Periodo di incubazione dell’odio (2002-2003)
In una prima puntata abbiamo pubblicato la cronologia dei cicli destituenti in cui è stata immersa l’opposizione venezuelana, il cui obiettivo è creare una memoria storica della violenza che ha lasciato un segno profondo nella società venezuelana. Questo lavoro ci ha permesso di stabilire una linea temporale per collocare tutti i fatti che hanno provocato vittime fatali.
Per farlo abbiamo preso come riferimento il quadro temporale stabilito nell’articolo 6 della Legge di Amnistia per la Convivenza Democratica che recita: “L’amnistia prevista nell’articolo 1 comprende tutte le azioni od omissioni che costituiscano delitti o infrazioni, commessi e accaduti tra il 1° gennaio 1999 fino all’entrata in vigore di questa Legge, nel quadro dei fatti amnistiati”.
La Legge concede l’amnistia generale ai delitti commessi e nel contesto dei seguenti fatti:
- Il colpo di stato dell’11 e 12 aprile dell’anno 2002.
- Lo sciopero petrolifero del dicembre dell’anno 2002 al febbraio 2003.
- I fatti violenti che hanno avuto luogo nel contesto della convocazione e successiva realizzazione del referendum revocatorio dell’anno 2004.
- Le manifestazioni del maggio dell’anno 2007.
- I fatti violenti tra luglio e settembre dell’anno 2009.
- Le proteste nel quadro delle elezioni presidenziali dell’aprile dell’anno 2013 e la proclamazione dei loro risultati.
- Le guarimbas tra febbraio e giugno dell’anno 2014.
- Quelli relativi alle azioni dell’Assemblea Nazionale insediatasi per il periodo 2016-2021 e il disconoscimento delle istituzioni e autorità pubbliche.
- Le guarimbas tra marzo e agosto dell’anno 2017.
- I fatti che hanno avuto luogo tra gennaio e aprile dell’anno 2019, salvo quelli costituenti il delitto di ribellione militare.
- Quelli relativi alla convocazione e realizzazione dei processi interni per la selezione di candidate e candidati presidenziali nell’anno 2023.
- I fatti violenti nel quadro delle elezioni presidenziali del luglio dell’anno 2024.
- Le proteste nel quadro delle elezioni regionali e per l’Assemblea Nazionale nell’anno 2025.
Con questa mappa, il presente lavoro e quelli che seguiranno si concentreranno sulle vittime fatali e i danni alla nazione provocati dall’agenda di cambio di regime dell’opposizione.
Per questioni di estensione, dato che ogni evento richiede un lavoro archeologico approfondito, la sistematizzazione delle vittime reali e dei danni materiali sarà pubblicata in tre parti. Con questo trittico si cercherà anche di determinare i fattori, le dinamiche e i condizionamenti che hanno contribuito al verificarsi dei fatti di violenza e intolleranza per motivi politici durante il periodo indicato.
Avevamo già anticipato che l’agenda destituente iniziò proprio quando il comandante Hugo Chávez assunse la guida del Paese e si radicalizzò durante il mandato del presidente Nicolás Maduro con nuovi attori e metodi più sofisticati.
Periodo di incubazione
Dal 2001, due anni dopo l’arrivo della Rivoluzione Bolivariana, settori dell’opposizione organizzarono il primo picchetto contro i processi di cambio avviati da Chávez. La Costituzione appena approvata puntava su un modello sociale, economico e politico inclusivo.
Tuttavia, non importa quanto inclusivo e democratico fosse il Governo, perché l’odio era già stato inoculato con elementi razzisti e classisti che ancora oggi persistono nei settori più radicali dell’opposizione. Si sono sempre pronunciati da una posizione di potere e superiorità morale da dove invitavano Chávez a rettificare per “riunificare” il Paese.
Assistiti dalla loro “ragione” si sono proiettati come l’unica classe politica che sapeva e poteva governare, lasciando il chavismo, sebbene fosse sostenuto dalla maggioranza dei venezuelani, simbolicamente dalla parte dell’abietto.
Questa violenza, in primo luogo discorsiva, divenne regolare e parte dell’identità nel gruppo di dirigenti e partiti dell’opposizione venezuelana, nonostante l’ampliamento dei diritti alla partecipazione politica sancita dalla nuova Carta Magna, inclusa la possibilità di revocare il mandato delle cariche elettive, tra cui quella del presidente della Repubblica.
Sistematicamente optarono per la violenza per dirimere le differenze politiche, una proiezione del disprezzo per la diversità di meccanismi pacifici, democratici ed elettorali che abbracciava settori storicamente esclusi.
Questo odio incubato, normalizzato e amplificato dai media, sfociò in mobilitazioni di settori dell’opposizione iniziate nell’ottobre 2001 contro le leggi abilitanti, che continuarono fino al gennaio 2002. Inclusero il cosiddetto “gocciolio militare” di febbraio, la mobilitazione dell’alta dirigenza della PDVSA per “la meritocrazia”, lo “Sciopero Nazionale” dell’aprile 2002. Così si andò macerando l’agenda golpista fino a quando l’11 aprile 2002 si ruppe l’ordine costituzionale.
