Non si può avere dimensione della battaglia che sta portando avanti la sinistra colombiana senza esaminare attentamente la storia del Paese. Il Pacto Histórico non rappresenta solo un’opzione elettorale, ma una risposta popolare a secoli di cattura violenta dello Stato da parte di élite senza scrupoli.
Domenica scorsa, 8 marzo, la Colombia è tornata alle urne. Non solo si è rinnovato il Congresso —183 rappresentanti alla Camera e 103 senatori— ma si sono anche mosse le pedine all’interno dei diversi blocchi politici del Paese. Tre consultazioni interpartitiche si sono disputate la scacchiera presidenziale. Da un lato la cosiddetta Grande Consulta, dove sono confluite la destra e l’estrema destra. Verso il centro si è organizzata la Consulta delle Soluzioni. E, in parallelo, il campo vicino al Pacto Histórico si è raggruppato sotto il nome di Fronte per la Vita.
Il Pacto ha deciso di partecipare con liste chiuse, una scommessa pensata per evitare che il voto si disperda e per frenare, per quanto possibile, le vecchie macchine del clientelismo e di pressione sull’elettorato. La destra, invece, ha optato per liste aperte, un formato che storicamente ha convissuto abbastanza bene con quelle stesse pratiche.
Il Pacto Histórico ha finito per consolidarsi come la principale forza politica del paese raggiungendo circa 4,4 milioni di voti. E lo ha fatto con un ostacolo importante sul cammino, dato che Iván Cepeda —uno dei nomi più forti della sinistra e favorito in diversi sondaggi— è rimasto escluso dalle consultazioni interpartitiche dopo una decisione arbitraria del Consiglio Nazionale Elettorale. La conseguenza è stata che, in effetti, il voto progressista si è disperso ed è finito ripartito tra varie opzioni che, in altre condizioni, probabilmente sarebbero confluite in una stessa candidatura.
La destra e l’estrema destra sono arrivate alla Grande Consulta con un ventaglio ampio di candidati e sono riuscite a mobilitare una quantità importante di votanti. Circa cinque milioni di persone hanno partecipato a quella interna. La candidata sostenuta dall’ex presidente Álvaro Uribe, Paloma Valencia, è finita per aggiudicarsi la vittoria. Lo ha fatto con circa 3,2 milioni di voti, adempiendo così all’obiettivo di consolidarsi come la carta principale di detto settore politico.
Al secondo posto è rimasto Juan Daniel Oviedo, exdirettore del Dipartimento Amministrativo Nazionale di Statistica (DANE), che ha raccolto circa 1,2 milioni di sostegni. Sebbene a buona distanza da Valencia, tale risultato lo ha lasciato abbastanza ben posizionato all’interno dello spazio di una destra che cercava di mostrarsi come un’alternativa più tecnocratica e meno legata alle macchine tradizionali.
Da parte sua, Abelardo de la Espriella, che ha coltivato un legame vicino al repubblicanesimo USA all’interno dell’universo uribista, ha deciso di mantenersi fuori dalla consulta, cercando di preservare un’immagine di indipendenza rispetto alle strutture più organiche della destra uribista. La mossa non è nuova. Fa parte di una strategia a doppio binario che l’uribismo ha già usato altre volte. Qualcosa di simile accadde nel 2022, quando detto settore finì per giocare due carte in simultanea: da un lato, la candidatura ufficiale dell’ex sindaco Federico «Fico» Gutiérrez e, dall’altro, quella dell’imprenditore Rodolfo Hernández, presentata come un’opzione suppostamente indipendente.
Ma l’aspettativa che De la Espriella si consolidasse come una specie di terza via all’interno di quello spazio non quadra del tutto. Il suo partito, Salvación Nacional —fondato nel 1990 dal dirigente conservatore Álvaro Gómez Hurtado, poi assassinato— è appena riuscito a catturare il 3,6% dell’elettorato. Ciò si è tradotto in tre seggi al Senato, un risultato modesto che, inoltre, lascia l’organizzazione sull’orlo di perdere la sua personalità giuridica per lo scarso rendimento alle urne.
Dunque, Álvaro Uribe torna a situarsi con due candidature vicine alla sua orbita politica, entrambe con un tetto elettorale abbastanza limitato all’interno del campo dell’estrema destra. In quella scacchiera, la figura di Juan Daniel Oviedo comincia ad apparire come un alleato possibile per ampliare la base verso settori meno radicalizzati. Con questi risultati, l’ex direttore del DANE —forse, il profilo più moderato all’interno di un blocco— rimane ben posizionato per negoziare un’eventuale vicepresidenza o, persino, proiettarsi verso una candidatura alla Sindacatura di Bogotá nelle elezioni del 2027.
Il panorama del cosiddetto centro politico non è uscito rafforzato dalla giornata. La performance del Partito Verde e dei suoi alleati nelle legislative è finita per diluire ulteriormente la già fragile identità di quello spazio. Nella Consulta delle Soluzioni, l’ex sindaca Claudia López ha raccolto 574670 voti, una cifra che contrasta con il bacino che la portò al Palazzo Liévano nel 2019, quando raggiunse 1108541 suffragi.
In campo legislativo il settore verde è uscito abbastanza colpito, poiché ha perso figure importanti in entrambi i lati dello spettro interno. Inti Asprilla, vicino al Pacto Histórico, è rimasto senza il suo seggio. Ma non sono riuscite a mantenere i loro seggi a destra nemmeno Katherine Miranda né Angélica Lozano. Il risultato ha messo abbastanza in evidenza la crisi del “centro verde” come progetto politico.
Tale fragilità è diventata ancora più evidente con la votazione ottenuta dall’influencer Jota Pe Hernández, noto per la sua ammirazione per Nayib Bukele. Hernández ha ottenuto 158457 voti ed è finito per diventare il terzo congressista più votato all’interno delle liste aperte. Lo hanno superato solo Nadia Blel —membro del clan parapolitico Blel, una potente famiglia del dipartimento di Bolívar— e Lidio García Turbay, anch’egli legato a uno dei clan tradizionali di quel dipartimento (García Turbay, è d’obbligo dirlo, è membro del gruppo politico guidato dall’ex senatore Álvaro García Romero, suo cugino, che nel 2010 fu condannato dalla Corte Suprema di Giustizia per la sua partecipazione al massacro di Macayepo dell’anno 2000, condotto dai paramilitari delle Autodefensas Unidas de Colombia).
In sintesi, le tre votazioni più alte delle liste aperte della destra sono finite in mani di due rappresentanti di clan politici storicamente vincolati alle reti di potere che accompagnarono l’istituzionalizzazione del paramilitarismo sulla costa caraibica, insieme a un progetto politico di tono libertario che beve dall’estetica e dal discorso bukelista.
Nell’altro versante dello spettro politico, il Fronte per la Vita ha ottenuto un risultato piuttosto modesto. Dopo la decisione del CNE di impedire la partecipazione di Iván Cepeda alle consultazioni interpartitiche, il Pacto Histórico ha deciso di non accompagnare formalmente la contesa di quel fronte. Roy Barreras, che per anni fu operatore dell’uribismo prima di avvicinarsi al campo progressista, ha raggiunto circa 360000 voti.
Ciononostante, Barreras e Daniel Quintero sono andati avanti con la consulta, che infine ha raccolto 595837 voti in totale. Il risultato ha messo in chiaro l’usura politica di Barreras. Le macchine regionali che per anni hanno sostenuto il suo ruolo di operatore politico hanno finito per ritirargli il sostegno, mentre tra i settori di sinistra non è mai riuscito a consolidare una base propria realmente solida. Chi aspirava a mobilitare più di 3 milioni di voti è rimasto molto lontano da quell’obiettivo. Oggi Barreras appare come una figura indebolita all’interno del campo progressista e con una capacità di convocazione molto minore di quella che proiettava all’inizio della contesa.
Sul piano legislativo, il blocco della sinistra al governo non è riuscito a raggiungere le maggioranze parlamentari necessarie per superare senza difficoltà i blocchi che già si conoscono né quelli che probabilmente verranno. Tuttavia, al di là di qualsiasi lettura trionfalistica o disfattista, conviene guardare questo risultato in prospettiva storica. Anche con i suoi limiti, si tratta della migliore performance legislativa che la sinistra abbia mai ottenuto. Una sinistra che, dalle sue origini, è stata sistematicamente colpita da una delle oligarchie più fratricide del continente.
