Le reti sociali non sono il pubblico

interpretazioni dell’annuncio di dialogo Cuba-USA

Observatorio de Medios di Cubadebate

Il 13 marzo, il presidente cubano Miguel Díaz-Canel annunciò pubblicamente l’inizio di conversazioni con gli USA. Mentre la maggior parte dei media internazionali reagì con relativa oggettività, centrata nell’informare il contenuto delle dichiarazioni del anche Primo Segretario del Partito Comunista di Cuba, l’annuncio scatenò una reazione immediata nell’ecosistema digitale tossico della Florida: attacchi virulenti, accuse di tradimento e una valanga di messaggi che presentavano il dialogo come una capitolazione del governo cubano.

Per chi osservi unicamente quell’universo digitale, la conclusione sembrerebbe ovvia: l’opinione pubblica USA sarebbe schiacciantemente ostile a qualsiasi avvicinamento con Cuba. Tuttavia, quando si esaminano altri spazi di dibattito pubblico, l’immagine cambia in maniera radicale.

Un’analisi di più di mille commenti di lettori in articoli pubblicati da The New York Times e The Washington Post, quello stesso giorno, rivela un panorama molto più complesso. Predominano le critiche alla politica coercitiva del governo USA verso Cuba, accompagnate da correnti anti-interventiste, umanitarie e di difesa della sovranità nazionale che mettono in discussione la legittimità della pressione USA sull’isola.

Questo contrasto tra il rumore delle reti e il contenuto di altri spazi di dibattito pubblico illustra una realtà centrale della politica contemporanea: le piattaforme sociali non sono l’opinione pubblica.

Il miraggio della maggioranza digitale

Le piattaforme sociali generano un’illusione potente. L’enorme visibilità dei messaggi e la velocità con cui circolano producono la sensazione che stiamo osservando direttamente ciò che pensa la società. Ma questa percezione ignora una differenza fondamentale tra visibilità e rappresentatività.

L’ecosistema digitale dell’estrema destra anticubana in Florida mantiene una presenza estremamente attiva nelle piattaforme sociali. Attraverso account influenti, media digitali e reti di amplificazione, questo spazio politico produce un volume di contenuto capace di dominare determinati tratti della conversazione online. Non si tratta di militanza digitale spontanea ma, in molti casi, di dispositivi comunicazionali organizzati e orientati alla guerra di informazione contro Cuba.

Il concetto di cibertruppa, elaborato dall’Oxford Internet Institute (OII), offre un quadro utile per comprendere questo fenomeno. Si tratta di strutture organizzate di intervento politico nell’ambiente digitale — formate da operatori umani, account coordinati, falsi profili, automatizzazioni e nodi mediatici affini — il cui obiettivo non è deliberare né informare in modo equilibrato, ma influenzare, intossicare, amplificare narrative, fissare cornici interpretative, demoralizzare l’avversario e alterare la percezione pubblica dei fatti.

L’enorme volume di messaggi di questa cibertruppa, prodotto e distribuito con logica di campagna, può generare l’impressione che esista un consenso ostile maggioritario verso Cuba negli USA e perfino dentro il nostro Paese. In realtà la narrativa tossica è sostenuta da una minoranza intensa e sovra-rappresentata grazie alle dinamiche algoritmiche delle piattaforme.

Tuttavia, quando si esaminano spazi di discussione più ampi, come i forum di lettori nei grandi giornali USA, appaiono posizioni molto più diverse e sfumate.

Ciò che dicono i lettori USA

L’analisi di commenti in The New York Times e The Washington Post rivela che la reazione del pubblico USA di fronte all’annuncio del dialogo non risponde a un’unica logica interpretativa.

I commenti analizzati apparvero il 13 marzo 2026 nei seguenti articoli:

  • The New York Times: “Cuban President Acknowledges Talks with the Trump Administration” (217 commenti).
  • The Washington Post: “Cuba acknowledges secret meetings with U.S. as Trump dials up threats” (844 commenti).

Lontano dal confermare un’adesione maggioritaria verso la coercizione contro Cuba, l’analisi dei commenti dei lettori USA in due grandi quotidiani mostra una mappa di reazioni molto più ricca.

