“Nel 1953 la famiglia cubana aveva un reddito di sei pesos a settimana. Dal 15 al 20% della forza lavoro era cronicamente disoccupata. Solo un terzo delle case dell’Isola avevano acqua corrente e negli ultimi anni che precedettero la Rivoluzione di Castro questo abissale livello di vita scese ancora di più al crescere della popolazione, che non partecipava della crescita economica. (…)
In un modo che antagonizzava il popolo di Cuba usammo l’influenza con il Governo per beneficiare gli interessi e aumentare i profitti delle compagnie private nordamericane che dominavano l’economia dell’Isola. All’inizio del 1959 le imprese nordamericane possedevano circa il 40% delle terre zuccheriere, quasi tutte le fattorie di bestiame, il 90% delle miniere e concessioni minerarie, l’80% dei servizi e praticamente tutta l’industria del petrolio e forniva due terzi delle importazioni di Cuba. (…) Forse il più disastroso dei nostri errori fu la decisione di innalzare e dare sostegno a una delle dittature più sanguinarie e repressive della lunga storia della repressione latinoamericana. Fulgencio Batista assassinò 20000 cubani in sette anni, una proporzione della popolazione di Cuba maggiore di quella dei nordamericani che morirono nelle due grandi guerre mondiali…Portavoce dell’Amministrazione elogiavano Batista, lo esaltavano come un alleato fidato e un buon amico, in momenti in cui Batista assassinava migliaia di cittadini, distruggeva gli ultimi vestigi di libertà e rubava centinaia di milioni di dollari al popolo cubano. [i]
Queste parole furono pronunciate dal giovane senatore democratico J.F. Kennedy, durante la campagna presidenziale del 1960. Lo stesso Kennedy che poco dopo, già sotto la logica sistemica e come presidente USA, ebbero a loro carico l’invasione mercenaria a Baia dei Porci, l’approvazione dell’Operazione Mangusta, la firma dell’ordine esecutivo che ufficializzò il blocco contro Cuba, ma anche lo stesso Kennedy che esplorava un avvicinamento segreto a Cuba, nei momenti in cui si produce il suo assassinio. Che fosse parte della demagogia elettorale o realmente sincere, le parole di Kennedy sulla Cuba degli anni ’50 riflettono una realtà inconfutabile. È proprio quella Cuba, che hanno sempre preteso di restaurare – aggiustata a
un nuovo contesto – i nemici della nazione cubana che parteciparono all’elaborazione o fecero pressione a favore dell’approvazione della Legge Helms-Burton nel 1996. Sono gli stessi settori reazionari di radicata cultura plattista che ora si trovano imbaldanziti con l’appoggio incondizionato che è stato loro offerto dall’amministrazione repubblicana di Donald Trump per la loro offensiva di ostilità contro la Rivoluzione Cubana. Situazione che ha posto le relazioni bilaterali al loro punto più basso dai tempi di W. Bush; ancora con possibilità di continuare a peggiorare.
Molto si è discusso sullo smarrimento giuridico, in aperta violazione del diritto internazionale, che implica la Legge Helms-Burton, ma in prima istanza tutto ciò parte da un’aberrazione politica di gruppi di potere negli USA che rappresentano un pensiero retrogrado che resiste a scomparire e accettare una realtà molto più promettente per le relazioni tra Cuba e la nazione nordamericana.
A sua volta, molta più attenzione mediatica hanno ricevuto per il loro impatto internazionale i titoli III e IV della Legge, tuttavia, senza togliere importanza a questi ultimi, l’essenza della legge risiede nei titoli I e II, infatti, in buona misura i titoli III e IV rispondono all’interesse di raggiungere gli obiettivi postulati nei primi due titoli.
Nonostante sappiamo che è stata costruita con ritagli di numerosi progetti anticubani, la Legge Helms-Burton va vista come un tutto. Nella sua lettera e spirito tutta essa ha un carattere extraterritoriale e costituisce un affronto alla sovranità di Cuba, nel non riconoscere il diritto della nazione cubana alla sua indipendenza e autodeterminazione.
