Tratto dal FB di Yuliet Teresa-Intensa
Ho passato la mattinata incollata allo schermo, guardando fino allo sfinimento i video che circolano. Lo spavento iniziale, essendo di Morón e sapendo che la mia gente è lì, ha gradualmente lasciato il posto a una riflessione più densa, più scomoda. Non si tratta solo di ciò che è successo, ma di ciò che significa, di ciò che annuncia. E per capirlo, mi è necessario pensare la politica dalla totalità, capire l’egemonia, la lotta di classe e, soprattutto, la tragedia di una rivoluzione che sembra non capire sé stessa nel fragore della battaglia.
La prima cosa che salta all’occhio è il tentativo di incapsulare l’accaduto. Dire che i manifestanti “erano del quartiere El Vaquerito” è un esercizio di minimizzazione geografica e sociale. È pretendere che la goccia che ha fatto traboccare il vaso sia il vaso intero. Bisogna guardare i processi, vedere come le contraddizioni si accumulano ed esplodono. Sì, la protesta è stata con gente di El Vaquerito, ma il malcontento respira in ogni angolo di Morón, in ogni paese della provincia, in ogni quartiere dell’Isola dove la “foschia” della scarsità copre tutto. Ridurlo a un luogo è non voler vedere la mappa della Cuba profonda che si agita.
Le parole che emergono dai video sono un prisma del bisogno: “libertà”, “corrente”, “cibo”, “luce”. Per il pensiero gramsciano, queste non sono mere consegne; sono l’espressione frammentata di una crisi organica. Sono il linguaggio del “senso comune” popolare, che grida per l’immediato, per ciò che manca per una vita dignitosa. Ed è legittimo, è assolutamente valido. Ma un’analisi seria ci obbliga ad andare oltre il clamore, a interrogarci sulle mediazioni. Perché la parola “dialogo” brilla per la sua assenza? Perché il dialogo, ci direbbe, è un processo politico che richiede canali, interlocutori e, soprattutto, fiducia. Quando lo Stato e le sue istituzioni vengono percepiti come entità sorde, lontane dal dolore quotidiano, il dialogo diventa un lusso che la gente non può permettersi. L’indignazione, allora, non trova altro linguaggio che quello dell’azione diretta.
Qui arriviamo al punto cruciale, al “precedente” che tanto inquieta. Quanto accaduto nella sede del Partito non è un 11 luglio con più violenza. È un salto qualitativo. Bisogna capire che varcare la porta di un’istituzione politica, bruciare i suoi mobili e i suoi beni, non è un atto vandalico qualsiasi. È un atto profondamente simbolico e politico. È la materializzazione di un divorzio: la rottura del legame di rappresentanza, per quanto minima, che ancora potesse rimanere. È stato infranto un limite. La gente non esce più solo in strada a reclamare; ora irrompe nello spazio che considera, a ragione o a torto, l’epicentro della sua sventura. Si è passati dalla protesta nello spazio pubblico all’occupazione e distruzione dello spazio del potere. Questo, da qualsiasi ottica, è un cambiamento di fase.
Le condizioni oggettive sono innegabili e atroci. Giorni senza elettricità, cibo che marcisce, bambini immersi in una “non-vita”, malati senza medicine, il blocco statunitense come una bestia sempre più crudele. Questo è il terreno fertilizzato per l’esplosione. Vi invito a non cadere in un economicismo semplicistico. Non è solo che la gente soffre la fame; è come vive quella fame, come la interpreta, a chi la attribuisce. E qui appare l’altra bestia, quella interna: “la cecità e la mancanza di incisività politica”.
Fernando Martínez Heredia fu un critico feroce del dogmatismo, della pigrizia intellettuale, della ripetizione di consegne vuote che non si connettono con la realtà. Questa mancanza di politica, questa incapacità di leggere la realtà con le sue sfumature e agire di conseguenza, è dannosa quanto il blocco esterno. Quando il discorso ufficiale “non capisce nulla” della vita quotidiana, quando non è in grado di processare l’indignazione e trasformarla in motore di cambiamento invece che in capro espiatorio, il risultato è il profondo aggravarsi della frattura.
Quello che abbiamo visto a Morón è la punta dell’iceberg di una nazione esausta. È la dimostrazione che la tensione è arrivata a un punto in cui quelli che stanno in mezzo, quelli che “non possono più respirare”, non hanno più margine per l’attesa. Il limite è stato superato.
E ora, la grande sfida non è solo condannare o giustificare, ma comprendere. Comprendere che l’ordine si è rotto e che, se non si ricostruisce dal dialogo reale e dall’ascolto profondo, la prossima volta non saranno solo i mobili del Partito a bruciare, ma quel poco che ci resta di tessuto sociale e di progetto comune. La storia non perdona le opportunità perse.
Es comprensible el malestar que provocan en nuestro pueblo los prolongados apagones, como consecuencia del bloqueo energético de EE.UU, cruelmente recrudecido en los últimos meses.