Conviene sottolineare, nonostante ciò, un limite metodologico: non si tratta di un campione rappresentativo di tutta la società USA, ma di un corpus specifico di commenti in due media concreti. Anche così, l’esercizio è realizzato con criteri sistematici di osservazione e classificazione, e risulta sufficientemente solido per dimostrare il punto centrale di questo lavoro: la conversazione visibile nelle reti non equivale, di per sé, all’opinione pubblica realmente esistente.

In più di mille commenti di lettori che reagiscono agli articoli di entrambi i quotidiani, dove si recensisce la conferenza stampa del presidente Miguel Díaz-Canel, si osservano le seguenti matrici.

Matrice anti-interventista / anti-imperialista (22%). È la corrente più forte del corpus. In essa, la politica di Washington appare come una forma di intimidazione imperiale e come continuità di una lunga storia di coercizione contro l’isola. Il suo nucleo è chiaro: gli USA non hanno legittimità per decidere il destino politico di Cuba.

Matrice anti-bellicista / timore dell’escalation (15%). La seconda corrente più rilevante non interpreta il dialogo come un gesto diplomatico tranquillizzante, ma come una possibile anticamera di aggressione, blocco rafforzato o tentativo di “cambio di regime”. Qui pesa l’esperienza recente di altri scenari di conflitto e la percezione dell’attuale governo USA come detonatore di crisi.

USA, governo ipocrita e autoritario (12%). Una parte importante dei commenti sottolinea la contraddizione tra esigere libertà e diritti all’Avana mentre il governo USA mina quelle stesse garanzie all’interno degli USA. Il focus qui non è solo Cuba, ma l’assenza di credibilità morale e democratica dell’attore che formula le richieste.

Matrice umanitaria: rifiuto di castigare la popolazione cubana (9%). Questa corrente sposta la discussione dalla geopolitica all’etica. Ciò che si mette in discussione è la legittimità di una politica che castiga la popolazione mediante blackout, asfissia economica, scarsità e sofferenza quotidiana.

Matrice anticubana liberale (8%). Il corpus non mostra una difesa uniforme del sistema politico cubano. Esiste un settore che critica con durezza il governo dell’Avana, reclama liberazione di prigionieri, pluralismo ed elezioni, ma senza assumere per questo la coercizione USA come via legittima.

Matrice “né Trump né il castrismo sono i buoni” (7%). Un’altra fascia del dibattito rifiuta il falso dilemma tra allinearsi con Washington o con L’Avana. Qui il popolo cubano appare intrappolato tra due poteri, e si formula una critica simultanea alle sanzioni USA e ai problemi interni del sistema cubano.

Riformismo pragmatico: apertura economica tipo Vietnam o Cina (7%). Appare anche una corrente riformista che sposta l’accento dal conflitto politico alla necessità di un’apertura economica graduale. Il riferimento a Vietnam, Cina o Deng Xiaoping riappare come immaginario di riforma possibile.

Governo USA saccheggiatore e avido (6%). Una parte significativa dei lettori sospetta che la retorica democratica del governo USA nasconda interessi economici privati: resort, hotel, affari immobiliari, riapertura predatoria dell’isola al capitale e riproduzione di vecchie relazioni di dipendenza.

Pro–cambio di regime / anticomunista duro (6%). Esiste, naturalmente, un blocco chiaramente allineato con la caduta forzata del sistema cubano. Ma il dato politicamente importante è che non domina il corpus.

Matrice sovranista: che decidano i cubani (3%). Anche se si sovrappone con quella anti-imperialista, questa matrice ha un profilo proprio perché pone al centro il principio di autodeterminazione.

Matrice storica: Batista, mafia, blocco e responsabilità USA (3%). Alcuni commenti leggono la congiuntura da una memoria storica lunga. Non vedono la relazione USA-Cuba come un episodio isolato, ma come continuità di una storia di dominazione, mafia, tutela e ostilità.

Matrice pragmatica di opportunità (2%). Infine, appare una corrente minore che, pur rifiutando la politica USA verso Cuba, considera che se dal processo uscisse un miglioramento reale per la vita sull’isola, ciò sarebbe positivo.

Questa mappa di reazioni è decisiva perché rompe l’immagine semplificata che proietta la cibertroppa della Florida. Gli assi dominanti del dibattito non furono l’adesione automatica alla linea dura contro Cuba, ma la critica alle minacce del governo USA per essere interventiste, belliciste, ipocrite e crudeli; il rifiuto del castigo economico contro la popolazione; e l’esistenza di correnti critiche verso il governo cubano che, anche così, non accettano una logica coloniale, militare o tutelata.