Come è noto, nel titolo I è dove si codifica il blocco, cioè, tutte le regolazioni, misure, ordini esecutivi e disposizioni che fino a quel momento facevano parte dell’impalcatura di guerra economica contro Cuba passano a diventare Legge, da qui che si produca un trasferimento di prerogative dall’esecutivo al legislativo in quanto alla possibilità di rimuovere totalmente il blocco all’Isola. Anche in questo titolo si rafforzano tutte le sanzioni internazionali contro terzi paesi che stabiliscano qualche tipo di relazione economico-commerciale con Cuba o le prestino qualche tipo di assistenza, così come si ufficializza il finanziamento e appoggio generale ai gruppuscoli controrivoluzionari nell’Isola che agiscono come quinta colonna. In questa maniera, sono potenziati e portati a livello di Legge i due componenti basici che hanno definito la politica aggressiva degli USA contro Cuba per decenni: il blocco e la sovversione. Tuttavia, il titolo II, al quale voglio riferirmi brevemente in questa relazione, supera persino i limiti di ciò che possiamo considerare irrazionale come parte delle borie imperiali che hanno caratterizzato la politica USA verso Cuba.
“Credo che non ci sia un esempio nella legislazione internazionale – espresse Ricardo Alarcón nell’anno 2000 -, non c’è un esempio di nessun Parlamento del mondo, in nessuna epoca della storia dell’umanità, che abbia fatto una cosa come quella, che abbia, apertamente legiferato su un altro Paese che non sia colonia. Forse lo abbiano fatto nei tempi imperiali alcuni imperi in relazione alle loro colonie.
Perciò, se si vuole parlare di extraterritorialità, è impossibile trovare un esempio più chiaro e più urtante, più ripudiabile di extraterritorialità di tutto questo Titolo Secondo”. [ii]
Nel leggere questo Titolo della Legge Helms-Burton risulta impossibile per qualsiasi cubano non stabilire parallelismi con l’Emendamento Platt, imposto a forza dal governo USA come appendice della Costituzione cubana del 1901. L’Emendamento Platt costituisce nell’immaginario cubano uno dei ricordi più tristi e odiati di quella che fu l’ingerenza e la dominazione USA nell’Isola durante 60 anni di Repubblica Neocoloniale Borghese. L’applicazione di questo emendamento provocò diversi interventi militari – diretti e preventivi – degli USA a Cuba, inclusa una seconda occupazione, dal 1906 al 1909. Da qui che il marchio plattista, presente nella Legge Helms-Burton, continui a provocare il più energico rifiuto del popolo cubano, anche se il fatto di pretendere di internazionalizzare il blocco e stabilire minacce a terzi coinvolti o desiderosi di commerciare e investire a Cuba, ha sollevato non poche voci di condanna nella comunità internazionale, incluso all’interno degli USA. Non a caso, diversi analisti hanno visto anche nella Legge Helms-Burton una specie di corollario dell’Emendamento Platt e della Dottrina Monroe.
Il titolo II in questione comincia con una dichiarazione cinica e contraria allo spirito stesso di tutta la legge quando segnala che la politica USA è “appoggiare l’autodeterminazione del popolo di Cuba” e più avanti esprime che “l’autodeterminazione del popolo cubano è un diritto sovrano e nazionale dei cittadini di Cuba che deve esercitarsi senza ingerenze del governo di qualsiasi altro paese”.
Tutto ciò che segue a questa impostazione è la sua negazione stessa.
Se l’Emendamento Platt costituì il pugnale nella gola del popolo cubano che Washington utilizzò per raggiungere i suoi disegni sotto la minaccia di occupazione militare permanente, nella Legge Helms-Burton, e in special modo il suo titolo II, si ratifica il blocco economico, commerciale e finanziario, come la pietra angolare della politica aggressiva USA contro Cuba, con l’obiettivo di piegare la volontà sovrana di un’intera nazione e condizionare la rimozione delle sanzioni economiche al ritorno di Cuba nella zona di influenza e dominio degli USA.
