La premessa di sbloccare il nodo diplomatico esistente dal 2019 mentre non si modifica sostanzialmente l’architettura di coercizione sanzionatoria contro il Venezuela, non è una formula vincente per il governo di Trump in quanto ai suoi obiettivi energetici
Lo scorso 5 marzo, in un laconico comunicato pubblicato dal Dipartimento di Stato degli USA, l’amministrazione Trump ha informato che “le autorità interinali degli USA e del Venezuela hanno convenuto di ristabilire relazioni diplomatiche e consolari”. Questo passo, secondo quanto recita il testo redatto a Foggy Bottom, “faciliterà gli sforzi congiunti per promuovere la stabilità, sostenere la ripresa economica e avanzare nella riconciliazione politica” nel paese caraibico.
In questo modo è stato sancito il riconoscimento formale USA verso il governo diretto dalla presidentessa incaricata, Delcy Rodríguez, uno scenario le cui sagome si andavano disegnando con chiarezza nelle ultime settimane e che questo scrivente aveva già anticipato in colonne pubblicate precedentemente sull’argomento, nelle quali ho affrontato l’evoluzione e il senso delle molteplici licenze emesse dall’OFAC dopo l’aggressione militare USA del 3 gennaio.
Ora che Trump riconosca ufficialmente l’amministrazione di Rodríguez, tra elogi avvolti in continue referenze sul suo “eccellente lavoro”, tocca rivedere la portata della decisione del repubblicano e le nuove coordinate che incorpora a una congiuntura inedita carica di dinamismo e complessità.
Portata e interrogativi
La prima cosa che deve essere evidenziata è la cornice calcolatamente delimitata del passo compiuto. La riannodazione dei vincoli diplomatici e consolari tra Caracas e Washington non implica, fino a questo momento, un reset strategico della relazione bilaterale, in quanto non elimina del tutto le sequele istituzionali della campagna aggressiva di massima pressione eseguita contro il Venezuela nel periplo dell’interinato fake di Juan Guaidó, apertamente sponsorizzato dagli USA.
Il giornalista spagnolo residente a Caracas, Elias Ferrer, ha affermato dopo la pubblicazione del comunicato del Dipartimento di Stato che esiste un “doppio riconoscimento”, poiché “ai rimasugli dell’Assemblea Nazionale del 2015 è ancora permesso amministrare attivi come Citgo e conti in banche centrali negli USA, mentre rappresentano ancora il Venezuela nei tribunali statunitensi”.
Secondo Ferrer, questa situazione è insostenibile e “dovrà finire presto”, in vista del fatto che “se una compagnia petrolifera USA ha un problema con il Governo del Venezuela”, non avrebbe chiarezza su chi citare in giudizio.
Ieri, attraverso un comunicato, il Dipartimento di Giustizia USA ha segnalato che il governo di Rodríguez è l’unico autorizzato a rappresentare il Venezuela nei tribunali del Paese nordamericano, il che implica un chiarimento parziale dell’ambiguità attorno al riconoscimento.
Da parte sua, Mibelis Acevedo, un’acuta lettrice della politica venezuelana di tendenza oppositrice, ha enumerato un ampio pacchetto di opzioni di cooperazione disponibili dopo la misura, ma spicca tra esse la conclusione di strumenti come il TPS e un maggior ritmo nei voli di deportazione verso il Venezuela, due obiettivi iscritti nell’agenda anti-immigrazione di Trump.
Tuttavia, l’analista pone come interrogativo se riconoscere il governo di Rodríguez implichi “la cessazione del riconoscimento dell’Assemblea 2015, con controllo di attivi dall’esilio”, un dubbio che non è stato saldato completamente dall’amministrazione Trump, per la quale sostenere una cornice di indefinitezza istituzionale in questo senso sembrerebbe essere più una decisione che una disattenzione.
Cercando di gettare un po’ di chiarezza, l’economista venezuelano Francisco Rodríguez, argomenta che il recupero di attivi esterni della Repubblica Bolivariana, così come la riannodazione di vincoli multilaterali che sarebbero la conclusione logica del riconoscimento USA, “dipenderà da quanto stretta sia la cinghia che Washington voglia mantenere al governo di Rodríguez”.