Y son legítimas las quejas y reclamos, siempre que se actúe con civismo y respeto al orden…
— Miguel Díaz-Canel Bermúdez (@DiazCanelB) March 14, 2026
FB di En Silencio Ha Tenido Que Ser
CRONACA DI UN’INDISCIPLINA ORCHESTRATA:
Lo “Slancio” di Morón
I recenti atti di vandalismo a Morón, Ciego de Ávila, iniziano a sgretolarsi sotto il peso della loro stessa logistica. Quello che si è cercato di vendere come uno scoppio d’ira spontaneo, sembra essere stata una coreografia finanziata, dove l’alcol e le promesse vuote sono stati i veri protagonisti.
La Logistica del Caos Controllato
Prossimamente verranno alla luce i nomi di coloro che hanno finanziato la fornitura nel settore di “El Vaquerito”. Non è stata una casualità: casse di birra e litri di rum sono stati distribuiti strategicamente per generare lo “slancio” necessario. Minuti prima del caos, la connettività è stata garantita: 14 ricariche telefoniche gestite attraverso il “Narra” di Morón hanno assicurato che l’azione fosse trasmessa o coordinata in tempo reale.
Dollari, Carne e Discordia
Al centro della trama appaiono figure come “Dariel”, indicato per la vendita e distribuzione dell’alcol e di un maiale sacrificato per l’occasione. Tuttavia, la presunta “unità” del gruppo si è rotta per la stessa ambizione che l’ha creata. Le dispute interne già affiorano: dalla “Dura”, insoddisfatta perché la madre del “Pelo” ha ricevuto una razione di carne maggiore, fino alla crescente ansia per un denaro promesso che ancora non arriva nelle mani di tutti gli esecutori.
False Promesse di Eroismo
I partecipanti sono stati alimentati con narrative da fantascienza: promesse di motorini elettrici e titoli di “eroi” in vista di una presunta e imminente intervento esterno che “avrebbe finito con i comunisti in settimane”. Sotto gli effetti dell’alcol, l’innocenza di alcuni è stata manipolata, compromettendo il loro futuro per un copione scritto dall’esterno.
Il “Capo” nel Mirino
La catena di comando è identificata. Il “Capo”, colui che sotto gli effetti dell’alcol si vantava delle sue connessioni e inviava direttive in tempo reale all’alias “Pencon”, è oggi l’anello più debole. La “coreografia” ha incluso un ordine specifico: non bruciare la bandiera, un dettaglio che rivela un disperato tentativo di mantenere una facciata politica all’interno del vandalismo finanziato.
La Realtà dopo la Sbornia
Come dice la legge della terra, “in silenzio” si è lavorato per documentare ogni alias e ogni movimento. Oggi, quando l’ubriachezza è passata e la realtà si impone, molti iniziano a parlare accorgendosi di essere stati usati. Il denaro è svanito, la carne è marcita e i motorini non sono mai arrivati.
La sconnessione civica dei coinvolti è evidente. Non resta che attendere il corso dei prossimi giorni – non più di 21 – affinché la verità completa venga alla luce e si assumano le conseguenze di un copione mal provato.
Dos reflexiones sobre violencia en Morón
Tomado del FB de Yuliet Teresa-Intensa
He pasado la mañana pegada a la pantalla, viendo hasta el cansancio los videos que circulan. El sobresalto inicial, al ser de Morón y saber que mi gente está ahí, fue dando paso a una reflexión más densa, más incómoda. No se trata solo de lo que pasó, sino de lo que significa, de lo que anuncia. Y para entenderlo, me es necesario pensar la política desde la totalidad, entender la hegemonía, la lucha de clases y, sobre todo, la tragedia de una revolución que parece no entenderse a sí misma en el fragor de la batalla.
Lo primero que salta a la vista es el intento de encapsular el hecho. Decir que los manifestantes “eran del reparto El Vaquerito” es un ejercicio de minimización geográfica y social. Es pretender que la gota que colmó el vaso es el vaso entero. Hay que mirar los procesos, ver cómo las contradicciones se acumulan y explotan. Sí, la protesta fue con gente de El Vaquerito, pero el descontento respira en cada esquina de Morón, en cada pueblo de la provincia, en cada barrio de la Isla donde la “bruma” de la escasez lo cubre todo. Reducirlo a un lugar es no querer ver el mapa de la Cuba profunda que se remueve.
Las palabras que emergen de los videos son un prisma de la necesidad: “libertad”, “corriente”, “comida”, “luz”. Para el pensamiento gramsciano, estas no son meras consignas; son la expresión fragmentada de una crisis orgánica. Son el lenguaje del “sentido común” popular, que clama por lo inmediato, por lo que falta para la vida digna. Y es legítimo, es absolutamente válido. Pero un análisis serio nos obliga a ir más allá del clamor, a preguntarnos por las mediaciones. ¿Por qué la palabra “diálogo” brilla por su ausencia? Porque el diálogo, nos diría, es un proceso político que requiere canales, interlocutores y, sobre todo, confianza. Cuando el Estado y sus instituciones se perciben como entes sordos, alejados del dolor cotidiano, el diálogo se convierte en un lujo que la gente no puede permitirse. La indignación, entonces, no encuentra otro lenguaje que el de la acción directa.
