Il vertice “Scudo delle Americhe“, convocato da Trump a Miami, ha riunito i presidenti del blocco reazionario dell’America Latina e dei Caraibi. Fedele al suo stile, il presidente USA si è assicurato che fosse un rituale di umiliazione e degradazione.
Questo fine settimana, Donald Trump ha convocato dirigenti di destra dell’America Latina e dei Caraibi nel suo resort di golf a Miami per il vertice “Scudo delle Americhe”. In mezzo a una rinnovata aggressione militare USA nella regione, l’incontro ha esibito un blocco reazionario imbaldanzito, ansioso di dimostrare la propria sottomissione ai dettami di Washington.
Il vertice ha riunito dodici capi di Stato al Trump National Doral Golf Club: l’argentino Javier Milei, l’ecuadoriano Daniel Noboa, il salvadoregno Nayib Bukele e il presidente eletto del Cile, José Antonio Kast, si sono aggiunti ai presidenti conservatori di Bolivia, Paraguay, Panama, Honduras, Costa Rica, Guyana, Repubblica Dominicana e al primo ministro di Trinidad e Tobago. Lo scenario del country club a Miami non è stato solo tipicamente ordinario ma, come sottolinea il Center for Economic and Policy Research (CEPR), un modo per incanalare fondi verso l’impresa privata di Trump.
Diciassette paesi latinoamericani hanno aderito alla nuova “Coalizione Americana contro i Cartelli” promossa da Trump, che promette di mobilitare azioni militari contro gruppi criminali “per sconfiggere queste minacce alla nostra sicurezza e civiltà”. Il fatto che diversi dei suoi membri siano essi stessi implicati in operazioni della criminalità organizzata non sembra essere un ostacolo. In fin dei conti, questa è l’amministrazione che ha graziato Juan Orlando Hernández — l’ex presidente honduregno che scontava una condanna a quarant’anni in una prigione USA per narcotraffico — e poi ha sequestrato il presidente in carica del Venezuela per le stesse presunte accuse.
La disponibilità a proteggere narcotrafficanti convenienti è stata a lungo una politica bipartisan nella regione. Il commercio di cocaina fu notoriamente centrale nella rete clandestina di approvvigionamento ai Contras da parte della CIA lungo gli anni 80 in Centroamerica, e gli USA fornirono milioni in sostegno antidroga al governo messicano di Felipe Calderón (2006-2012), che condusse una guerra contro il narcotraffico in favore del Cartello di Sinaloa. Al pari della Guerra Fredda e della “guerra al terrorismo”, la “guerra alla droga” fornisce una cornice per l’integrazione subordinata della regione ai regimi economici e di sicurezza degli USA.
Fedele al suo stile, il presidente Trump ha fatto sì che il vertice fosse un rituale di umiliazione e degradazione. Dopo aver promesso incontri bilaterali, il tempo che il presidente USA ha dedicato a ogni capo di Stato si è ridotto a una stretta di mano e una foto. Ha mostrato il suo caratteristico disdegno per i suoi invitati: ha scherzato dicendo che “non imparerò la vostra maledetta lingua” e ha inciampato nel nome del salvadoregno Bukele (“Dirige una buona operazione, questo è tutto ciò che mi importa”).
Nei suoi interventi sconnessi, il presidente ha paragonato i cartelli della droga all’ISIS (un’analogia abbastanza azzeccata dato il ruolo degli USA nell’avvelenare la violenza narco nella regione). Ha lanciato minacciosi avvertimenti su interventi imminenti, con allusioni ad azioni di cambio di regime a Cuba, oggi sprofondata in una storica crisi umanitaria per la guerra economica che impone il blocco unilaterale USA: “Cuba è nei suoi ultimi momenti di vita così com’è, ma il nostro focus in questo momento è sull’Iran”. Anche il Messico è stato nel mirino: Trump ha avvertito che “i cartelli stanno governando il Messico, questo non possiamo permetterlo”.
Ha partecipato anche il segretario alla Difesa Pete Hegseth, che ha pronunciato un’aringa fascistoide che ha aperto con una citazione di Andrew Jackson e ha convocato la regione a unirsi come “nazioni cristiane sotto Dio” contro il “narco-comunismo radicale e la narco-tirannia”. Questa invocazione di quello che lo storico Greg Grandin chiama “panamericanismo neofascista” è stata, tuttavia, in larga misura performativa. Le nazioni riunite sembravano unite unicamente nella loro sottomissione a Trump; non è emersa alcuna agenda congiunta oltre l’impegno di ogni paese con l’intervento USA.
