L’eredità di una lotta e la sfida di una candidatura
La politica colombiana si prepara per un nuovo capitolo con la consolidazione di Iván Cepeda Castro come candidato presidenziale del Pacto Histórico (PH) per questo 2026. La sua figura, tuttavia, trascende la congiuntura elettorale per incarnare una delle traiettorie più coerenti nella difesa dei diritti umani e, simultaneamente, una delle antagoniste storiche dell’uribismo.
Lo scorso 8 marzo, si sono svolte le elezioni legislative e le consultazioni interpartitiche nel Paese vicino. In Congresso le forze si sono distribuite soprattutto tra il PH e il Centro Democrático (CD). Il primo ha ottenuto la maggioranza dei voti al Senato, conquistando 5 seggi in più rispetto a quattro anni fa con quasi 4,4 milioni di voti (22,82%). Il CD ha ottenuto 4 seggi in più con quasi 3 milioni di voti (15,63%). Al terzo posto si è collocato il Partito Liberale, che ha perso un seggio ma si è mantenuto a 13 con l’11,7% dei voti.
Nelle consultazioni interpartitiche, a cui Cepeda non ha partecipato per decisione del Consiglio Nazionale Elettorale, la senatrice Paloma Valencia si è posizionata come vincitrice della Gran Consulta por Colombia con il 45,70%, ovvero 3,2 milioni di voti.
Successivamente, il candidato ha nominato come formula vicepresidenziale la riconosciuta dirigente indigena del popolo Nasa, Aída Quilcué. L’attuale senatrice ha giocato un ruolo di primo piano nel Consiglio Regionale Indigeno del Cauca (CRIC) e in scenari internazionali come l’UNESCO, dove ha lavorato su temi di pace e diritti collettivi.
L’eredità di una lotta
Nato a Bogotà il 24 ottobre 1962, Iván Cepeda Castro rappresenta una delle figure più emblematiche della sinistra colombiana contemporanea e la sua biografia è indissolubilmente legata alla violenza politica che ha segnato la storia recente del Paese.
È senatore del PH, membro della Seconda Commissione del Senato ed è stato uno dei principali architetti della politica di pace totale del governo di Gustavo Petro. Figlio del senatore Manuel Cepeda Vargas, dirigente dell’Unione Patriottica (UP) assassinato il 9 agosto 1994 da agenti statali in collaborazione con paramilitari; e di Yira Castro, consigliera comunale di Bogotà per l’Unione Nazionale di Opposizione deceduta nel 1981, Cepeda ha ereditato una tradizione di militanza comunista che avrebbe definito il suo percorso vitale.
La sua formazione accademica include studi di filosofia all’Università San Clemente di Ohrid in Bulgaria e una specializzazione in diritto internazionale umanitario all’Università Cattolica di Lione, Francia. Tuttavia, è stato il magnicidio di suo padre — riconosciuto successivamente dalla Corte Interamericana dei Diritti Umani come parte del genocidio politico contro l’UP — il detonante che lo ha spinto dall’insegnamento di estetica all’Università Javeriana verso la difesa dei diritti umani e la politica.
Nel 2003, Cepeda ha co-fondato il Movimento Nazionale delle Vittime di Crimini di Stato (MOVICE), organizzazione che ha riunito migliaia di familiari di vittime di crimini commessi da agenti statali. Questo lavoro gli è valso minacce che lo hanno costretto all’esilio in Francia nell’anno 2000. La sua incursione nella politica elettorale è iniziata nel 2009 con il Polo Democratico, ottenendo un seggio alla Camera dei Rappresentanti nel 2010 con 35mila voti, la quarta votazione più alta per un candidato in quella circoscrizione.
Dal 2014, è stato co-presidente della Commissione di Pace e ha fatto parte del gruppo negoziale del governo nei dialoghi con l’Esercito di Liberazione Nazionale (ELN). Il suo lavoro come facilitatore nei dialoghi di pace con le FARC (2012), così come la sua mediazione nella resa del Clan del Golfo, lo hanno posizionato come una figura chiave nei processi di negoziazione con i gruppi armati.
Il 26 ottobre 2025, Cepeda ha raggiunto il 64,40% dei voti, risultando il vincitore della consultazione interna del PH con 1,5 milioni di voti (64,40% della votazione). Ha così superato l’ex ministra della Salute, Carolina Corcho, e l’ex sindaco di Medellín, Daniel Quintero. Questo lo ha reso il candidato della coalizione per le elezioni presidenziali il cui primo turno sarà il prossimo 31 maggio.