La violenta democrazia colombiana
Dopo quattro anni al governo, l’avanzata del Pacto Histórico al Senato comincia a marcare una tendenza che non passa inosservata. Sebbene a poco a poco, sembra crescere un certo livello di fiducia istituzionale nel suo progetto politico. Il blocco progressista è passato da 20 a 25 seggi nella camera alta, e il riconteggio dei voti potrebbe ancora restituirgli almeno due scranni in più. Non sarebbe inedito. Già accadde nel 2022. In quel momento, il riconteggio finì per recuperare circa 570000 voti che inizialmente non erano stati contabilizzati per il Pacto. Quel processo permise che la rappresentanza parlamentare passasse da 16 a 20 senatori. I quattro seggi recuperati erano stati assegnati in un primo momento al Partito della U, una collettività che per anni funzionò come uno dei principali veicoli politici di Álvaro Uribe, prima che questi rompesse con il suo successore Juan Manuel Santos e decidesse di fondare il Centro Democrático nel 2013.
Nello scenario attuale, il Centro Democrático appare come la seconda forza del Senato, con 17 scranni, mentre il Partito Liberale occupa il terzo posto, con 13. Così, la mappa politica della corporazione risulta guidata dal Pacto Histórico con 25 seggi, seguito dall’uribismo con 17 e dal liberalismo con 13. La situazione alla Camera dei Rappresentanti, da parte sua, è ancora in via di sviluppo. Lo scrutinio avanza con una certa lentezza, per cui il panorama definitivo non è ancora completamente chiaro. Tuttavia, le proiezioni preliminari suggeriscono che il blocco progressista potrebbe crescere in modo significativo anche lì. Secondo stime del Sistema di Media Pubblici RTVC, il Pacto passerebbe da 26 a circa 38 scranni nella camera bassa.
Ora, il fatto che il riconteggio abbia tanto peso rispetto al conteggio iniziale apre domande profonde sul funzionamento del sistema elettorale colombiano. Una e più volte, ciò che si evidenzia è l’esistenza di una parainstituzionalità che attraversa l’insieme della vita politica del paese. La perdita, alterazione o scomparsa di voti difficilmente può essere intesa come un semplice “errore tecnico”. Fa parte di un insieme di pratiche che, nel corso della storia, sono state utilizzate per bloccare o eliminare gli avversari politici.
All’interno di quel repertorio appaiono meccanismi noti: compravendita di voti, pressioni clientelari, guerra giuridica, persecuzione politica, proscrizioni partitiche, coercizione armata e persino episodi di genocidio politico o magnicidio. Sono risorse che si attivano ogni volta che il sistema di potere ha bisogno di riaccomodarsi per proteggere gli interessi di ciò che Jorge Eliécer Gaitán chiamava il “Paese politico”: quella minoranza di élite che amministra lo Stato e che, storicamente, ha mantenuto una distanza profonda con le maggioranze popolari che conformano il cosiddetto “Paese nazionale”.
Breve storia dell’eliminazione politica in Colombia
Ci fu un momento in cui la politica colombiana cambiò rotta in modo brutale. A metà degli anni 80, in mezzo alla ricomposizione del potere dei settori conservatori —senza importare troppo il partito in cui si accomodassero—, il Paese attraversò due congiunture elettorali marcate da sangue: 1986 e 1990. In quegli anni furono assassinati diversi dei principali candidati che rappresentavano alternative politiche al di fuori dell’élite tradizionali e che, inoltre, si trovavano a sinistra del potere che orbitava attorno al Cartello di Medellín.
La lista è nota, ma non per questo meno raccapricciante. Jaime Pardo Leal, dirigente del Partito Comunista Colombiano e dell’Unión Patriótica (UP), fu assassinato nel 1987. Due anni dopo cadde Luis Carlos Galán, leader del Nuevo Liberalismo e uno dei candidati con maggiore proiezione presidenziale. Nel 1990 furono assassinati anche Bernardo Jaramillo Ossa, figura centrale dell’Unión Patriótica, e Carlos Pizarro León-Gómez, ex comandante del M-19 che aveva appena deposto le armi per partecipare alla politica formale.
Sia l’Unión Patriótica che il M-19 avevano intrapreso processi di pace che implicavano abbandonare la lotta armata per integrarsi al sistema politico attraverso le elezioni. Ma invece di aprirsi uno spazio democratico liberale, ciò che seguì fu lo sterminio sistematico della UP e l’assassinio di chi tentava di costruire un’alternativa politica dalla legalità. Con il tempo, diverse indagini hanno segnalato che dietro quella violenza convergevano molteplici attori, tra cui si contano settori delle forze armate, strutture paramilitari, reti del narcotraffico, imprenditori e funzionari dello stesso Stato.
La chiusura politica non terminò lì. Nel 2002, quando lo sterminio dell’Unión Patriótica pesava ancora sulla memoria recente del paese, il Comitato Nazionale Elettorale (CNE) decise di ritirare la personalità giuridica al partito. La misura fu presa durante l’ascesa politica di Álvaro Uribe. Più di un decennio dopo, nel 2013, la Corte Interamericana dei Diritti Umani riconobbe la responsabilità dello Stato colombiano in quello sterminio e ordinò di restituire la personalità giuridica alla UP.
La storia si ripeté, anche se sotto altre forme, nel 2018. Quell’anno il CNE bloccò la possibilità che Colombia Humana, il movimento guidato da Gustavo Petro, si costituisse formalmente come partito politico. Di fronte a questa decisione, Petro e la sua coalizione finirono per competere nelle elezioni presidenziali utilizzando la personalità giuridica che era stata restituita all’Unión Patriótica (quest’anno, finalmente, Colombia Humana ha optato per sciogliersi e integrarsi pienamente nel Pacto Histórico, una decisione che, almeno in parte, rispose alla necessità di aggirare gli ostacoli che lo stesso CNE ha imposto al processo di unificazione di detto progetto politico).
Il periodo dei magnicidi segnò profondamente la politica del Paese alla fine del XX secolo. In uno scenario di apertura democratica chiusa, la partecipazione elettorale della sinistra si ritrasse per decenni. Questo scenario cominciò a cambiare solo nel 2018, quando Gustavo Petro irruppe come candidato presidenziale con una capacità di mobilitazione inedita per il campo progressista.
Per quasi tre decenni —tra il 1990 e la fine del ciclo politico dell’uribismo, che finì per logorarsi con il governo di Iván Duque in mezzo allo Sciopero Nazionale del 2019-2021— l’astensione elettorale in Colombia si mantenne attorno al 53%. Questo schema cominciò a modificarsi a partire dal 2018, quando l’astensione scese al 44%. Il calo, in buona misura, fu trainato dalla mobilitazione di nuovi votanti e dall’entusiasmo di settori progressisti che vedevano in Petro una possibilità reale di contendere il potere. La tendenza si approfondì nel 2022, quando l’astensione cadde fino al 41,9%, il livello più basso in decenni.
Alla luce della crescita del voto progressista —constatata anche nelle elezioni legislative dello scorso 8 marzo—, tutto indica che questa tendenza potrebbe continuare a consolidarsi in vista del primo turno presidenziale previsto per il 31 maggio di quest’anno. La mappa politica colombiana continua a muoversi ma, per la prima volta da molto tempo, una parte significativa dell’elettorato sembra convinta che partecipare possa cambiare qualcosa.
Reazione conservatrice?
Il vecchio bipartitismo liberale-conservatore era riuscito a riaggregare buona parte dell’opposizione al Congresso nelle elezioni del 2022. Tuttavia, le elezioni dello scorso 8 marzo hanno nuovamente trasformato la composizione partitica del Congresso. Il risultato ottenuto dal Centro Democrático, partito di Álvaro Uribe, non solo lo consolida come la seconda forza politica del Paese —superando persino il Partito Liberale—, ma inoltre riordina la mappa della destra. La sua avanzata elettorale ha indebolito quei partiti che per anni avevano avuto peso proprio (come Cambio Radical) e ha spinto il Partito Conservatore fino al quinto posto nella correlazione di forze del Congresso.
La presenza di Álvaro Uribe aveva già alterato l’equilibrio del sistema politico tradizionale nel decennio del 2000. In quel momento, la ricomposizione della destra fu trainata da settori emergenti dell’élite economica, i cosiddetti “nuovi ricchi”, che consolidarono il loro potere in mezzo all’espansione di capitali legati al narcotraffico e della loro successiva proiezione internazionale durante l’era di Ronald Reagan.