L’Emendamento Platt dava il diritto agli USA di intervenire a Cuba ogni volta che lo ritenessero conveniente, ma la Legge Helms-Burton va persino oltre nel suo carattere ingerente, nello stabilire ciò che il presidente e congresso USA intenderanno come un governo di transizione ed eletto democraticamente a Cuba, per poter rimuovere in futuro il blocco e prestare assistenza economica all’Isola.
Ma ponendoci ipoteticamente nel caso in cui i sogni di riconquista neocoloniale capitalista a Cuba fossero realizzati, la smisuratezza di questo titolo II è tale, che lascia chiaro che persino dopo instaurato un governo controrivoluzionario al potere a Cuba, realizzati i sogni dell’imperialismo, con democrazia rappresentativa borghese e multipartitismo, economia di mercato, Radio Martí e TV Martí che trasmettono senza interferenza, tra altri requisiti stabiliti dalla legge in questo titolo, continuerebbe comunque ad esistere il blocco. Prima del suo definitivo annullamento, secondo questo titolo II, nella sua sezione 205, quel governo pro-yankee dovrebbe procedere alla restituzione o indennizzo delle proprietà confiscate dal governo rivoluzionario cubano ai cittadini statunitensi il 1° gennaio o dopo.
E per lasciare costanza che questo elemento è il più rilevante di tutto quanto postulato in questo titolo si dichiara: “È il sentire del Congresso che la liquidazione soddisfacente delle rivendicazioni di proprietà da parte di un Governo cubano riconosciuto dagli Stati Uniti continua ad essere una condizione indispensabile per il pieno ristabilimento delle relazioni economiche e diplomatiche tra gli Stati Uniti e Cuba”.
La data del 1° gennaio 1959 è inclusa con tutta intenzione, poiché lì non si sta parlando solo delle “5911 rivendicazioni certificate” fino all’approvazione della Legge Helms-Burton, lì si stanno incorporando quelli che non erano cittadini statunitensi quando si produce il processo di nazionalizzazione e l’ottennero dopo, ma anche – e lì sta l’inedito e inaudito allo stesso tempo – ai batistiani e tutta la mafia che fuggì da Cuba nei primi giorni di gennaio 1959 al prodursi il trionfo rivoluzionario e ai quali non fu nazionalizzato nulla, bensì furono loro confiscate le proprietà che lasciarono abbandonate di fronte all’urgenza di sapersi in pericolo di incriminazione per malversazione, furto, assassinio e tortura. La smisuratezza di questo titolo è tale che arriva a definire uno scenario in cui, ormai sconfitta suppostamente la Rivoluzione, con un governo fantoccio e un funzionario di coordinamento – alla maniera di Leonard Wood, Enoch Crowder e Sumner Welles – designato dal presidente USA, bisognerebbe consegnare il Paese praticamente in tutta la sua estensione e ricchezze ai suoi antichi sfruttatori e proprietari spuri o alla loro discendenza, affinché possa essere rimosso una volta per tutte il blocco genocida. Cuba tornerebbe ad essere un Paese legato mani e piedi al potere straniero.
