La securitizzazione del conflitto è la scusa perfetta per influenzare le elezioni colombiane, favorire settori di ultradestra e deviare l’attenzione dalla profonda crisi che attraversa l’Ecuador
Cosa significa che un governo latinoamericano parli di bombardamenti come parte della sua politica di sicurezza? Non è questo, precisamente, il linguaggio che per decenni ha segnato il grottesco interventismo da Washington? Cosa implica per la Nostra America che quella logica torni a installarsi in territori abitati da comunità civili e attraversati da crisi sociali profonde?
Dice Daniel Noboa, senza alcuna vergogna, che «oggi, insieme alla cooperazione internazionale, continuiamo in questa lotta, bombardando i luoghi che servivano da nascondiglio per questi gruppi, in gran parte colombiani che il loro stesso governo ha permesso si infiltrassero nel nostro paese per negligenza della sua frontiera».
Che dal potere si presenti il bombardamento come una politica di sicurezza dovrebbe accendere tutti gli allarmi. Combattere il crimine organizzato è un obbligo dello Stato, ma ridurre quel compito alla logica della guerra implica normalizzare l’eccezionalità, militarizzare la vita pubblica e assumere che la violenza possa risolversi unicamente con più violenza.
Che un presidente servo di Washington come Noboa adotti questo linguaggio non dovrebbe sorprenderci. Ciò che è veramente grave è che approfondisce la subordinazione e la rende più pericolosa. La nuova tensione tra Colombia ed Ecuador è l’avvertimento che la logica militare torna a occupare il posto della politica in contesti di crisi istituzionale, violenza generalizzata e disputa geopolitica.
Il 3 febbraio 2026, dopo il suo primo incontro a Washington con Donald Trump, il presidente colombiano Gustavo Petro ha allertato su «decine di morti bruciati» al confine con l’Ecuador, in riferimento a esplosioni avvenute settimane prima in zone rurali di Nariño. Le sue dichiarazioni hanno evidenziato la possibilità che, sotto l’argomento della lotta al crimine organizzato, si stiano sviluppando operazioni militari di alto impatto in zone di frontiera abitate da popolazione civile, con partecipazione o sostegno di attori esterni.
Questo tipo di azioni non colpisce solo la relazione tra due Paesi. Può modificare gli equilibri di sicurezza in tutta la regione e rafforzare modelli storici di dipendenza militare.
Questa escalation avviene inoltre in un momento politicamente intenso e sensibile per la Colombia. Il Paese attraversa un nuovo ciclo elettorale in cui la sicurezza ha occupato il centro del dibattito pubblico. In questo contesto, la tensione frontaliera e la narrativa di guerra non rispondono solo a dinamiche interne ecuadoriane, ma cercano di influenzare la configurazione dello scenario politico regionale, rafforzando settori legati all’uribismo e all’ultradestra e mettendo in tensione il progetto politico di Gustavo Petro e la continuità della sinistra per mano di Iván Cepeda.
Tuttavia, la frontiera non brucia da sola. La radice di questa escalation è nella crisi che scuote l’Ecuador stesso, che ha chiuso il 2025 come l’anno più violento della sua storia. Le carceri si sono trasformate in scenari di stragi ripetute. Attentati con esplosivi, sequestri, estorsioni e assassinii politici hanno iniziato a segnare la vita pubblica. Il crimine organizzato ha smesso di essere una minaccia periferica per diventare un attore capace di contendere territori, condizionare decisioni statali, alterare la vita quotidiana del popolo ecuadoriano e persino vincere elezioni. Non a caso, la maggior parte dei carichi di cocaina che partono dall’Ecuador lo fa nascosta in casse di banane, affare storico della fortuna familiare dell’attuale presidente. La battuta si racconta da sola.
È proprio in questo contesto di escalation di violenza e indebolimento istituzionale che il Governo di Daniel Noboa ha optato per una strategia di militarizzazione intensiva. Ma questa logica non si limita al combattimento del crimine organizzato. Viene anche utilizzata per perseguire e delegittimare l’opposizione politica in un momento in cui il suo governo mostra evidenti difficoltà a offrire risposte efficaci alla crisi.
Nello stesso messaggio in cui rivendica i bombardamenti come politica di Stato, Noboa menziona Luisa González, ex candidata presidenziale e figura di Rivoluzione Cittadina, insinuando legami con attori criminali. Collocare una rivale politica nella stessa cornice discorsiva del narcoterrorismo e delle operazioni militari introduce una narrativa che trasforma la competizione democratica in sospetto e il disaccordo in minaccia.
