Jorge Ángel Hernández – REDH-Cuba
Quando durante la mia infanzia mi insegnarono a giocare a scacchi, il mio primo allarme fu diretto a non essere vittima dello Scacco Matto del Pastore. Anche la mia astuzia nell’applicarlo si attivava di fronte a un avversario della mia età che poteva non stare attento e cadere nella trappola. La maggior parte imparava, o imparavamo, vittime del comune e allora tollerato bullismo, ed era necessario allungare le partite finché uno dei due non mostrasse l’indispensabile superiorità.
E sebbene nel Paese esistesse una passione quasi di massa per gli scacchi, con insegnanti che seguivano aree in tutti i comuni del Paese e nella maggior parte delle loro popolazioni, mi accontentai di essere un giocatore domestico, con mio fratello come rivale più longevo della mia storia, e i miei amici del quartiere in cui sono cresciuto. Non mi viene in mente, per questo, di presentarmi sulla pubblica arena con un’analisi delle partite giocate nell’ultimo campionato del mondo, sebbene possa capire come sia avvenuta la partita, specialmente se un buon analista mi fa risparmiare tempo con preziosi e concreti appunti. Fui un po’ più nel baseball e scoprii più tardi —troppo tardi— il calcio, ma tralascio queste allusioni per tornare all’effetto dello Scacco Matto del Pastore che quotidianamente ci infliggono sulle reti sociai.
Senza menomazione dell’etica o della misericordia, Cuba è aggredita da azioni proprie di un contesto di guerra convenzionale, oltre alla strategia di guerra culturale e assedio mediatico che sistematicamente stava subendo. Flagranti ingiustizie che, sorprendentemente e paradossalmente, sembrano rimanere solo di competenza dello Stato cubano, del suo governo e delle sue istituzioni di controllo sociale, e non della cittadinanza che è vittima diretta di questo stato di assedio e aggressione. Appelli all’invasione, concreti tentativi terroristici, chiusura di missioni mediche e ambasciate da parte di governi obbedienti al dettato degli USA, passano come conflitti di interessi agli occhi dello spettro che le reti sociali in internet mettono in orbita. Modelli propagandistici, identificabili senza sforzi inusitati da un’intelligenza media, prendono lo stato generale dell’opinione e trascinano chiunque pretenda di esprimere la propria opinione in esercizio pubblico.
“(…) si cerca in tal caso di screditare qualsiasi gesto di solidarietà che permetta di continuare nella resilienza alla maggioranza degli individui che non vogliamo essere ancora una volta neocolonia, repubblica al comando del padrone di turno della Casa Bianca”.
Una menzogna, come quella appena pubblicata da un giornale messicano di dubbia competenza veritiera, circola come verità —concreta o possibile—, anche dopo che l'”informazione” che trasmette è stata smentita. Il dubbio, legittimo nel giornalismo e legittimo anche nella cittadinanza, diventa asserzione e soppianta la verità se quel dubbio risponde a un interesse pronunciato come norma. Così, l’immunità con la menzogna risponde a un modello egemonico di impunità, cosa che è stata ben studiata da vari analisti. In questi momenti dell’assedio di guerra convenzionale con cui si perseguita Cuba, un “artificio” di tale indole rappresenta la materia essenziale che porta al chiacchiericcio dell’opinione in rete, a cui ciascuno va ad aggiungere la propria sciocchezza come se fosse il gioiello elementare del pensiero. Concretamente si cerca in tal caso di screditare qualsiasi gesto di solidarietà che permetta di continuare nella resilienza alla maggioranza degli individui che non vogliamo essere ancora una volta neocolonia, repubblica al comando del padrone di turno della Casa Bianca. Senza badare a sottigliezze etiche, si lancia un fuoco di fila perché fluisca in direzione unica, sia nel suo percorso verso il destinatario che si scredita, sia nella produzione di senso che pretende di mostrare come verità inconfutabile quel discredito.
Lontani siamo dal momento in cui quella stessa propaganda decretò l’apertura dell’informazione mediante l’uso di internet. Molti hanno preferito pensare che questa possibilità che tutti avessimo l’opportunità di esprimere ciò che pensiamo sia stata sequestrata dagli interessi delle corporazioni; tuttavia, la cosiddetta “democratizzazione dell’informazione” non fu mai un atto di democratizzazione. Non fu nemmeno un gesto di buona volontà o un grido per coloro che non trovavano corso alla propria voce. Nei suoi obiettivi primari ci fu sempre il controllo della cittadinanza globale una volta che l’ideologia della globalizzazione presentava il sistema di partiti politici garante del capitalismo in decadenza come il più accettabile dei sistemi sociali.