Per quell’epoca Globovisión si proiettava come sostituto dei vecchi partiti politici. Il canale diffuse la prima dichiarazione di un militare in servizio attivo contro Chávez nell’anno 2000. Il capitano della Guardia Nazionale, Luis García Morales, disse che nella Forza Armata si era costituita una Giunta Patriottica Venezuelana per chiedere le dimissioni del presidente.
I media ebbero un ruolo di primo piano nella trama che portò al colpo di Stato dell’aprile 2002. Imposero l’epica che “la battaglia finale” sarebbe stata a Miraflores, con cui aizzarono un folto numero di manifestanti a dirigersi verso il centro di Caracas per compiere quel destino, con riprese troncate ripetettero fino allo sfinimento che il Governo aveva massacrato i manifestanti e trasmisero la dichiarazione dell’alto comando militare, con cui si concretizzava il colpo di Stato. Successivamente il giornalista Otto Neustaldt, ex corrispondente della CNN a Caracas, rivelò che aveva registrato la dichiarazione dei militari “prima che cadesse il primo morto”.
La diffusione di notizie false per misurare il comportamento della popolazione era una realtà che si era già inaugurata. Prima degli eventi dell’11 aprile Globovisión [diffuse la notizia] che nove tassisti erano stati assassinati dalla malavita, fake che provocò un ingorgo massiccio a Caracas a causa delle proteste della categoria dei tassisti.
Colpo di Stato
L’11 aprile convocarono una grande marcia di opposizione il cui percorso originale aveva come destinazione Chuao, a est di Caracas. Quel giorno il “andiamo a Miraflores!” e “vedo un giorno di più!” divenne ritornello e penetrò abbastanza da far sì che realizzassero il piano di dirigere la marcia verso il centro della città. Dice il giornalista Ernesto Villegas Poljak nel suo libro ‘Abril, golpe adentro’ che la folla di opposizione “si sentiva come uno tsunami: superiore, temibile, invincibile. Non solo per una presunta supremazia sociale, culturale o razziale, ma puramente e semplicemente numerica”. Folla che inoltre era unificata da un’idea comune: bandire il male per tornare alla “normalità”.
I dirigenti sapevano che era imminente lo scontro con un’altra massa enorme di gente che difendeva il governo chavista, il che alimentò l’atteggiamento manicheo dei manifestanti. Ma inoltre circolava la voce che il Governo avesse dispiegato cecchini per assassinarli.
Le prime vittime si registrarono a Bello Monte all’altezza di Chacaíto. Blanca León de Guédez, direttrice amministrativa della Scuola di Educazione dell’UCV, ricevette un colpo d’arma da fuoco alla gamba sinistra. Il suo accompagnatore risultò pure ferito. Non si seppe da dove provenissero gli spari, ma era da supporre che, per il condizionamento e le voci, furono attribuiti al Governo, carburante che alzò la temperatura della folla inferocita.
Alle 3:45 del pomeriggio, quando era imminente lo scontro tra oppositori e chavisti, il presidente Chávez si rivolse a tutti i venezuelani in una cadena nazionale. Secondo Villegas, c’era aspettativa sul fatto che il mandatario si sarebbe dimesso, come anticipavano le voci, poiché fin da presto “esperti militari” lo menzionarono come una possibilità in interviste simultanee mentre avanzava la marcia.
Le aspettative in quel momento si concentravano sul fatto se lo scontro si fosse già prodotto. Mentre la trasmissione del Presidente era in corso accadde l’inaspettato: si divise lo schermo. Da un lato proseguiva l’allocuzione di Chávez e, dall’altro, gli scontri con evidenti morti e feriti. L’obiettivo era che i telespettatori di qualsiasi tendenza politica giudicassero i fatti senza pensare che si trattasse di un piano minuziosamente orchestrato.
La verità è che l’istruzione di dividere lo schermo fu data più presto. “Nelle ore della mattina dell’11 aprile, il vicepresidente di Informazione e Opinione di Venevisión, Alberto García, contattò il montatore digitale di post-produzione Orlando Martínez Berman e gli disse: ‘Guarda, fammi un effetto che abbia due «quadratini». Qui si metterà un’immagine da una parte e un’altra immagine dall’altra'”, racconta Villegas nel suo libro.
Martínez Berman era chavista e non sapeva quali fossero le immagini che sarebbero uscite in ogni quadro, “ma già si sapeva che il metodo era impiegato per giustapporre episodi di conflitto ai micro-messaggi che il Governo aveva ordinato alla vigilia di quel giovedì”.