L’escalation di violenza avanza inoltre in parallelo a una forte crisi economica. Con un debito pubblico vicino ai due terzi del PIL, un deficit fiscale crescente e un investimento statale in recessione, il governo affronta uno scenario di deterioramento sociale e perdita di fiducia. In questo contesto, la militarizzazione funziona anche come una forma di amministrare la crisi politica ed economica, spostando il dibattito pubblico dalle difficoltà di governare verso la costruzione del nemico e trasferendo responsabilità verso il suo avversario storico, Rafael Correa Delgado.
Niente di tutto ciò accade nel vuoto. La vicinanza di Noboa a Washington riflette la persistenza di una relazione segnata dall’ingerenza USA in America Latina. Dalla Dottrina Monroe, la sicurezza regionale è stata definita ripetutamente dall’esterno: ieri sotto l’anticomunismo, oggi sotto la guerra al narcotraffico.
Il precedente del Plan Colombia illustra i rischi di questa logica. L’aiuto militare condizionato di Washington ha provocato spostamenti massicci, violazioni sistematiche dei diritti umani e una riconfigurazione territoriale dell’affare della droga. La violenza non è scomparsa: si è trasformata e si è spostata verso nuove zone.
Oggi, un governo incapace di gestire la sua crisi interna ricorre alla militarizzazione e alla costruzione di nemici esterni come modo per guadagnare tempo politico e allinearsi con agende di sicurezza che non si decidono a Quito, ma a Washington e Miami. Noboa non conosce la conduzione politica ma sa di resa e di vendere le risorse strategiche del paese che «presiede», ma che evidentemente non è né mai sarà la sua patria.
Più di un decennio fa, di fronte all’aggressione militare ordinata nel 2008 da Álvaro Uribe Vélez contro il territorio ecuadoriano, che scosse l’intera regione, Rafael Correa lo disse con chiarezza: «La patria non si vende».
Oggi, quell’avvertimento è ancora valido.
Daniela Pacheco – Colombiana, latinoamericanista, comunicatrice sociale e giornalista. Analista politica.
Cómo Noboa exporta la crisis interna de Ecuador a Colombia
Daniela Pacheco
La securitización del conflicto es la excusa perfecta para incidir en las elecciones colombianas, favorecer a sectores de ultraderecha y desviar la atención de la profunda crisis que atraviesa Ecuador
¿Qué significa que un gobierno latinoamericano hable de bombardeos como parte de su política de seguridad? ¿No es ese, precisamente, el lenguaje que durante décadas ha marcado la grotesca intervención desde Washington? ¿Qué implica para Nuestra América que esa lógica vuelva a instalarse en territorios habitados por comunidades civiles y atravesados por crisis sociales profundas?
Dice Daniel Noboa, sin ninguna vergüenza, que “hoy, junto a la cooperación internacional, continuamos en esa lucha, bombardeando los lugares que servían de escondite para estos grupos, en gran parte colombianos que su mismo gobierno permitió infiltrarse en nuestro país por descuido de su frontera”.
Que desde el poder se presente el bombardeo como una política de seguridad debería encender todas las alarmas. Combatir al crimen organizado es una obligación del Estado, pero reducir esa tarea a la lógica de la guerra implica normalizar la excepcionalidad, militarizar la vida pública y asumir que la violencia puede resolverse únicamente con más violencia.
Que un presidente esbirro de Washington como Noboa adopte este lenguaje no debería sorprendernos. Lo verdaderamente grave es que profundiza la subordinación y la vuelve más peligrosa. La nueva tensión entre Colombia y Ecuador es la advertencia de que la lógica militar vuelve a ocupar el lugar de la política en contextos de crisis institucional, violencia generalizada y disputa geopolítica.
El 3 de febrero de 2026, tras su primera reunión en Washington con Donald Trump, el presidente colombiano Gustavo Petro alertó sobre “decenas de muertos calcinados” en la frontera con Ecuador, en referencia a explosiones ocurridas semanas antes en zonas rurales de Nariño. Sus declaraciones evidenciaron la posibilidad de que, bajo el argumento de la lucha contra el crimen organizado, se estén desarrollando operaciones militares de alto impacto en zonas fronterizas habitadas por población civil, con participación o respaldo de actores externos.