“Queste azioni di solito contano sulla propaganda interessata —economicamente e ideologicamente—, dei media tradizionali, proprietà di aziende associate all’oligarchia, o appartenenti a queste (…)”.
Si trattava, e si tratta, di relativizzare le critiche al capitalismo per invertire l’intolleranza verso tutto ciò che possa sembrare alternativa. Qualsiasi aggressione o violazione della sovranità che si faccia in nome della democrazia riceverà prima la condanna della vittima. Sostenendo persino l’olocausto con il dubbio. Solo questo statuto di “conformità sociale” permette loro il super obiettivo imprenditoriale: l’incremento straripante degli introiti. Il cerchio si chiude allora nel gioco di influenze. Il potere delle nazioni, stati e partiti politici diventa cliente delle piattaforme digitali. Si stabilisce un affare, legittimato dall’essenza stessa del sistema sociale di relazioni, che non vede in un affare una minaccia e anzi considera di successo il milionario.
L’intervento mediante il Colpo di Stato è sempre stato un meccanismo utilizzato dagli USA in America Latina, Africa e altre parti del mondo. Sono variati i metodi, dal “sollevamento militare” al colpo di stato giudiziario, o parlamentare, o alla rivoluzione colorata, ma non le essenze interventiste con cui si perpetra. Queste azioni di solito contano sulla propaganda interessata —economicamente e ideologicamente—, dei media tradizionali, proprietà di aziende associate all’oligarchia, o appartenenti a queste, i cui benefici economici dipendono dall’esercitare inusitatamente il loro potere e che sono diventate clienti, a loro volta, delle reti che posizionano le linee di messaggio in internet. Un circolo vizioso che è un gesto da prestigiatore —distrazione dell’attenzione osservatrice mediante—, o una mossa che aspira a piazzare un altro atto di Scacco Matto del Pastore.
“Si magnificano a cottimo gli errori interni, affinché la minima parte diventi il tutto e soppianti così la Storia che viviamo”.
Il giornalista, acuto e molto piacevole analista della manipolazione informativa, Pascual Serrano, segnala nella sua presentazione al libro La tiranía de las naciones pantalla: Cinco pecados capitales de las plataformas que gobiernan internet, di Juan Carlos Blanco, Ediciones Akal, 2025, quanto segue, che mi permetto di citare con generosità non procurata:
Sappiamo con certezza che le nazioni schermo hanno più budget di quello che gestiscono i nostri Stati, ma non so se siamo consapevoli che abbiamo persino dato loro più competenze. Facebook o X possono eliminare e proscrivere contenuti informativi in un modo che non permetteremmo ai nostri Governi, perché lo considereremmo censura. Amazon accetta reclami dei consumatori su altre aziende e gestisce indennizzi con più diligenza di qualsiasi ufficio pubblico per i consumi. Google conosce meglio la situazione del traffico della nostra Polizia. Un errore di Microsoft può bloccare la nostra amministrazione pubblica in modo più efficace del più grande sciopero dei funzionari. Uber conosce gli spostamenti dei cittadini meglio di qualsiasi braccialetto di sorveglianza poliziesca… Se cinquant’anni fa avessero detto a un cittadino che ci sarebbero stati degli agenti privati con tutto quel potere, senza alcun dubbio avrebbe pensato a un colpo di Stato che aveva rovesciato il Governo. Tuttavia, come la rana che cuoce lentamente nell’acqua senza accorgersene man mano che si scalda, noi abbiamo accettato delle competenze e poteri delle nazioni schermo inimmaginabili qualche decennio fa.
Non essendo sufficienti le misure di blocco —per piegare con la fame e la disperazione i cubani, come proclamato da Dulles—, si è passati a una fase violenta, aggressiva, disumana. Questa raffica genocida si presenta anche come un conflitto di interessi minori ed è convertito in questione di governo da diversi frustrati opinionisti che si pretendono esperti di fronte a eventi alla moda e quotidianamente incolpano senza giudizio di valore, manipolando anche ciò che le reti potenziano. Tengono i loro panni dietro la riva e nuotano solo nelle acque permesse dall’egemonia, aspirando che un giorno la loro paga arrivi, sebbene tutte le basi di riconoscimento possibile partano da quello stesso sistema a cui non perdonano nemmeno un errore, come se fossero perfetti e divini. La scarsità, gli angoscianti blackout, il nulla a cui ci sottomettono, diventano, per opera e grazia dell’astuta mossa, una colpa che non ci corrisponde; una colpa che riguarda l’aggressore. Si magnificano a cottimo gli errori interni, affinché la minima parte diventi il tutto e soppianti così la Storia che viviamo.
