuba e Venezuela.
Al di là delle questioni attuali, è necessario osservare i registri e capire che la situazione d’insieme è di tipo strutturale. Questo fenomeno o paradosso può spiegarsi con ragioni politiche, commerciali e tecnologiche.
DISACCOPPIAMENTO STRUTTURALE
Il petrolio e i suoi derivati sono stati il principale prodotto di esportazione del Venezuela. La strategia commerciale nazionale negli ultimi decenni si è caratterizzata nell’orientarsi verso i grandi consumatori mondiali, ciò include attori delle “economie avanzate” (come gli USA) e anche certi “Paesi emergenti” (come Cina e India).
Il Venezuela, in questa maniera, si qualifica come un attore energetico rilevante, con grande potenziale di sviluppo, dalla prospettiva delle potenze straniere alla regione. Questo Paese riunisce da solo la maggioranza delle risorse fossili, avendo con sé la possibilità di formare un grande cluster energetico di grande proporzione nell’emisfero occidentale.
Secondo l’OLADE, in base al suo documento annuale corrispondente al 2025, il Venezuela è il Paese che possiede le maggiori quantità di petrolio e gas nel sub-continente, in maniera schiacciante. Sebbene questo dato sia ampiamente noto, l’Organizzazione stabilisce una comparazione della dimensione delle risorse venezuelane rispetto alla regione, nel seguente modo.
1. Il grafico dell’OLADE riflette i giacimenti dell’Essequibo sotto rivendicazione come riserve della Guyana. Nonostante questo dato errato, il contrasto tra il Venezuela e gli altri paesi è schiacciante (Foto: OLADE)
2. I dati dell’OLADE sul confronto nelle riserve di gas naturale, illustrano che il Venezuela possiede le maggiori riserve dell’America Latina e Caraibi, senza alcun concorrente vicino in questo elemento (Foto: OLADE)
Considerando i bassi livelli strutturali di fornitura di idrocarburi dal Venezuela al suo vicinato, rispetto ai livelli di riserve della nazione bolivariana, ciò che si apprezza è un disaccoppiamento geoeconomico del Paese rispetto alla sua regione, il che si spiega con molteplici ragioni.
In ambito politico
Prima del 2003, i principali clienti degli idrocarburi venezuelani erano; Colombia, Brasile e Curaçao. Il caso dell’isola olandese si spiegava poiché PDVSA gestiva la raffineria dell’isola. I prodotti derivati dal greggio risultanti da quell’attività andavano a diverse destinazioni.
Dal 2003 iniziarono cambi significativi nella gestione di PDVSA, e allora, il presidente Hugo Chávez, decise di trasformare lo schema commerciale internazionale della società statale. La premessa era visionaria; ridisegnare in maniera consistente la strategia internazionale e anche geopolitica del Paese.
Per l’anno 2005, il ripensamento comincia ad avanzare in maniera vertiginosa. La relazione con Cuba, la creazione dell’ALBA (dicembre 2004) e poi, l’avvento del Petrocaribe (giugno 2005), vennero di pari passo con una nuova relazione commerciale proiettata all’Asia, concretamente a Cina e India, ma senza rinunciare alla tradizionale relazione con il mercato USA.
È necessario menzionare a questo punto la tappa fondamentale del Petrocaribe. L’anno di maggior ripresa e picco storico delle esportazioni di greggio venezuelano destinate ai Paesi membri di questo accordo, fu il 2012.
Durante quel periodo, le spedizioni raggiunsero una media approssimativa di 121000 barili al giorno (b/g) verso il blocco regionale, ciò senza contare le forniture aggiuntive a Cuba che erano gestite con un accordo separato. Durante quel picco storico nel 2012, l’isola ricevette circa 109000 b/g.
In questa maniera e specificamente nel 2012, i Paesi parte del Petrocaribe ricevettero forniture equivalenti al 5,2% della produzione venezuelana stimata per quell’anno. Mentre le spedizioni basate sull’accordo speciale con Cuba, rappresentavano un 4,7% della produzione nazionale. Insieme, Cuba e i paesi del Petrocaribe captarono un 9,9% dei barili prodotti in Venezuela in quel periodo.
