Venezuela in piedi. Ferita, bombardata, soffocata, ma in piedi, e nella sua resistenza, l’America Latina trova uno specchio scomodo ma necessario.
Senza dubbio, il 3 gennaio 2026, l’America Latina ha vissuto uno dei mattini più duri della sua storia recente. Dopo quasi trent’anni, gli USA hanno invaso un Paese della regione senza alcuna impunità e, peggio ancora, lo hanno fatto bombardando una delle capitali più significative del XXI secolo: la grande Caracas.
Non è stato solo questo. Il governo di Donald Trump ha osato sequestrare il presidente Nicolás Maduro e la deputata Cilia Flores con la giustificazione che il mandatario era il capo del Cartello dei Soli, un’accusa che in seguito è stata smentita dallo stesso Dipartimento di Stato USA.
A ciò si aggiungono le precedenti dichiarazioni di Trump sul petrolio venezuelano, prima dell’invasione e anche prima dell’attacco all’Iran, in cui sottolineava di sentirsi in “obbligo” di recuperare il suo petrolio.
La regione ha allora imparato una lezione amara: sebbene attualmente si disputi la costruzione di un mondo multipolare, l’America Latina non rappresenta uno dei giocatori principali, ma continua ad essere una zona di controllo per l’egemone che cerca di mantenere il suo potere a tutti i costi.
Il sistema internazionale sembra non sostenere più i principi fondamentali del diritto internazionale, ma la logica del più forte. Le regole del gioco cambiano ogni minuto e la Dottrina Monroe, o la sua versione aggiornata, la Dottrina Donroe, si impone sulla scacchiera geopolitica e geoeconomica.
In Venezuela, il tempo passa in modo accelerato. Tutte le azioni, così come le omissioni, risultano imprescindibili per la costruzione del suo futuro. Ogni accordo, come ogni atto, traccia la sequenza degli eventi. L’avvicinamento alle compagnie petrolifere, la modifica della Legge sugli idrocarburi, le visite diplomatiche tra i due Paesi sono solo alcune delle più rilevanti.
Allo stesso modo, con il recente riconoscimento da parte del Paese del nord della presidentessa incaricata, Delcy Rodríguez, l’opposizione venezuelana, che in molti casi invocava l’intervento militare, viene messa fuori gioco. Con ciò si consolida che il comando appartiene ancora al blocco chavista.
Gli USA si rendono conto che, per i loro interessi economici, specialmente quelli petroliferi e minerari, preferiscono sostenere un governo che è al comando dell’organizzazione piuttosto che riordinare il paese. Senza dubbio, questa posizione è tutto il contrario di ciò che nella scienza politica potrebbe chiamarsi il “gioco a somma zero”.
Il governo di Maduro e, ora, di Rodríguez, mostra coesione e capacità di negoziazione dopo l’invasione. La logica di decapitare per disordinare sembra non aver avuto grandi risultati. La linea di comando si mantiene e i poteri fattuali continuano in azione.
Il chavismo e il tentativo di riconfigurare lo Stato
Sebbene il chavismo, sia come governo che come movimento, abbia grandi sfide, soprattutto con l’approvazione di un certo settore della popolazione che vive una situazione di crisi da dieci anni a causa delle Misure Coercitive Unilaterali (MCU) imposte dagli USA, e per oltre vent’anni di governo, è innegabile che rappresenti ancora l’unica forza politica organizzata con capacità di gestione, mobilitazione e politicizzazione.
I luoghi bombardati e dove sono morte persone oggi sono totalmente riparati ed espongono simboli che ricordano che l’invasione è avvenuta. Il discorso anti-imperialista e sovranista continua ad essere una delle bandiere che sostiene il governo e i suoi rappresentanti.
D’altra parte, sabato 8 marzo 2026 si è svolta la settima Consulta Popolare per l’elezione di progetti comunali e la prima di Delcy Rodríguez come presidentessa. La proposta e la sfida di questo meccanismo è che le risorse economiche che prima erano gestite dai comuni e dal governo centrale possano essere amministrate dai cittadini e dalle cittadine a partire dai quindici anni, attraverso le Comuni, che inoltre votano per la priorità del loro territorio.
Parliamo di un sistema democratico estremamente partecipativo. È la popolazione che sceglie direttamente cosa fare con il denaro statale. Finora, secondo il Ministero delle Comuni, sono stati realizzati più di 38 mila progetti dal 2024 ad oggi.
Questo esercizio democratico di base implica una nuova logica di organizzazione statale che cerca di decentrare il potere di decisione ed esecuzione, portando il sistema democratico un passo avanti. La sfida, come in ogni democrazia, sarà ottenere la partecipazione reale della popolazione, che almeno nell’ultimo periodo ha mostrato una certa indifferenza verso la politica istituzionale.