“Hanno ucciso Jorge Tortoza!”, gridarono alcuni della corporazione giornalistica durante la cadena. Il primo morto confermato fu un lavoratore del giornale 2001. Quel giorno almeno cinque reporter grafici furono colpiti da proiettili. Oltre a Tortoza, Jorge Recio e i fratelli Enrique e Luis Hernández, caddero nel centro di Caracas. Tutti questi professionisti, sebbene non avessero una tendenza politica definita, furono assunti come martiri dall’opposizione.
Ciò che più si ripeté in televisione fu un video di Venevisión che mostrava chavisti sparare da Puente Llaguno mentre il narratore, Manuel Sáenz, attribuiva quei morti al governo. Anche immagini dei morti e di militari che disconoscevano Chávez e chiedevano le sue dimissioni.
In totale ci furono 19 morti che furono mostrati come vittime di un’imboscata chavista. Il giorno seguente El Nacional pubblicò un editoriale con il titolo “I morti di Hugo”. In realtà ci furono morti da entrambe le parti e le prime vittime furono chaviste.
Secondo la mappa realizzata da Juan Vives Suriá e José Ignacio Arrieta, sacerdoti delegati speciali designati dalla Procura per le indagini sull’11 aprile, a sud dell’avenida Baralt, nell’area fino a dove giunse l’opposizione, persero la vita:
- José Antonio Camallo.
- Alexis Bordones Soteldo.
- Orlando Rojas.
- Jesús Arellano.
- Juan David Querales.
- Víctor Reinoso.
- Johnie Obdulio Palencia.
- Jesús Espinoza Capote
A nord dell’avenida Baralt caddero i chavisti:
- Pedro José Linares
- César Matías Ochoa.
- Rudy Alfonso Urbano Duque.
- Erasmo Enrique Sánchez.
- Josefina Rengifo Cabrera.
- Nelson Eliécer Zambrano.
- Luis Alberto Caro.
- Luis Alfonso Monsalve.
A queste morti si aggiunge Alexis González, un rivoluzionario che morì di quattro colpi d’arma da fuoco al 23 de enero, dove ci furono manifestazioni a favore di Chávez. Il giovane morì nel quadro della repressione della PM in quella comunità.
L’11 aprile morì anche Ángel Figueroa Rivas, un venditore ambulante che viveva a La Vega. Cadde in una zona intermedia tra le concentrazioni, di fronte al cinema Baralt, tra le esquinas di Muñoz e Padre Sierra.
Oltre ai morti ci furono anche feriti per le azioni dei corpi di polizia contro i manifestanti. Ci sono 71 casi registrati come feriti l’11 aprile, quasi tutti attribuiti alla Polizia Metropolitana. Ci sono anche registri di vittime per le azioni della polizia di Baruta e Chacao, comandate da sindaci dell’opposizione.
Il 12 aprile ci fu persecuzione dei chavisti. Rapporti indicano che decine di case di persone e dirigenti legati al partito V Repubblica furono assaltate e, inoltre, furono vilipese centinaia di persone in ragione della loro identità o appartenenza politica. A ciò vanno aggiunte le catture illegali, l’invasione dell’ambasciata di Cuba, le visite domiciliari senza mandato giudiziario e l’omissione del giusto processo nelle azioni di polizia.
La totalità delle vittime fatali registrate l’11 aprile a causa di colpi d’arma da fuoco fu di 19. Ma ci furono anche deceduti per armi da fuoco registrati nei giorni 12, 13, 14 e 15 in conseguenza dei disordini.
Quello che accadde poi è storia: dopo 47 ore si ristabilisce l’ordine costituzionale, Chávez torna al potere e molti dei responsabili del golpe fuggirono dal Paese, con il che sembrava si chiudesse un capitolo della violenza politica dell’opposizione contro lo Stato venezuelano.
Tuttavia, qualche mese dopo si applicarono nuovi metodi per promuovere un cambio di regime. Il 22 ottobre 2002, quattordici ufficiali della Forza Armata Nazionale Bolivariana si pronunciarono contro il presidente Chávez e fecero un appello alla disobbedienza civile. Presero come bastione Plaza Altamira e, il 6 dicembre, nel quadro dello sciopero petrolifero, fecero un nuovo appello all’insurrezione militare in televisione.
Golpe petrolifero
Lo sciopero petrolifero del dicembre 2002 fino al febbraio 2003 è considerato un tipo di colpo di Stato per la magnitudine del danno alla nazione. Un rapporto della Commissione per la Verità, la Giustizia, la Pace e la Tranquillità Pubblica in Venezuela (COVEJUSPAZ), creata dall’Assemblea Nazionale Costituente nel 2017, riferisce che l’anno 2002 fu di severe affezioni all’economia nazionale con conseguenze catastrofiche per la popolazione.