Lì si svela senza orpelli il proposito reale della Legge Helms-Burton, che spiega anche la ragion di Stato della politica USA verso Cuba e l’essenza del conflitto tra entrambi i Paesi per più di due secoli, in special modo durante le ultime sei decadi. La democrazia, i diritti umani, il multipartitismo, l’economia di mercato, la transizione pacifica verso il capitalismo e tutta quella retorica che si utilizza come parte del discorso statunitense per giustificare la sua ostilità verso la Rivoluzione Cubana, sono mezzi, non il fine in sé stesso della politica di Washington verso L’Avana. Alla maggior parte dei settori che hanno condotto la politica degli USA verso Cuba, tra essi i difensori ad oltranza della Legge Helms-Burton e i falchi che oggi predominano nel disegno della politica verso l’Isola, poco importano realmente la democrazia liberale e i diritti umani, se ciò non assicura loro al di sopra di tutto la conversione dell’Isola in un’enclave di dominazione yankee. Quest’ultimo è ciò che è veramente importante per i loro interessi, il primo può essere funzionale, ma non condizione sine qua non, sebbene si travesta nel discorso pubblico. La storia e il presente della nostra regione latinoamericana e caraibica è la mostra più evidente di questo assunto. Vediamo Paesi e governi che violano sistematicamente i diritti umani, reprimono, torturano, assassinano, fanno sparire persone, si mantengono al potere in maniera autoritaria e, tuttavia, godono del beneplacito di Washington; su di loro non pesano né blocchi, né leggi Helms-Burton, né la minima sanzione unilaterale. La Legge Helms-Burton, e il titolo II al quale ci siamo riferiti, è anche pieno di linguaggio ingannevole e cinico. Di fatto tutta la legge è sostenuta sull’idea che Cuba sia una minaccia non solo alla sicurezza nazionale USA ma persino per la sicurezza internazionale. Poche volte si è vista nella storia una legge piena di tante calunnie ridicole e infami. Sappiamo, che quando gli USA parlano di “sicurezza nazionale” e persino “sicurezza internazionale”, a ciò che realmente stanno facendo allusione è alla sicurezza imperiale della classe dominante di quel Paese, oggi più sfrenata e violenta che mai di fronte all’evidente declino della sua egemonia globale.
Se cumplen 30 años de la firma de una ley norteamericana que va contra todas las leyes: ¿dónde se ha visto legislar para otro país? ¿con qué derecho? Rectifico. La Helms-Burton no es una ley. Es un engendro. #Cuba se rige por su Constitución y sus propias leyes.… pic.twitter.com/UnKoyz6eT9
— Miguel Díaz-Canel Bermúdez (@DiazCanelB) March 12, 2026
Per concludere potremmo aggiungere che la Legge Helms-Burton, non solo è illegale ed illegittima, ma anche politicamente inattuabile, in quanto è ancorata ad un passato ignominioso che i cubani hanno dovuto superare a forza di coraggio, sacrifici, sudore, lacrime e sangue di varie generazioni, e al quale si potrebbe solo tornare eliminando fisicamente tutto un popolo e spazzando dalle sue fondamenta la storia, tradizione e cultura della nazione cubana.
Nondimeno, ciò che è lamento è che finché esisterà questa legge sarà ben difficile il cammino per raggiungere progressi sostenibili e significativi nel tempo per le relazioni civilizzate tra entrambi i Paesi e risulterà impossibile blindare qualsiasi processo di normalizzazione dinanzi agli alti e bassi della politica domestica USA. Qualcosa che si è messo in evidenza durante l’attuale mandato presidenziale di Donald Trump. Si rende imperioso che tutti noi che propugniamo e difendiamo una relazione più civilizzata a beneficio di entrambi i governi e popoli ci mobilitiamo oggi più che mai nella condanna di questo strumento politico che con la sua pretesa di riprendere la dominazione USA su Cuba, cerca anche di perpetuare e rendere insolubile nel tempo il conflitto tra entrambi i Paesi.
Come avvertì Fidel nel 1994: “La normalizzazione delle relazioni tra entrambi i Paesi è l’unica alternativa; un blocco navale non risolverebbe nulla, una bomba atomica, per parlare in linguaggio figurato, nemmeno. Far esplodere il nostro Paese, come si è preteso e ancora si pretende, non gioverebbe in nulla gli interessi degli Stati Uniti. Lo renderebbe ingovernabile per cento anni e la lotta non finirebbe mai. Solo la Rivoluzione può rendere attuabile la marcia e il futuro di questo paese”. [iii]
(Relazione presentata alla XVIII edizione della Serie di Conversazioni di Cuba nella politica estera degli Stati Uniti, ISRI, 17 dicembre 2019)
Note
[i] Citato da Carlos Lechuga in: Itinerario de una Farsa, Editorial Pueblo y Educación, Ciudad de La Habana, 1991, pp.127-129.
