Cuba: un’isola che non si lascia sradicare

A novanta miglia dalla Florida, un’isola irredenta porta sulle spalle, da quasi sette decenni, il peso sproporzionato di una politica fallita: il blocco economico, commerciale e finanziario imposto da successive amministrazioni USA.

Ortelio González Martínez

Il paradosso è crudele. Mentre il governo USA giustifica la pressione per portare “libertà”, le sue misure colpiscono direttamente la vita quotidiana delle famiglie e approfondiscono le difficoltà che poi addita come fallimento del modello.

Cosa sarebbe Cuba senza il blocco? La domanda fluttua nell’aria come una sfida. È la convinzione che, liberata da questa camicia di forza economica, la capacità intellettuale, l’iniziativa e il capitale umano della nazione potrebbero dispiegarsi diversamente. Non è una promessa di paradiso, ma la richiesta elementare di un diritto: quello di esistere senza interferenze esterne coercitive.

Tuttavia, quello che mantengono per prepotenza è anche un blocco all’affetto. È ironico che una nazione costruita da immigrati mantenga restrizioni di viaggio e di rimesse così severe contro un popolo al quale, tuttavia, la lega un profondo tessuto familiare e culturale.

Cuba, ferma nella sua posizione, ha saputo sostenere a tutti i costi un principio universale con eccezionale trasparenza: la solidarietà. Il suo esercito di camici bianchi, i suoi maestri e i suoi collaboratori negli angoli più poveri del pianeta sono un attivo diplomatico e una prova della sua vocazione internazionalista. Oggi, di fronte ai “venti uraganati del nord”, quella stessa Cuba riceve solidarietà, con l’autorità morale che le deriva dall’averla praticata.

La domanda finale è tanto semplice quanto demolente: qual è la minaccia reale? Se Cuba non ha scatenato guerre d’invasione, non ha perpetrato attentati terroristici in suolo USA, non ha abbattuto aerei civili, non ha basi militari negli USA né in nessun altro luogo. La sua “minaccia” è, forse, più ideologica e simbolica: la sfida di essere piccola e non sottomettersi. Una sfida che il potere egemonico non sembra perdonare.

La fierezza del popolo cubano, forgiata in questi decenni di resistenza, è un fatto storico. Il tempo della pressione infinita ha dimostrato il suo fallimento.

Nonostante le avversità, la cupidigia che ci ha circondato, è impossibile costruire una Cuba nuova in nessun altro luogo del mondo che non sia questo pezzo di terra ribelle, questo arcipelago ostinato che l’impero spagnolo, con sguardo da cartografo e conquistatore, denominò “la chiave del Golfo”.

Questa percezione fu adottata integralmente dalle élite USA nel XIX secolo. Politici, espansionisti e strateghi navali come John Quincy Adams la vedevano come il “frutto maturo” che, per legge della gravità geopolitica, sarebbe finito nelle loro mani per controllare l’emisfero. La metafora della “chiave” giustificò il loro interventismo e il loro persistente interesse ad annettere o controllare l’Isola.

Potranno asfissiarci, potranno inventarci a Miami o a Madrid, potranno sognare un’isola a loro misura, ma questo è un destino che non si negozia: continuiamo, attraversati, scomodi e irrevocabili, con il mare ai piedi e l’uragano nella storia, essendo quella chiave che nessuno ha potuto strappare dal catenaccio dei Caraibi.

Cuba, da allora, non ha smesso di essere vista – e di soffrire per essere – quel pezzo maestro sulla scacchiera del potere continentale, anteponendo la sua sovranità alla condizione di bottino strategico.

Perché Cuba non è solo un’idea; è un luogo nel mondo, e il suo battito suona vero solo qui, dove il Golfo ci rivendica come suo guardiano e la sua eterna spina. Continueremo – geograficamente parlando, e la geografia è il primo atto della politica – ad essere la chiave. Una chiave che, per quanto la forzino, non sono ancora riusciti a scardinare né a rompere né a possedere.