L’indeterminazione di Washington, in tal senso, si corrisponderebbe con la volontà del governo USA di avanzare verso un riconoscimento relativo, soggetto a condizionamenti e arbitrarie della Casa Bianca, con l’obiettivo di prolungare nel tempo un equilibrio fangoso, controproducente nel medio termine, tra la necessità di stimolare l’investimento USA in petrolio, gas e minerali strategici del Venezuela e sostenere le molle del controllo geopolitico su Caracas dopo l’intervento militare.
Un primo segnale di queste arbitrarie è venuto alla luce a metà febbraio, quando il portale venezuelano Bitácora Económica ha rivelato che la Casa Bianca starebbe facendo pressione su Caracas per riconoscere il consiglio di amministrazione illegale di Citgo designato da Guaidó.
Sebbene il mandatario repubblicano possa pensare di aver risolto uno dei principali dilemmi del suo labirinto attuale, collocarsi in un campo di riconoscimento relativo e condizionato rende difficile che i flussi di capitale energetico nordamericano atterrino con forza nella deteriorata industria petrolifera venezuelana. Con la sua resistenza a un riconoscimento pieno al governo di Rodríguez, sta inviando un messaggio di incertezza sullo sviluppo della relazione bilaterale nel breve e medio termine, indicando, tra le righe, che la stessa è suscettibile a cambi, tensioni e frizioni che potrebbero modificare lo status attuale delle licenze dell’OFAC, restringendo potenzialmente le finestre di opportunità di una cooperazione petrolifera il cui quadro operativo continua a essere limitato, sotto supervisioni strette e complicate.
Le compagnie petrolifere USA (ed europee) non badano agli elogi di Trump a Rodríguez come mostre di sicurezza per pianificare i loro investimenti in Venezuela, ma a ciò che è scritto in documenti ufficiali. Non a caso, a metà febbraio, il potente studio legale nordamericano, Wiley Rein LLP, ha raccomandato agli investitori “seguire da vicino l’evoluzione degli avvenimenti, poiché servirà come indicatore di possibili cambi”, un consiglio abbastanza utile in un contesto dove la Casa Bianca è stata sequestrata da un narcisista che ha convertito la volatilità e l’impulsività in un’arte di governare.
Tra rischi, María Corina Machado e la performance in El Arepazo
La premessa di sbloccare il nodo diplomatico esistente dal 2019 mentre non si modifica sostanzialmente l’architettura di coercizione sanzionatoria contro il Venezuela (flessibilizzata parzialmente con l’emissione di licenze dell’OFAC) non sta essendo una formula vincente per il governo di Trump in quanto ai suoi obiettivi energetici.
Lo studio legale Blank Rome assicura, in riferimento alla procedura stabilita per riscuotere negli USA il denaro delle vendite di greggio venezuelano, che “l’introduzione di uno standard di ragionevolezza commerciale in GL 46A crea un nuovo strato di incertezza regolatoria per le transazioni venezuelane, data la mancanza di certezza in quanto a quali standard potrebbero essere rilevanti e come quel requisito di ragionevolezza potrebbe essere applicato in futuro”.
Blank Rome osserva anche come fattori problematici i rapporti dettagliati che devono essere consegnati dalle imprese ai dipartimenti dell’Energia e di Stato una volta eseguite transazioni con petrolio venezuelano. Di fatto, lo studio legale, nella sezione di raccomandazioni del suo report di metà febbraio, ammette di non avere certezza di come si svilupperanno le negoziazioni petrolifere, allertando che la “situazione è rapida e dinamica, e l’OFAC potrebbe emettere nuove autorizzazioni, o ampliare o ridurre quelle esistenti, nelle prossime settimane in risposta agli avvenimenti nelle relazioni tra USA e Venezuela”.
Un altro studio legale di prestigio, Hunton Andrews Kurth LLP, asserisce che “la combinazione di sollievo accelerato e supervisione rigorosa non ha precedenti in confronto a cicli anteriori di flessibilizzazione delle sanzioni”, ragione per la quale ha suggerito ai suoi clienti “pianificare aggiustamenti aggiuntivi man mano che il governo USA calibra la sua politica all’evoluzione del panorama politico ed economico del Venezuela”.