Oltre a una breve dichiarazione del segretario di Stato Marco Rubio, il gruppo è stato interpellato dalla recentemente insediata segretaria del Dipartimento della Sicurezza Nazionale (DHS), Kristi Noem, annunciata come inviata speciale nella nuova coalizione militare. Il trasferimento di Noem nella regione si è prodotto insieme alla conferma del suo vice, l’ex sottosegretario del DHS Troy Edgar, come nuovo ambasciatore USA in El Salvador — un’ulteriore conferma della postura bellicosa dell’amministrazione in America Latina. Noem ha detto all’incontro: “I nostri obiettivi saranno distruggere i cartelli, andare dietro a quei narcoterroristi che stanno distruggendo la nostra gente, uccidendo i nostri figli e nipoti. Terremo anche a bada i nostri avversari. A quegli avversari che desiderano cambiare il nostro stile di vita e i nostri valori dall’esterno del nostro emisfero, vogliamo assicurarci di continuare a tenerli fuori e concentrarci sul costruire alleanze tra di noi e le nostre forze”.
Le parole di Noem hanno puntato alla speranza USA di indebolire le relazioni dei suoi alleati con la Cina, oggi il maggiore prestatore e partner commerciale dell’America Latina. “Dovremo invertire queste influenze straniere nocive che si sono infiltrate in molti dei nostri affari, nelle nostre tecnologie, e che abbiamo visto penetrare in diverse aree del nostro stile di vita”, ha concluso. Su quel terreno, è improbabile che gli USA prevalgano. Il commercio e gli aiuti cinesi sono risultati critici persino per gli alleati più incondizionati di Trump: sono commercio essenziale per l’Argentina di Milei e grandi opere di infrastruttura per il governo di Bukele in El Salvador.
Le azioni militari coordinate, tuttavia, continueranno a scalare. L’Operazione Lancia del Sud, che è iniziata con un dispiegamento navale senza precedenti nei Caraibi, si è espansa all’interno: forze USA partecipano a una campagna congiunta di bombardamenti contro una fazione dissidente delle smobilitate Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia (FARC) sul loro confine con l’Ecuador, con il rischio di provocare una grave destabilizzazione regionale. Gli attacchi illegali degli USA contro imbarcazioni nei Caraibi e nel Pacifico continuano, e il numero ufficiale di morti di queste esecuzioni extragiudiziali supera già i 150. Trinidad e Tobago ha offerto i suoi aeroporti come supporto logistico per le missioni, mentre El Salvador — che ha già prestato servizi come colonia penale USA per migranti deportati — ospita aerei da combattimento degli USA.
Mentre la destra latinoamericana si raggruppa attorno alla campagna di distruzione di Trump, la sinistra tace in modo inquietante. Le forze progressiste governano ancora le grandi economie di Brasile, Messico e Colombia, ma l’agenda un tempo vigorosa della Marea Rosa in materia di integrazione e cooperazione regionale si è erosa, e la risposta al recente sfilata di soprusi USA è stata tiepida. Un progetto diplomatico regionale in difesa della pace, della solidarietà e dell’autodeterminazione è urgente. Senza un contrappeso, la violenza temeraria e impune dell’imperialismo USA minaccia non solo l’emisfero ma l’intero pianeta.
Vergüenza de las Américas
Hilary Goodfriend
La cumbre «Escudo de las Américas», convocada por Trump en Miami, reunió a los líderes del bloque reaccionario de América Latina y el Caribe. Fiel a su estilo, el presidente estadounidense se aseguró de que fuera un ritual de humillación y degradación.
Este fin de semana, Donald Trump convocó a líderes de derecha de América Latina y el Caribe a su resort de golf en Miami para la cumbre «Escudo de las Américas». En medio de una renovada agresión militar estadounidense en la región, el encuentro exhibió un bloque reaccionario envalentonado, ansioso por demostrar su sumisión a los dictados de Washington.
La cumbre reunió a doce jefes de Estado en el Trump National Doral Golf Club: el argentino Javier Milei, el ecuatoriano Daniel Noboa, el salvadoreño Nayib Bukele y el presidente electo de Chile, José Antonio Kast, se sumaron a los presidentes conservadores de Bolivia, Paraguay, Panamá, Honduras, Costa Rica, Guyana, República Dominicana y el primer ministro de Trinidad y Tobago. El escenario del country club en Miami no fue solo típicamente ordinario sino, como señala el Center for Economic and Policy Research (CEPR), una manera de canalizar fondos hacia la empresa privada de Trump.
Diecisiete países latinoamericanos se suscribieron a la nueva «Coalición Americana contra los Cárteles» impulsada por Trump, que promete movilizar acciones militares contra grupos criminales «para derrotar estas amenazas a nuestra seguridad y civilización». El hecho de que varios de sus miembros estén ellos mismos implicados en operaciones del crimen organizado no parece ser un obstáculo. Al fin y al cabo, esta es la administración que indultó a Juan Orlando Hernández —el expresidente hondureño que cumplía una condena de cuarenta años en una prisión estadounidense por narcotráfico— y luego secuestró al presidente en ejercicio de Venezuela por los mismos supuestos cargos.
La disposición a proteger a narcotraficantes convenientes ha sido durante mucho tiempo una política bipartidista en la región. El comercio de cocaína fue notoriamente central en la red clandestina de abastecimiento a los Contras por parte de la CIA a lo largo de los años ochenta en Centroamérica, y Estados Unidos proporcionó millones en apoyo antidroga al gobierno mexicano de Felipe Calderón (2006-2012), quien libró una guerra contra el narcotráfico en favor del Cártel de Sinaloa. Al igual que la Guerra Fría y la «guerra contra el terrorismo», la «guerra contra las drogas» provee un marco para la integración subordinada de la región a los regímenes económicos y de seguridad de Estados Unidos.