Costruzione dello Stato all’ombra degli USA
Diceva Lenin che la rivoluzione trionfante è quella che riesce a costituire un nuovo tipo di Stato, un tipo di controllo che permetta il dominio collettivo sui mezzi di produzione e le risorse. Sebbene l’America Latina sia ancora lontana da questo, il fatto che si proponga un altro tipo di organizzazione con partecipazione cittadina diretta che si occupi dell’amministrazione del denaro, come accade in Venezuela, dà luce sul possibile.
C’è chi sostiene che se la popolazione (tutti e tutte) interviene nella direzione dello Stato, il capitalismo non potrà più sostenersi. Purtroppo, la costruzione degli Stati-Nazione in America Latina e nei Caraibi, sin dalle loro indipendenze, è stata attraversata dalla relazione politica ed economica con gli USA.
In alcune occasioni come imposizione, in altre come scelta, ma quasi sempre legata al ruolo che ogni paese gioca di fronte all’impero e al ruolo della sua classe politica, nella maggior parte dei casi coperta da interessi esterni e nelle eccezioni, sovrana.
Le rivoluzioni popolari del XXI secolo affrontano sfide nuove: in primo luogo difendere quanto conquistato e, allo stesso tempo, approfondire i cambi. Il dilemma è come sostenersi senza stagnare e avanzare senza tracimare, in una scacchiera dove l’ingerenza esterna muove ancora i pezzi. La chiave sarà convertire la partecipazione cittadina in vero potere di decisione collettiva, per spianare la strada verso il controllo totale dello Stato.
Tra bombe e comunas (organizzazione di base e autogoverno): : la resistenza
Quello che è certo è che il Venezuela si muove in altri tempi, che non possono essere compresi allo stesso modo in cui si comprende la regione. Il freddo dell’Ávila, con il sale del mare, simultaneamente chiariscono che la costruzione di quel Paese respira a un ritmo diverso: quello della resistenza e della certezza che, nonostante le bombe e i blocchi, la sovranità ancora si difende.
L’invasione del 3 gennaio non ha raggiunto il suo scopo. Non perché l’impero sia stato sconfitto militarmente, ma perché ha trovato di fronte un popolo che, anche nell’avversità, ha dimostrato che è ancora possibile costruire potere dalle basi, che le comuni resistono ai missili e che l’eredità bolivariana continua ad essere una linea guida per coloro che cercano di costruire un altro Stato, un’altra democrazia.
Il Venezuela continua a resistere. Ferito, bombardato, soffocato, ma in piedi. E nella sua resistenza, l’America Latina trova uno specchio scomodo ma necessario: o si piega ai disegni dell’egemone, o impara dal Venezuela che anche i mattini più duri possono partorire un tempo nuovo.
Venezuela, la invasión y la reconfiguración
Venezuela sigue en pie. Herida, bombardeada, asfixiada, pero en pie, y en su resistencia, América Latina encuentra un espejo incómodo pero necesario
Sin duda, el 3 de enero de 2026, Latinoamérica vivió uno de los amaneceres más duros de su historia reciente. Después de casi treinta años, Estados Unidos invadió un país de la región sin ningún tipo de impunidad y, peor aún, lo hizo bombardeando una de las capitales más significativas del siglo XXI: la gran Caracas.
No fue solo eso. El gobierno de Donald Trump osó secuestrar al presidente Nicolás Maduro y a la diputada Cilia Flores bajo la justificación de que el mandatario era líder del Cartel de los Soles, un señalamiento que luego sería desmentido por el propio Departamento de Estado de Estados Unidos.
A ello se suman las declaraciones previas de Trump sobre el petróleo venezolano, antes de la invasión y también antes del ataque a Irán, en las que recalcaba que se veían en la “obligación” de recuperar su petróleo.
La región entendió entonces una lección amarga, si bien en la actualidad se disputa la construcción de un mundo multipolar, Latinoamérica no representa uno de los jugadores principales, sino que sigue siendo una zona de control para el hegemón que busca mantener su poder a toda costa.
El sistema internacional parece ya no sostener los principios básicos del derecho internacional, sino la lógica del más fuerte. Las reglas del juego cambian a cada minuto y la Doctrina Monroe, o su versión actualizada, la Doctrina Donroe se impone en el tablero geopolítico y geoeconómico.
En Venezuela, el tiempo pasa de manera acelerada. Todas las acciones, así como las omisiones, resultan imprescindibles para la construcción de su futuro. Cada acuerdo, como cada acto traza la secuencia de los hechos. Acercamiento a petroleras, la modificación de la Ley de hidrocarburos, las visitas diplomáticas entre ambos países son solo algunas de las más relevantes.
Asimismo, con el reciente reconocimiento del país del norte a la presidenta encargada, Delcy Rodríguez, la oposición venezolana, que en muchos casos llamaba a la intervención militar, queda fuera de juego. Con ello se consolida que el mando aún le pertenece al bloque chavista.