Contro Uribe e l’establishment (valga la ridondanza)
La relazione tra Iván Cepeda e Álvaro Uribe Vélez costituisce uno dei capitoli più intensi della politica colombiana recente, le cui radici si estendono per oltre un decennio di confronto giudiziario e mediatico. L’origine del conflitto risale alle indagini dell’attuale candidato sulle presunte relazioni del paramilitarismo con congressisti e politici nel 2014, un fenomeno noto come “parapolitica”.
Nel corso di un dibattito al Congresso della Repubblica, Cepeda osò portare alla ribalta pubblica l’allora senatore del CD e lo interrogò su presunti legami con le Autodifese Unite di Colombia (AUC). Uribe rispose abbandonando l’aula e rivolgendosi alla Corte Suprema di Giustizia (CSJ) per denunciare Cepeda per presunta manipolazione di testimoni. La denuncia si basava su interviste che questi aveva realizzato dal 2011 con detenuti come Juan Guillermo Monsalve, amministratore della tenuta Guacharacas, proprietà della famiglia Uribe Vélez.
La svolta inaspettata arrivò il 16 febbraio 2018, quando la suddetta Corte stabilì che non esistevano prove contro Cepeda e, invece, trovò indizi che Uribe e il suo avvocato, Diego Cadena, avrebbero tentato di influenzare testimoni per screditare il senatore. Il 24 luglio 2018, la CSJ chiamò in indagine formale Álvaro Uribe per presunta corruzione di testimoni in procedimento penale e frode processuale.
Questo processo giudiziario si protrasse per oltre sette anni e, il 4 agosto 2020, la CSJ ordinò la detenzione domiciliare di Uribe per rischi di ostruzione alla giustizia dopo aver ascoltato una serie di conversazioni — oltre 27000 prove audio — e esaminato un documento di più di 1500 pagine. La misura durò circa due mesi fino a quando l’ex presidente rinunciò al suo seggio senatoriale, perse la sua condizione di alto funzionario e il caso fu trasferito alla giustizia ordinaria.
Il 28 luglio 2025, la giudice 44 penale del circuito di Bogotà condannò Uribe a 12 anni di prigione domiciliare, ritenendolo colpevole di frode processuale e corruzione in procedimento penale. Tuttavia, il 21 ottobre dello stesso anno, il Tribunale Superiore di Bogotà revocò la condanna in secondo grado e lo assolse da tutte le accuse. Il caso rimane in attesa di un ricorso straordinario per cassazione presso la CSJ.
Lo scontro ha trasceso il giuridico per diventare una guerra mediatica con contraddizioni e verità nascoste. Le vite incrociate di entrambi rappresentano mezzo secolo di confronto ideologico: da un lato, l’uribismo, con il suo discorso di sicurezza democratica e mano dura; dall’altro, Cepeda, eretto come la voce delle vittime di quella stessa politica. Questa battaglia ha consolidato la sua immagine come il principale contendente politico ed etico dell’ex presidente e di ciò che lui definisce il “neofascismo” rappresentato dalle forze uribiste in Congresso e nelle regioni.
La sfida di una candidatura
Il programma di governo di Iván Cepeda si articola intorno alla lotta contro la corruzione, l’equità sociale e la protezione ambientale, sotto ciò che lui definisce una “rivoluzione etica” accompagnata da un dialogo nazionale. Ha ribadito che la sua eventuale amministrazione non si limiterà a fare “riforme cosmetiche”, ma a promuovere trasformazioni strutturali nel modello economico e sociale del Paese.
-Il candidato ha indicato la necessità di attaccare la “macro-corruzione colombiana” come pilastro centrale della sua gestione. Propone riforme istituzionali che garantiscano maggiore trasparenza nella contrattazione pubblica, sanzioni esemplari per i responsabili di dissesti statali e il rafforzamento dell’indipendenza degli organismi di controllo.
-In ambito economico, propugna un modello produttivo sostenibile basato sull’industrializzazione, l’innovazione tecnologica e il rafforzamento del settore agricolo colombiano, accompagnato da una riforma tributaria progressiva che riduca il carico sulle classi lavoratrici e aumenti il contributo dei grandi capitali.
-La sua visione include il trasformare la Colombia in “una potenza mondiale della vita, una potenza agroalimentare e biodiversa”. Propone di convertire le regioni più dimenticate da enclavi del narcotraffico in territori di sviluppo, con acqua potabile, energie pulite e vie terrestri, fluviali e ferroviarie che colleghino l’economia contadina con i mercati del paese e del mondo.