[ii] Trascrizione delle parole di Ricardo Alarcón alla Mesa Redonda Istruttiva del 10 luglio 2000.
[iii] Frammento di lettera inviata dal Comandante in Capo, Fidel Castro Ruz, al presidente messicano Carlos Salinas de Gortari il 22 settembre 1994, tratta da Carlos Salinas de Gotari: Muros, Puentes y Litorales. Relación entre México, Cuba y Estados Unidos (Penguin Random House Grupo Editorial, S.A, 2017).
Archivo CD: Ley Helms Burton, instrumento para la reconquista neocolonial de Cuba
Por: Elier Ramírez Cañedo
“En 1953 la familia cubana tenía un ingreso de seis pesos a la semana. Del 15 al 20 por ciento de la fuerza de trabajo estaba crónicamente desempleada. Sólo un tercio de las castas de la Isla tenían agua corriente y en los últimos años que precedieron a la Revolución de Castro este abismal nivel de vida bajó aún más al crecer la población, que no participaba del crecimiento económico. (…) De una manera que antagonizaba al pueblo de Cuba usamos la influencia con el Gobierno para beneficiar los intereses y aumentar las utilidades de las compañías privadas norteamericanas que dominaban la economía de la Isla. Al principio de 1959 las empresas norteamericanas poseían cerca del 40 por ciento de las tierras azucareras, casi todas las fincas de ganado, el 90 por ciento de las minas y concesiones minerales, el 80 por ciento de los servicios y prácticamente toda la industria del petróleo y suministraba dos tercios de las importaciones de Cuba. (…) Quizás el más desastroso de nuestros errores fue la decisión de encumbrar y darle respaldo a una de las dictaduras más sangrientas y represivas de la larga historia de la represión latinoamericana. Fulgencio Batista asesinó a 20 000 cubanos en siete años, una proporción de la población de Cuba mayor que la de los norteamericanos que murieron en las dos grandes guerras mundiales…Voceros de la Administración elogiaban a Batista, lo exaltaban como un aliado confiable y un buen amigo, en momentos en que Batista asesinaba a miles de ciudadanos, destruía los últimos vestigios de libertad y robaba cientos de millones de dólares al pueblo cubano. [i]
Estas palabras fueron pronunciadas por el joven senador demócrata J.F.Kennedy, durante la campaña presidencial de 1960. El mismo Kennedy que poco después, ya bajo la lógica sistémica y como presidente de Estados Unidos, tendrían a su cargo la invasión mercenaria por Playa Girón, la aprobación de la Operación Mangosta, la firma de la orden ejecutiva que oficializó el bloqueo contra Cuba, pero también el mismo Kennedy que exploraba un acercamiento secreto a Cuba, en los momentos en que se produce su asesinato. Ya fuera parte de la demagogia electoral o realmente sinceras, las palabras de Kennedy sobre la Cuba de los años 50 reflejan una realidad irrefutable. Es precisamente esa Cuba, la que siempre han pretendido restaurar -ajustada a un nuevo contexto- los enemigos de la nación cubana que participaron en la elaboración o hicieron lobby a favor de la aprobación de la Ley Helms Burton en 1996. Son los mismos sectores reaccionarios de acendrada cultura plattista que ahora se encuentran envalentonados con el respaldo incondicional que les ha ofrecido la administración republicana de Donald Trump para su ofensiva de hostilidad contra la Revolución Cubana. Situación que ha puesto las relaciones bilaterales en su punto más bajo desde los tiempos de W. Bush; todavía con posibilidades de seguir empeorando.
Mucho se ha discutido sobre el extravío jurídico, en abierta violación del derecho internacional, que implica la Ley Helms Burton, pero en primera instancia todo ello parte de una aberración política de grupos de poder en Estados Unidos que representan un pensamiento retrógrado que se resiste a desaparecer y aceptar una realidad mucho más promisoria para las relaciones entre Cuba y la nación norteña.