Con il passare del tempo, quella frazione della borghesia finì per integrarsi in modo stabile nel paesaggio del potere in Colombia. La sua consolidazione fu accompagnata da episodi ricorrenti di vincolo tra settori politici e imprenditoriali con le reti di narcotraffico, paramilitarismo, esportazione di mercenari e diversi scandali legati a traffico di armi in zone di frontiera, soprattutto quando quelle regioni finiscono sotto governi considerati “scomodi” per gli USA.
Questo blocco di potere politico, finanziario e militare opera in forma relativamente coesa e si muove in sintonia con gli interessi geopolitici allineati a Washington. In termini strutturali, si tratta di una borghesia di carattere transnazionale. In questo senso, la supposta sconfitta elettorale di Álvaro Uribe come candidato al Senato assomiglia meno a una ritirata che a un semplice movimento tattico all’interno di quello stesso blocco di potere.
Più che un “collasso della destra”, ciò che è in marcia è un processo di riorganizzazione interna. La crescita del Centro Democrático e il retrocedere del Partito Conservatore suggeriscono una redistribuzione di ruoli all’interno di quello stesso campo politico. L’uribismo torna ora a occupare la posizione offensiva, mentre il conservatorismo gli apre il passo e funziona —come ha fatto storicamente— da cava amministrativa e facciata istituzionale per i settori più concentrati del potere reale.
La base politica di Álvaro Uribe è stata circondata da polemiche sin dai suoi tempi come congressista negli anni 90. Diverse indagini hanno segnalato vincoli tra settori del suo ambiente politico e familiare e il Cartello di Medellín. Più avanti, durante i suoi due
mandati come presidente (2002-2010), le indagini promosse da Gustavo Petro e Iván Cepeda contribuirono a visibilizzare la portata del fenomeno della “parapolitica”, in cui più del 35% del Congresso arrivò a essere indagato per presunti vincoli con le Autodefensas Unidas de Colombia (AUC) e con circuiti associati al narcotraffico.
Quell’ intreccio non fu mai giudicato nella sua totalità. Le indagini avanzarono in modo frammentato e lasciarono ampie zone di impunità nella relazione tra potere politico, paramilitarismo ed economie illegali. In quel contesto, la cosiddetta “plata dulce” —i flussi di capitale provenienti da quelle reti— diventa una variabile chiave per capire come si riorganizza oggi la destra colombiana.
Gli episodi recenti sembrano rafforzare tale lettura. Le operazioni del Piano Democrazia della Polizia Nazionale hanno rilevato circa 4000 milioni di pesos che presumibilmente sarebbero stati utilizzati per la compravendita di voti. Gli scandali hanno raggiunto tanto settori del Centro Democrático quanto del Partito Liberale. Tuttavia, questi casi appena scalfiscono la superficie di un fenomeno molto più profondo, radicato nella persistenza di strutture di potere che combinano denaro illecito, influenza politica e capacità coercitiva.
Diverse denunce realizzate dal presidente Gustavo Petro segnalano, inoltre, la possibile esistenza di un intreccio noto come la “Nuova Giunta” del narcotraffico. Le accuse sostengono che si tratta di una rete che opera attraverso connessioni politiche e finanziarie che superano ampiamente il territorio colombiano. E traccia la portata dei suoi nodi logistici e finanziari persino fino a Dubai, capitale degli Emirati Arabi Uniti, il che dà un’idea del livello di transnazionalizzazione che hanno raggiunto queste strutture.
In tale quadro, il processo elettorale colombiano di questo 2026 non è solo una disputa elettorale tra partiti. È un’opportunità per intravedere con maggiore chiarezza i fili della ricomposizione di un blocco di potere che combina politica, capitale e reti illegali, e che continua ad avere un’enorme capacità di influenzare il corso istituzionale del paese.
Il peso dell’antibolivarianesimo
L’origine divisionista e profondamente militarizzata di questa borghesia colombiana transnazionalizzata può essere rintracciata nella reazione storica contro uno dei progetti politici più ambiziosi che sorsero dopo le indipendenze: l’idea bolivariana di un’America Latina integrata. Tale orizzonte prese forma concreta nel Congresso Anfizionico di Panama del 1826, convocato da Simón Bolívar con l’obiettivo di riunire le nuove repubbliche e costruire una confederazione che combinasse diplomazia, difesa e politica comune di fronte alle potenze straniere. Due secoli dopo, quel tentativo precoce di integrazione continentale rimane lontano nel ricordo. Ma già nel suo stesso tempo quel progetto affrontò ostacoli enormi. Le rivalità tra élite locali, gli interessi commerciali divergenti e le pressioni esterne finirono per indebolire il sogno bolivariano di un’America politicamente articolata.
La storia personale di Bolívar, in certa forma, riflette il fallimento di quel progetto politico. Il Libertador morì malato e costretto all’inanizione quando tentava di abbandonare il Paese in rotta verso l’esilio da Santa Marta. Qualcosa di simile accadde con molti di coloro che tentarono di continuare il suo lascito politico in Colombia. Uno di loro fu il generale José María Melo, militare bolivariano che guidò un breve governo riformista nel 1854. Il suo progetto finì sconfitto dall’alleanza di settori conservatori e liberali tradizionali. Dopo anni di esilio e combattimenti in Centroamerica, Melo fu assassinato nel 1860 nel sud del Messico.
Decenni dopo, Rafael Uribe Uribe, generale liberale e una delle ultime figure che propose la possibilità di una reintegrazione territoriale tra Colombia e Venezuela, subì una sorte ugualmente tragica. Nel 1914 fu assassinato a colpi di machete nel centro di Bogotá, a pochi metri dal centro storico della città e dalla piazza che oggi porta il nome di Simón Bolívar.
All’inizio del XX secolo, la perdita del Canale di Panama e l’ascesa di un’egemonia conservatrice finirono per consolidare un cambio profondo nell’orientamento internazionale del paese. La dottrina Respice Polum (“guardare verso il nord”), promossa dal presidente conservatore Marco Fidel Suárez tra il 1918 e il 1921, proponeva che la politica estera colombiana dovesse orientarsi prioritariamente verso gli USA, facendo di Washington il principale referente strategico del Paese.
Questo orientamento finì per generare un’inerzia politica duratura. Con il passare del tempo, la relazione privilegiata con gli USA divenne uno degli assi strutturali della politica estera colombiana, spostando i progetti di integrazione regionale autonoma che avevano segnato l’orizzonte bolivariano del XIX secolo. In tale quadro si andò consolidando un’élite politica ed economica che trovò in quella relazione asimmetrica una forma efficace di riprodurre il proprio potere, lasciando come lascito una lunga tradizione di dipendenza geopolitica.
I Valencia e la questione caucana
Il dipartimento del Cauca sembra condensare oggi buona parte delle tensioni storiche del paese. Non è casuale che tanto Iván Cepeda quanto la sua controparte politica, Paloma Valencia, provengano da quella regione del sud-ovest colombiano, in cui i cognomi funzionano quasi come archivi della storia. In luoghi come Popayán, i lignaggi familiari contano ancora —e molto— per capire come si sono distribuiti il potere, la terra e la politica nel corso dei secoli.
Il cognome Valencia ci rimanda a una genealogia che attraversa diversi momenti decisivi della storia colombiana: l’economia schiavista della Colonia, il conservatorismo aristocratico del XX
secolo e le strategie controinsurrezionali che segnarono la Guerra Fredda in America Latina. Paloma Valencia, attuale senatrice e figura dell’uribismo, proviene precisamente da quel lignaggio. La sua famiglia fa parte dei clan che dominarono per secoli l’élite di Popayán e che furono vincolati allo sfruttamento minerario e delle haciendas del Pacifico colombiano, sostenuto da manodopera africana e indigena schiavizzata.
L’origine di tale potere familiare può essere rintracciata fino al XVIII secolo, con Pedro Agustín de Valencia y Fernández del Castillo, primo Conte di Casa Valencia a Popayán. In quanto integrante dell’aristocrazia coloniale caucana, la sua ricchezza poggiava sulla proprietà simultanea di haciendas, miniere d’oro e schiavi. I suoi sfruttamenti si estendevano per territori vicini ai fiumi Yurumanguí, Cajambre e Naya, nel Pacifico, in cui squadre di africani schiavizzati erano obbligati a lavorare nell’estrazione dell’oro, che alimentava il circuito coloniale dell’oro. Fu attorno a quelle miniere e haciendas che la famiglia Valencia consolidò la sua posizione economica e sociale, diventando uno dei lignaggi più influenti dell’aristocrazia payanese.
