Il popolo cubano è disposto a difendere la propria sovranità con le armi: Silvio Rodríguez

La Jornada 

L’Avana. Le pareti all’ingresso dello studio di Silvio Rodríguez nel municipio Playa, all’Avana, sono piene di tracce del lungo cammino percorso, sotto forma di riconoscimenti incorniciati. Al primo piano si trova lo studio di registrazione. Da un lato, un pianoforte a coda convive con diverse panche. Dall’altro, in quella che potrebbe essere una postazione di comando, si trova un’enorme console audio, che somiglia a un sofisticato laboratorio di alchimia musicale. “Qui lavoro”, ci dice il cantautore, prima di iniziare il servizio fotografico.

Dopo una breve conversazione su come, grazie a lui e ai suoi compagni, una parte della sinistra culturale messicana che rifiutava il rock in nome della Nueva Canción, finì per accettare questo genere.

Autodefinitosi più come una persona di domande che di risposte, l’autore di Madre ha risposto generosamente a un questionario de La Jornada. In esso sostiene che la determinazione a resistere nell’isola proviene dalla sua storia, dalla forgia della nazione cubana. E aggiunge: “una buona parte del nostro popolo sarebbe disposta a difendere la nostra sovranità con le armi, se fosse necessario”.

Le sue risposte aiutano molto a capire e a valutare il significato dell’assedio medievale che oggi vive l’isola e la risposta del suo popolo.

– Qualche giorno fa, Silvio Rodríguez ha cambiato le corde della sua chitarra con l’acciaio di un fucile d’assalto per difendere il suo popolo. Lei ha indossato l’uniforme militare durante i più di tre anni in cui ha prestato servizio militare e le due volte che è stato in Angola come internazionalista. È diventato un chitarrista nell’esercito. È giusto dire che ricevendo l’AKM ritorna in parte alle sue origini? C’è, nella difesa dell’assediatissima Cuba odierna, una cava da cui trarre nuove canzoni?

– Effettivamente: dopo aver letto le minacce del presidente USA in cui diceva che avrebbe preso Cuba, ho fatto un breve commento sul mio blog. Con mia sorpresa, ho avuto quasi immediatamente una risposta, che poi è diventata pubblica, dalle Forze Armate del mio Paese. Le FAR sono un’istituzione dalla quale in una certa misura provengo, anche come autore, perché durante il mio servizio militare ho iniziato a suonare la chitarra. Tanto che lunedì 12 giugno 1967 fui congedato e il giorno dopo, martedì 13, debuttai in televisione cantando due delle mie canzoni.

“Devo confessare che non mi aspettavo nemmeno lontanamente che quelle paroline che avevo messo come commento (perché non era nemmeno un post) avessero tanta rilevanza. Sebbene le aggressioni imperiali possano sembrare una delle nostre condizioni naturali, la nostra stessa vita, intensa e talvolta anche contraddittoria, ci ha trasformati in una cava di tutti i tipi di espressioni, anche quelle cantate.”

– Nel caso in cui dagli USA si tentasse di invadere l’isola, la popolazione uscirà a difenderla come lei è disposto a fare?

– Alcuni politici USA hanno desiderato impossessarsi di Cuba da circa 200 anni. Prima hanno cercato di comprare l’isola dalla Spagna, se non ricordo male un paio di volte; poi, alla fine del XIX secolo, quando il nostro Esercito Liberatore aveva messo in ritirata l’esercito coloniale, fecero saltare la loro corazzata Maine nella baia dell’Avana come pretesto per dichiarare guerra alla Spagna. Da quella manovra scaturì una guerra che terminò con un trattato a Parigi dove i cubani non avemmo né voce né voto. Lì ci imposero l’Emendamento Platt, una legge extraterritoriale che dava loro il diritto di intervenire a Cuba quando lo ritenessero opportuno. C’è una lunga storia di ragioni per cui i cubani diffidiamo del “nord turbolento e brutale”, come lo definì il nostro apostolo, José Martí. Per questo motivo suppongo che una buona parte del nostro popolo sarebbe disposta a difendere la nostra sovranità con le armi, se fosse necessario.

– In Oda a mi generación lei dice: “Io non rinnego ciò che mi tocca”. Cosa tocca a Silvio Rodríguez in questi tempi infausti in cui viviamo?

– La prima cosa che devo dire è che non mi piacciono i fanatismi, che ho sempre sostenuto la critica e l’autocritica. Non esiste opera umana perfetta e credo di averlo documentato, sia nelle mie canzoni che in scritti, interviste e, da circa 16 anni, nel mio blog, Segunda cita (https://segundacita.blogspot.com). Ciò sì: senza appartenere ad alcun partito, ho preso posizione per il miglioramento umano.