Il panorama della guerra mediatica cubana si è intensificato in due direzioni essenziali:
1º. Il socialismo cubano è un progetto fallito e —paradossalmente alla sua condanna inevitabile al fallimento—, è necessario accelerare la sua scomparsa totale, una volta per tutte, fino alle sue radici.
2º. Le ingerenze esterne e le azioni di guerra —in varie direzioni tipologiche, convenzionale o meno convenzionale— sono un’invenzione di quell’apparato autoritario che deve scomparire.
Entrambi i modelli si risolvono con spiegazioni di logica molto elementare che allungano la partita. Ma i loro modelli di giudizio sono trasferiti immediatamente alla bruma di illocuzioni senza base né senso che le reti potenziano. Le ricevo sulla mia bacheca di Facebook quotidianamente, o nelle ricerche su Google, nonostante informi Meta che questo non mi interessa, in base alle “possibilità” che mi dà di “scegliere”. Per incorreggibile ho smesso di occuparmi di X, poiché non c’è modo di “fargli cambiare parere”. Salariati e docili accolti annessionisti, oltre a frustrati che preferiscono incolpare il sistema socialista cubano della loro incapacità piuttosto che auto-analizzarsi, compongono il complotto e diffamano e insultano senza timore, sicuri che l’impunità imperiale debba renderli, anche loro, immuni. Che l’ironia della vita tardi a portare loro la rivelazione, appena auguro loro. Né l’insulto, né l’oscena cantilena che portano come bandiera, rappresentano un popolo, né lo Stato-nazione né il piccolo e trascurato da cui molti provengono. Le vere vittime di tutto questo intreccio siamo ancora su questa terra, senza prenderci per dèi dei nostri simili né cadere nella trappola di questo Scacco Matto del Pastore che ci preparano. Crediamo —e bene!—, in qualcosa al di là del denaro e della fama, qualcosa che solo l’amore è capace di nominare come una quotidiana meraviglia, senza lusso né motivo alcuno di vergogna.
Fonte: La Jiribilla
Mate Pastor
Por Jorge Ángel Hernández – REDH-Cuba
Cuando en mi infancia me enseñaron a jugar al ajedrez, mi primera alerta estuvo dirigida a no ser víctima del Jaque Mate Pastor. También mi picardía de aplicarlo se activaba frente a un contrincante de mi edad que podía no estar alerta y caer en la trampa. La mayoría aprendía, o aprendíamos, víctimas del común y entonces tolerado bullying, y era preciso alargar las partidas hasta que uno de los dos mostrase la imprescindible superioridad. Y aunque existía en el país una pasión casi masiva por el ajedrez, con profesores que atendían áreas en todos los municipios del país y la mayoría de sus poblaciones, me conformé con ser un jugador doméstico, con mi propio hermano como el rival más prolongado de mi historia, y mis amigos del barrio en que crecí. No se me ocurre, por eso, presentarme a la palestra pública con un análisis de las partidas jugadas en el último campeonato del mundo, aunque pueda entender cómo ha ocurrido la partida, más si un buen analista economiza mi tiempo con valiosos y concretos apuntes. Fui un poco más en béisbol y descubrí más tarde —demasiado— el futbol, pero prescindo de esas alusiones para volver al efecto del Jaque Pastor que diariamente nos pegan en las redes.
Sin menoscabo de ética o misericordia, Cuba está siendo agredida por acciones propias de un contexto de guerra convencional, además de la estrategia de guerra cultural y asedio mediático que sistemáticamente venía sucediendo. Injusticias flagrantes que, asombrosa y paradójicamente, parecen quedar solo en la incumbencia del Estado cubano, su gobierno y sus instituciones de control social, y no de la ciudadanía que es víctima directa de ese estado de asedio y agresión. Llamados a invasión, intentonas terroristas concretas, cierre de misiones médicas y de embajadas por parte de gobiernos obedientes al dictado de Estados Unidos, pasan como conflictos de intereses a los ojos del espectro que las redes sociales de internet ponen en órbita. Patrones propagandísticos, identificables sin inusitados esfuerzos de una inteligencia promedio, toman el estado general de la opinión y arrastran a todo el que pretende expresar su opinión en ejercicio público.