All’inizio del XX secolo appare un’altra figura chiave di quello stesso lignaggio: Guillermo Valencia. Poeta modernista, dirigente del Partito Conservatore e candidato presidenziale nel 1930, il suo nome viene solitamente ricordato più per la sua opera letteraria che per la sua influenza politica. Ma Guillermo Valencia rappresentava un settore del conservatorismo colombiano che, nei decenni del 1930 e 1940, guardava con simpatia le correnti ispaniste e corporativiste che si esprimevano nel regime di Francisco Franco e nella dottrina della Falange Spagnola.
La continuità del potere familiare si proiettò poi in suo figlio, Guillermo León Valencia, presidente della Colombia tra il 1962 e il 1966. Il suo governo coincise con uno dei momenti più intensi della Guerra Fredda in America Latina, quando gli USA promuovevano strategie controinsurrezionali per contenere l’espansione di movimenti guerriglieri nel continente. Fu in quel contesto che, nel 1964, il governo lanciò l’offensiva militare contro Marquetalia, un importante enclave della resistenza contadina armata.
La cosiddetta Operazione Marquetalia —denominata ufficialmente Operazione Sovranità— cominciò il 18 maggio 1964 per ordine del presidente Valencia. L’esercito colombiano dispiegò circa 16000 soldati per attaccare una zona dove vivevano circa mille abitanti. Di loro, appena qualche decina di contadini erano armati, diretti dal liberale Manuel Marulanda Vélez e dal dirigente comunista Jacobo Arenas. Dopo l’operativo militare, quel piccolo gruppo riuscì a ripiegare verso la montagna. Con il tempo, da quell’esperienza sarebbe sorto il nucleo fondatore delle Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia (FARC).
La portata della figura della candidata uribista Paloma Valencia, quindi, è comprensibile solo a condizione di situarla in quella lunga continuità storica che va dalle miniere schiaviste del Pacifico coloniale fino alle strategie controinsurrezionali della Guerra Fredda. La sua traiettoria politica illustra come certi lignaggi familiari siano riusciti ad attraversare diverse tappe dello Stato colombiano, adattandosi a ogni momento del potere. Oggi non è diverso.
La storia politica del Cauca aiuta anche a comprendere la persistenza dei conflitti nella regione. Lì nacquero molteplici esperienze organizzative che sfidarono le strutture tradizionali dei clan schiavisti, come la guerriglia indigena che prese il nome del leader nasa Quintín Lame, attiva tra il 1984 e il 1991, il Fronte Primo delle FARC, il Consiglio Regionale Indigeno del Cauca (CRIC) o il Processo di Unità Popolare del Sud-ovest Colombiano (PUPSOC). Tutte queste iniziative, in diverse maniere, contestarono l’eredità coloniale e le gerarchie razziali che ancora marcano l’architettura urbana e la struttura sociale di città come Popayán.
Il 16 maggio 2015 Paloma Valencia propose di dividere il dipartimento del Cauca in due: uno indigeno e uno meticcio. Per molti settori sociali e indigeni della regione, tale idea evocò una logica di segregazione territoriale al peggior stile apartheid. Nel corso della sua carriera, la senatrice ha difeso posizioni estremiste in materia di sicurezza, sostenendo politiche fortemente contestate da organizzazioni per i diritti umani, come il caso dei cosiddetti “falsi positivi”, la persecuzione di dirigenti di sinistra o i bombardamenti che hanno ucciso minorenni in zone di conflitto.
Quilcué contro la Paloma della guerra
Di fronte a quella vecchia tradizione oligarchica del Cauca, con clan che concentrarono potere politico ed economico per secoli, appare oggi una figura che proviene dallo stesso territorio ma da una storia completamente diversa. Si tratta di Aida Marina Quilcué Vivas. Lunedì scorso 9 marzo, il giorno successivo alle elezioni legislative, il candidato presidenziale del Pacto Histórico, Iván Cepeda —figlio del senatore caucano e comunista Manuel Cepeda, assassinato nel 1994 durante lo sterminio dell’Unión Patriótica— annunciò che l’attuale senatrice indigena sarà la sua formula vicepresidenziale per le elezioni del 31 maggio.
Con questa decisione, la campagna del Pacto Histórico cerca di proiettare allo scenario presidenziale dirigenze nate nelle lotte sociali e territoriali, specialmente di popoli che per secoli sono stati al di fuori del potere statale. Quilcué, 53 anni, è oggi una delle voci indigene più riconosciute del Paese. Nacque nel popolo nasa, nel resguardo Piçkwe Tha Fiw, nel Cauca, e la sua traiettoria è profondamente legata al movimento indigeno colombiano. Ha partecipato a spazi chiave come il Consiglio Regionale Indigeno del Cauca (CRIC) e l’Organizzazione Nazionale Indigena della Colombia (ONIC), da dove ha promosso mobilitazioni, processi di difesa del territorio e proposte di pace costruite dalle comunità. Fu anche una delle dirigenti che intervenne nei dialoghi con le antiche FARC e partecipò all’elaborazione del capitolo etnico dell’Accordo Finale di Pace, firmato nel 2016.
Nel 2022 Aida Quilcué arrivò al Senato attraverso la circoscrizione speciale indigena con il sostegno del Movimento Alternativo Indigeno e Sociale (MAIS). Da allora ha fatto parte della Commissione Prima, uno degli spazi legislativi più influenti del Congresso, dove ha lavorato su temi legati ai diritti umani, alla costruzione della pace e al riconoscimento delle giurisdizioni proprie dei popoli indigeni. Due anni dopo, nel 2024, fu eletta presidente della Commissione Legale di Pace e Post-conflitto, il che consolidò la sua presenza all’interno del blocco progressista vicino al governo di Gustavo Petro.
La sua storia politica è anche attraversata dal conflitto armato. Nel 2008, suo marito, Edwin Legarda, fu assassinato da membri dell’Esercito sulla via tra Inzá e Popayán. Lo Stato colombiano finì per riconoscere la sua responsabilità in quel crimine e sei militari furono condannati. Da allora, Quilcué ha vissuto sotto costanti minacce. Nel 2022 il suo schema di sicurezza fu attaccato a colpi d’arma da fuoco e a febbraio, appena poche settimane fa, fu sequestrata nel Cauca, da dove riuscì a essere liberata grazie alla pressione e mobilitazione della guardia indigena.
Iván Cepeda presentò la sua candidatura come un’alleanza per la difesa dei diritti umani, la pace e le lotte storiche dei popoli indigeni. La guida di Quilcué appare come l’espressione di una lunga tradizione di resistenza comunitaria che ha affrontato decenni di violenza, razzismo, spossessamento ed esclusione dai territori.
Le pietre di Sisifo
Il risultato delle elezioni dell’8 marzo getta un paradosso difficile da trascurare. Da un lato, la sinistra ottiene uno degli avanzamenti più importanti di tutta la storia repubblicana colombiana. Allo stesso tempo, si mette in evidenza la continuità di una dinamica di potere chiusa che, dal Congresso, si proietta verso buona parte degli organismi di controllo dello Stato prendendo persino lo stesso Comitato Nazionale Elettorale.
Il CNE, creato nel 1888 durante il periodo noto come Egemonia Conservatrice, è composto da magistrati eletti dallo stesso Congresso. In altre parole, coloro che dominano le maggioranze parlamentari finiscono per influenzare direttamente l’istituzione incaricata di vigilare le regole del gioco elettorale. In pratica, ciò genera che la mappa politica del Congresso si rifletta quasi automaticamente all’interno del CNE. Negli ultimi anni l’organismo è stato composto da figure organiche dell’uribismo, come Álvaro Hernán Prada, condannato per manipolazione e compravendita di testimoni nel caso dell’ex presidente Álvaro Uribe, e il congressista César Lorduy, indicato per femminicidio e anch’egli vincolato a quello stesso settore politico.
Ma questa forma di riproduzione del potere non si limita unicamente all’ambito elettorale. Dinamiche simili possono vedersi in altre istituzioni chiave del sistema politico e giudiziario colombiano, come il Consiglio di Stato, le alte corti, la Procura Generale della Nazione, la Procuratoria o la Contraloría. Nell’insieme, queste strutture tendono a consolidare un clima istituzionale in cui le destre riescono a prolungare la loro influenza al di là del terreno strettamente legislativo.