“Quando scrissi quella Oda mi riferivo alle contraddizioni che toccarono alla mia generazione, soprattutto estremismi e impunità di funzionari, carenze che non hanno nulla a che vedere con le dimensioni attuali ma che già allora risultavano notevoli. Ora, con l’incremento del blocco e il deterioramento degli anni, tutto ciò che manca diventa vitale. Soprattutto nella sanità pubblica e nell’istruzione, servizi in cui Cuba arrivò a essere un esempio. Quindi mi tocca continuare a essere un cittadino, ora un po’ più anziano, che desidera il meglio per il suo Paese.”

– I suoi accordi e i suoi versi sono stati come lampi nelle tempeste del continente, la colonna sonora di diverse generazioni che desiderano vivere un altro mondo, la cronaca dei loro sogni, fantasie e timori. Cosa spetta alla musica, alla sua e a quella di altri cantautori, in questi tempi funesti?

– Non mi è mai piaciuto dettare formule. La vita è varia e così la rispetto. Credo che a Cuba predominino espressioni di qualità in tutti i modi di fare musica e versi. Certo che c’è anche puro e duro commercio, ma in generale credo che prevalga un impegno per ciò che è veramente artistico. E credo che questo sia il risultato di un Paese che ha messo l’educazione senza limiti a disposizione di tutti i suoi figli.

– All’inizio della sua scorsa tournée di 13 concerti in sei paesi dell’America Latina, sulle scale dell’Università dell’Avana, lei ha iniziato declamando un frammento di Maestros ambulantes di José Martí e ha terminato interpretando la sua canzone Venga la esperanza. In questi tempi di battute d’arresto, c’è spazio per la speranza nella Cuba di oggi? Da dove viene?

– Da Maestros ambulantes si citano solitamente alcuni frammenti, come ad esempio: “Essere buoni è l’unico modo per essere felici”, e anche “Essere colti è l’unico modo per essere liberi”. Tuttavia, se ne è ignorato un altro che ho incluso e che completa l’idea: “Ma, nella comune natura umana, è necessario essere prosperi per essere buoni”.

“Martí si riferisce a ‘il comune della natura umana’. Lui non dice che pensare così sia la cosa migliore, come quando parla di essere buoni e di essere colti. Commenta che, per la maggioranza, vedersi progredire è ciò che ci fa stare bene ed essere felici. Io credo che per questa certezza il blocco contro Cuba si sia andato intensificando: vogliono che la nostra gente senta che nel suo Paese non c’è un futuro che valga.

“Sono molto consapevole dell’ampio spettro di problemi che ci trasciniamo e di ciò di nuovo negativo che sorge, come il blocco energetico. Ma ho sempre visto Cuba resistere. Fidel disse che Rivoluzione era ‘cambiare ciò che deve essere cambiato’ e credo che si stesse riferendo a una rivoluzione nella Rivoluzione. Anni fa cantai che bisognava togliere la R alla parola rivoluzione [Revolucion in evolucion ndt] cioè che bisognava evolvere. Brillanti economisti, persino alcuni ex ministri, da anni consigliano riforme che non vengono intraprese o che vengono accolte con riluttanza. Vedo che ultimamente si stanno facendo passi più decisi in quella direzione. E non è per le pressioni degli USA. È che anche all’interno di Cuba, da anni, c’è una lotta per concezioni più realistiche che andranno a beneficio del nostro popolo. Sostengo questo, purché non sia in gioco la nostra condizione di nazione sovrana, cosa che considero fondamentale.”

Sentimento patriottico

– Lei ha una relazione strettissima con il suo pubblico e con la popolazione del suo Paese. Le sue canzoni documentano i loro sentimenti e le loro aspirazioni. Da dove crede che venga la forza e la determinazione della gente comune per resistere al blocco?

– Dalla nostra storia, dalla forgia della nazione cubana. Questo ha a che fare con un senso di appartenenza al luogo dove si nasce, con un sentimento patriottico. E in questo determina, naturalmente, ciò che si prova ricevendo dal luogo dove si è venuti al mondo e si è cresciuti.

– All’inizio di questo viaggio nella vita racconta che la schiera di trovatori a cui apparteneva, i giovani la identificavano, tra miti e controversie, come una generazione che mise fuoco nel giocarsi la storia. La sua generazione ha vinto la storia?

– A volte potrebbe sembrare di sì. Ma, se Cuba cade, la storia la reinventeranno i suoi nemici. In una certa misura, la stampa corporativa (quella che alcuni chiamano la grande stampa) e le sue numerose ramificazioni in rete stanno già raccontando la loro versione.

– Dice Rosa Miriam Elizalde: “Milioni di latinoamericani abbiamo imparato di più sulla storia e, soprattutto, sulla sensibilità dei nostri paesi ascoltando le canzoni di Silvio che nei testi dei grandi storici del complesso labirinto della cultura”. Cosa ci dice oggi Silvio di ciò che accade nel Cono Sud?