Aquí llegamos al punto crucial, al “precedente” que tanto inquieta. Lo ocurrido en la sede del Partido no es un 11 de julio con más violencia. Es un salto cualitativo. Hay que entender que traspasar la puerta de una institución política, quemar sus muebles y sus insumos, no es un acto vandálico más. Es un acto profundamente simbólico y político. Es la materialización de un divorcio: la ruptura del vínculo de representación, aunque sea mínima, que aún pudiera quedar. Se ha roto un límite. La gente ya no solo sale a la calle a reclamar; ahora irrumpe en el espacio que considera, con razón o sin ella, el epicentro de su desgracia. Se ha pasado de la protesta en el espacio público a la ocupación y destrucción del espacio del poder. Eso, desde cualquier óptica, es un cambio de fase.
Las condiciones objetivas son innegables y atroces. Días sin electricidad, comida pudriéndose, niños sumidos en una “no-vida”, enfermos sin medicamentos, el bloqueo estadounidense como una bestia cada vez más cruel. Eso es el terreno abonado para la explosión. Les convido a no caer en un economicismo simplista. No es solo que la gente pase hambre; es cómo vive ese hambre, cómo lo interpreta, a quién se lo atribuye. Y ahí aparece la otra bestia, la interna: “la ceguera y falta de asertividad política”.
Fernando Martínez Heredia fue un crítico feroz del dogmatismo, de la pereza intelectual, de la repetición de consignas vacías que no conectan con la realidad. Esa falta de política, esa incapacidad de leer la realidad con sus matices y actuar en consecuencia, es tan dañina como el bloqueo externo. Cuando el discurso oficial “nada entiende” de la vida cotidiana, cuando no es capaz de procesar la indignación y convertirla en motor de cambio en lugar de chivo expiatorio, el resultado es la profundización de la brecha.
Lo que hemos visto en Morón es la punta del iceberg de una nación exhausta. Es la demostración de que la tensión ha llegado a un punto donde los que están en el medio, los que “no pueden respirar más”, ya no tienen margen para la espera. La raya se ha traspasado.
Y ahora, el gran desafío no es solo condenar o justificar, sino comprender. Comprender que el orden se ha roto y que, si no se reconstruye desde el diálogo real y la escucha profunda, la próxima vez no solo serán los muebles del Partido los que ardan, sino lo poco que nos queda de tejido social y de proyecto común. La historia no perdona las oportunidades perdidas.
FB de En Silencio Ha Tenido Que Ser
CRÓNICA DE UNA INDISCIPLINA ORQUESTADA:
El “Impulso” de Morón
Los recientes actos de vandalismo en Morón, Ciego de Ávila, comienzan a desmoronarse bajo el peso de su propia logística. Lo que se intentó vender como un arrebato espontáneo, parece haber sido una coreografía financiada, donde el alcohol y las promesas vacías fueron los verdaderos protagonistas.
La Logística del Descontrol
Próximamente saldrán a la luz los nombres de quienes financiaron el suministro en el sector de “El Vaquerito”. No fue casualidad: cajas de cerveza y litros de ron fueron distribuidos estratégicamente para generar el “impulso” necesario. Minutos antes del caos, la conectividad fue garantizada: 14 recargas telefónicas gestionadas a través del “Narra” de Morón aseguraron que la acción fuera transmitida o coordinada en tiempo real.
Dólares, Carne y Discordia
En el centro de la trama aparecen figuras como “Dariel”, señalado por la venta y distribución del alcohol y de un cerdo sacrificado para la ocasión. Sin embargo, la supuesta “unidad” del grupo se rompió por la misma ambición que la creó. Las disputas internas ya afloran: desde la “Dura”, inconforme porque la madre del “Pelo” recibió una ración de carne mayor, hasta la creciente ansiedad por un dinero prometido que aún no llega a manos de todos los ejecutores.
Falsas Promesas de Heroísmo
A los participantes se les alimentó con narrativas de ciencia ficción: promesas de motorinas eléctricas y títulos de “héroes” ante una supuesta e inminente intervención externa que “acabaría con los comunistas en semanas”. Bajo los efectos del alcohol, la inocencia de algunos fue manipulada, comprometiendo su futuro por un guion escrito desde el exterior.
El “Jefe” en la Mira
La cadena de mando está identificada. El “Jefe”, aquel que bajo los efectos del alcohol alardeaba de sus conexiones y enviaba directrices en tiempo real a alias “Pencon”, es hoy el eslabón más débil. La “coreografía” incluyó una orden específica: no quemar la bandera, un detalle que revela un intento desesperado por mantener una fachada política dentro del vandalismo financiado.
La Realidad tras la Resaca
Como dicta la ley de la tierra, “en silencio” se ha trabajado para documentar cada alias y cada movimiento. Hoy, cuando la embriaguez ha pasado y la realidad se impone, muchos empiezan a hablar al darse cuenta de que fueron utilizados. El dinero se esfumó, la carne se pudrió y las motorinas nunca llegaron.
La desconexión cívica de los implicados es evidente. Solo queda esperar el curso de los próximos días -no más de 21-para que la verdad completa salga a la luz y se asuman las consecuencias de un guion mal ensayado.