Ese tipo de acciones no solo afecta la relación entre dos países. Puede modificar los equilibrios de seguridad en toda la región y reforzar patrones históricos de dependencia militar.
Esta escalada ocurre además en un momento políticamente álgido y sensible para Colombia. El país atraviesa un nuevo ciclo electoral en el que la seguridad ha ocupado el centro del debate público. En ese contexto, la tensión fronteriza y la narrativa de guerra no solo responden a dinámicas internas ecuatorianas, sino que buscan incidir en la configuración del escenario político regional, fortaleciendo sectores vinculados al uribismo y la ultraderecha y tensionando el proyecto político de Gustavo Petro y la continuidad de la izquierda de la mano de Iván Cepeda.
Sin embargo, la frontera no arde sola. La raíz de esta escalada está en la crisis que sacude al propio Ecuador que cerró el 2025 como el año más violento de su historia. Las cárceles se transformaron en escenarios de masacres reiteradas. Atentados con explosivos, secuestros, extorsiones y asesinatos políticos comenzaron a marcar la vida pública. El crimen organizado dejó de ser una amenaza periférica para convertirse en un actor capaz de disputar territorios, condicionar decisiones estatales, alterar la vida cotidiana del pueblo ecuatoriano y hasta ganar elecciones. No en vano, la mayor parte de los cargamentos de cocaína que salen de Ecuador lo hacen ocultos en cajas de banano, negocio histórico de la fortuna familiar del actual presidente. El chiste se cuenta solo.
Es precisamente en ese contexto de escalada de violencia y debilitamiento institucional donde el Gobierno de Daniel Noboa ha optado por una estrategia de militarización intensiva. Pero esa lógica no se limita al combate al crimen organizado. También está siendo utilizada para perseguir y deslegitimar a la oposición política en un momento en que su gobierno muestra dificultades evidentes para ofrecer respuestas eficaces a la crisis.
En el mismo mensaje en el que reivindica bombardeos como política de Estado, Noboa menciona a Luisa González, excandidata presidencial y figura de la Revolución Ciudadana, insinuando vínculos con actores criminales. Colocar a una rival política en el mismo marco discursivo que el narcoterrorismo y las operaciones militares introduce una narrativa que convierte la competencia democrática en sospecha y el desacuerdo en amenaza.
La escalada de violencia avanza además en paralelo a una fuerte crisis económica. Con una deuda pública cercana a dos tercios del PIB, un déficit fiscal creciente y una inversión estatal en retroceso, el gobierno enfrenta un escenario de deterioro social y pérdida de confianza. En ese contexto, la militarización funciona también como una forma de administrar la crisis política y económica, desplazando el debate público desde las dificultades de gobernar hacia la construcción del enemigo y trasladando responsabilidades hacia su adversario histórico, Rafael Correa Delgado.
Nada de esto ocurre en el vacío. La cercanía de Noboa con Washington refleja la persistencia de una relación marcada por la injerencia de Estados Unidos en América Latina. Desde la Doctrina Monroe, la seguridad regional ha sido definida reiteradamente desde fuera: ayer bajo el anticomunismo, hoy bajo la guerra contra el narcotráfico.
El precedente del Plan Colombia ilustra los riesgos de esta lógica. La ayuda militar condicionada de Washington provocó desplazamientos masivos, violaciones sistemáticas a los derechos humanos y una reconfiguración territorial del negocio de la droga. La violencia no desapareció: se transformó y se desplazó hacia nuevas zonas.
Hoy, un gobierno incapaz de lidiar con su crisis interna recurre a la militarización y a la construcción de enemigos externos como forma de comprar tiempo político y alinearse con agendas de seguridad que no se deciden en Quito, sino en Washington y Miami. Noboa no conoce la conducción política pero sí sabe de entreguismo y de vender los recursos estratégicos del país que “preside”, pero que evidentemente no es ni nunca será su patria.
Hace más de una década, frente a la agresión militar ordenada en 2008 por Álvaro Uribe Vélez contra territorio ecuatoriano, que sacudió a toda la región, Rafael Correa lo dijo con claridad: “La patria no se vende”.
Hoy, esa advertencia sigue vigente.
Daniela Pacheco – Colombiana, latinoamericanista, comunicadora social y periodista. Analista política.