Fiel a su estilo, el presidente Trump se encargó de que la cumbre fuera un ritual de humillación y degradación. Después de prometer reuniones bilaterales, el tiempo que el presidente estadounidense dedicó a cada jefe de Estado se redujo a un apretón de manos y una foto. Mostró su característico desdén por sus invitados: bromeó con que «no voy a aprender su maldito idioma» y tropezó con el nombre del salvadoreño Bukele («Dirige una buena operación, eso es todo lo que me importa»).
En sus dispersas intervenciones, el presidente comparó a los cárteles de la droga con el ISIS (una analogía bastante acertada dado el papel de Estados Unidos en avivar la violencia narco en la región). Lanzó amenazantes advertencias sobre intervenciones inminentes, con alusiones a acciones de cambio de régimen en Cuba, sumida hoy en una histórica crisis humanitaria por la guerra económica que impone el bloqueo unilateral estadounidense: «Cuba está en sus últimos momentos de vida tal como está, pero nuestro foco ahora mismo está en Irán». México también estuvo en la mira: Trump advirtió que «los cárteles están gobernando México, eso no lo podemos permitir».
También participó el secretario de Defensa Pete Hegseth, quien pronunció una arenga fascistoide que abrió con una cita de Andrew Jackson y convocó a la región a unirse como «naciones cristianas bajo Dios» contra el «narco-comunismo radical y la narco-tiranía». Esta invocación de lo que el historiador Greg Grandin llama «panamericanismo neofascista» fue, sin embargo, en gran medida performativa. Las naciones reunidas parecían unidas únicamente en su sometimiento a Trump; no emergió ninguna agenda conjunta más allá del compromiso de cada país con la intervención estadounidense.
Además de una breve declaración del secretario de Estado Marco Rubio, el grupo fue interpelado por la recientemente desplazada secretaria del Departamento de Seguridad Nacional (DHS), Kristi Noem, anunciada como enviada especial a la nueva coalición militar. El traslado de Noem a la región se produjo junto con la confirmación de su segundo, el ex subsecretario del DHS Troy Edgar, como nuevo embajador estadounidense en El Salvador —una confirmación más de la postura beligerante de la administración en América Latina—. Noem le dijo al encuentro:
Nuestros objetivos van a ser destruir a los cárteles, ir tras esos narcoterroristas que están destruyendo a nuestra gente, matando a nuestros hijos y nietos. También vamos a mantener a nuestros adversarios a raya. A esos adversarios que desean cambiar nuestra forma de vida y nuestros valores desde fuera de nuestro hemisferio, queremos asegurarnos de seguir manteniéndolos fuera y enfocarnos en construir alianzas entre nosotros y nuestras fortalezas.
Las palabras de Noem apuntaron a la esperanza estadounidense de debilitar las relaciones de sus aliados con China, hoy el mayor prestamista y socio comercial de América Latina. «Tendremos que revertir estas influencias extranjeras nocivas que se han infiltrado en muchos de nuestros negocios, nuestras tecnologías, y que vimos penetrar en distintas áreas de nuestra forma de vida», concluyó. En ese terreno, es poco probable que Estados Unidos prevalezca. El comercio y la ayuda chinos resultaron críticos incluso para los aliados más incondicionales de Trump: son comercio esencial para la Argentina de Milei y grandes obras de infraestructura para el gobierno de Bukele en El Salvador.
Las acciones militares coordinadas, sin embargo, seguirán escalando. La Operación Lanza del Sur, que comenzó con un despliegue naval sin precedentes en el Caribe, se expandió tierra adentro: fuerzas estadounidenses participan en una campaña conjunta de bombardeos contra una facción disidente de las desmovilizadas Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia (FARC) en su frontera con Ecuador, con el riesgo de provocar una grave desestabilización regional. Los ataques ilegales de Estados Unidos contra embarcaciones en el Caribe y el Pacífico continúan, y el número oficial de muertos de estas ejecuciones extrajudiciales ya supera los 150. Trinidad y Tobago ofreció sus aeropuertos como apoyo logístico para las misiones, mientras que El Salvador —que ya prestó servicios como colonia penal estadounidense para migrantes deportados— aloja aviones de combate de Estados Unidos.
Mientras la derecha latinoamericana se agrupa en torno a la campaña de destrucción de Trump, la izquierda guarda un silencio inquietante. Las fuerzas progresistas todavía gobiernan en las grandes economías de Brasil, México y Colombia, pero la otrora vigorosa agenda de la Marea Rosa en materia de integración y cooperación regional se erosionó, y la respuesta al reciente desfile de atropellos estadounidenses fue tibia. Un proyecto diplomático regional en defensa de la paz, la solidaridad y la autodeterminación es urgente. Sin un contrapeso, la violencia temeraria e impune del imperialismo estadounidense amenaza no solo al hemisferio sino al planeta entero.