A su vez, mucha más atención mediática han recibido por su impacto internacional los títulos III y IV de la Ley, sin embargo, sin restarle importancia a estos últimos, la esencia de la ley descansa en los títulos I y II, de hecho, en buena medida los títulos III y IV responden al interés de lograr los objetivos planteados en los dos primeros títulos.
A pesar de que sabemos que fue construida con retazos de numerosos proyectos anticubanos, la Ley Helms Burton hay que verla como un todo. En su letra y espíritu toda ella tiene un carácter extraterritorial y constituye una afrenta a la soberanía de Cuba, al no reconocer el derecho de la nación cubana a su independencia y autodeterminación.
Como se conoce, en el título I es donde se codifica el bloqueo, es decir, todas las regulaciones, medidas, órdenes ejecutivas y disposiciones que hasta ese momento formaban parte del andamiaje de guerra económica contra Cuba pasan a convertirse en Ley, de ahí que se produzca una transferencia de prerrogativas del ejecutivo al legislativo en cuanto a la posibilidad de levantar totalmente el bloqueo a la Isla. También en este título se fortalecen todas las sanciones internacionales contra terceros países que establezcan algún tipo de relación económico-comercial con Cuba o le presten algún tipo de asistencia, así como se oficializa el financiamiento y apoyo general a los grupúsculos contrarrevolucionarios en la Isla que actúan como quinta columna. De esta manera, son potenciados y llevados a nivel de Ley los dos componentes básicos que han definido la política agresiva de Estados Unidos contra Cuba durante décadas: el bloqueo y la subversión. Sin embargo, el título II, al cual quiero referirme brevemente en esta ponencia, rebasa incluso los límites de lo que podemos considerar irracional como parte de las ínfulas imperiales que han caracterizado la política de Estados Unidos hacia Cuba.
“Creo que no hay un ejemplo en la legislación internacional –expresó Ricardo Alarcón en el año 2000-, no hay un ejemplo de ningún Parlamento del mundo, en ninguna época de la historia de la humanidad, que haya hecho una cosa como esa, que haya, abiertamente legislado sobre otro país que no es colonia. Quizás lo hayan hecho en los tiempos imperiales algunos imperios con relación a sus colonias.
Por eso, si se quiere hablar de extraterritorialidad, es imposible encontrar un ejemplo más claro y más chocante, más repudiable de extraterritorialidad que todo este Título Segundo”. [ii]
Al leer esta Título de la Ley Helms Burton resulta imposible para cualquier cubano no establecer paralelismos con la Enmienda Platt, impuesta a la fuerza por el gobierno de Estados Unidos como apéndice de la Constitución cubana de 1901. La Enmienda Platt constituye en el imaginario cubano uno de los recuerdos más tristes y odiados de lo que fue la injerencia y la dominación estadounidense en la Isla durante 60 años de República Neocolonial Burguesa. La aplicación de esta enmienda provocó varias intervenciones militares –directas y preventivas- de Estados Unidos en Cuba, incluyendo una segunda ocupación, de 1906 a 1909. De ahí que el sello plattista, presente en la Ley Helms Burton, siga provocando el más enérgico rechazo del pueblo cubano, aunque también el hecho de pretender internacionalizar el bloqueo y establecer amenazas a terceros involucrados o deseosos de comerciar e invertir en Cuba, ha levantado no pocas voces de condena en la comunidad internacional, incluyendo al interior de Estados Unidos. No en balde, varios analistas han visto también en la Ley Helms Burton una especie de corolario de la Enmienda Platt y la Doctrina Monroe.
El título II en cuestión comienza con una declaración cínica y contraria al espíritu mismo de toda la ley cuando señala que la política de Estados Unidos es “apoyar la libre determinación del pueblo de Cuba” y más adelante expresa que “la libre determinación del pueblo cubano es un derecho soberano y nacional de los ciudadanos de Cuba que debe ejercerse sin injerencias del gobierno de cualquier otro país”.
Todo lo que sigue a este planteamiento es su negación misma.