L’impatto economico del colpo di Stato e del successivo sciopero petrolifero si osserva nel Prodotto Interno Lordo (PIL). [Tabella]
Come si può vedere nel grafico, c’è una prolungata caduta del PIL dall’ultimo trimestre del 2001 che diventa brusca nel momento storico coincidente con lo Sciopero Petrolifero del 2002-2003. “Questa caduta del PIL avrà un’incidenza diretta nei piani macro del Governo Nazionale nel 2003-2004, che implicherà una diminuzione importante per l’investimento in istruzione, salute, alimentazione, trasporti, produzione economica e benessere sociale in generale”, riferisce il rapporto finale della COVEJUSPAZ.
Quello che iniziò come uno sciopero di 24 Ore della Centrale dei Lavoratori del Venezuela (CTV), coordinato con la Federazione Venezuelana delle Camere di Commercio e Produzione (Fedecámaras), divenne una paralizzazione dell’industria petrolifera che si prolungò per più di due mesi.
Lo sciopero petrolifero non riuscì a rovesciare il Governo. Portò solo gravi conseguenze economiche al Paese. L’affezione limitò lo Stato venezuelano nelle sue possibilità di garantire il godimento e sfruttamento dei diritti economici, sociali e culturali.
“Nelle 120 ispezioni realizzate in installazioni dell’industria petrolifera in 13 stati del Paese, si constatarono danni ambientali, informatici, meccanici (valvole ostruite, oleodotti perforati) e patrimoniali, il che generò perdite in milioni di dollari, senza contare le perturbazioni che subì l’esportazione di greggio e suoi derivati”, riferisce il Rapporto Annuale della Procura Generale della Repubblica del 2004, citato da COVEJUSPAZ.
Le perdite furono multimilionarie. Secondo i dati di Pdvsa, la nazione perse più di 18 miliardi di $. Di quella cifra, 12 miliardi 750 mila furono per diminuzione delle vendite, 504 milioni per acquisto di benzina importata, 204 milioni in danni a installazioni e attrezzature, tra le altre.
Il danno all’industria impedì il trasporto e la commercializzazione dei greggi e dei loro processati. Con ciò, si pretese causare un grande danno di bilancio al Governo Nazionale e impedire il rendimento dell’amministrazione dello Stato.
Navi cisterna appartenenti a Pdvsa e a flotte straniere si rifiutarono di scaricare il combustibile necessario per il rifornimento nazionale, il che portò gravi conseguenze nelle piante di riempimento di combustibile e di forniture di gas domestici per le famiglie.
Ci fu anche sabotaggio nell’area informatica di Pdvsa, con il quale potevano intralciare a distanza gli sforzi di riempimento e spedizione di autobotti, mediante la gestione remota dei programmi di riempimento, allarmi e blocchi.
“Apriano e chiudevano programmi, creavano allarmi fittizi di incendi, il che bloccava automaticamente il riempimento delle autobotti e dei depositi di combustibile”, riferisce il rapporto del Ministero Pubblico.
Gli attacchi e la distruzione abbracciarono tutto il territorio nazionale.
La sospensione della fornitura di combustibile colpì gli impianti di Yagua, Carenero, Guatire, Catia La Mar, Barquisimeto. Inoltre, la Pianta Guaraguao, la Pianta Maturín, la Pianta di San Tomé, con lesione all’attività di trasporto di alimenti e prodotti industriali della regione. Diminuì anche la spedizione degli Impianti di Puerto Ordaz e Ciudad Bolívar, della Pianta di Bajo Grande, fornitrice della costa orientale del Lago di Maracaibo.
La mancanza di gas generò anche grande malessere nella popolazione più vulnerabile. Il deficit di gas domestico che riforniva gli ampi settori popolari del paese raggiunse il 50% e delle 10 fonti di fornitura di gas liquefatto per queste imprese, funzionava solo una nel complesso di José, stato Anzoátegui. A Caracas si distribuiscono approssimativamente un milione di bombole mensili, ma, in conseguenza dello sciopero petrolifero, questa cifra si ridusse a 450 mila. Servivano 140 autobotti al giorno per normalizzare il consumo e solo la metà stava distribuendo.
Le azioni del sabotaggio petrolifero riuscirono a restringere, tra le altre attività, la produzione di combustibili aeronautici, benzina, gasolio, così come il trasporto dai centri di produzione o raffinazione verso i centri di fornitura commerciale.
Non è un dato minore che l’opposizione abbia tentato di paralizzare il Paese alla vigilia di Natale, stagione in cui i venezuelani si mobilitano dalle grandi città verso paesi e comunità dell’interno per condividere con i loro familiari, epoca di feste caratterizzata da maggior consumo in generale perché per quella data il governo e le imprese private pagano bonus e gratifiche natalizie.
Quello che per molti significava un momento di felicità si trasformò in angoscia, scarsità, malessere e cannibalismo. La mancanza di combustibile rese difficile la mobilità e il trasporto di merci, il che provocò un aumento di beni e servizi. L’obiettivo, a detrimento di tutta la popolazione, fu provocare il collasso dello Stato che forzasse l’uscita del presidente Chávez, il secondo tentativo in un anno.