-In materia di sicurezza e pace, propone di completare l’attuazione dell’Accordo dell’Avana del 2016 — essendo il prossimo governo l’ultimo nel cronogramma concordato — e di avanzare nelle negoziazioni con l’ELN. Un elemento centrale è la “trasformazione dei territori” e la sostituzione di economie illecite con economie produttive, nel quadro di una rivoluzione agraria.
Il candidato afferma che, se arriverà alla Presidenza, la sua prima misura sarebbe “convocare la preparazione del dialogo nazionale” a partire dal prossimo maggio, cercando consensi su temi come “la pace, la sicurezza, il problema del narcotraffico e le economie illecite, la necessità di una riforma agraria”. Questo dialogo potrebbe materializzarsi attraverso un’Assemblea Costituente con limiti e agenda determinati, o mediante decisioni legislative o misure esecutive.
In politica estera, Cepeda ha manifestato posizioni critiche verso l’ingerenza USA nella regione. In un atto a Madrid lo scorso 7 gennaio, ha respinto qualsiasi forma di aggressione o ingerenza e ha sostenuto che questo tipo di azioni violano la pace regionale, il diritto internazionale e la stabilità economica dell’America Latina, aggiungendo che “non siamo una colonia né un protettorato”. Ha messo in guardia sulla riattivazione della Dottrina Monroe, sotto il “corollario Trump”, che qualifica l’America Latina come uno spazio di dominazione strategica e minaccia la sovranità regionale.
In quell’occasione lanciò un forte appello alla conformazione di un grande movimento globale per affrontare quella che definì come una “internazionale neofascista” e sostenne che “sconfiggere il neofascismo non è una consegna, è una condizione per preservare la vita”. Questa postura anticipa una politica estera di marcato carattere anti-imperialista e di solidarietà latinoamericana, con potenziali implicazioni per le relazioni con il Venezuela e altri paesi vicini in caso di arrivo alla Presidenza.
Dopo il trionfo del PH nelle elezioni legislative dello scorso 8 marzo, ha lanciato un messaggio ai suoi avversari: “Oggi inizia il nostro secondo tempo. Con una rappresentanza parlamentare forte e impegnata, inizieremo una nuova tappa di trasformazioni. Approfondire i cambi, lo diciamo ai nostri avversari, non è un estremismo, né significa dividere il Paese, significa renderlo appena più giusto, più prospero e più umano”.
La sua candidatura è, in sé stessa, un plebiscito sulla memoria storica, la giustizia e il modello di società che la Colombia vuole costruire, con ripercussioni ineludibili per l’equilibrio politico di tutta l’America del Sud.
La herencia de una lucha y el desafío de una candidatura
Iván Cepeda, el candidato que propone una “revolución ética” en Colombia
La política colombiana se prepara para un nuevo capítulo con la consolidación de Iván Cepeda Castro como candidato presidencial del Pacto Histórico (PH) para este 2026. Su figura, sin embargo, trasciende la coyuntura electoral para encarnar una de las trayectorias más coherentes en la defensa de los derechos humanos y, simultáneamente, una de las antagonistas históricas del uribismo.
El pasado 8 de marzo, se realizaron las elecciones legislativas y consultas interpartidistas en el vecino país. En el Congreso las fuerzas se distribuyeron sobre todo entre el PH y el Centro Democrático (CD). El primero, logró la mayoría de votos en Senado, consiguiendo 5 curules más que hace cuatro años con casi 4,4 millones de votos (22,82 %). Por su parte el CD logró 4 curules más con casi 3 millones de votos (15,63 %). Y en tercer lugar se ubicó el Partido Liberal, que perdió una curul pero se mantuvo en 13 con el 11,7 % de los votos.
En las consultas interpartidistas, donde no participó Cepeda por decisión del Consejo Nacional Electoral, la senadora Paloma Valencia se posicionó como ganadora de la Gran Consulta por Colombia con el 45,70 %, es decir 3,2 millones de votos.
Posteriormente, el candidato nombró como fórmula vicepresidencial a la reconocida lideresa indígena del pueblo nasa, Aída Quilcué. La actual senadora ha jugado un papel destacado en el Consejo Regional Indígena del Cauca (CRIC) y en escenarios internacionales como la Unesco, donde ha trabajado en temas de paz y derechos colectivos.
La herencia de una lucha
Nacido en Bogotá el 24 de octubre de 1962, Iván Cepeda Castro representa una de las figuras más emblemáticas de la izquierda colombiana contemporánea y su biografía está indisolublemente ligada a la violencia política que ha marcado la historia reciente del país.