Strategie come quella del Petrocaribe, erano politicamente corrette ed erano correttamente orientate a dare un posizionamento superiore degli idrocarburi venezuelani nella regione, poiché gli accordi tendevano ad espandersi.
Ma le discrezionalità politiche dei governi, cambi di mandatari nei paesi-parte e pressioni USA in forma di intimidazione e sanzioni, hanno creato ostacoli e chiusure di mercati (per il Venezuela) nella regione.
Ci sono due casi emblematici che, purtroppo, illustrano quanto sopra.
Uno di questi fu il caso del governo di Iván Duque, in Colombia. Il mandatario sostenne sanzioni contro il Venezuela, la fine delle relazioni energetiche e avallò la chiusura del gasdotto binazionale.
Si evidenzia anche la sospensione del Venezuela nel MERCOSUR, nel 2017. Quella misura non solo escluse il Paese caraibico da quello spazio commerciale, in realtà privò il blocco di un Paese membro pieno con riserve di idrocarburi immense che, -vendute in condizioni preferenziali da un Paese-parte- avrebbero contribuito enormemente al suo stesso modello di sviluppo.
I quattro membri più longevi del MERCOSUR (Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay) basano le loro economie su agroindustria, colture meccanizzate e fertilizzanti, cioè attività chiaramente legate agli idrocarburi. Quella decisione deve considerarsi un errore strategico.
Le ostilità politiche rette dalle ideologie, ma anche la mancanza di visione e debolezza strategica dei Paesi della regione, sono state causa della separazione tra il Venezuela e il suo vicinato, nonostante gli forzi integrazionisti della nazione petrolifera.
Il contesto commerciale
Vari Paesi della regione sono autosufficienti in petrolio e gas. Alcuni sono grandi o modesti esportatori di questi prodotti e commerciano con i loro vicini più prossimi. Brasile, Argentina, Bolivia, Colombia e specialmente il Messico, sono stati parte di questa equazione energetica intra-continentale.
Il Messico è stato il maggior concorrente regionale storico del Venezuela. Il paese azteco ha saputo costruire una strategia commerciale multidirezionale, che gli ha permesso di destinare esportazioni modeste all’America Centrale e Caraibi.
Gli USA sono stati negli ultimi anni un crescente venditore di greggio nella regione, ma storicamente sono stati un forte fornitore di derivati del petrolio. Ora, sono il primo fornitore di GNL.
Il Brasile si è consolidato come il nuovo maggior produttore ed esportatore di greggio dell’America Latina, superando Messico e Venezuela. Una parte considerevole del suo petrolio si distribuisce all’interno del mercato regionale e verso l’Asia.
La Guyana, a spese del saccheggio di risorse dell’Essequibo sotto rivendicazione, sta cominciando a posizionare prodotti a livello intra-regionale a Panamá e Trinidad & Tobago
Ciò che suggeriscono questi dati, è che il contesto commerciale è di forte concorrenza per i prodotti venezuelani. Questo fattore, unito alle discrezionalità politiche, limita seriamente le possibilità del Venezuela di posizionarsi a livello commerciale.
L’infrastruttura di raffinazione
Il fattore tecnologico e le diete delle raffinerie regionali, limitano seriamente il posizionamento dei greggi pesanti ed extra pesanti venezuelani. Questo è stato il principale ostacolo per l’inserimento dei prodotti nazionali nella regione negli ultimi anni. Le installazioni di raffinazione che predominano, sono adatte a greggi leggeri.
Una delle ragioni che spiegano anche il disaccoppiamento, è che il Venezuela è riuscito a mantenere dei margini di presenza minima nella regione mediante i suoi greggi leggeri. Ma la produzione di questi petroli è decaduta considerevolmente nel Paese.
Tuttavia, esistono installazioni in Messico (Dos Bocas e Ciudad Madero), Brasile (Abreu e Lima), Ecuador (Esmeraldas) e Colombia (Reficar, Cartagena) con capacità di coking e lavorazione di greggi medi e pesanti. Ma nel presente, non esistono strategie commerciali che permettano l’adattamento di miscele e gli impianti di raffinazione affinché quegli impianti ricevano prodotti dal Venezuela.