Dai giganti del settore già si comincia a riflettere il rovescio negativo dell’acrobatico approccio trumpista. Sebbene Reuters abbia rivelato recentemente che Chevron e Shell potrebbero finalizzare grandi accordi di produzione di greggio con il Venezuela, quella informazione riflette che il boom di investimenti promesso dopo l’aggressione militare è più lontano che vicino, con imprese già installate nel paese che prendono il sopravvento. D’altro canto, fino ad ora, le proiezioni più ottimistiche indicano che l’incremento della produzione petrolifera venezuelana potrebbe orbitare tra i 500 mila e il milione di barili giornalieri in un lasso di due anni, cifra che rivaleggia con le magniloquenti promesse iniziali del magnate repubblicano.
Ma in politica, le cose non stanno nemmeno uscendo secondo il piano. Più che godere placidamente dei benefici dell’aggressione contro il Venezuela, Trump si confronta con una permanente gestione di danni e difficoltà. Dopo l’annuncio del Dipartimento di Stato, che ha seppellito la narrativa del presunto broglio elettorale del 28 luglio 2024, María Corina Machado ha forzato un incontro con il presidente nordamericano, possibilmente aiutata in questa gestione dai suoi sugar daddies (benefattori) Marco Rubio e Rick Scott.
Machado ha letto correttamente nella riattivazione dei vincoli diplomatici con Miraflores una sconfitta politica profonda e ha cercato di ritornare alla conservazione pubblica da un luogo di rilevanza, sebbene fosse momentaneo. La decisione del personaggio in cui ha riposto tutte le sue scommesse non solo ha eroso la sua guida basata sull’ inverificabile vittoria elettorale di Edmundo González su Nicolás Maduro, ma implica un segnale di rafforzamento del governo di Rodríguez.
Su questo punto in concreto, Acevedo realizza un’analisi precisa, per quanto azzeccata e controintuitiva rispetto ai racconti dominanti: “L’idea della resa totale del chavismo non assomiglia molto a una situazione in cui questo preserva il potere, è riconosciuto dall’interventore, pone alcune condizioni (che non sono tanto pubbliche ma sì evidenti), amministra i tempi dei cambi e non cede il controllo delle istituzioni. Non costa molto vedere che la relazione Caracas-Washington, sebbene non prescinda dal promemoria della pistola alla tempia, va acquisendo certi tratti della negoziazione win-win”.
Chiaramente, Machado non sta vedendo uno smantellamento del chavismo dopo le azioni di Washington, ma il suo radicamento nella scacchiera politica nazionale per il modo in cui sta estraendo vantaggi dallo scenario di disuguaglianza e coercizione attualmente posto.
Ma l’incontro, fortemente propagandizzato da media e influencer affini a Machado, non è stato sufficiente per calmare le acque turbolente di una critica pubblica, dentro e fuori il Venezuela, che ha segnalato il riconoscimento come un avallo che fortifica nella sua posizione di dominio politico nazionale la presidentessa incaricata del paese caraibico.
Così che, in mezzo a una guerra altamente costosa con l’Iran che ha logorato severamente il Pentagono e ha fatto saltare in aria il mercato petrolifero globale, con gravi ripercussioni interne per l’economia USA materializzate in un forte aumento del prezzo dei carburanti, il repubblicano si è presentato a El Arepazo, iconico ristorante venezuelano situato nella città di Doral, dove si agglutinano le fibre psicologiche ed emotive di una diaspora che ha trasformato il clamore dell’invasione mortifera USA contro il Venezuela in un componente rettore della propria identità.
Da lì, ordinando un’arepa e facendosi foto con i presenti, il presidente Mayday ha intrapreso un gesto di riparazione con il quale proteggere l’affiliazione elettorale dei migranti venezuelani verso il Partito Repubblicano, oggi a massimo rischio per le cacce dell’ICE, la fine del TPS e la permanente sottovalutazione verso Machado, il suo referente politico, spirituale e di classe.