Cuba: una isla que no se deja arrancar

A noventa millas de la Florida, una isla irredenta carga sobre sus espaldas, desde hace casi siete décadas, el peso desproporcionado de una política fallida: el bloqueo económico, comercial y financiero impuesto por sucesivas administraciones de Estados Unidos.

Autor: Ortelio González Martínez

La paradoja es cruel. Mientras el Gobierno estadounidense justifica la presión para llevar «libertad», sus medidas castigan directamente la vida cotidiana de las familias y profundizan las dificultades que luego esgrimen como fracaso del modelo.

¿Qué sería de Cuba sin el bloqueo? La pregunta flota en el aire como un desafío. Es la convicción de que, liberada de esta camisa de fuerza económica, la capacidad intelectual, la iniciativa y el capital humano de la nación podrían desplegarse de otra manera. No es una promesa de paraíso, sino la exigencia elemental de un derecho: el de existir sin interferencia externa coercitiva.

Sin embargo, el que por prepotencia mantienen es también un bloqueo al afecto. Resulta irónico que una nación construida por inmigrantes mantenga unas restricciones de viaje y remesas tan severas contra un pueblo al que, sin embargo, vincula un profundo tejido familiar y cultural.

Cuba, firme en su posición, ha sabido a toda costa sostener un principio universal con excepcional transparencia: la solidaridad. Su ejército de batas blancas, sus maestros y sus colaboradores en los rincones más pobres del planeta son un activo diplomático y una prueba de su vocación internacionalista. Hoy, frente a los «vientos huracanados del norte», esa misma Cuba recibe solidaridad, con la autoridad moral que le da haberla practicado.

La pregunta final es tan simple como demoledora: ¿cuál es la amenaza real? Si Cuba no desató guerras de invasión, no perpetró atentados terroristas en suelo estadounidense, no derribó aviones civiles, no tiene bases militares en los Estados Unidos ni en ningún otro lugar. Su «amenaza» es, quizá, más ideológica y simbólica: el desafío de ser pequeña y no someterse. Un desafío que el poder hegemónico no parece perdonar.

La hidalguía del pueblo cubano, forjada en estas décadas de resistencia, es un hecho histórico. El tiempo de la presión infinita ha demostrado su fracaso.

Pese a los pesares, a la codicia que nos cercó, es imposible construir una Cuba nueva en ningún otro lugar del mundo que no sea este pedazo de tierra rebelde, este archipiélago obstinado que el imperio español, con mirada de cartógrafo y conquistador, denominó «la llave del Golfo».

Esta percepción fue adoptada íntegramente por las élites de Estados Unidos en el siglo XIX. Políticos, expansionistas y estrategas navales como John Quincy Adams la veían como la «fruta madura» que, por ley de la gravedad geopolítica, terminaría cayendo en sus manos para controlar el hemisferio. La metáfora de la «llave» justificó su intervencionismo y su persistente interés en anexar o controlar la Isla.

Podrán asfixiarnos, podrán inventarnos en Miami o en Madrid, podrán soñar con una isla a su medida, pero este es un destino que no negocia: seguimos, atravesados, incómodos e irrevocables, con el mar a los pies y el huracán en la historia, siendo esa llave que nadie ha podido arrancar del cerrojo del Caribe.

Cuba, desde entonces, no ha dejado de ser vista –y sufrir por ser– esa pieza maestra en el tablero del poder continental, sobreponiendo su soberanía a la condición de botín estratégico.

Porque Cuba no es solo una idea; es un lugar en el mundo, y su latido solo suena verdadero aquí, donde el Golfo nos reclama como su guardián y su eterna espina. Seguiremos –geográficamente hablando y la geografía es el primer acto de la política–, siendo la llave. Una llave que, por mucho que forcejeen, aún no han logrado desprender ni romper ni poseer.

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