LA NECESSITÀ DI UN CAMBIO DI APPROCCIO
Ciò che indicano i registri, è che, le discrezionalità politiche governative, il quadro di grande concorrenza intra-continentale e le limitazioni tecnologiche per la lavorazione di greggi pesanti ed extra pesanti nella regione, hanno inibito l’inserimento commerciale effettivo del Venezuela nella sua area geoeconomica immediata.
Considerando le inerzie strutturali descritte, come il boicottaggio politico alle attività venezuelane e l’avverso ambiente commerciale, la situazione attuale è anche risultato di una mancanza di approccio strategico da parte del Venezuela che risale a 50 anni fa.
Questa debolezza di apprezzamento pratico (geometria variabile nelle relazioni commerciali) di lungo termine, ha limitato gli attributi del Paese per diventare un fattore geopolitico e geoenergeticamente rilevante nella regione. Ma ci sono condizioni per ripensare questa situazione dal presente al lungo termine.
Secondo le proiezioni dell’OPEC, il consumo di petrolio in America Latina aumenterà, guidato da una forte crescita economica regionale. Ciò potrebbe rappresentare una crescita della domanda tra 1,5 e 2% annuo fino al 2050.
La regione consuma oggi tra 6,9 e 7 milioni di b/g. Mentre la crescita della domanda aggiuntiva nei prossimi anni si stima tra 130 e 150mila b/g annui.
Ciò che suggeriscono i dati, è che l’aumento della domanda di idrocarburi nella regione sarà maggiore man mano che diversi Paesi vedranno decadere i loro campi, come è il caso della Colombia e dell’Ecuador, Paesi andini che sono già entrati nella fase critica di esaurimento delle loro riserve di idrocarburi.
Il Venezuela potrebbe riposizionarsi nella regione mediante politiche adeguate per commerciare i suoi prodotti e stabilire iniziative a lungo termine per lavorare i suoi greggi pesanti ed extrapesanti. Sia per raffinarli in modo domestico e distribuire derivati del petrolio, o progettando strategie durevoli per posizionare quei prodotti in altri paesi della regione, creando miscele adatte alle diete di alcune raffinerie esistenti. Nessuna di queste strategie è esclusiva dell’altra.
Tuttavia, i fronti con maggior potenziale per incrementare drasticamente le relazioni del Venezuela con la regione, e superare l’inerzia attuale, sono quelli del gas naturale, concretamente con la Colombia (via gasdotto binazionale) e Trinidad & Tobago (in progetti Offshore), iniziative che, si spera, siano riprese molto presto.
Il Venezuela deve ridisegnare il suo approccio strategico e dispiegare sforzi per mitigare i nuovi rischi che si prospettano nell’attuale ripresa delle relazioni commerciali con gli USA, poiché questa non deve risolversi in un flusso bidirezionale. Ciò piuttosto sarebbe una nuova vulnerabilità strategica.
Il Venezuela può approfittare dei varchi che si aprono ora con certe licenze petrolifere, per puntellare una nuova strategia commerciale orientata alla regione e assicurarsi nicchie di mercato.
Questo elemento, deve essere uno dei componenti del ripensamento e riposizionamento del Venezuela, in base ai suoi idrocarburi, poiché questa continua ad essere la sua miglior carta di interazione geopolitica.
Comprendiendo la geopolítica de los hidrocarburos venezolanos
Explicando la nula presencia de Venezuela en el mercado energético regional
Franco Vielma
Normalmente, las referencias a la actividad comercial del petróleo y gas venezolanos aluden a Estados Unidos, China, India o algún país europeo. Con la excepción de Cuba, no suele mencionarse a algún otro país de la región que sea un sólido cliente de esos productos.
El contraste de la prácticamente nula relación energética entre Venezuela y su región, sería menos llamativo si no estuviera caracterizada por una paradoja: se trata del país con las reservas petroleras más grandes del mundo y la reserva de gas natural más cuantiosa de este continente, en posición comercial desarticulada frente a sus vecinos.