Es senador del PH, miembro de la Comisión Segunda del Senado y ha sido uno de los principales arquitectos de la política de paz total del gobierno de Gustavo Petro. Hijo del senador Manuel Cepeda Vargas, dirigente de la Unión Patriótica (UP) asesinado el 9 de agosto de 1994 por agentes estatales en colaboración con paramilitares; y de Yira Castro, concejal de Bogotá por la Unión Nacional de Oposición fallecida en 1981, Cepeda heredó una tradición de militancia comunista que definiría su rumbo vital.
Su formación académica incluye estudios de filosofía en la Universidad San Clemente de Ohrid de Bulgaria y una especialización en derecho internacional humanitario en la Universidad Católica de Lyon, Francia. Sin embargo, fue el magnicidio de su padre —reconocido posteriormente por la Corte Interamericana de Derechos Humanos como parte del genocidio político contra la UP— el detonante que lo impulsó desde la docencia en estética en la Universidad Javeriana hacia la defensa de los derechos humanos y la política.
En 2003, Cepeda cofundó el Movimiento Nacional de Víctimas de Crímenes de Estado (Movice), organización que agrupó a miles de familiares de víctimas de crímenes cometidos por agentes estatales. Este trabajo le valió amenazas que lo obligaron al exilio en Francia en el año 2000. Su incursión en la política electoral comenzó en 2009 con el Polo Democrático, obtuvo una curul en la Cámara de Representantes en 2010 con 35 mil votos, la cuarta votación más alta por un candidato en esa circunscripción.
Desde 2014, ha sido copresidente de la Comisión de Paz y formó parte del equipo negociador del gobierno en los diálogos con el Ejército de Liberación Nacional (ELN). Su labor como facilitador en los diálogos de paz con las FARC (2012), así como su mediación en la entrega del Clan del Golfo, lo han posicionado como una figura clave en los procesos de negociación con grupos armados.
El 26 de octubre de 2025, Cepeda alcanzó el 64,40% de la votación para ser el ganador de en la consulta interna del PH con 1,5 millones de votos (64,40% de la votación). Así superó a la exministra de Salud, Carolina Corcho, y al exalcalde de Medellín, Daniel Quintero. Esto lo convirtió en el candidato de la coalición para las elecciones presidenciales cuya primera vuelta será el próximo 31 de mayo.
Contra Uribe y el establishment (valga la redundancia)
La relación entre Iván Cepeda y Álvaro Uribe Vélez constituye uno de los capítulos más intensos de la política colombiana reciente cuyas raíces se extienden por más de una década de confrontación judicial y mediática. El origen del conflicto se remonta a las investigaciones del ahora candidato sobre las presuntas relaciones del paramilitarismo con congresistas y políticos en 2014, un fenómeno conocido como la “parapolítica”.
En medio de un debate en el Congreso de la República, Cepeda se atrevió a poner en la palestra pública al entonces senador del CD y lo cuestionó por supuestos nexos con las Autodefensas Unidas de Colombia (AUC). Uribe respondió abandonando el recinto y dirigiéndose a la Corte Suprema de Justicia (CSJ) para denunciar a Cepeda por supuesta manipulación de testigos. La denuncia se fundamentaba en entrevistas que este había realizado desde 2011 con reclusos como Juan Guillermo Monsalve, administrador de la hacienda Guacharacas, propiedad de la familia Uribe Vélez.
El giro inesperado llegó el 16 de febrero de 2018, cuando la citada Corte determinó que no existían pruebas contra Cepeda y, en cambio, halló indicios de que Uribe y su abogado, Diego Cadena, habrían intentado influir en testigos para desacreditar al senador. El 24 de julio de 2018, la CSJ llamó a indagatoria a Álvaro Uribe por presunto soborno a testigos en actuación penal y fraude procesal.
Este proceso judicial se extendió por más de siete años y, el 4 de agosto de 2020, la CSJ ordenó la detención domiciliaria de Uribe por riesgos de obstrucción a la justicia luego de escuchar una serie de conversaciones —más de 27.000 pruebas de audio— y revisar un documento de más de 1500 páginas. La medida duró aproximadamente dos meses hasta que el expresidente renunció a su curul senatorial, perdió su condición de aforado y el caso fue trasladado a la justicia ordinaria.