Un altro elemento preoccupante è legato ai seggi di pace, creati dopo gli accordi firmati nel 2016 tra lo Stato colombiano e le FARC con l’obiettivo di ampliare la rappresentanza politica in territori rurali colpiti dal conflitto. In alcuni casi, quegli scranni sono finiti in mani di figure vincolate ad ambienti familiari del paramilitarismo (uno degli esempi più polemici è quello di Jorge Tovar, figlio di Rodrigo Tovar Pupo, alias “Jorge 40”, uno dei perpetratori più noti delle AUC).
Di fronte a questo panorama, correggere ciò che molti considerano un “sequestro istituzionale” richiederebbe una riforma politica profonda. Tuttavia, una trasformazione di quella portata difficilmente riuscirebbe a passare il filtro del Congresso attuale. Per questo, i settori del progressismo cominciano a porsi un’altra via d’uscita: promuovere una grande mobilitazione nazionale che apra il cammino verso un’assemblea costituente. Per un eventuale governo guidato da Iván Cepeda, quella discussione potrebbe diventare uno dei compiti politici più urgenti di fronte ai blocchi persistenti del sistema politico.
En Colombia la izquierda crece y la derecha se reorganiza
Diana Carolina Alfonso
No se puede tener dimensión de la batalla que está llevando adelante la izquierda colombiana sin examinar detenidamente la historia del país. El Pacto Histórico no representa solo una opción electoral, sino una respuesta popular a siglos de captura violenta del Estado por parte de unas élites sin escrúpulos.
El pasado domingo 8 de marzo Colombia volvió a las urnas. No solo se renovó el Congreso —183 representantes a la Cámara y 103 senadores— sino que también se movieron las fichas dentro de los distintos bloques políticos del país. Tres consultas interpartidistas se disputaron el tablero presidencial. De un lado la llamada Gran Consulta, donde confluyeron la derecha y la extrema derecha. Hacia el centro se armó la Consulta de las Soluciones. Y, en paralelo, el campo cercano al Pacto Histórico se agrupó bajo el nombre de Frente por la Vida.
El Pacto decidió participar con listas cerradas, una apuesta pensada para evitar que el voto se disperse y para frenar, en lo posible, las viejas maquinarias del clientelismo y de presión sobre el electorado. La derecha, en cambio, optó por listas abiertas, un formato que históricamente ha convivido bastante bien con esas mismas prácticas.
El Pacto Histórico terminó consolidándose como la principal fuerza política del país al alcanzar cerca de 4,4 millones de votos. Y lo hizo con un obstáculo importante en el camino, ya que Iván Cepeda —uno de los nombres más fuertes de la izquierda y favorito en varias encuestas— quedó por fuera de las consultas interpartidistas tras una decisión arbitraria del Consejo Nacional Electoral. La consecuencia fue que, en efecto, el voto progresista se dispersó y terminó repartido entre varias opciones que, en otras condiciones, probablemente habrían convergido en una misma candidatura.
La derecha y la extrema derecha llegaron a la Gran Consulta con una baraja amplia de candidatos y lograron movilizar una cantidad importante de votantes. Cerca de cinco millones de personas participaron en esa interna. La candidata respaldada por el expresidente Álvaro Uribe, Paloma Valencia, terminó quedándose con la victoria. Lo hizo con alrededor de 3,2 millones de votos, cumpliendo así el objetivo de consolidarse como la carta principal de dicho sector político.
En segundo lugar quedó Juan Daniel Oviedo, exdirector del Departamento Administrativo Nacional de Estadística (DANE), que reunió cerca de 1,2 millones de apoyos. Aunque a buena distancia de Valencia, tal resultado lo dejó bastante bien posicionado dentro del espacio de una derecha que buscaba mostrarse como una alternativa más tecnocrática y menos ligada a las maquinarias tradicionales.
Por su parte, Abelardo de la Espriella, quien ha cultivado un vínculo cercano al republicanismo estadounidense dentro del universo uribista, decidió mantenerse por fuera de la consulta, buscando preservar una imagen de independencia frente a las estructuras más orgánicas de la derecha uribista. La jugada no es nueva. Forma parte de una estrategia de doble carril que el uribismo ya ha usado otras veces. Algo parecido ocurrió en 2022, cuando dicho sector terminó jugando dos cartas en simultáneo: por un lado, la candidatura oficial del exalcalde Federico «Fico» Gutiérrez y, por otro, la del empresario Rodolfo Hernández, presentada como una opción supuestamente independiente.
Pero la expectativa de que De la Espriella se consolidara como una especie de tercera vía dentro de ese espacio no termina de cuadrar. Su partido, Salvación Nacional —fundado en 1990 por el dirigente conservador Álvaro Gómez Hurtado, luego asesinado— apenas logró captar el 3,6% del electorado. Eso se tradujo en tres curules en el Senado, un resultado modesto que, además, deja a la organización al borde de perder su personería jurídica por el bajo rendimiento en las urnas.
Así las cosas, Álvaro Uribe vuelve a situarse con dos candidaturas cercanas a su órbita política, ambas con un techo electoral bastante acotado dentro del campo de la extrema derecha. En ese tablero, la figura de Juan Daniel Oviedo empieza a aparecer como un aliado posible para ampliar la base hacia sectores menos radicalizados. Con estos resultados, el exdirector del DANE —quizás, el perfil más moderado dentro de un bloque— queda bien posicionado para negociar una eventual vicepresidencia o, incluso, proyectarse hacia una candidatura a la Alcaldía de Bogotá en las elecciones de 2027.
El panorama del llamado centro político tampoco salió fortalecido de la jornada. El desempeño del Partido Verde y sus aliados en las legislativas terminó por diluir aún más la ya frágil identidad de ese espacio. En la Consulta de las Soluciones, la exalcaldesa Claudia López reunió 574 670 votos, una cifra que contrasta con el caudal que la llevó al Palacio Liévano en 2019, cuando alcanzó 1 108 541 sufragios.
En el terreno legislativo el sector verde también salió bastante golpeado, ya que perdió figuras importantes en ambos costados del espectro interno. Inti Asprilla, cercano al Pacto Histórico, se quedó sin su escaño. Pero tampoco lograron sostener sus curules por derecha Katherine Miranda ni Angélica Lozano. El resultado dejó bastante a la vista la crisis del «centro verde» como proyecto político.
Tal fragilidad se volvió todavía más evidente con la votación que obtuvo el influencer Jota Pe Hernández, conocido por su admiración por Nayib Bukele. Hernández consiguió 158 457 votos y terminó convirtiéndose en el tercer congresista más votado dentro de las listas abiertas. Solo lo superaron Nadia Blel —integrante del clan parapolítico Blel, una poderosa familia del departamento de Bolívar— y Lidio García Turbay, también ligado a uno de los clanes tradicionales de ese departamento (García Turbay, huelga decirlo, es miembro del grupo político encabezado por el exsenador Álvaro García Romero, su primo, quien en 2010 fue condenado por la Corte Suprema de Justicia por su participación en la masacre de Macayepo del año 2000, conducida por paramilitares de las Autodefensas Unidas de Colombia).
En síntesis, las tres votaciones más altas de las listas abiertas de la derecha quedaron en manos de dos representantes de clanes políticos históricamente vinculados a las redes de poder que acompañaron la institucionalización del paramilitarismo en la costa del Caribe, junto con un proyecto político de tono libertario que bebe de la estética y el discurso bukelista.
En la otra vereda del espectro político, el Frente por la Vida obtuvo un resultado bastante modesto. Tras la decisión del CNE de impedir la participación de Iván Cepeda en las consultas interpartidistas, el Pacto Histórico decidió no acompañar formalmente la contienda de ese frente. Roy Barreras, quien durante años fue operador del uribismo antes de acercarse al campo progresista, alcanzó alrededor de 360 000 votos.
Aun así, Barreras y Daniel Quintero siguieron adelante con la consulta, que finalmente reunió 595 837 votos en total. El resultado dejó ver con claridad el desgaste político de Barreras. Las maquinarias regionales que durante años respaldaron su papel como operador político terminaron retirándole el apoyo, mientras que entre los sectores de izquierda nunca logró consolidar una base propia realmente sólida. Quien aspiraba a movilizar más de 3 millones de votos quedó muy lejos de esa meta. Hoy Barreras aparece como una figura debilitada dentro del campo progresista y con una capacidad de convocatoria mucho menor a la que proyectaba al comienzo de la contienda.