Finalmente lo sciopero fu revocato alla fine di gennaio 2003, ma le sequele economiche si fecero sentire per molto tempo. Il danno dell’industria petrolifera, principale motore dell’economia venezuelana, si rifletté nel ritardo di progetti sociali e di infrastruttura.
La convulsione sociopolitica passò; tuttavia, sarebbe l’inizio di altri cicli di violenza dell’opposizione, non con lo stesso voltaggio, con conseguenze ugualmente catastrofiche.
Periodo de incubación del odio (2002-2003)
Memorias de la violencia política: golpe de Estado y paros patronales
En una primera entrega publicamos la cronología de los ciclos destituyentes en los que ha estado inmersa la oposición venezolana, cuyo objetivo es crear una memoria histórica de la violencia que ha dejado una marca profunda en la sociedad venezolana. Este trabajo nos permitió establecer una línea de tiempo para ubicar todos los hechos que provocaron víctimas fatales.
Para ello tomamos como referencia el marco temporal establecido en el artículo 6 de la Ley de Amnistía para la Convivencia Democrática que reza: “La amnistía prevista en el artículo 1 comprende todas las acciones u omisiones que constituyan delitos o faltas, cometidos y acaecidos entre el 1 de enero de 1999 hasta la entrada en vigencia de esta Ley, en el marco de los hechos amnistiados”.
La Ley concede amnistía general a los delitos cometidos y en el contexto de los siguientes hechos:
-El golpe de estado del 11 y 12 de abril del año 2002.
-El paro petrolero de diciembre del año 2002 a febrero de 2003.
-Los hechos violentos que tuvieron lugar en el contexto de la convocatoria y posterior realización del referendo revocatorio del año 2004.
-Las mafifestaciones de mayo del año 2007.
-Los hechos violentos entre julio y septiembre del año 2009.
-Las protestas en el marco de las elecciones presidenciales de abril del año 2013 y la proclamación de sus resultados.
-Las guarimbas entre febrero y junio del año 2014.
-Los relacionados con las actuaciones de la Asamblea Nacional instalada para el periodo 2016-2021 y el desconocimiento de las instituciones y autoridades públicas.
-Las guarimbas entre marzo y agosto del año 2017.
-Los hechos que tuvieron lugar entre enero y abril del año 2019, salvo los constitutivos del delito de rebelión militar.
-Los relacionados con la convocatoria y realización de los procesos internos para la selección de candidatos y candidatas presidenciales en el año 2023.
-Los hechos violentos en el marco de las elecciones presidenciales de julio del año 2024.
-Las protestas en el marco de las elecciones regionales y para la Asamblea Nacional en el año 2025.
Con este mapa, el presente trabajo y los que le siguen a continuación se enfocarán en las víctimas fatales y los daños a la nación provocados por la agenda de cambio de régimen de la oposición.
Por cuestiones de extensión, dado que cada evento requiere de un trabajo arqueológico a profundidad, la sistematización de víctimas reales y daños materiales se publicará en tres partes. Con este tríptico también se procurará determinar los factores, dinámicas y condicionantes que contribuyeron a que se produjeran los hechos de violencia e intolerancias por motivos políticos durante el período señalado.
Ya habíamos adelantado que la agenda destituyente comenzó justo cuando el comandante Hugo Chávez asumió la conducción del país y se radicalizó durante el mandato del presidente Nicolás Maduro con nuevos actores y métodos más sofisticados.
Periodo de incubación
Desde el año 2001, dos años después de la llegada de la Revolución Bolivariana, sectores de la oposición instalaron el primer piquete contra los procesos de cambios iniciados por Chávez. La Constitución recién aprobada apostaba por un modelo social, económico y político inclusivo.
Sin embargo, no importa cuán incluyente y democrático fuera el Gobierno porque ya se había inoculado el odio con elementos racistas y clasistas que hasta hoy día persisten en sectores más radicales de la oposición. Siempre se pronunciaron desde una posición de poder y altura moral desde donde invitaban a Chávez a rectificar para “reunificar” el país.
Asistidos por su “razón” se proyectaron como la única clase política que sabía y podía gobernar, dejando el chavismo, aun cuando estaba respaldado por la mayoría de los venezolanos, simbolicamente en lado de lo abyecto.
Esta violencia, en primer término discursiva, se volvió regular y parte de la identidad en el grupo de dirigentes y partidos de la oposición venezolana, a pesar de la ampliación de los derechos a la participación política consagrada por la nueva Carta Magna, incluida la posibilidad de revocar el mandato de los cargos de elección popular, entre ellos el de presidente de la República.
Sistemáticamente fueron optando por la violencia para dirimir diferencias políticas, una proyección del desprecio por la diversidad de mecanismos pacífcos, democráticos y electorales que abarcaba a sectores históricamente excluidos.
