A 50 anni dal golpe, il governo libertario argentino cerca di cancellare la verità

Rubén Armendáriz

A 50 anni dal colpo di Stato civico-militare del 1976, l’Argentina affronta un’altra battaglia: che il passare del tempo non cancelli la verità. Con più di mille condanne, centinaia di nipoti di desaparecidos ancora da trovare e nuove identificazioni forensi, il Paese mantiene viva la memoria sui crimini della dittatura mentre il tempo diventa una sfida chiave per ricostruire la storia.

La scusa del golpe era combattere la guerriglia, ma il suo vero obiettivo era imporre il modello economico liberale e, come condizione necessaria, dovevano indebolire il movimento operaio organizzato. Furono emanati tre decreti-legge per controllare i sindacati: la sospensione del diritto di sciopero, l’eliminazione dell’immunità sindacale e la legge sulla residenza. Lo stesso giorno venne commissariata la Confederazione Generale del Lavoro (CGT, centrale sindacale) e dodici dei principali sindacati. Non commissariare tutte le organizzazioni corporative, come fu fatto nel 1955, faceva parte di una strategia per dividere il movimento operaio.

Il 24 marzo 1976 non solo iniziò una dittatura che ebbe conseguenze indelebili sul piano politico e istituzionale. Fu l’inaugurazione di un modello economico che generò ferite così gravi che ancora oggi attraversano l’Argentina. La rottura democratica portata avanti dalla Giunta Militare non implicò solo l’instaurazione di un regime repressivo, ma anche l’implementazione di un programma economico. In questo schema, ebbe un ruolo centrale l’allora ministro dell’Economia, José Alfredo Martínez de Hoz, che guidò i binari del sistema tra il 1976 e il 1981.

Oltre alla rottura istituzionale, il 24 marzo 1976 inaugurò un programma economico che trasformò la struttura produttiva, indebolì il potere dei lavoratori e consolidò la valorizzazione finanziaria. I suoi effetti attraversano ancora problemi cronici come il debito, la regressione salariale e l’accesso alla casa.

La repressione non fu un elemento isolato. Funzionò come uno strumento di disciplinamento sociale che permise di avanzare con trasformazioni profonde nella struttura economica. L’obiettivo era chiaro: smantellare il modello di industrializzazione vigente, indebolire la classe lavoratrice organizzata e lasciare il posto all’apertura economica, alla speculazione finanziaria e all’indebitamento estero.

I principali indicatori economici rifletterono questo cambio di rotta. Durante la dittatura, il debito estero triplicò, passando da circa 9 miliardi di $ a più di 27 miliardi. L’inflazione si mantenne a livelli elevati: tra il 1976 e il 1979 la media fu del 227% annuo e verso la fine del colpo di Stato raggiunse il 315%.

Parallelamente, il salario reale scese di oltre il 30%, mentre i livelli di povertà aumentarono in modo significativo: da cifre vicine al 5% prima del colpo di Stato a oltre il 30% al termine del governo militare.

Uno dei “traguardi” normativi di quel periodo fu l’emanazione della Legge sulle Istituzioni Finanziarie nel 1977 – ancora in vigore – che modificò il funzionamento del sistema bancario promuovendone la deregolamentazione e favorendo le operazioni finanziarie rispetto al credito produttivo.

In questo contesto, si consolidò anche la centralità del dollaro nell’economia locale. Attraverso il cosiddetto “tabellone” del cambio, lo Stato stabiliva un programma di svalutazione che incentivava la speculazione in valuta estera, mentre soffocava i settori legati alla produzione e al mercato interno.

L’impatto di queste trasformazioni si estese anche all’accesso alla casa. Fino agli anni ’70, la possibilità di acquistare una proprietà era prevalentemente associata al salario e al credito pubblico. Con il cambio di paradigma, la casa passò a rappresentare un bene finanziario in un mercato immobiliare che si dollarizzava.

A mezzo secolo da quegli eventi, l’analisi di quel periodo permette di osservare che il terrorismo di Stato non implicò solo violazioni sistematiche dei diritti umani. La dittatura civico-militare attuò profonde trasformazioni economiche: deindustrializzazione, brutale aumento dell’indebitamento e riconfigurazione delle relazioni sociali e produttive.