En el plano legislativo, el bloque de la izquierda en el gobierno tampoco logró alcanzar las mayorías parlamentarias necesarias para sortear sin dificultad los bloqueos que ya se conocen ni los que probablemente vendrán. Sin embargo, más allá de cualquier lectura triunfalista o derrotista, conviene mirar este resultado en perspectiva histórica. Aun con sus limitaciones, se trata del mejor desempeño legislativo que ha conseguido la izquierda. Una izquierda que, desde sus orígenes, ha sido sistemáticamente golpeada por una de las oligarquías más fratricidas del continente.
La violenta democracia colombiana
Después de cuatro años en el gobierno, el avance del Pacto Histórico en el Senado empieza a marcar una tendencia que no pasa desapercibida. Aunque de a poco, parece crecer cierto nivel de confianza institucional en su proyecto político. El bloque progresista pasó de tener 20 a 25 curules en la cámara alta, y el reconteo de votos todavía podría devolverle al menos dos escaños más. No sería algo inédito. Ya ocurrió en 2022. En aquel momento, el recuento terminó recuperando cerca de 570 000 votos que inicialmente no habían sido contabilizados para el Pacto. Ese proceso permitió que la bancada pasara de 16 a 20 senadores. Las cuatro curules recuperadas habían sido asignadas en un principio al Partido de la U, una colectividad que durante años funcionó como uno de los principales vehículos políticos de Álvaro Uribe, antes de que este rompiera con su sucesor Juan Manuel Santos y decidiera fundar el Centro Democrático en 2013.
En el escenario actual, el Centro Democrático aparece como la segunda fuerza del Senado, con 17 escaños, mientras que el Partido Liberal ocupa el tercer lugar, con 13. Así, el mapa político de la corporación queda encabezado por el Pacto Histórico con 25 curules, seguido por el uribismo con 17 y por el liberalismo con 13. La situación en la Cámara de Representantes, por su parte, todavía está en desarrollo. El escrutinio avanza con cierta lentitud, por lo que el panorama definitivo aún no está completamente claro. Sin embargo, las proyecciones preliminares sugieren que el bloque progresista también podría crecer de manera significativa. De acuerdo con estimaciones del Sistema de Medios Públicos RTVC, el Pacto pasaría de 26 a alrededor de 38 escaños en la cámara baja.
Ahora bien, el hecho de que el recuento tenga tanto peso frente al conteo inicial abre preguntas profundas sobre el funcionamiento del sistema electoral colombiano. Una y otra vez, lo que se evidencia es la existencia de una parainstitucionalidad que atraviesa el conjunto de la vida política del país. La pérdida, alteración o desaparición de votos difícilmente puede entenderse como un simple «error técnico». Forma parte de un conjunto de prácticas que, a lo largo de la historia, se han utilizado para bloquear o eliminar a los adversarios políticos.
Dentro de ese repertorio aparecen mecanismos conocidos: compra de votos, presiones clientelares, guerra jurídica, persecución política, proscripciones partidarias, coacción armada e incluso episodios de genocidio político o magnicidio. Son recursos que se activan cada vez que el sistema de poder necesita reacomodarse para proteger los intereses de lo que Jorge Eliécer Gaitán llamaba el «país político»: esa minoría de élites que administra el Estado y que, históricamente, ha mantenido una distancia profunda con las mayorías populares que conforman el llamado «país nacional».
Breve historia de la eliminación política en Colombia
Hubo un momento en que la política colombiana cambió de rumbo de manera brutal. A mediados de los años ochenta, en medio de la recomposición del poder de los sectores conservadores —sin importar demasiado el partido en el que se acomodaran—, el país atravesó dos coyunturas electorales marcadas por sangre: 1986 y 1990. En esos años fueron asesinados varios de los principales candidatos que representaban alternativas políticas por fuera de las élites tradicionales y que, además, se encontraban a la izquierda del poder que orbitaba alrededor del Cartel de Medellín.
La lista es conocida, pero no por eso menos estremecedora. Jaime Pardo Leal, dirigente del Partido Comunista Colombiano y de la Unión Patriótica (UP), fue asesinado en 1987. Dos años después cayó Luis Carlos Galán, líder del Nuevo Liberalismo y uno de los candidatos con mayor proyección presidencial. En 1990 también fueron asesinados Bernardo Jaramillo Ossa, figura central de la Unión Patriótica, y Carlos Pizarro León-Gómez, excomandante del M-19 que acababa de deponer las armas para participar en la política formal.
Tanto la Unión Patriótica como el M-19 habían emprendido procesos de paz que implicaban abandonar la lucha armada para integrarse al sistema político a través de las elecciones. Pero en lugar de abrirse un espacio democrático liberal, lo que siguió fue el exterminio sistemático de la UP y el asesinato de quienes intentaban construir una alternativa política desde la legalidad. Con el tiempo, distintas investigaciones han señalado que detrás de esa violencia convergieron múltiples actores, entre los que se cuentan sectores de las fuerzas armadas, estructuras paramilitares, redes del narcotráfico, empresarios y funcionarios del propio Estado.
La clausura política no terminó allí. En 2002, cuando el exterminio de la Unión Patriótica todavía pesaba sobre la memoria reciente del país, el Comité Nacional Electoral (CNE) decidió retirar la personería jurídica al partido. La medida se tomó durante el ascenso político de Álvaro Uribe. Más de una década después, en 2013, la Corte Interamericana de Derechos Humanos reconoció la responsabilidad del Estado colombiano en ese exterminio y ordenó restituir la personería jurídica a la UP.
La historia volvió a repetirse, aunque bajo otras formas, en 2018. Ese año el CNE bloqueó la posibilidad de que Colombia Humana, el movimiento liderado por Gustavo Petro, se constituyera formalmente como partido político. Ante esa decisión, Petro y su coalición terminaron compitiendo en las elecciones presidenciales utilizando la personería jurídica que le había sido devuelta a la Unión Patriótica (este año, finalmente, Colombia Humana optó por disolverse e integrarse plenamente al Pacto Histórico, una decisión que, al menos en parte, respondió a la necesidad de sortear los obstáculos que el propio CNE ha impuesto al proceso de unificación de dicho proyecto político).
El periodo de los magnicidios marcó profundamente la política del país a finales del siglo XX. En un escenario de apertura democrática clausurada, la participación electoral de la izquierda se retrajo durante décadas. Ese escenario comenzó a cambiar recién en 2018, cuando Gustavo Petro irrumpió como candidato presidencial con una capacidad de movilización inédita para el campo progresista.
Durante casi tres décadas —entre 1990 y el final del ciclo político del uribismo, que terminó desgastándose con el gobierno de Iván Duque en medio del Paro Nacional de 2019-2021— la abstención electoral en Colombia se mantuvo alrededor del 53%. Ese patrón empezó a modificarse a partir de 2018, cuando la abstención descendió al 44%. El descenso, en buena medida, fue impulsado por la movilización de nuevos votantes y por el entusiasmo de sectores progresistas que veían en Petro una posibilidad real de disputar el poder. La tendencia se profundizó en 2022, cuando la abstención cayó hasta el 41,9%, el nivel más bajo en décadas.
A la luz del crecimiento del voto progresista —constatado también en las elecciones legislativas del pasado 8 de marzo—, todo indica que esa tendencia podría seguir consolidándose de cara a la primera vuelta presidencial prevista para el 31 de mayo de este año. El mapa político colombiano sigue en movimiento pero, por primera vez en mucho tiempo, una parte significativa del electorado parece estar convencida de que participar puede cambiar algo.
¿Reacción conservadora?
El viejo bipartidismo liberal-conservador había logrado volver a reagrupar a buena parte de la oposición en el Congreso en las elecciones de 2022. Sin embargo, las elecciones del pasado 8 de marzo volvieron a transformar la composición partidaria del Congreso. El resultado obtenido por el Centro Democrático, partido de Álvaro Uribe, no solo lo consolida como la segunda fuerza política del país —superando incluso al Partido Liberal—, sino que además reordena el mapa de la derecha. Su avance electoral debilitó a aquellos partidos que durante años habían tenido peso propio (como Cambio Radical) y empujó al Partido Conservador hasta el quinto lugar en la correlación de fuerzas del Congreso.
La presencia de Álvaro Uribe ya había alterado el equilibrio del sistema político tradicional en la década de 2000. En aquel momento, la recomposición de la derecha estuvo impulsada por sectores emergentes de la élite económica, los llamados «nuevos ricos», que consolidaron su poder en medio de la expansión de capitales vinculados al narcotráfico y de su posterior proyección internacional durante la era de Ronald Reagan.