El 28 de julio de 2025, la jueza 44 penal del circuito de Bogotá condenó a Uribe a 12 años de prisión domiciliaria, lo halló culpable de fraude procesal y soborno en actuación penal. Sin embargo, el 21 de octubre de ese año, el Tribunal Superior de Bogotá revocó la condena en segunda instancia y le absolvió de todos los cargos. El caso continúa pendiente de un recurso extraordinario de casación ante la CSJ.
El enfrentamiento trascendió lo jurídico para convertirse en una guerra mediática con contradicciones y verdades ocultas. Las vidas cruzadas de ambos representan medio siglo de confrontación ideológica: por un lado, el uribismo, con su discurso de seguridad democrática y mano dura; por el otro, Cepeda, erigido como la voz de las víctimas de esa misma política. Esta batalla ha consolidado su imagen como el principal contendor político y ético del expresidente y de lo que él denomina el “neofascismo” representado por las fuerzas uribistas en el Congreso y en las regiones.
El desafío de una candidatura
El programa de gobierno de Iván Cepeda se articula en torno a la lucha contra la corrupción, la equidad social y la protección ambiental, bajo lo que él denomina una “revolución ética” acompañada de un diálogo nacional. Ha ratificado que su eventual administración no se limitará a hacer “reformas cosméticas”, sino a promover transformaciones estructurales en el modelo económico y social del país.
El candidato señaló la necesidad de atacar la “macro-corrupción colombiana” como pilar central de su gestión. Propone reformas institucionales que garanticen mayor transparencia en la contratación pública, sanciones ejemplares a responsables de desfalcos estatales y el fortalecimiento de la independencia de los organismos de control.
En lo económico, aboga por un modelo productivo sostenible basado en la industrialización, la innovación tecnológica y el fortalecimiento del campo colombiano acompañado de una reforma tributaria progresiva que reduzca la carga sobre las clases trabajadoras y aumente la contribución de los grandes capitales.
Su visión incluye convertir a Colombia en “una potencia mundial de la vida, una potencia agroalimentaria y biodiversa”. Plantea convertir las regiones más olvidadas de enclaves del narcotráfico en territorios de desarrollo, con agua potable, energías limpias y vías terrestres, fluviales y férreas que conecten la economía campesina con los mercados del país y del mundo.
En seguridad y paz, propone completar la implementación del Acuerdo de La Habana de 2016 —siendo el próximo gobierno el último en el cronograma acordado— y avanzar en las negociaciones con el ELN. Un elemento central es la “transformación de los territorios” y la sustitución de economías ilícitas por economías productivas, en el marco de una revolución agraria.
El candidato afirma que, si llega a la Presidencia, su primera medida sería “convocar la preparación del diálogo nacional” desde mayo próximo, buscando consensos en temas como “la paz, la seguridad, el problema del narcotráfico y las economías ilícitas, la necesidad de una reforma agraria”. Este diálogo podría materializarse a través de una Asamblea Constituyente con límites y agenda determinados, o mediante decisiones legislativas o medidas ejecutivas.
En política exterior, Cepeda ha manifestado posiciones críticas hacia la injerencia estadounidense en la región. En un acto en Madrid el 7 de enero pasado, rechazó cualquier forma de agresión o injerencia y sostuvo que este tipo de acciones vulneran la paz regional, el derecho internacional y la estabilidad económica de América Latina, agregando que “no somos una colonia ni un protectorado”. Advirtió sobre la reactivación de la Doctrina Monroe, bajo el “corolario Trump”, que califica a América Latina como un espacio de dominación estratégica y amenaza la soberanía regional.
En aquella ocasión lanzó un contundente llamado a la conformación de un gran movimiento global para enfrentar lo que calificó como una “internacional neofascista” y sostuvo que “derrotar el neofascismo no es una consigna, es una condición para preservar la vida”. Esta postura anticipa una política exterior de marcado carácter antiimperialista y de solidaridad latinoamericana, con potenciales implicaciones para las relaciones con Venezuela y otros países vecinos en caso de llegar a la Presidencia.
Tras el triunfo del PH en las elecciones legislativas del pasado 8 de marzo, lanzó un mensaje a sus adversarios: “Hoy comienza nuestro segundo tiempo. Con una bancada fuerte y comprometida, iniciaremos una nueva etapa de transformaciones. Profundizar los cambios, se lo decimos a nuestros adversarios, no es ningún extremismo, ni significa dividir al país, significa hacerlo apenas más justo, más próspero y más humano”.
Su candidatura es, en sí misma, un plebiscito sobre la memoria histórica, la justicia y el modelo de sociedad que Colombia quiere construir, con repercusiones ineludibles para el equilibrio político de toda América del Sur.