Este odio incubado, normalizado y amplificado por medios de comunicación, devino en movilizaciones de sectores de oposición iniciadas en octubre de 2001 en contra de las leyes habilitantes, que continuaron hasta enero de 2002. Incluyó el llamado “goteo militar” de febrero, la movilización de la alta gerencia de PDVSA por “la meritocracia”, el “Paro Nacional” de abril de 2002. Así se fue macerando la agenda golpista hasta que el 11 de abril de 2002 se rompió el orden constitucional.
Para ese entonces Globovisión se proyectaba como sustituto de los viejos partidos políticos. El canal difundió el primer pronunciamiento de un militar activo contra Chávez en el año 2000. El capitán de la Guardia Nacional, Luis García Morales, dijo que en la Fuerza Armada se había conformado una Junta Patriótica Venezolana para exigir la renuncia del presidente.
Los medios de comunicación tuvieron un rol destacado en la trama que derivó en el golpe de Estado de abril de 2002. Impusieron la épica de que “la batalla final” sería en Miraflores, con lo cual azuzaron a un grueso número de manifestantes a dirigirse hasta el centro de Caracas para cumplir ese destino, con tomas truncadas repitieron hasta el hartazgo que el Gobierno había masacrado a los manifestantes y transmitieron el pronunciamiento del alto mando militar, con lo cual se concretaba el golpe de Estado. Posteriormente el periodista Otto Neustaldt, excorresponsal de CNN en Caracas, reveló que había grabado el pronunciamiento de los militares “antes de que cayera el primer muerto”.
La difusión de noticias falsas para medir el comportamiento de la población era una realidad que ya se había inaugurado. Antes de los sucesos del 11 de abril Globovisión que nueve taxistas habían sido asesinados a manos del hampa, fake que provocó un embotellamiento masivo en Caracas debido a las protestas del gremio de los taxistas.
Golpe de Estado
El 11 de abril convocaron gran marcha opositora cuya ruta original tenía como destino Chuao, al este de Caracas. Ese día el ¡vamos a Miraflores! y ¡vi un día más! se volvió estribillo y caló lo suficiente como para que cumplieran con el plan de dirigir la marcha hacia el centro de la ciudad. Dice el periodista Ernesto Villegas Poljak en su libro Abril, golpe adentro que la multitud opositora “se sentía como un tsunami: superior, temible, invencible. Ya no solo por una pretendida supremacía social, cultural o racial, sino pura y simplemente numérica”. Multitud que además estaba unificada por una idea común: desterrar el mal para volver a la “normalidad”.
Los dirigentes sabían que era inminente el choque con otra masa enorme de gente que defendía el gobierno chavista, lo que alimentó la actitud maniquea de los manifestantes. Pero además circulaba el rumor de que el Gobierno había desplegado francotiradores para asesinarlos.
Las primeras víctimas se registraron en Bello Monte a la altura de Chacaíto. Blanca León de Guédez, directora de administración de la Escuela de Educación de la UCV, recibió un disparo en la pierna izquierda. Su acompañante también resultó herido. No se supo de donde provenían los disparos, pero era de suponer que, por el condicionamiento y los rumores, fueron endosados al Gobierno, combustible que elevó la temperatura de la multitud enardecida.
A 3:45 de la tarde, cuando era inminente el choque entre opositores y chavistas, el presidente Chávez se dirigió a todos los venezolanos en cadena nacional. Según Villegas, había expectativa acerca de si el mandatario renunciaría, como anticipaban los rumores, ya que desde temprano “expertos militares” lo mencionaron como una posibilidad en entrevistas simultáneas mientras avanzaba la marcha.
Las expectativas para ese momento se centraban en si ya se había producido el choque. Avanzada la cadena ocurrió lo inesperado: se dividió la pantalla. Por un lado seguía la alocución de Chávez y, por otro, los enfrentamiento con evidentes muertos y heridos. El objetivo era que los televidentes de cualquier tendencia política juzgaran los hechos sin pensar que se trataba de un plan milimétricamente orquestado.
La verdad es que las instrucción de dividir la pantalla fue dada más temprano. “En horas de la mañana del 11 de abril, el vicepresidente de Información y Opinión de Venevisión, Alberto García, ubicó al editor digital de postproducción Orlando Martínez Berman y le dijo: ‘Mira, hazte un efecto que tenga dos «cajitas». Aquí se va a poner una imagen de un lado y otra imagen del otro”, relata Villegas en su libro.
Martínez Berman era chavista y no sabía cuáles eran las imágenes que iban a salir en cada cuadro, “pero ya se sabía que el método era empleado para yuxtaponer episodios de conflicto a las microcadenas que el Gobierno había ordenado en vísperas de aquel jueves”.