Si la Enmienda Platt constituyó el puñal en la garganta del pueblo cubano que utilizó Washington para lograr sus designios bajo la amenaza de ocupación militar permanente, en La ley Helms Burton, y en especial su título II se ratifica al bloqueo económico, comercial y financiero, como la piedra angular de la política agresiva de Estados Unidos contra Cuba, con el objetivo de doblegar la voluntad soberana de toda una nación y condicionar el levantamiento de las sanciones económicas al regreso de Cuba a la zona de influencia y dominio de Estados Unidos.
La Enmienda Platt daba el derecho a Estados Unidos a intervenir en Cuba cada vez que lo estimara conveniente, pero la Ley Helms Burton va incluso más allá en su carácter injerencista, al establecer lo que el presidente y congreso de Estados Unidos entenderán como un gobierno de transición y electo democráticamente en Cuba, para poder levantar en un futuro el bloqueo y prestar asistencia económica a la Isla.
Mas situándonos hipotéticamente en que los sueños de reconquista neocolonial capitalista en Cuba fueran cumplidos, la desmesura de este título II es tal, que deja claro que incluso después de instaurado un gobierno contrarrevolucionario en el poder en Cuba, cumplidos los sueños del imperialismo, con democracia representativa burguesa y multipartidismo, economía de mercado, Radio Martí y TV Martí trasmitiendo sin interferencia, entre otros requisitos establecidos por la ley en este título, aun seguiría existiendo el bloqueo. Antes de su definitivo levantamiento, según este título II, en su sección 205, ese gobierno pro yanqui tendría que proceder a la devolución o indemnización de las propiedades confiscadas por el gobierno revolucionario cubano a los ciudadanos estadounidenses el 1ro de enero o después.
Y para dejar constancia de que este elemento es el más relevante de todo lo planteado en este título se declara: “Es el sentir del Congreso que la liquidación satisfactoria de las reclamaciones de propiedades por parte de un Gobierno cubano reconocido por los Estados Unidos sigue siendo una condición indispensable para el pleno restablecimiento de las relaciones económicas y diplomáticas entre los Estados Unidos y Cuba”.
La fecha del 1ro de enero de 1959 está incluida con toda intención, pues ahí no se está hablando solo de las “5 911 reclamaciones certificadas” hasta la aprobación de la Ley Helms Burton, ahí se están incorporando a los que no eran ciudadanos estadounidenses cuando se produce el proceso de nacionalización y la obtuvieron después, pero también –y ahí está lo inédito e inaudito al mismo tiempo- a los batistianos y toda la mafia que salió huyendo de Cuba en los primeros días de enero de 1959 al producirse el triunfo revolucionario y a los cuales no se le nacionalizó nada, sino que se les confiscó las propiedades que dejaron abandonadas ante la urgencia de saberse en peligro de enjuiciamiento por malversación, robo, asesinato y tortura. La desmesura de este título es tal que llega a definir un escenario en el que ya derrotada supuestamente la Revolución, con un gobierno títere y un funcionario de coordinación –al estilo de Leonard Wood, Enoch Crodwer y Sumer Welles- designado por el presidente de EE.UU, habría que entregar el país prácticamente en toda su extensión y riquezas a sus antiguos explotadores y dueños espurios o su descendencia, para que pueda levantarse de una vez y por todas el bloqueo genocida. Cuba volvería a ser un país atado de pies y manos al poder extranjero.