Con el paso del tiempo, esa fracción de la burguesía terminó integrándose de manera estable al paisaje del poder en Colombia. Su consolidación se vio acompañada por episodios recurrentes de vinculación entre sectores políticos y empresariales con las redes de narcotráfico, paramilitarismo, exportación de mercenarios y distintos escándalos relacionados con tráfico de armas en zonas fronterizas, sobre todo cuando esas regiones quedan bajo gobiernos considerados «incómodos» para Estados Unidos.
Este bloque de poder político, financiero y militar opera de forma relativamente cohesionada y se mueve en sintonía con los intereses geopolíticos alineados a Washington. En términos estructurales, se trata de una burguesía de carácter transnacional. En este sentido, la supuesta derrota electoral de Álvaro Uribe como candidato al Senado se parece menos a una retirada que a un simple movimiento táctico dentro de ese mismo bloque de poder.
Más que un «colapso de la derecha», lo que está en marcha es un proceso de reorganización interna. El crecimiento del Centro Democrático y el retroceso del Partido Conservador sugieren una redistribución de roles dentro de ese mismo campo político. El uribismo vuelve ahora a ocupar la posición ofensiva, mientras el conservatismo le abre paso y funciona —como lo ha hecho históricamente— de cantera administrativa y fachada institucional para los sectores más concentrados del poder real.
La base política de Álvaro Uribe ha estado rodeada de polémicas desde sus tiempos como congresista en los años noventa. Diversas investigaciones han señalado vínculos entre sectores de su entorno político y familiar y el Cartel de Medellín. Más adelante, durante sus dos mandatos como presidente (2002-2010), las investigaciones impulsadas por Gustavo Petro e Iván Cepeda contribuyeron a visibilizar el alcance del fenómeno de la «parapolítica», en el que más del 35% del Congreso llegó a estar investigado por presuntos vínculos con las Autodefensas Unidas de Colombia (AUC) y con circuitos asociados al narcotráfico.
Ese entramado nunca fue juzgado en su totalidad. Las investigaciones avanzaron de manera fragmentada y dejaron amplias zonas de impunidad en la relación entre poder político, paramilitarismo y economías ilegales. En ese contexto, la llamada «plata dulce» —los flujos de capital provenientes de esas redes— se convierte en una variable clave para entender cómo se reorganiza hoy la derecha colombiana.
Los episodios recientes parecen reforzar tal lectura. Los operativos del Plan Democracia de la Policía Nacional detectaron cerca de 4000 millones de pesos que presuntamente iban a ser utilizados para la compra de votos. Los escándalos alcanzaron tanto a sectores del Centro Democrático como del Partido Liberal. Sin embargo, esos casos apenas arañan la superficie de un fenómeno mucho más profundo, asentado en la persistencia de estructuras de poder que combinan dinero ilícito, influencia política y capacidad coercitiva.
Distintas denuncias realizadas por el presidente Gustavo Petro señalan, además, la posible existencia de un entramado conocido como la «Nueva Junta» del narcotráfico. Las acusaciones alegan que se trata de una red que opera a través de conexiones políticas y financieras que superan ampliamente el territorio colombiano. Y traza el alcance de sus nodos logísticos y financieros incluso hasta Dubái, capital de los Emiratos Árabes Unidos, lo que da una idea del nivel de transnacionalización que han alcanzado estas estructuras.
En ese marco, el proceso electoral colombiano de este 2026 no es solo una disputa electoral entre partidos. Es una oportunidad para entrever con mayor claridad los hilos de la recomposición de un bloque de poder que combina política, capital y redes ilegales, y que sigue teniendo una enorme capacidad para influir en el rumbo institucional del país.
El peso del antibolivarianismo
El origen divisionista y profundamente militarizado de esta burguesía colombiana transnacionalizada puede rastrearse en la reacción histórica contra uno de los proyectos políticos más ambiciosos que surgieron tras las independencias: la idea bolivariana de una América Latina integrada. Tal horizonte tomó forma concreta en el Congreso Anfictiónico de Panamá de 1826, convocado por Simón Bolívar con el objetivo de reunir a las nuevas repúblicas y construir una confederación que combine diplomacia, defensa y política común frente a las potencias extranjeras. Dos siglos después, aquel intento temprano de integración continental queda lejos en el recuerdo. Pero ya en su propio tiempo aquel proyecto enfrentó obstáculos enormes. Las rivalidades entre élites locales, los intereses comerciales divergentes y las presiones externas terminaron debilitando el sueño bolivariano de una América políticamente articulada.
La historia personal de Bolívar, en cierta forma, refleja el fracaso de ese proyecto político. El Libertador murió enfermo y empujado a la inanición cuando intentaba abandonar el país rumbo al exilio desde Santa Marta. Algo parecido ocurrió con varios de quienes intentaron continuar su legado político en Colombia. Uno de ellos fue el general José María Melo, militar bolivariano que encabezó un breve gobierno reformista en 1854. Su proyecto terminó derrotado por la alianza de sectores conservadores y liberales tradicionales. Tras años de exilio y combates en Centroamérica, Melo fue asesinado en 1860 en el sur de México.
Décadas después, Rafael Uribe Uribe, general liberal y una de las últimas figuras que planteó la posibilidad de una reintegración territorial entre Colombia y Venezuela, corrió una suerte igualmente trágica. En 1914 fue asesinado a machetazos en el centro de Bogotá, a pocos metros del centro histórico de la ciudad y la plaza que hoy lleva el nombre de Simón Bolívar.
A comienzos del siglo XX, la pérdida del Canal de Panamá y el ascenso de una hegemonía conservadora terminaron consolidando un cambio profundo en la orientación internacional del país. La doctrina Respice Polum («mirar hacia el norte»), impulsada por el presidente conservador Marco Fidel Suárez entre 1918 y 1921, planteaba que la política exterior colombiana debía orientarse prioritariamente hacia Estados Unidos, haciendo de Washington el principal referente estratégico del país.
Esa orientación terminó generando una inercia política duradera. Con el paso del tiempo, la relación privilegiada con Estados Unidos se convirtió en uno de los ejes estructurales de la política exterior colombiana, desplazando los proyectos de integración regional autónoma que habían marcado el horizonte bolivariano del siglo XIX. En ese marco se fue consolidando una élite política y económica que encontró en esa relación asimétrica una forma eficaz de reproducir su poder, dejando como legado una larga tradición de dependencia geopolítica.
Los Valencia y la cuestión caucana
El departamento del Cauca parece estar condensando hoy buena parte de las tensiones históricas del país. No es casual que tanto Iván Cepeda como su contraparte política, Paloma Valencia, provengan de esa región del suroccidente colombiano, en donde los apellidos funcionan casi como archivos de la historia. En lugares como Popayán, los linajes familiares todavía cuentan —y mucho— para entender cómo se han distribuido el poder, la tierra y la política a lo largo de los siglos.
El apellido Valencia nos remite a una genealogía que atraviesa varios momentos decisivos de la historia colombiana: la economía esclavista de la Colonia, el conservadurismo aristocrático del siglo XX y las estrategias contrainsurgentes que marcaron la Guerra Fría en América Latina. Paloma Valencia, actual senadora y figura del uribismo, proviene precisamente a ese linaje. Su familia forma parte de los clanes que dominaron durante siglos la élite de Popayán y que estuvieron vinculados a la explotación minera y hacendaria del Pacífico colombiano, sostenida por mano de obra africana e indígena esclavizadas.
El origen de tal poder familiar puede rastrearse hasta el siglo XVIII, con Pedro Agustín de Valencia y Fernández del Castillo, primer Conde de Casa Valencia en Popayán. En tanto integrante de la aristocracia colonial caucana, su riqueza descansaba en la propiedad simultánea de haciendas, minas de oro y esclavos. Sus explotaciones se extendían por territorios cercanos a los ríos Yurumanguí, Cajambre y Naya, en el Pacífico, en donde cuadrillas de africanos esclavizados eran obligados a trabajar en la minería aurífera, que alimentaba el circuito colonial del oro. Fue alrededor de esas minas y haciendas que la familia Valencia consolidó su posición económica y social, convirtiéndose en uno de los linajes más influyentes de la aristocracia payanesa.
A comienzos del siglo XX aparece otra figura clave de ese mismo linaje: Guillermo Valencia. Poeta modernista, dirigente del Partido Conservador y candidato presidencial en 1930, su nombre suele recordarse más por su obra literaria que por su influencia política. Pero Guillermo Valencia representaba a un sector del conservadurismo colombiano que, en las décadas de 1930 y 1940, miraba con simpatía las corrientes hispanistas y corporativistas que se expresaban en el régimen de Francisco Franco y en la doctrina de la Falange Española.