“¡Mataron a Jorge Tortoza!”, gritaron algunos del gremio periodístico durante la cadena. El primer muerto confirmado fue un trabajador del diario 2001. Ese día al menos cinco reporteros gráficos fueron impactados con balas. Además de Tortoza, Jorge Recio y los hermanos Enrique y Luis Hernández, cayeron en el centro de Caracas. Todos estos profesionales, aunque no tuvieran una tendencia política definida, fueron asumidos como mártires por la oposición.
Lo que más se repitió en televisión fue un video de Venevisión mostrando a chavistas disparando desde Puente Llaguno mientras el narrador, Manuel Sáenz, atribuía estos muertos al gobierno. También imagenes de los muertos y los militares desconociendo a Chávez y exigiendo su renuncia.
En total hubo 19 muertos que fueron mostrados como víctimas de una emboscada Chavista. El siguiente día El Nacional publicó editorial con el título “Los muertos de Hugo”. En realidad hubo muertos de parte y parte y las primeras víctimas fueron chavistas.
De acuerdo con el mapa levantado por Juan Vives Suriá y José Ignacio Arrieta, sacerdotes delegados especiales designados por la Fiscalía para las investigaciones sobre el 11 de abril, al sur de la avenida Baralt, en el área hasta donde llegó la oposición, perdieron la vida:
José Antonio Camallo.
Alexis Bordones Soteldo.
Orlando Rojas.
Jesús Arellano.
Juan David Querales.
Víctor Reinoso.
Johnie Obdulio Palencia.
Jesús Espinoza Capote
Al norte de la avenida Baralt cayeron los chavistas:
Pedro José Linares
César Matías Ochoa.
Rudy Alfonso Urbano Duque.
Erasmo Enrique Sánchez.
Josefina Rengifo Cabrera.
Nelson Eliécer Zambrano.
Luis Alberto Caro.
Luis Alfonso Monsalve.
A estas muertes se le suma Alexis González, un revolucionario que murió de cuatro balazos en el 23 de enero, donde hubo manifestaciones a favor de Chávez. El joven murió en el marco de la represión de la PM en esa comunidad.
El 11 de abril también murió Ángel Figueroa Rivas, un buhonero que vivía en La Vega. Cayó en una zona intermedia de las entre las concentraciones, frente al cine Baralt, entre las esquinas de Muñoz y Padre Sierra.
Además de las muertes también heridos por las acciones de cuerpos policiales en contra de manifestantes. Hay 71 casos registrados como heridos el 11 de abril, casi todos atribuidos a la Policía Metropolitana. También hay registros de víctimas por las actuaciones de las policía de Baruta y Chacao, comandadas por alcaldes opositores.
El 12 de abril hubo persecución de chavistas. Informes arrojan que decenas de casas de personas y dirigentes vinculados al partido V República fueron asaltadas y, además, fueron vejadas centenares de personas en razón de su identidad o filiación política. A esto hay que añadir las aprehensiones ilegales, la invasión de la embajada de Cuba, las visitas domiciliarias sin orden judicial y la omisión del debido proceso en las actuaciones policiales.
La totalidad de las víctimas fatales registradas el 11 de abril a causa de disparos por armas de fuego fueron 19. Pero también hubo fallecidos por armas de fuego registrados los días 12, 13, 14 y 15 como consecuencia de los disturbios.
Lo que ocurrió luego es historia: luego de 47 horas se retoma el orden constitucional, Chavéz vuelve al poder y muchos de los responsables del golpe huyeron el país, con lo cual parecía que se cerraba un capítulo de la violencia política de la oposición contra el Estado venezolano.
Sin embargo, unos meses después se aplicaron nuevos métodos para impulsar un cambio de régimen. El 22 de octubre de 2002, catorce oficiales de la Fuerza Armada Nacional Bolivariana se pronunciaron en contra del presidente Chávez e hicieron un llamado a la desobediencia civil. Tomaron como bastión la Plaza Altamira y, el 6 de diciembre, en el marco paro petrolero, hicieron un nuevo llamado a la insurrección militar por televisión.
Golpe petrolero
El paro petrolero de diciembre del año 2002 hasta febrero de 2003 se considera un tipo de golpe de Estado por la magnitud del daño a la nación. Un informe de la la Comisión para la Verdad, la Justicia, la Paz y la Tranquilidad Pública en Venezuela (COVEJUSPAZ), creada por la Asamblea Nacional Constituyente en 2017, refiere que el año 2002 fue de severas afectaciones a la economía nacional con consecuencias catastróficas para la población.
El impacto económico del golpe de Estado y posterior paro petrolero se observa en el Producto Interno Bruto (PIB).
Tabla que muestra con precisión la caída del sector público entre 2002 y 2003 (Foto: BCV)
Como puede verse en el gráfico, hay una prolongada caída del PIB desde el último trimestre de 2001 que se hace abrupta en el momento histórico coincidente con el Paro Petrolero de 2002-2003. “Esta caída del PIB va tener una incidencia directa en los planes macro del Gobierno Nacional en el 2003-2004, que va a implicar una disminución importante para la inversión en educación, salud, alimentación, transporte, producción económica y bienestar social en general”, refiere el ingorme final de la COVEJUSPAZ.