Ahí se devela sin afeites el propósito real de la Ley Helms Burton, que explica también la razón de estado de la política de Estados Unidos hacia Cuba y la esencia del conflicto entre ambos países durante más de dos siglos, en especial durante las últimas seis décadas. La democracia, los derechos humanos, el multipartidismo, la economía de mercado, la transición pacífica hacia el capitalismo y toda esa retórica que se utiliza como parte del discurso estadounidense para justificar su hostilidad hacia la Revolución Cubana, son medios, no el fin en sí mismo de la política de Washington hacia La Habana. A la mayor parte de los sectores que han conducido la política de Estados Unidos hacia Cuba, entre ellos los defensores a ultranza de la Ley Helms Burton y los halcones que hoy predominan en el diseño de la política hacia la Isla, poco le importan realmente la democracia liberal y los derechos humanos, si esto no les asegura por encima de todo la conversión de la Isla en un enclave de dominación yanqui. Lo último es lo verdaderamente importante para sus intereses, lo primero puede ser funcional, pero no condición sine qua non, aunque se disfrace en el discurso público. La historia y el presente de nuestra región latinoamericana y caribeña es la muestra más evidente de este aserto. Vemos países y gobiernos que violan sistemáticamente los derechos humanos, reprimen, torturan, asesinan, desaparecen personas, se mantienen en el poder de manera autoritaria y, sin embargo, gozan del beneplácito de Washington; sobre ellos no pesan ni bloqueos, ni leyes Helms Burton, ni la más mínima sanción unilateral. La Ley Helms Burton, y el título II al que nos hemos referido también está plagado de lenguaje engañoso y cínico. De hecho toda la ley está sustentada en la idea de que Cuba es una amenaza no solo a la seguridad nacional de Estados Unidos, sino incluso para la seguridad internacional. Pocas veces se ha visto en la historia una ley plagada de tantas calumnias ridículas e infames. Sabemos, que cuando Estados Unidos habla de “seguridad nacional” e incluso “seguridad internacional”, a lo que realmente está haciendo alusión es a la seguridad imperial de la clase dominante de ese país, hoy más desenfrenada y violenta que nunca ante el evidente declive de su hegemonía global.
Para concluir pudiéramos añadir que la Ley Helms Burton, no solo es ilegal e ilegítima, sino también políticamente inviable, en tanto está anclada a un pasado ignominioso que los cubanos tuvieron que superar a fuerza de coraje, sacrificios, sudor, lágrimas y sangre de varias generaciones, y al que solo se podría volver eliminando físicamente a todo un pueblo y barriendo desde sus cimientos la historia, tradición y cultura de la nación cubana.
No obstante, lo lamentable es que mientras exista esta ley será bien difícil el camino para lograr avances sostenibles y significativos en el tiempo para las relaciones civilizadas entre ambos países y resultará imposible blindar cualquier proceso de normalización ante los vaivenes de la política doméstica en Estados Unidos. Algo que se ha puesto en evidencia durante el actual mandato presidencial de Donald Trump. Se hace imperioso que todos los que abogamos y defendemos una relación más civilizada en beneficio de ambos gobiernos y pueblos nos movilicemos hoy más que nunca en la condena de este instrumento político que con su pretensión de retomar la dominación de Estados Unidos sobre Cuba, busca también perpetuar y hacer insoluble en el tiempo el conflicto entre ambos países.
Como advirtiera Fidel en 1994: “La normalización de las relaciones entre ambos países es la única alternativa; un bloqueo naval no resolvería nada, una bomba atómica, para hablar en lenguaje figurado, tampoco. Hacer estallar a nuestro país, como se ha pretendido y todavía se pretende, no beneficiaría en nada los intereses de Estados Unidos. Lo haría ingobernable por cien años y la lucha no terminaría nunca. Solo la Revolución puede hacer viable la marcha y el futuro de este país”. [iii]
(Ponencia presentada en la XVIII edición de la Serie de Conversaciones de Cuba en la política exterior de Estados Unidos, ISRI, 17 de diciembre de 2019)
Notas
[i]Citado por Carlos Lechuga en: Itinerario de una Farsa, Editorial Pueblo y Educación, Ciudad de La Habana, 1991, pp.127-129.
[ii] Transcripción de las palabras de Ricardo Alarcón en la Mesa Redonda Instructiva del 10 de julio del 2000.
[iii] Fragmento de carta enviada por el Comandante en Jefe, Fidel Castro Ruz, al presidente mexicano Carlos Salinas de Gortari el 22 de septiembre de 1994, tomada de Carlos Salinas de Gotari: Muros, Puentes y Litorales. Relación entre México, Cuba y Estados Unidos (Penguin Random House Grupo Editorial, S.A, 2017).


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