Il modello neoliberista implementato durante la dittatura genocida costituisce un punto di svolta storico e le sue conseguenze sono cicatrici ancora aperte per l’attuale struttura economica argentina.

Nel 50° anniversario dell’ultimo colpo di Stato segnato dalla persecuzione politica, dal terrorismo di Stato e dal genocidio pianificato, il governo del libertario Javier Milei insiste nel suo intento di imporre l’idea di “memoria completa”. Con questo scopo ha pubblicato un lungo video con un messaggio a favore dell’impunità per i repressori, che cerca di vittimizzare i condannati per crimini contro l’umanità e provoca apertamente la lotta per memoria, verità e giustizia che ha reso l’Argentina un modello internazionale nella difesa della democrazia e dei diritti umani.

Facendosi eco ai vecchi argomenti degli esecutori del golpe e allo slogan macrista della “truffa dei diritti umani”, il video travisa le politiche di incriminazione dei genocidi, accusa il governo di Néstor e Cristina Kirchner di “imporre” una “visione distorta e vendicativa” della storia attraverso un “fatale esperimento narrativo”.

Il colpo basso sferrato quest’anno dal governo di Milei è stato l’utilizzo della testimonianza di una nipote restituita che riprende il discorso dei suoi appropriatori e raccomanda di “raccontare la storia vera”. Include anche la versione del figlio di un militare sequestrato a Córdoba, che fa eco al discorso con cui durante il menemismo si giustificò la grazia ai genocidi: “Convocare all’unione degli argentini e alla riconciliazione”. Menziona “l’invenzione del numero dei 30000 desaparecidos” e sostiene che “la gente vuole conoscere la verità”.

Nel frattempo, l’Associazione del Calcio Argentino (AFA) e i club si sono espressi attraverso le reti sociali con diversi messaggi, comunicati e video, nei quali le istituzioni hanno mostrato ancora una volta il loro impegno con le famiglie dei desaparecidos. Il Boca Juniors è stato uno dei primi a pubblicarlo e col passare delle ore si sono aggiunte altre squadre. Come ci si poteva aspettare, l’AFA come i club che si sono coinvolti hanno ricevuto commenti offensivi, così come coloro che li hanno sostenuti. Naturalmente, le pubblicazioni non sono passate affatto inosservate sulle reti sociali.

(Tratto dal Centro Latinoamericano de Análisis Estratégico)


A 50 años del golpe, el gobierno libertario argentino intenta borrar la verdad

Por: Rubén Armendáriz

A 50 años del golpe de Estado cívico-militar de 1976, la Argentina enfrenta otra batalla: que el paso del tiempo no borre la verdad. Con más de mil condenas, cientos de nietos de desaparecidos aún por encontrar y nuevas identificaciones forenses, el país sostiene la memoria activa sobre los crímenes de la dictadura mientras el tiempo se convierte en un desafío clave para reconstruir la historia.

La excusa del golpe fue combatir a la guerrilla, pero su verdadero objetivo era imponer el modelo económico liberal y, como condición necesaria, debían debilitar al movimiento obrero organizado. Fueron sancionados tres decretos-ley para controlar a los sindicatos: la suspensión del derecho a huelga, la eliminación de los fueros sindicales y la ley de residencia. Ese mismo día se interviene la Confederación General del Trabajo (CGT, central obrera) y doce de los principales gremios. No intervenir a todas las organizaciones gremiales, como se hizo en 1955, era parte de una estrategia de dividir al movimiento obrero.

El 24 de marzo de 1976 no solo comenzó una dictadura que tuvo imborrables consecuencias en el plano político e institucional. Fue la inauguración de un modelo económico que generó heridas tan graves que todavía atraviesan a la Argentina. El quiebre democrático que llevó adelante la Junta Militar no solo implicó la instauración de un régimen represivo, sino también la implementación de un programa económico.. En ese esquema, tuvo un rol central el entonces ministro de Economía, José Alfredo Martínez de Hoz, quien condujo los rieles del sistema entre 1976 y 1981.

Además del quiebre institucional, el 24 de marzo de 1976 inauguró un programa económico que transformó la estructura productiva, debilitó el poder de los trabajadores y consolidó la valorización financiera. Sus efectos todavía atraviesan problemas crónicos como la deuda, el retroceso salarial y el acceso a la vivienda.