Il blocco apertamente favorevole all’imposizione di misure coercitive contro Cuba esiste, ma è minoritario.

Praticamente tutte le correnti — anti-interventista, anti-bellicista, umanitaria, sovranista, riformista o critica duale — rifiutano le sanzioni o la coercizione come soluzione, mentre solo la matrice pro–cambio di regime anticomunista si allinea chiaramente con esse. Fonte: Observatorio de Medios di Cubadebate

Perché le reti distorcono la percezione pubblica

Questo contrasto non è casuale né aneddotico. Rivela una differenza di fondo tra l’opinione pubblica realmente esistente e il suo simulacro algoritmico nelle piattaforme sociali. Mentre i lettori di due dei media più influenti degli USA, The New York Times e The Washington Post, esprimono maggioritariamente rifiuto alla coercizione contro Cuba, critiche all’interventismo di Washington e riserve davanti a una politica di castigo contro la popolazione, la cibertruppa anticubana della Florida riesce a proiettare nelle piattaforme digitali un senso comune completamente distinto: quello di un supposto consenso compatto, aggressivo e favorevole alla linea dura, allineato con la posizione del governo USA.

Questa dissonanza risponde alla stessa architettura delle reti. Le piattaforme non amplificano chi rappresenta meglio il sentimento maggioritario, ma chi interviene con maggiore intensità, coordinazione e volume. In questo modo, minoranze altamente attive, disciplinate e sovra-rappresentate dalle logiche algoritmiche possono colonizzare interi segmenti della conversazione e far passare il loro rumore organizzato come clima generale di opinione.

In secondo luogo, gli algoritmi delle piattaforme privilegiano i contenuti che generano interazione emotiva. L’indignazione, il conflitto e la polarizzazione tendono a circolare più delle posizioni moderate o sfumate.

In terzo luogo, le reti favoriscono la formazione di camere di eco: comunità dove gli utenti interagiscono principalmente con persone che condividono le stesse posizioni ideologiche. All’interno di queste bolle informative, determinate narrative possono sembrare dominanti, anche se in realtà rappresentano una minoranza.

Infine, le reti non sono composte unicamente da utenti umani. Bot, account coordinati, pubblicità pagata e strategie di amplificazione artificiale possono gonfiare tendenze o generare l’illusione di mobilitazioni massive. Il risultato è un ambiente dove l’intensità di una narrativa non riflette necessariamente il suo peso reale nella società.

La teoria classica dell’opinione pubblica già metteva in guardia contro la tentazione di confondere visibilità mediatica con consenso sociale. Il filosofo Jürgen Habermas intendeva l’opinione pubblica come il risultato di processi di deliberazione sociale; il giornalista Walter Lippmann sottolineava che essa è sempre mediata da rappresentazioni semplificate; e il sociologo Pierre Bourdieu avvertiva che spesso ciò che si presenta come “opinione pubblica” è una costruzione prodotta da meccanismi di misurazione o da strutture di potere.

Le piattaforme sociali non sostituiscono questi processi: li riconfigurano, introducendo nuove dinamiche di visibilità, polarizzazione e segmentazione.

L’annuncio dell’inizio di un dialogo tra Cuba e USA fu ricevuto in modo molto diverso dalle cibertruppa della Florida, specializzate in disinformazione e agitazione digitale, e da ampi settori di lettori USA. Questo contrasto lascia un insegnamento centrale per comprendere la politica attuale: il rumore delle reti può far credere che determinate narrative si siano imposte nel dibattito pubblico, quando in realtà stanno solo venendo sovra-amplificate.

Non appena si osservano altre fonti — commenti di lettori, sondaggi, dibattiti mediatici o conversazioni sociali più ampie — appare un panorama molto più complesso, diverso e contraddittorio.

Le piattaforme sociali tendono a sovradimensionare minoranze iperattive, a far passare per maggioranza ciò che è amplificazione e a concedere alle cibertroppa una centralità che non sempre hanno fuori dal circuito che esse stesse dominano.

In tempi di guerra informativa, questa distinzione non è secondaria. È una condizione basica per comprendere come si fabbrica l’apparenza del consenso e come, dietro il rumore delle piattaforme, continuino a esistere correnti di opinione molto più diverse, contraddittorie e aperte di quanto l’algoritmo voglia farci credere.