Lo que inició como un paro de 24 Horas de la Central de Trabajadores de Venezuela (CTV), coordinado con la Federación Venezolana de Cámaras de Comercio y Producción (Fedecámaras), devino en una paralización de la industria petrolera que se prolongó por más de dos meses.
El paro petrolero no logró derrocar el Gobierno. Solo trajo graves consecuencias económicas al país. La afectación limitó al Estado venezolano en sus posibilidades de garantizar el goce y disfrute de los los derechos económicos, sociales y culturales.
“En las 120 inspecciones realizadas en instalaciones de la industria petrolera en 13 estados del país, se constató daños ambientales, informáticos, mecánicos (válvulas obstruidas, oleoductos perforados) y patrimoniales, lo que generó pérdidas en millones de dólares, sin contar las perturbaciones que sufrió la exportación de crudo y sus derivados”, refiere el Informe Anual de la Fiscalía General de la República de 2004, citado por COVEJUSPAZ.
Las pérdidas fueron multimillonarias. De acuerdo con datos de Pdvsa, la nación perdió más de 18 mil millones de dólares. De esa cifra, 12 mil millones 750 mil fueron por disminución de las ventas, 504 millones por compra de gasolina importada, 204 millones en daños a instalaciones y equipos, entre otras.
El daño a la industria impidió el transporte y comercialización de los crudos y sus procesados. Con ello, se pretendió causar un gran daño presupuestario al Gobierno Nacional e impedir el desempeño de la administración del Estado.
Tanqueros pertenecientes a Pdvsa y a flotas extranjeras se negaron a descargar el combustible necesario para el abastecimiento nacional, lo que trajo graves consecuencias en las plantas de llenado de combustible y de suministros de gas domésticos para los hogares.
También hubo sabotaje en el área informática de Pdvsa, con lo cual podían entorpecer a distancia los esfuerzos de llenado y despacho de gandolas, mediante el manejo remoto los programas de llenado, alertas y bloqueos.
“Abrían y cerraban programas, creaban alarmas ficticias de incendios, lo cual bloqueaba automáticamente el llenado de las gandolas y depósitos de combustible”, refiere el informe del Ministerio Público.
Los ataques y destrucción abarcaron todo el territorio nacional.
La suspensión del suministro de combustible afectó las plantas de Yagua, Carenero, Guatire, Catia La Mar, Barquisimeto. Asimismo, la Planta Guaraguao, la Planta Maturín, la Planta de San Tomé, con lesión a la actividad de transporte de alimentos y productos
industriales de la región. También mermó el despacho de las Plantas de Puerto Ordaz y Ciudad Bolívar, de la Planta de Bajo Grande, surtidora de la costa oriental del Lago de Maracaibo.
La falta de gas también generó gran malestar en la población más vulnerable. El déficit de gas doméstico que surtía a los amplios sectores populares del país alcanzó 50% y de las 10 fuentes de suministro
de gas licuado para estas empresas, sólo estaba funcionando una en el complejo de José, estado Anzoátegui. En Caracas se distribuyen aproximadamente un millón de bombonas mensuales, pero, como consecuencia del paro petrolero, esta cifra se redujo a 450 mil. Se necesitaban 140 gandolas diarias para normalizar el consumo y sólo la mitad estaba despachando.
Las acciones del sabotaje petrolero consiguieron restringir, entre otras actividades, la producción de combustibles aeronáuticos, gasolina, gasoil, así como el transporte desde los centros de producción o refinación hacia los centros de suministro comercial.
No es un dato menor que la oposición haya intentado paralizar el país en vísperas de navidad, temporada en la que los venezolanos se movilizan desde las grandes ciudades hacia pueblos y comunidades del interior para compartir con sus familiares, época de fiestas caracterizada por mayor consumo en general porque para esa fecha el gobierno y las empresas privadas pagan bonos y aguinaldos.
Lo que para muchos significaba un momento de felicidad se transformó en zozobra, escasez, malestar y canibalismo. La falta de combustible dificultó la movilidad y el transporte de mercancías, lo que provocó un aumento de bienes y servicios. El objetivo, en detrimento de toda la población, fue provocar el colapso del Estado que forzara la salida del presidente Chávez, el segundo intento en un año.
Finalmente el paro se levantó a finales de enero de 2003, pero las secuelas económicas se sintieron por mucho tiempo. El daño de la industria petrolera, principal motor de la economía venezolana, se reflejó en el retraso de proyectos sociales y de infraestructura.
La convulsión sociopolítica pasó; sin embargo, sería el principio de otros ciclos de violencia opositora, no con el mismo voltaje, con consecuencias iguales de catastróficas.