La continuidad del poder familiar se proyectó luego en su hijo, Guillermo León Valencia, presidente de Colombia entre 1962 y 1966. Su gobierno coincidió con uno de los momentos más intensos de la Guerra Fría en América Latina, cuando Estados Unidos promovía estrategias contrainsurgentes para contener la expansión de movimientos guerrilleros en el continente. Fue en ese contexto que, en 1964, el gobierno lanzó la ofensiva militar contra Marquetalia, un importante enclave de la resistencia campesina armada.
La llamada Operación Marquetalia —denominada oficialmente Operación Soberanía— comenzó el 18 de mayo de 1964 por orden del presidente Valencia. El ejército colombiano desplegó cerca de 16 000 soldados para atacar una zona donde vivían alrededor de mil habitantes. De ellos, apenas unas decenas de campesinos estaban armados, dirigidos por el liberal Manuel Marulanda Vélez y el dirigente comunista Jacobo Arenas. Tras el operativo militar, ese pequeño grupo logró replegarse hacia la montaña. Con el tiempo, de esa experiencia surgiría el núcleo fundador de las Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia (FARC).
El alcance de la figura de la candidata uribista Paloma Valencia, entonces, solo es comprensible a condición de situarla en esa larga continuidad histórica que va desde las minas esclavistas del Pacífico colonial hasta las estrategias contrainsurgentes de la Guerra Fría. Su trayectoria política ilustra cómo ciertos linajes familiares han logrado atravesar distintas etapas del Estado colombiano, adaptándose a cada momento del poder. Hoy no es distinto.
La historia política del Cauca ayuda también a comprender la persistencia de los conflictos en la región. Allí nacieron múltiples experiencias organizativas que desafiaron las estructuras tradicionales de los clanes esclavistas, como la guerrilla indígena que tomó el nombre del líder nasa Quintín Lame, activa entre 1984 y 1991, el Frente Primero de las FARC, el Consejo Regional Indígena del Cauca (CRIC) o el Proceso de Unidad Popular del Suroccidente Colombiano (PUPSOC). Todas estas iniciativas, de distintas maneras, cuestionaron la herencia colonial y las jerarquías raciales que todavía marcan la arquitectura urbana y la estructura social de ciudades como Popayán.
El 16 de mayo de 2015 Paloma Valencia propuso dividir el departamento del Cauca en dos: uno indígena y otro mestizo. Para muchos sectores sociales e indígenas de la región, tal idea evocó una lógica de segregación territorial al peor estilo apartheid. A lo largo de su carrera, la senadora ha defendido posiciones extremistas en materia de seguridad, respaldando políticas fuertemente cuestionadas por organizaciones de derechos humanos, como el caso de los llamados «falsos positivos», la persecución de dirigentes de izquierda o los bombardeos que han asesinado a menores de edad en zonas de conflicto.
Quilcué frente a la Paloma de la guerra
Frente a esa vieja tradición oligárquica del Cauca, con clanes que concentraron poder político y económico durante siglos, aparece hoy una figura que proviene del mismo territorio pero de una historia completamente distinta. Se trata de Aida Marina Quilcué Vivas. El pasado lunes 9 de marzo, el día posterior a las elecciones legislativas, el candidato presidencial del Pacto Histórico, Iván Cepeda —hijo del senador caucano y comunista Manuel Cepeda, asesinado en 1994 durante el exterminio de la Unión Patriótica— anunció que la actual senadora indígena será su fórmula vicepresidencial para las elecciones del 31 de mayo.
Con esa decisión, la campaña del Pacto Histórico busca proyectar al escenario presidencial liderazgos que nacieron en las luchas sociales y territoriales, especialmente de pueblos que durante siglos han estado por fuera del poder estatal. Quilcué, de 53 años, es hoy una de las voces indígenas más reconocidas del país. Nació en el pueblo nasa, en el resguardo Piçkwe Tha Fiw, en el Cauca, y su trayectoria está profundamente ligada al movimiento indígena colombiano. Ha participado de espacios clave como el Consejo Regional Indígena del Cauca (CRIC) y la Organización Nacional Indígena de Colombia (ONIC), desde donde ha impulsado movilizaciones, procesos de defensa del territorio y propuestas de paz construidas desde las comunidades. También fue una de las lideresas que intervino en los diálogos con las antiguas FARC y participó en la elaboración del capítulo étnico del Acuerdo Final de Paz, firmado en 2016.
En 2022 Aida Quilcué llegó al Senado a través de la circunscripción especial indígena con el aval del Movimiento Alternativo Indígena y Social (MAIS). Desde entonces ha hecho parte de la Comisión Primera, uno de los espacios legislativos más influyentes del Congreso, donde ha trabajado en temas relacionados con los derechos humanos, la construcción de paz y el reconocimiento de las jurisdicciones propias de los pueblos indígenas. Dos años después, en 2024, fue elegida presidenta de la Comisión Legal de Paz y Posconflicto, lo que consolidó su presencia dentro del bloque progresista cercano al gobierno de Gustavo Petro.
Su historia política también está atravesada por el conflicto armado. En 2008, su esposo, Edwin Legarda, fue asesinado por miembros del Ejército en la vía entre Inzá y Popayán. El Estado colombiano terminó reconociendo su responsabilidad en ese crimen y seis militares fueron condenados. Desde entonces, Quilcué ha vivido bajo constantes amenazas. En 2022 su esquema de seguridad fue atacado a tiros y en febrero, hace tan solo unas semanas, fue secuestrada en el Cauca, de donde logró ser liberada gracias a la presión y movilización de la guardia indígena.
Iván Cepeda presentó su candidatura como una alianza por la defensa de los derechos humanos, la paz y las luchas históricas de los pueblos indígenas. El liderazgo de Quilcué aparece como la expresión de una larga tradición de resistencia comunitaria que ha enfrentado décadas de violencia, racismo, despojo y exclusión desde los territorios.
Las piedras de Sísifo
El resultado de las elecciones del 8 de marzo arroja una paradoja difícil de pasar por alto. Por un lado, la izquierda obtiene uno de los avances más importantes de toda la historia republicana colombiana. Al mismo tiempo, se pone en evidencia la continuidad de una dinámica de poder cerrada que, desde el Congreso, se proyecta hacia buena parte de los organismos de control del Estado tomando incluso el propio Comité Nacional Electoral.
El CNE, creado en 1888 durante el período conocido como Hegemonía Conservadora, está compuesto por magistrados elegidos por el propio Congreso. En otras palabras, aquellos que dominan las mayorías parlamentarias terminan influyendo directamente en la institución encargada de vigilar las reglas del juego electoral. En la práctica, esto genera que el mapa político del Congreso se refleje casi automáticamente dentro del CNE. En los últimos años el organismo ha estado compuesto por figuras orgánicas del uribismo, como Álvaro Hernán Prada, condenado por manipulación y compra de testigos en el caso del expresidente Álvaro Uribe, y el congresista César Lorduy, señalado por feminicidio y también vinculado a ese mismo sector político.
Pero esta forma de reproducción del poder no se limita únicamente al ámbito electoral. Dinámicas similares pueden verse en otras instituciones clave del sistema político y judicial colombiano, como el Consejo de Estado, las altas cortes, la Fiscalía General de la Nación, la Procuraduría o la Contraloría. En conjunto, estas estructuras tienden a consolidar un clima institucional en el que las derechas logran prolongar su influencia más allá del terreno estrictamente legislativo.
Otro elemento preocupante está relacionado con las curules de paz, creadas tras los acuerdos firmados en 2016 entre el Estado colombiano y las FARC con el objetivo de ampliar la representación política en territorios rurales golpeados por el conflicto. En algunos casos, esos escaños han terminado en manos de figuras vinculadas a entornos familiares del paramilitarismo (uno de los ejemplos más polémicos es el de Jorge Tovar, hijo de Rodrigo Tovar Pupo, alias «Jorge 40», uno de los perpetradores más conocidos de las AUC).
Frente a este panorama, corregir lo que muchos consideran un «secuestro institucional» requeriría una reforma política profunda. Sin embargo, una transformación de ese alcance difícilmente lograría pasar el filtro del Congreso actual. Por eso, los sectores del progresismo empiezan a plantearse otra salida: impulsar una gran movilización nacional que abra el camino hacia una asamblea constituyente. Para un eventual gobierno encabezado por Iván Cepeda, esa discusión podría convertirse en una de las tareas políticas más urgentes ante los bloqueos persistentes del sistema político.