En 2003, la región consumía unos 4,7 millones de bpd. Venezuela colocaba entre sus vecinos unos 414 mil bpd en promedio. Esto quiere decir que Venezuela ofrecía solo el 8,8% de crudo para atender la demanda regional, según la Organización Latinoamericana de Energía (OLACDE).
En 2012, la demanda de petróleo en América Latina y el Caribe ascendió a 6,4 millones de bpd. Venezuela colocaba, en toda la región, unos 310 mil bpd para ese año. Esto equivalía al 4,8% de la demanda regional.
De acuerdo a datos abiertos de PDVSA, hasta 2003, entre el 15 y el 20% de los hidrocarburos nacionales se destinaba a la región.
Para el año 2012, entre el 12 y el 15% del crudo venezolano se destinó a la región.
Hasta 2003, Estados Unidos captaba por sí solo aproximadamente el 65% de la producción venezolana.
Con el paso de los años y luego de profundos cambios en la estrategia comercial de Venezuela, China emergió como el primer cliente de sus crudos e India como el tercero en este podio. Estados Unidos retuvo el segundo lugar hasta que las sanciones ilegales norteamericanas cambiaron esa situación.
En el presente, la colocación de crudo y gas venezolano en la región es básicamente inexistente y esto obedece a presiones derivadas de sanciones acumuladas en una estrategia prolongada de presiones que ya acumula 10 años. Pero esta tendencia se agudizó a modo de bloqueo directo estadounidense a la relación entre Cuba y Venezuela.
Más allá de las cuestiones actuales, es necesario observar los registros y entender que la situación de conjunto es de tipo estructural. Este fenómeno o paradoja puede explicarse por razones políticas, comerciales y tecnológicas.
DESACOPLAMIENTO ESTRUCTURAL
El petróleo y sus derivados han sido el principal producto de exportación de Venezuela. La estrategia comercial nacional en las últimas décadas se ha caracterizado en orientarse a los grandes consumidores mundiales, eso incluye a actores de las “economías avanzadas” (como Estados Unidos) y también a ciertos “países emergentes” (como China e India).
Venezuela, de esa manera, califica como un actor energético relevante, con gran potencial de desarrollo, desde la perspectiva de las potencias foráneas a la región. Este país aglutina por si solo la mayoría de recursos fósiles, teniendo consigo la posibilidad de forma a un gran cluster energético de gran proporción en el hemisferio occidental.
Según la OLACDE de acuerdo con su documento anual correspondiente a 2025, Venezuela es el país que posee las mayores cuantías de petróleo y gas en el sub-continente, de manera abrumadora. Aunque este dato es ampliamente conocido, la Organización establece una comparación del tamaño de los recursos venezolanos frente a la región, de la siguiente manera.
La gráfica de OLACDE refleja los yacimientos esequibanos bajo reclamación como reservas guyanesas. Pese a ese dato errado, el contraste entre Venezuela y los demás países es abrumador (Foto: OLACDE)
Los datos de OLACDE sobre la comparativa en reservas de gas natural, ilustran que Venezuela posee las mayores reservas de América Latina y el Caribe, sin ningún competidor cercano en este ítem (Foto: OLACDE)
Considerando los bajos niveles estructurales de suministro de hidrocarburos desde Venezuela a su vecindario, frente a los niveles de reservas de la nación bolivariana, lo que se aprecia es un desacoplamiento geoeconómico del país frente a su región, lo cual se explica por múltiples razones.
En el ámbito político
Antes de 2003, los principales clientes de los hidrocarburos venezolanos eran; Colombia, Brasil y Curazao. El caso de la Antilla neerlandesa se explicaba dado que PDVSA operaba la refinería de la isla. Los productos derivados de crudo resultantes de esa actividad iban a diversos destinos.
Desde el año 2003 se iniciaron cambios significativos en la gestión de PDVSA, y entonces, el presidente Hugo Chávez, decidió transformar el esquema comercial internacional de la estatal. La premisa era visionaria; rediseñar de manera consistente la estrategia internacional y también geopolítica del país.