Las redes sociales no son el público: interpretaciones del anuncio de diálogo Cuba-EEUU

Por: Observatorio de Medios de Cubadebate

El 13 de marzo, el presidente cubano Miguel Díaz-Canel anunció públicamente el inicio de conversaciones con Estados Unidos. Mientras la mayoría de los medios internacionales reaccionó con relativa objetividad, centrada en informar el contenido de las declaraciones del también Primer Secretario del Partido Comunista de Cuba, el anuncio desencadenó una reacción inmediata en el ecosistema digital tóxico de la Florida: ataques virulentos, acusaciones de traición y una avalancha de mensajes que presentaban el diálogo como una capitulación del gobierno cubano.

Para quien observe únicamente ese universo digital, la conclusión parecería obvia: la opinión pública estadounidense sería abrumadoramente hostil a cualquier acercamiento con Cuba. Sin embargo, cuando se examinan otros espacios de debate público, la imagen cambia de manera radical.

Un análisis de más de mil comentarios de lectores en artículos publicados por The New York Times y The Washington Post, ese mismo día, revela un panorama mucho más complejo. Predominan las críticas a la política coercitiva del gobierno de Estados Unidos hacia Cuba, acompañadas por corrientes antiintervencionistas, humanitarias y de defensa de la soberanía nacional que cuestionan la legitimidad de la presión estadounidense sobre la isla.

Este contraste entre el ruido de las redes y el contenido de otros espacios de debate público ilustra una realidad central de la política contemporánea: las plataformas sociales no son la opinión pública.

El espejismo de la mayoría digital

Las plataformas sociales generan una ilusión poderosa. La enorme visibilidad de los mensajes y la velocidad con la que circulan producen la sensación de que estamos observando directamente lo que piensa la sociedad. Pero esa percepción ignora una diferencia fundamental entre visibilidad y representatividad.

El ecosistema digital de la extrema derecha anticubana en la Florida mantiene una presencia extremadamente activa en plataformas sociales. A través de cuentas influyentes, medios digitales y redes de amplificación, este espacio político produce un volumen de contenido capaz de dominar determinados tramos de la conversación en línea. No se trata de militancia digital espontánea, sino, en muchos casos, de dispositivos comunicacionales organizados y orientados a la guerra de información contra Cuba.

El concepto de cibertropa, elaborado por el Oxford Internet Institute (OII), ofrece un marco útil para entender este fenómeno. Se trata de estructuras organizadas de intervención política en el entorno digital —formadas por operadores humanos, cuentas coordinadas, perfiles falsos, automatizaciones y nodos mediáticos afines— cuyo objetivo no es deliberar ni informar de manera equilibrada, sino influir, intoxicar, amplificar narrativas, fijar marcos interpretativos, desmoralizar al adversario y alterar la percepción pública de los hechos.

El enorme volumen de mensajes de esta cibertropa, producido y distribuido con lógica de campaña, puede generar la impresión de que existe un consenso hostil mayoritario hacia Cuba en Estados Unidos e incluso dentro de nuestro país, En realidad la narrativa tóxica es sostenida por una minoría intensa y sobrerrepresentada gracias a las dinámicas algorítmicas de las plataformas.

Sin embargo, cuando se examinan espacios de discusión más amplios, como los foros de lectores en grandes periódicos estadounidenses, aparecen posiciones mucho más diversas y matizadas.

Lo que dicen los lectores estadounidenses

El análisis de comentarios en The New York Times y The Washington Post revela que la reacción del público estadounidense ante el anuncio del diálogo no responde a una única lógica interpretativa.

Los comentarios analizados aparecieron el 13 de marzo de 2026 en los siguientes artículos:

  • The New York Times: “Cuban President Acknowledges Talks with the Trump Administration” (217 comentarios).
  • The Washington Post: “Cuba acknowledges secret meetings with U.S. as Trump dials up threats” (844 comentarios).

Lejos de confirmar una adhesión mayoritaria hacia la coerción contra Cuba, el análisis de los comentarios de lectores estadounidenses en dos grandes diarios muestra un mapa de reacciones mucho más rico.