La represión no fue un elemento aislado. Funcionó como una herramienta de disciplinamiento social que permitió avanzar con transformaciones profundas en la estructura económica. El objetivo era claro: desarticular el modelo de industrialización vigente, debilitar a la clase trabajadora organizada y dar paso a la apertura económica, la especulación financiera y el endeudamiento externo.

Los principales indicadores económicos reflejaron ese cambio de rumbo. Durante la dictadura, la deuda externa se triplicó, pasando de alrededor de 9 mil millones de dólares a más de 27 mil millones. La inflación se mantuvo en niveles elevados: entre 1976 y 1979 promedió el 227% anual y hacia el final del golpe alcanzó el 315%.

En paralelo, el salario real cayó más de un 30%, mientras que los niveles de pobreza aumentaron de manera significativa: de cifras cercanas al 5% antes del golpe a más del 30% al término del gobierno militar.

Uno de los “hitos” normativos de ese período fue la sanción de la Ley de Entidades Financieras en 1977 -aún vigente- que modificó el funcionamiento del sistema bancario al promover su desregulación y favorecer las operaciones financieras por sobre el crédito productivo.

En ese contexto, también se consolidó la centralidad del dólar en la economía local. A través de la denominada “tablita” cambiaria, el Estado establecía un cronograma de devaluación que incentivaba la especulación en moneda extranjera, al tiempo que ahogaba a los sectores vinculados a la producción y al mercado interno.

El impacto de estas transformaciones también se extendió al acceso a la vivienda. Hasta la década del 70, la posibilidad de adquirir una propiedad estaba mayormente asociada al salario y al crédito público. Con el cambio de paradigma, la vivienda pasó a representar un activo financiero en un mercado inmobiliario que se dolarizaba.

A medio siglo de aquellos acontecimientos, el análisis sobre ese período permite observar que el terrorismo de Estado no solo implicó violaciones sistemáticas a los derechos humanos. La dictadura cívico-militar ejecutó profundas transformaciones económicas: desindustrialización, brutal aumento del endeudamiento y la reconfiguración de las relaciones sociales y productivas.

El modelo neoliberal implementado durante la dictadura genocida constituye un punto de inflexión histórico y sus consecuencias son cicatrices sin cerrar para la estructura económica argentina actual.

Al cumplirse 50 años del último golpe de Estado signado por la persecución política, el terrorismo de Estado y el genocidio planificado, el gobierno del librtario Javier Milei insiste en su afán de instalar la idea de “memoria completa”. Con ese propósito publicó un largo video con un mensaje pro impunidad de los represores, que pretende victimizar a los condenados por delitos de lesa humanidad y provoca abiertamente la lucha por memoria, verdad y justicia que puso a la Argentina como modelo internacional en la defensa de la democracia y los derechos humanos.

Haciéndose eco de los viejos argumentos de los ejecutores del golpe y del slogan macrista del “curro de los derechos humanos”, el video tergiversa las políticas de enjuiciamiento a los genocidas, acusa al gobierno de Néstor y Cristina Kirchner de “imponer” una “visión sesgada y revanchista” de la historia a través de un “fatal experimento narrativo”.

El golpe bajo que dio este año el gobierno de Milei fue la utilización del testimonio de una nieta restituida que retoma el discurso de sus apropiadores y recomienda “contar la historia verdadera”. También incluye la versión del hijo de un militar secuestrado en Córdoba, que se hace eco del discurso con el que durante el menemismo se justificó el indulto a los genocidas: “Convocar a la unión de los argentinos y a la reconociliación”. Menciona el “invento del número de los 30 mil desaparecidos” y sostiene que “la gente quiere conocer la verdad”.

Mientras, la Asociación del Fútbol Argentina (AFA) y los clubes se expresaron a través de las redes sociales con distintos mensajes, comunicados y videos, en los cuales las instituciones volvieron a mostrar una vez más su compromiso con las familias de los desaparecidos. Boca Juniors fue uno de los primeros en publicarlo y con el correr de las horas se sumaron más equipos. Como se podía esperar, la AFA como los clubes que se involucraron recibieron comentarios ofensivos, como también quienes los apoyaron. Por supuesto, las publicaciones no pasaron para nada inadvertidas en las redes.

(Tomado del Centro Latinoamericano de Análisis Estratégico)

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