Alla fine della giornata, quel “governare” il Venezuela si sta trasformando più in un mal di testa che in una piacevole capitalizzazione di successi. Essere costretto a fingere che gli piacciano le arepe molto probabilmente non era l’idea di vittoria che Trump aveva in testa dopo aver bombardato Caracas
* Politologo e Master in Storia. Ricercatore e analista specializzato in geopolitica. Premio Nazionale di Giornalismo Simón Bolívar, menzione Investigazione (2019).
Tesis sobre el reconocimiento de Trump al gobierno venezolano
William Serafino
Politólogo y Magíster en Historia. Investigador y analista especializado en geopolítica. Premio Nacional de Periodismo Simón Bolívar, mención Investigación (2019).
La premisa de destrabar el nudo diplomático existente desde 2019 al mismo tiempo que no se modifica sustancialmente la arquitectura de coerción sancionatoria contra Venezuela, no está siendo una fórmula ganadora para el gobierno de Trump en cuanto a sus metas energéticas
El pasado 5 de marzo, en un escueto comunicado publicado por el Departamento de Estado de EE.UU., la administración Trump informó que “las autoridades interinas de Estados Unidos y Venezuela han acordado restablecer relaciones diplomáticas y consulares”. Este paso, según reza el texto redactado en Foggy Bottom, “facilitará los esfuerzos conjuntos para promover la estabilidad, apoyar la recuperación económica y avanzar en la reconciliación política” en el país caribeño.
De esta forma quedó asentado el reconocimiento formal de EE.UU. hacia el gobierno dirigido por la presidenta encargada, Delcy Rodríguez, un escenario cuyas siluetas se venían dibujando con claridad en las últimas semanas y que este servidor ya había adelantado en columnas publicadas anteriormente sobre el tema, en las que abordé la evolución y el sentido de las múltiples licencias emitidas por la OFAC tras la agresión militar estadounidense del 3 de enero.
Ahora que Trump reconoce oficialmente a la administración de Rodríguez, entre halagos envueltos en continuas referencias sobre su “excelente trabajo”, toca revisar los alcances de la decisión del republicano y las nuevas coordenadas que incorpora a una coyuntura inédita cargada de dinamismo y complejidad.
Alcances e interrogantes
Lo primero que debe destacarse es el marco calculadamente delimitado del paso dado. La reanudación de los vínculos diplomáticos y consulares entre Caracas y Washington no implica, hasta los momentos, un reseteo estratégico de la relación bilateral, en tanto no elimina del todo las secuelas institucionales de la agresiva campaña de máxima presión ejecutada contra Venezuela en el periplo del interinato fake de Juan Guaidó, auspiciado abiertamente por EE.UU.
El periodista español residente en Caracas, Elias Ferrer, afirmó tras la publicación del comunicado del Departamento de Estado que existe un “doble reconocimiento”, ya que “a los remanentes de la Asamblea Nacional de 2015 todavía se les permite administrar activos como Citgo y cuentas en bancos centrales en Estados Unidos, mientras todavía representan a Venezuela en los tribunales estadounidenses”.
De acuerdo con Ferrer, esta situación es insostenible y “tendrá que terminar pronto”, en vista de que “si una petrolera estadounidense tiene un problema con el Gobierno de Venezuela”, no tendría claridad de a quién demandar.
El día de ayer, a través de un comunicado, el Departamento de Justicia de EE.UU. señaló que el gobierno de Rodríguez es el único autorizado para representar a Venezuela en los tribunales del país norteamericano, lo que implica un esclarecimiento parcial de la ambigüedad en torno al reconocimiento.
Por su parte, Mibelis Acevedo, una aguda lectora de la política venezolana de tendencia opositora, enumeró un amplio pack de opciones de cooperación disponibles tras la medida, pero destaca entre ellas la finalización de instrumentos como el TPS y un mayor ritmo en los vuelos de deportación hacia Venezuela, dos objetivos inscritos en la agenda antiinmigración de Trump.
No obstante, la analista plantea como interrogante si reconocer al gobierno de Rodríguez implica “la terminación del reconocimiento de la Asamblea 2015, con control de activos desde el exilio”, una duda que no ha sido zanjada completamente por la administración Trump, para quien sostener un marco de indefinición institucional en este sentido pareciera ser más una decisión que un descuido.