Para el año 2005, el replanteamiento comienza a avanzar de manera vertiginosa. La relación con Cuba, la creación de ALBA (diciembre de 2004) y luego, el advenimiento de Petrocaribe (junio 2005), vinieron de la mano con un nuevo relacionamiento comercial proyectado a Asia, concretamente a China e India, pero sin renunciar a la tradicional relación con el mercado estadounidense.
Es necesario reseñar en este punto el hito de Petrocaribe. El año de mayor repunte y pico histórico de las exportaciones de crudo venezolano destinadas a los países miembros de este convenio, fue 2012.
Durante ese periodo, los envíos alcanzaron un promedio aproximado de 121.000 barriles por día (bpd) hacia el bloque regional, ello sin contar los suministros adicionales a Cuba que se manejaban bajo un convenio separado. Durante ese pico histórico en 2012, la isla recibió cerca de 109.000 bpd.
De esa manera y específicamente en 2012, los países parte de Petrocaribe recibieron suministros equivalentes al 5,2% de la producción venezolana estimada para ese año. Mientras que los despachos basados en el convenio especial con Cuba, representaban un 4,7% de la producción nacional. En conjunto, Cuba y los países de Petrocaribe captaron un 9,9% de los barriles producidos en Venezuela en ese lapso.
Estrategias como la de Petrocaribe, eran políticamente correctas y estaban acertádamente orientadas a dar un posicionamiento superior de los hidrocarburos venezolanos en la región, pues los convenios tendían a expandirse.
Pero las discrecionalidades políticas de los gobiernos, cambios de mandatarios en los países-parte y presiones estadounidenses en forma de intimidación y sanciones, crearon cortapisas y cierres de mercados (para Venezuela) en la región.
Hay dos casos emblemáticos que, lamentablemente, ilustran lo anterior.
Uno de ellos fue el caso del gobierno de Iván Duque, en Colombia. El mandatario abogó por sanciones a Venezuela, el fin de las relaciones energéticas y avaló el cierre del gasoducto binacional.
También se destaca la suspensión de Venezuela en MERCOSUR, en 2017. Esa medida no solo vetó al país caribeño de ese espacio comercial, en realidad despojó al bloque de un país miembro pleno con reservas de hidrocarburos inmensas que, -vendidas en condiciones preferenciales por un país-parte- habrían contribuido enormemente a su propio modelo de desarrollo.
Los cuatro miembros más longevos de MERCOSUR (Brasil, Argentina, Uruguay y Paraguay) basan sus economías en agroindustria, cultivos mecanizados y fertilizantes, es decir, actividades claramente vinculadas a los hidrocarburos. Esa decisión debe considerarse un error estratégico.
Las hostilidades políticas regidas por las ideologías, pero también la carencia de visión y debilidad estratégica de los países de la región, han sido causa del deslinde entre Venezuela y su vecindario, pese a los esfuerzos integracionistas de la nación petrolera.
El contexto comercial
Varios países de la región son autosuficientes en petróleo y gas. Algunos son grandes o modestos exportadores de estos productos y comercian con sus vecinos más cercanos. Brasil, Argentina, Bolivia, Colombia y especialmente México, han sido parte de esta ecuación energética intra-continental.
México ha sido el mayor competidor regional histórico de Venezuela. El país azteca ha sabido construir una estrategia comercial multidireccional, que le ha permitido destinar exportaciones modestas a Centroamérica y el Caribe.
Estados Unidos ha sido en los últimos años un creciente vendedor de crudo en la región, pero históricamente ha sido un fuerte proveedor de derivados del petróleo. Ahora, es el primer proveedor de GNL.
Brasil se ha consolidado como el nuevo mayor productor y exportador de crudo de América Latina, superando a México y Venezuela. Una parte considerable de su petróleo se distribuye dentro del mercado regional y hacia Asia.
Guyana, a expensas del saqueo de recursos esequibanos bajo reclamación, está comenzando a posicionar productos a nivel intra-regional en Panamá y Trinidad & Tobago.
Lo que sugieren esos datos, es que el contexto comercial es de fuerte competencia para los productos venezolanos. Este factor, aunado a las discrecionalidades políticas, limita seriamente las posibilidades de Venezuela de posicionarse a nivel comercial.