“(…) se busca en ese caso desacreditar cualquier gesto de solidaridad que permita seguir en resiliencia a la mayoría de los individuos que no queremos ser otra vez neocolonia, república al mando del amo de turno de la Casa Blanca”.
Una mentira, como la recién publicada por un diario mexicano de muy dudosa competencia verídica, circula como verdad —concreta o posible—, aún después de que la “información” que transmite sea desmentida. La duda, legítima en el periodismo y legítima también en la ciudadanía, se convierte en aserto y suplanta a la verdad si esa duda responde a un interés pronunciado como norma. Así, la inmunidad con la mentira responde a un patrón hegemónico de impunidad, lo que ha sido bien estudiado por diversos analistas. En estos instantes del asedio de guerra convencional con que se hostiga a Cuba, un “ardid” de esa índole representa la materia esencial que lleva al chachareo de la opinión en redes, a la que cada uno va a sumar su propio disparate como si fuese la joya elemental del pensamiento. Concretamente se busca en ese caso desacreditar cualquier gesto de solidaridad que permita seguir en resiliencia a la mayoría de los individuos que no queremos ser otra vez neocolonia, república al mando del amo de turno de la Casa Blanca. Sin parar mientes en remilgos éticos, se lanza un fuego graneado para que fluya en dirección única, tanto en su recorrido hacia el destinatario que se desacredita, como en la producción de sentido que pretende mostrar como verdad irrefutable ese descrédito.
Lejos estamos del momento en que esa misma propaganda decretó la apertura de la información mediante el uso de internet. Muchos han preferido pensar que esa posibilidad de que todos tuviéramos la oportunidad de expresar lo que pensamos ha sido secuestrada por los intereses de las corporaciones; sin embargo, la llamada “democratización de la información” no fue jamás un acto de democratización. Ni siquiera fue un gesto de buena voluntad o un grito por quienes no encontraban curso a su propia voz. En sus objetivos primarios estuvo siempre el control de la ciudadanía global una vez que la ideología de la globalización presentaba al sistema de partidos políticos garante del capitalismo en decadencia como el más aceptable de los sistemas sociales.
“Suelen contar estas acciones con la propaganda interesada —económica e ideológicamente—, de los medios tradicionales, propiedad de empresas asociadas a la oligarquía, o pertenecientes a estas (…)”.
Se trataba, y se trata, de relativizar las críticas al capitalismo para revertir la intolerancia ante todo cuanto pueda parecer alternativa. Cualquier agresión o violación de la soberanía que se haga en nombre de la democracia recibirá antes la condena de la víctima. Respaldando incluso el holocausto con la duda. Solo ese estatuto de “conformidad social” les permite el super objetivo empresarial: el incremento desbordante de ingresos. El círculo se cierra entonces en el juego de influencias. El poder de las naciones, estados y partidos políticos se convierte en cliente de las plataformas digitales. Se establece un negocio, legitimado por la esencia misma del sistema social de relaciones, que no ve en un negocio una amenaza y sí considera exitoso al millonario.
La intervención mediante el Golpe de Estado ha sido siempre un mecanismo utilizado por los Estados Unidos en América Latina, África y otras partes del mundo. Han variado los métodos, del “alzamiento militar” al golpe judicial, o parlamentario, o la revolución de color, pero no las esencias injerencistas con que se perpetra. Suelen contar estas acciones con la propaganda interesada —económica e ideológicamente—, de los medios tradicionales, propiedad de empresas asociadas a la oligarquía, o pertenecientes a estas, cuyos beneficios económicos dependen de ejercer inusitadamente su poder y que se han hecho clientas, a su vez, de las redes que posicionan las líneas de mensaje en internet. Un círculo vicioso que es un gesto de mago —distracción de la atención observadora mediante—, o una jugada que aspira a colocar otro acto de Jaque Pastor.
“Se magnifican a destajo los errores internos, para que la mínima parte se convierta en el todo y suplante así la Historia que vivimos”.