Intentando arrojar algo de claridad, el economista venezolano Francisco Rodríguez, argumenta que la recuperación de activos externos de la República Bolivariana, así como la reanudación de vínculos multilaterales que serían la conclusión lógica del reconocimiento estadounidense, “dependerá de cuán apretada esté la correa que Washington quiera mantener al gobierno de Rodríguez”.
La indeterminación de Washington, en tal sentido, se correspondería con la voluntad del gobierno estadounidense de avanzar hacia un reconocimiento relativo, sujeto a condicionamientos y arbitrariedades de la Casa Blanca, con el objetivo de prolongar en el tiempo un equilibrio fangoso, contraproducente en el mediano plazo, entre la necesidad de estimular la inversión estadounidense en petróleo, gas y minerales estratégicos de Venezuela y sostener los resortes del control geopolítico sobre Caracas tras la intervención militar.
Una primera señal de estas arbitrariedades salió a la luz a mediados de febrero, cuando el portal venezolano Bitácora Económica reveló que la Casa Blanca estaría presionando a Caracas para reconocer la junta directiva ilegal de Citgo designada por Guaidó.
Aunque si bien el mandatario republicano puede pensar que ha resuelto uno de los principales dilemas de su laberinto actual, situarse en un campo de reconocimiento relativo y condicionado dificulta que los flujos de capital energético norteamericano aterricen con fuerza en la deteriorada industria petrolera venezolana. Con su resistencia a un reconocimiento pleno al gobierno de Rodríguez, está enviando un mensaje de incertidumbre sobre el desarrollo de la relación bilateral en el corto y mediano plazo, indicando, entre líneas, que la misma es susceptible a cambios, tensiones y fricciones que podrían modificar el status actual de las licencias de la OFAC, restringiendo potencialmente las ventanas de oportunidad de una cooperación petrolera cuyo marco operativo continúa siendo limitado, bajo supervisiones estrictas y complicadas.
Las petroleras estadounidenses (y europeas) no se fijan en los elogios de Trump a Rodríguez como muestras de seguridad para planificar sus inversiones en Venezuela, sino en lo que está escrito en documentos oficiales. No en balde, a mediados de febrero, el poderoso bufete de abogados norteamericano, Wiley Rein LLP, recomendó a los inversionistas “seguir de cerca la evolución de los acontecimientos, ya que servirá como indicador de posibles cambios”, un consejo bastante útil en un contexto donde la Casa Blanca ha sido secuestrada por un narcisista que ha convertido la volatilidad y la impulsividad en un arte de gobernar.
Entre riesgos, María Corina Machado y el performance en El Arepazo
La premisa de destrabar el nudo diplomático existente desde 2019 al mismo tiempo que no se modifica sustancialmente la arquitectura de coerción sancionatoria contra Venezuela (flexibilizada parcialmente con la emisión de licencias de la OFAC) no está siendo una fórmula ganadora para el gobierno de Trump en cuanto a sus metas energéticas.
La firma de abogados Blank Rome asegura, en referencia al procedimiento establecido para recaudar en EE.UU. el dinero de las ventas de crudo venezolano, que “la introducción de un estándar de razonabilidad comercial en GL 46A crea una nueva capa de incertidumbre regulatoria para las transacciones venezolanas, dada la falta de certeza en cuanto a qué estándares podrían ser relevantes y cómo ese requisito de razonabilidad podría aplicarse en el futuro”.
Blank Rome también observa como factores problemáticos los informes detallados que deben ser entregados por las empresas a los departamentos de Energía y de Estado una vez ejecutadas transacciones con petróleo venezolano. De hecho, el bufete, en el apartado de recomendaciones de su reporte de mediados de febrero, admite no tener certeza de cómo se desarrollarán las negociaciones petroleras, alertando que la “situación es rápida y dinámica, y la OFAC podría emitir nuevas autorizaciones, o ampliar o reducir las existentes, en las próximas semanas en respuesta a los acontecimientos en las relaciones entre Estados Unidos y Venezuela”.