La infraestructura de refinación
El factor tecnológico y las dietas de las refinerías regionales, limitan seriamente el posicionamiento de los crudos pesados y extrapesados venezolanos. Este ha sido el principal obstáculo para la inserción de los productos nacionales en la región en los últimos años. Las instalaciones de refinación que predominan, son acordes a crudos livianos.
Una de las razones que también explican el desacoplamiento, es que Venezuela logró mantener unos márgenes de presencia mínima en la región mediante sus crudos livianos. Pero la producción de estos petróleos ha decaído considerablemente en el país.
Sin embargo, existen instalaciones en México (Dos Bocas y Ciudad Madero), Brasil (Abreu e Lima), Ecuador (Esmeraldas) y Colombia (Reficar, Cartagena) con capacidad de coquización y procesamiento de crudos medianos y pesados. Pero en el presente, no existen estrategias comerciales que permitan la adaptación de mezclas y los ingenios de refinación para que esas plantas reciban productos de Venezuela.
LA NECESIDAD DE UN CAMBIO DE ENFOQUE
Lo que indican los registros, es que, las discrecionalidades políticas gubernamentales, el marco de gran competencia intra-continental y las limitaciones tecnológicas para el procesamiento de crudos pesados y extrapesados en la región, han inhibido la inserción comercial efectiva de Venezuela en su área geoeconómica inmediata.
Considerando las inercias estructurales descritas, como el boicot político a las actividades venezolanas y el adverso entorno comercial, la situación actual también es resultado de una carencia de enfoque estratégico por parte de Venezuela que data desde hace 50 años.
Esta debilidad de apreciación practica (geometría variable en las relaciones comerciales) de largo plazo, limitó los atributos del país para hacerse un factor geopolítico y geoenergéticamente relevante en la región. Pero hay condiciones para repensar esta situación desde el presente al largo plazo.
Según las proyecciones de la OPEP, el consumo de petróleo en América Latina aumentará, impulsado por un fuerte crecimiento económico regional. Esto podría representar un crecimiento de la demanda entre 1,5 y 2% interanual hasta 2050.
La región consume hoy entre 6,9 y 7 millones de bpd. Mientras que el crecimiento de la demanda adicional en los próximos años se estima entre 130 y 150 mil bpd interanuales.
Lo que sugieren los datos, es que el aumento de la demanda de hidrocarburos en la región será mayor a medida que diversos países verán decaer sus campos, tal como es el caso de Colombia y Ecuador, países andinos que ya han entrado en la fase crítica de agotamiento de sus reservas de hidrocarburos.
Venezuela podría reposicionarse en la región mediante políticas acordes para comerciar sus productos y establecer iniciativas al largo plazo para procesar sus crudos pesados y extrapesados. Bien sea, para refinarlos de manera doméstica y distribuir derivados del petróleo, o diseñando estrategias duraderas para posicionar esos productos en otros países de la región, creando mezclas acordes a las dietas de algunas refinerías existentes. Ninguna de estas estrategias es excluyente de la otra.
Sin embargo, los frentes con mayor potencial para incrementar drásticamente las relaciones de Venezuela con la región, y superar la inercia actual, son los del gas natural, concretamente con Colombia (vía gasuducto binacional) y Trinidad & Tobago (en proyectos Costa-Afuera), iniciativas que, se espera, sean reanudadas muy pronto.
Venezuela debe rediseñar su enfoque estratégico y desplegar esfuerzos para mitigar los nuevos riesgos que se ciernen en la actual reanudación de relaciones comerciales con Estados Unidos, pues esta no debe decantarse en un flujo bidireccional. Ello más bien sería una nueva vulnerabilidad estratégica.
Venezuela puede aprovechar los boquetes que se abren ahora con ciertas licencias petroleras, para apuntalar una nueva estrategia comercial orientada a la región y asegurar nichos de mercado.
Este elemento, debe ser uno de los componentes del replanteamiento y reposicionamiento de Venezuela, en base a sus hidrocarburos, pues esta sigue siendo su mejor carta de interacción geopolítica.