Conviene subrayar, no obstante, un límite metodológico: no se trata de una muestra representativa de toda la sociedad estadounidense, sino de un corpus específico de comentarios en dos medios concretos. Aun así, el ejercicio está realizado con criterios sistemáticos de observación y clasificación, y resulta suficientemente sólido para demostrar el punto central de este trabajo: la conversación visible en redes no equivale, por sí misma, a la opinión pública realmente existente.

En más de mil comentarios de lectores que reaccionan a los artículos de ambos diarios, donde se reseña la conferencia de prensa del presidente Miguel Díaz-Canel, se observan las siguientes matrices.

Matriz antiintervencionista / antiimperialista (22%). Es la corriente más fuerte del corpus. En ella, la política de Washington aparece como una forma de intimidación imperial y como continuidad de una larga historia de coerción contra la isla. Su núcleo es claro: Estados Unidos no tiene legitimidad para decidir el destino político de Cuba.

Matriz antibelicista / temor a la escalada (15%). La segunda corriente más relevante no interpreta el diálogo como un gesto diplomático tranquilizador, sino como una posible antesala de agresión, bloqueo reforzado o intento de “cambio de régimen”. Aquí pesa la experiencia reciente de otros escenarios de conflicto y la percepción del actual gobierno estadounidense como detonador de crisis.

  1. UU., gobierno hipócrita y autoritario (12%). Una parte importante de los comentarios subraya la contradicción entre exigir libertades y derechos a La Habana mientras el gobierno estadounidense socava esas mismas garantías dentro de Estados Unidos. El foco aquí no es solo Cuba, sino la ausencia de credibilidad moral y democrática del actor que formula las exigencias.

Matriz humanitaria: rechazo a castigar a la población cubana (9%). Esta corriente desplaza la discusión desde la geopolítica hacia la ética. Lo que se cuestiona es la legitimidad de una política que castiga a la población mediante apagones, asfixia económica, escasez y sufrimiento cotidiano.

Matriz anticubana liberal (8%). El corpus no muestra una defensa uniforme del sistema político cubano. Existe un sector que critica con dureza al gobierno de La Habana, reclama liberación de presos, pluralismo y elecciones, pero sin asumir por ello la coerción estadounidense como vía legítima.

Matriz “ni Trump ni el castrismo son los buenos” (7%). Otra franja del debate rechaza el falso dilema entre alinearse con Washington o con La Habana. Aquí el pueblo cubano aparece atrapado entre dos poderes, y se formula una crítica simultánea a las sanciones estadounidenses y a los problemas internos del sistema cubano.

Reformismo pragmático: apertura económica tipo Vietnam o China (7%). También aparece una corriente reformista que desplaza el acento desde el conflicto político hacia la necesidad de una apertura económica gradual. La referencia a Vietnam, China o Deng Xiaoping reaparece como imaginario de reforma posible.

Gobierno de EE. UU. saqueador y codicioso (6%). Una parte significativa de los lectores sospecha que la retórica democrática del gobierno de Estados Unidos encubre intereses económicos privados: resorts, hoteles, negocios inmobiliarios, reapertura depredadora de la isla al capital y reedición de viejas relaciones de dependencia.

Pro–cambio de régimen / anticomunista dura (6%). Existe, por supuesto, un bloque claramente alineado con la caída forzada del sistema cubano. Pero el dato políticamente importante es que no domina el corpus.

Matriz soberanista: que decidan los cubanos (3%). Aunque se solapa con la antiimperialista, esta matriz tiene perfil propio porque coloca en el centro el principio de autodeterminación.

Matriz histórica: Batista, mafia, bloqueo y responsabilidad estadounidense (3%). Algunos comentarios leen la coyuntura desde una memoria histórica larga. No ven la relación EE. UU.-Cuba como un episodio aislado, sino como continuidad de una historia de dominación, mafia, tutela y hostilidad.

Matriz pragmática de oportunidad (2%). Finalmente, aparece una corriente menor que, aun rechazando la política de Estados Unidos hacia Cuba, considera que si del proceso saliera una mejora real para la vida en la isla, ello sería positivo.

Este mapa de reacciones es decisivo porque rompe la imagen simplificada que proyecta la cibertropa de la Florida. Los ejes dominantes del debate no fueron la adhesión automática a la línea dura contra Cuba, sino la crítica a las amenazas del gobierno estadounidense por intervencionistas, belicistas, hipócritas y crueles; el rechazo al castigo económico contra la población; y la existencia de corrientes críticas con el gobierno cubano que, aun así, no aceptan una lógica colonial, militar o tutelada.