Otro bufete de prestigio, Hunton Andrews Kurth LLP, asevera que “la combinación de alivio acelerado y supervisión rigurosa no tiene precedentes en comparación con ciclos anteriores de flexibilización de sanciones”, razón por la cual sugirió a sus clientes “planificar ajustes adicionales a medida que el gobierno estadounidense calibra su política a la evolución del panorama político y económico de Venezuela”.
Desde los gigantes del sector ya se comienza a reflejar el anverso negativo del acrobático enfoque trumpista. Aunque Reuters reveló recientemente que Chevron y Shell podrían finiquitar grandes acuerdos de producción de crudo con Venezuela, esa información refleja que el boom de inversiones prometido tras la agresión militar está más lejos que cerca, con empresas ya instaladas en el país tomando la delantera. Por otro lado, hasta ahora, las proyecciones más optimistas indican que el incremento de la producción petrolera venezolana podría orbitar entre los 500 mil y el millón de barriles diarios en un lapso de dos años, cifra que rivaliza con las grandilocuentes promesas iniciales del magnate republicano.
Pero en lo político, las cosas tampoco están saliendo de acuerdo al plan. Más que disfrutar plácidamente de los beneficios de la agresión contra Venezuela, Trump se enfrenta a una permanente gestión de daños y dificultades. Tras el anuncio del Departamento de Estado, que sepultó la narrativa del supuesto fraude electoral del 28 de julio del 2024, María Corina Machado forzó una reunión con el presidente norteamericano, posiblemente ayudada en esa gestión por sus sugar daddies Marco Rubio y Rick Scott.
Machado leyó correctamente en la reactivación de los vínculos diplomáticos con Miraflores una derrota política profunda y buscó retornar a la conservación pública desde un lugar de relevancia, aunque fuese momentáneo. La decisión del personaje en quien puso todas sus apuestas no solo ha erosionado su liderazgo basado en la incomprobada victoria electoral de Edmundo González frente a Nicolás Maduro, sino que implica una señal de fortalecimiento del gobierno de Rodríguez.
Sobre este punto en concreto, Acevedo realiza un análisis preciso, por lo atinado y contraintuitivo frente a los relatos dominantes: “La idea de la rendición total del chavismo no se parece mucho a una situación en la que este preserva el poder, es reconocido por el interventor, pone algunas condiciones (que no son tan públicas pero sí evidentes), administra los tiempos de los cambios y no cede el control de las instituciones. No cuesta mucho ver que la relación Caracas-Washington, si bien no prescinde del recordatorio de la pistola en la sien, va adquiriendo ciertos rasgos de la negociación ganar-ganar”.
Claramente, Machado no está viendo un desmontaje del chavismo tras las acciones de Washington, sino su afianzamiento en el tablero político nacional por la forma en que está extrayendo ventajas del escenario de desigualdad y coerción planteado actualmente.
Pero la reunión, fuertemente propagandizada por medios e influencers afines a Machado, no fue suficiente para calmar las aguas turbulentas de una crítica pública, dentro y fuera de Venezuela, que señaló el reconocimiento como un aval que fortifica en su posición de dominio político nacional a la presidenta encargada del país caribeño.
Así que, en medio de una guerra altamente costosa con Irán que ha desgastado severamente al Pentágono y ha hecho saltar por los aires el mercado petrolero global, con graves repercusiones internas para la economía estadounidense materializadas en un fuerte ascenso del precio de los combustibles, el republicano se apersonó en El Arepazo, icónico restaurante venezolano ubicado en la ciudad de Doral, donde se aglutinan las fibras psicológicas y emocionales de una diáspora que ha transformado el clamor de la invasión mortífera estadounidense contra Venezuela en un componente rector de su identidad.
Desde allí, pidiendo una arepa y tomándose fotos con los presentes, el presidente Mayday emprendió un gesto de reparación con el cual proteger la afiliación electoral de los migrantes venezolanos hacia el Partido Republicano, hoy en máximo riesgo por las cacerías del ICE, el fin del TPS y la subestimación permanente hacia Machado, su referente político, espiritual y de clase.
Al final del día, aquello de “gobernar” Venezuela se está transformando más en un dolor de cabeza que en una placentera capitalización de logros. Verse obligado a fingir que le gustan las arepas muy seguramente no era la idea de victoria que tenía Trump en la cabeza tras bombardear Caracas.