El periodista, agudo y muy ameno analista de la manipulación informativa, Pascual Serrano, apunta en su presentación al libro La tiranía de las naciones pantalla: Cinco pecados capitales de las plataformas que gobiernan internet, de Juan Carlos Blanco, Ediciones Akal, 2025, lo siguiente, que me permito citar con generosidad no procurada:
Sabemos con certeza que las naciones pantalla tienen más presupuesto del que manejan nuestros Estados, pero no sé si somos conscientes de que incluso les hemos dado más competencias. Facebook o X pueden eliminar y proscribir contenidos informativos de un modo que no permitiríamos a nuestros Gobiernos, porque lo consideraríamos censura. Amazon acepta quejas de consumidores sobre otras empresas y gestiona indemnizaciones con más diligencia que cualquier oficina de consumo pública. Google conoce mejor la situación del tráfico que nuestra Policía. Un error de Microsoft puede bloquear nuestra administración pública de forma más exitosa que la mayor huelga de funcionarios. Uber conoce los desplazamientos de los ciudadanos mejor que cualquier pulsera de seguimiento policial… Si hace cincuenta años le hubieran dicho a un ciudadano que habría unos agentes privados con todo ese poder, sin ninguna duda estaría pensando en un golpe de Estado que había derrocado al Gobierno. Sin embargo, como la rana que se va cociendo lentamente en el agua sin percibirlo según se va calentando, nosotros hemos ido aceptando unas competencias y poderes de las naciones pantalla inimaginables hace unas décadas.
Al no ser suficientes las medidas de bloqueo —para rendir por hambre y desesperación a los cubanos, como lo proclamara Dulles—, se ha pasado a una fase violenta, agresiva, inhumana. Esta andanada genocida se presenta también como un conflicto de intereses menores y es convertido en asunto de gobierno por varios frustrados opinólogos que se pretenden expertos ante eventos de moda y a diario culpan sin juicio de valor, manipulando también lo que las redes potencian. Guardan su ropa detrás de la rivera y nadan solo en las aguas permitidas por la hegemonía, aspirando a que un día su soldada llegue, aunque todas las bases de reconocimiento posible partan de ese mismo sistema al que no le perdonan ni un error, como si fuesen perfectos y divinos. La escasez, los angustiantes apagones, la nada a la que nos someten, se convierten, por obra y gracia de la astuta jugada, en una culpa que no nos corresponde; una culpa que atañe al agresor. Se magnifican a destajo los errores internos, para que la mínima parte se convierta en el todo y suplante así la Historia que vivimos.
El panorama de la guerra mediática cubana se ha intensificado en dos direcciones esenciales:
1º. El socialismo cubano es un proyecto fallido y —paradójicamente a su condena inevitable al fracaso—, es necesario acelerar su desaparición total, de una vez y por todas, hasta sus raíces.
2º. Las injerencias externas y las acciones de guerra —en varias direcciones tipológicas, convencional o menos convencional— son una invención de ese aparato autoritario que debe desaparecer.
Ambos patrones se resuelven con explicaciones de lógica muy elemental que alargan la partida. Pero sus patrones de juicio son transferidos de inmediato a la bruma de ilocuciones sin base ni sentido que las redes potencian. Las recibo en mi muro de Facebook diariamente, o en búsquedas en Google, a pesar de que le informo a Meta que eso no me interesa, acorde con las “posibilidades” que me da de “elegir”. Por incorregible he dejado de ocuparme de X, pues no hay modo de “hacerle cambiar de parecer”. Asalariados y dóciles acólitos anexionistas, además de frustrados que prefieren culpar al sistema socialista cubano de su incapacidad antes que auto analizarse, componen el convite y difaman e insultan sin temor, seguros de que la impunidad imperial ha de hacerlos, también a ellos, inmunes. Que la ironía de la vida se demore en traerles la revelación, apenas les deseo. Ni el insulto, ni la obscena cantilena que llevan de bandera, representan a un pueblo, ni el Estado-nación ni el pequeño y preterido del que muchos proceden. Las verdaderas víctimas de todo ese entramado seguimos aún en esta tierra, sin tomarnos por dioses de nuestros semejantes ni caer en la trampa de ese Jaque Pastor que nos preparan. Creemos —¡y bien!—, en algo más allá del dinero y de la fama, algo que solo el amor es capaz de nombrar como una cotidiana maravilla, sin lujo ni motivo ninguno de vergüenza.
Fuente: La Jiribilla