El bloque abiertamente favorable a la imposición de medidas coercitivas contra Cuba existe, pero es minoritario.

Prácticamente todas las corrientes —antiintervencionista, antibelicista, humanitaria, soberanista, reformista o crítica dual— rechazan las sanciones o la coerción como solución, mientras que solo la matriz pro-cambio de régimen anticomunista se alinea claramente con ellas. Fuente: Observatorio de Medios de Cubadebate

Por qué las redes distorsionan la percepción pública

Este contraste no es casual ni anecdótico. Revela una diferencia de fondo entre la opinión pública realmente existente y su simulacro algorítmico en plataformas sociales. Mientras los lectores de dos de los medios más influyentes de Estados Unidos, The New York Times y The Washington Post, expresan mayoritariamente rechazo a la coerción contra Cuba, críticas al intervencionismo de Washington y reparos ante una política de castigo contra la población, la cibertropa anticubana de la Florida consigue proyectar en las plataformas digitales un sentido común completamente distinto: el de un supuesto consenso compacto, agresivo y favorable a la línea dura, alineado con la posición del gobierno estadounidense.

Esa disonancia responde a la propia arquitectura de las redes. Las plataformas no amplifican a quienes representan mejor el sentir mayoritario, sino a quienes intervienen con más intensidad, coordinación y volumen. De ese modo, minorías altamente activas, disciplinadas y sobrerrepresentadas por las lógicas algorítmicas pueden colonizar tramos enteros de la conversación y hacer pasar su ruido organizado por clima general de opinión.

En segundo lugar, los algoritmos de las plataformas priorizan los contenidos que generan interacción emocional. La indignación, el conflicto y la polarización tienden a circular más que las posiciones moderadas o matizadas.

En tercer lugar, las redes favorecen la formación de cámaras de eco: comunidades donde los usuarios interactúan principalmente con personas que comparten sus mismas posiciones ideológicas. Dentro de esas burbujas informativas, determinadas narrativas pueden parecer dominantes, aunque en realidad representen a una minoría.

Finalmente, las redes no están compuestas únicamente por usuarios humanos. Bots, cuentas coordinadas, publicidad pagada y estrategias de amplificación artificial pueden inflar tendencias o generar la ilusión de movilizaciones masivas. El resultado es un entorno donde la intensidad de una narrativa no necesariamente refleja su peso real en la sociedad.

La teoría clásica de la opinión pública ya advertía contra la tentación de confundir visibilidad mediática con consenso social. El filósofo Jürgen Habermas entendía la opinión pública como el resultado de procesos de deliberación social en los que distintos actores discuten asuntos de interés común. El periodista Walter Lippmann subrayaba que la opinión pública siempre está mediada por representaciones simplificadas producidas por los medios. Y el sociólogo Pierre Bourdieu advertía que muchas veces lo que se presenta como “opinión pública” es una construcción producida por mecanismos de medición o por estructuras de poder.

Las plataformas sociales no sustituyen estos procesos. En realidad, los reconfiguran, introduciendo nuevas dinámicas de visibilidad, polarización y segmentación.

El anuncio del inicio de un diálogo entre Cuba y Estados Unidos fue recibido de manera muy distinta por las cibertropas de la Florida, especializadas en desinformación y agitación digital, y por amplios sectores de lectores estadounidenses. Ese contraste deja una enseñanza central para comprender la política actual: el ruido de las redes puede hacer creer que determinadas narrativas se han impuesto en el debate público, cuando en realidad solo están siendo sobreamplificadas.

En cuanto se observan otras fuentes —comentarios de lectores, encuestas, debates mediáticos o conversaciones sociales más amplias— aparece un panorama bastante más complejo, diverso y contradictorio.

Las plataformas sociales tienden a sobredimensionar minorías hiperactivas, a hacer pasar por mayoría lo que es amplificación y a conceder a las cibertropas una centralidad que no siempre tienen fuera del circuito que ellas mismas dominan.

En tiempos de guerra informativa, esta distinción no es secundaria. Es una condición básica para comprender cómo se fabrica la apariencia de consenso y cómo, detrás del ruido de las plataformas, siguen existiendo corrientes de opinión mucho más diversas, contradictorias y abiertas de lo que el algoritmo quiere hacernos creer.

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