Estados Unidos cae en cuenta de que, para sus intereses económicos, en especial los petroleros y mineros, prefiere sostener a un gobierno que está al mando de la organización antes que reordenar el país. Sin duda, esa posición es todo lo contrario a lo que en ciencia política podría llamarse el “juego de suma cero”.
El gobierno de Maduro y, ahora, de Rodríguez, muestra cohesión y capacidad de negociación después de la invasión. La lógica de descabezar para desordenar parece no haber tenido grandes resultados. La línea de mando se mantiene y los poderes fácticos continúan en acción.
El chavismo y el intento de reconfigurar el Estado
Si bien el chavismo, tanto como gobierno y como movimiento, tiene grandes retos, sobre todo con la aprobación de cierto sector de la población que vive una situación de crisis desde hace diez años por las Medidas Coercitivas Unilaterales (MCU) impuestas por Estados Unidos, y por más de veinte años de gobierno, es innegable que aún sigue representando la única fuerza política organizada con capacidad de gestión, movilización y politización.
Los lugares bombardeados y donde murieron personas hoy están totalmente reparados y exhiben símbolos que recuerdan que la invasión ocurrió. El discurso antiimperialista y soberanista continúa siendo una de las banderas que sostiene al gobierno y a sus representantes.
Por otro lado, él sábado 8 de marzo de 2026 se llevó a cabo la séptima Consulta Popular para la elección de proyectos comunales y la primera de Delcy Rodríguez como presidenta. La propuesta y el reto de este mecanismo es que los recursos económicos que antes eran ejecutados por las alcaldías y el gobierno central puedan ser administrados por las y los vecinos a partir de los quince años, a través de las Comunas, que además votan por la prioridad de su territorio.
Hablamos de un sistema democrático sumamente participativo. Es la población quien elige directamente qué hacer con el dinero estatal. Hasta el momento, de acuerdo al Ministerio de Comunas, se ejecutaron más de 38 mil proyectos desde 2024 a la fecha.
Este ejercicio democrático de base implica una nueva lógica de organización estatal que busca descentralizar el poder de decisión y ejecución, llevando al sistema democrático un paso más adelante. El desafío, como en toda democracia, será lograr la participación real de la población, que al menos en el último tiempo ha demostrado cierta desidia frente a la política institucional.
Construcción de Estado ante la sombra de Estados Unidos
Decía Lenin que la revolución triunfante es la que logra constituir un nuevo tipo de Estado, un tipo de control que permita el dominio colectivo sobre los medios de producción y los recursos. Si bien Latinoamérica se encuentra aún lejos de eso, el hecho de que se propongan otro tipo de organización con participación ciudadana directa que se encargue de la administración del dinero, como sucede en Venezuela, da luces de lo posible.
Hay quienes sostienen que si la población (todos y todas) interviene en la dirección del Estado, el capitalismo ya no podrá sostenerse. Lastimosamente, la construcción de los Estados – Nación en América Latina y el Caribe, desde sus independencias, ha estado atravesada por la relación política y económica con Estados Unidos.
En algunas ocasiones como imposición, en otras como elección, pero casi siempre ligada al rol que cada país juega ante el imperio y al papel de su clase política, en la mayoría de los casos copada por intereses externos y en las excepciones, soberana.
Las revoluciones populares del siglo XXI enfrentan retos nuevos, en principio defender lo conquistado y, a la vez, profundizar los cambios. El dilema es cómo sostener sin estancarse y avanzar sin desbordarse, en un tablero donde la injerencia externa aún mueve las piezas. La clave será convertir la participación ciudadana en verdadero poder de decisión colectiva, para allanar el camino hacia él control total del Estado.
Entre bombas y comunas: la resistencia
Lo que tiene algo de cierto es que Venezuela se mueve en otros tiempos, que no pueden entenderse de la misma forma en que se entiende la región. El frío del Ávila, con la sal del mar, de manera simultánea dejan claro que la construcción de ese país respira a un ritmo distinto: el de la resistencia y el de la certeza de que, pese a las bombas y los bloqueos, la soberanía aún se defiende.
La invasión del 3 de enero no logró su cometido. No porque el imperio haya sido derrotado militarmente, sino porque encontró en frente a un pueblo que, incluso en la adversidad, ha demostrado que todavía es posible construir poder desde las bases, que las comunas resisten a los misiles y que el legado bolivariano aún sigue siendo línea de ruta para quienes buscan construir otro Estado, otra democracia. Venezuela sigue en pie. Herida, bombardeada, asfixiada, pero en pie. Y en su resistencia, América Latina encuentra un espejo incómodo pero necesario: o se pliega a los designios del hegemón, o aprende de Venezuela que hasta los amaneceres más duros pueden parir un nuevo tiempo.