– Fa piacere avere amici così generosi come Rosa Miriam, ma la storia l’ho imparata da Ramiro Guerra, da Fernando Ortiz, da Emilio Roig, da José Luciano Franco, da Julio Le Riverend, da Torres Cuevas, dal mio parente Eusebio Leal, e da altri grandi storici che ha dato il mio paese.

“Quello che succede è che le canzoni, essendo linguaggi brevi, sintetizzano ciò che accumula nella sua testa chi le fa. Così ci appropriamo di alcuni meriti altrui.”

– Le sue canzoni hanno accompagnato e illuminato le lotte di liberazione in America Latina. Hanno ispirato coloro che hanno combattuto contro le dittature di estrema destra e a favore delle migliori cause. Cosa pensa oggi Silvio Rodríguez nel vedere la foto di 12 capi di Stato dell’emisfero che circondano Trump, per celebrare la formazione dello “Scudo delle Americhe”?

– Il cosiddetto Scudo delle Americhe sembra un tentativo di rivitalizzare il neocolonialismo, di cancellare i principi che fondarono le Nazioni Unite e forse un segno di disperazione imperiale. “L’America per gli americani”. A mio modo di vedere, questo ritorno alla destra più accanita è iniziato con la caduta dell’URSS che, pur con i suoi difetti, contraddiceva il capitalismo e rappresentava una certa speranza di un mondo migliore. Cina e Russia hanno ereditato l’odio imperiale per essere rivali economici.

“Probabilmente il capitalismo è un sistema difficile da superare perché si basa su una parte oscura ma reale degli umani: l’egoismo. Così il mondo attuale è controllato dalle corporazioni, dalle multinazionali e dall’industria bellica; un intreccio di dominazione che sostiene un impero a cui interessa solo la sua supremazia, mai la pietà né la solidarietà.”

– A differenza del fiorire artistico che accompagnò la Rivoluzione cubana, darebbe l’impressione che il progressismo nel continente non abbia incubato un progetto culturale alternativo. Non c’è niente come il festival della Casa de las Américas del 1967. Perché pensa che sia successo?

– Casa de las Américas fu fondata nel 1959, lo stesso anno del trionfo rivoluzionario; a capo c’era una donna di una sensibilità eccezionale che ho conosciuto molto bene: Haydée Santamaría. Il quasi 30% di analfabeti che c’erano a Cuba nel 1959 smise di esserlo con la Campagna di Alfabetizzazione del 1961. Nel 1962 furono fondate le Scuole d’Arte. Nel 1967 i contadini e gli operai cubani lottavano per raggiungere la sesta classe. Con il governo rivoluzionario, l’educazione, la cultura e il diritto alla salute smisero di essere privilegio di pochi. Io non credo nell’egualitarismo assoluto, ma sì nella giustizia sociale.

– Lei suonò per la prima volta in Messico in un concerto al Cine París nel 1975. La sua musica si conosceva tramite cassette. Poi, suonò in piccole sale e all’UNAM fino a quando approdò, all’inizio degli anni ’80, all’Auditorio Nacional. Da allora, il suo contatto con il Paese è stato costante. Cosa significa il Messico nella sua opera e nella sua traiettoria?

– Sì, fui in Messico per la prima volta nel 1975 e feci un concerto al Cine París insieme a Pablo Milanés e Noel Nicola. Erano delle giornate della cultura cubana che includevano il Balletto Nazionale, con Alicia Alonso alla testa. C’era anche Leo Brouwer, uno dei musicisti più straordinari della nostra storia, che allora dirigeva il Grupo de Experimentación Sonora del ICAIC, dove lavoravamo Noel, Pablo e io. Quella volta, nel concerto finale che si fece all’Auditorio, avemmo una piccola partecipazione.

“Messico, parte della mia anima”

“In quegli anni avevo letto sul Messico precolombiano e sulla rivoluzione messicana e avevo molto desiderio di conoscere il vostro Paese. Volevo vedere le piramidi, le città delle culture autoctone. Avevo letto Sor Juana, Juan de Dios Peza, Rulfo, Sabines, Fuentes. Conoscevo Thelma Nava, di Casa de las Américas, e in quel primo viaggio ebbi la fortuna di abbracciare Efraín Huerta, che era già malato.

“Fui molto amico della grande scultrice Marta Palau, che aveva vinto un concorso internazionale d’arte a Cuba. A casa del pittore Raúl Martínez conobbi il fotografo Pedro Meyer e già in Messico conobbi Graciela Iturbide, che viveva in una strada dal nome indimenticabile: Barranca del Muerto.

“Per le giornate dell’esilio uruguaiano tornai con Noel e facemmo un’estesa tournée con il gruppo argentino-messicano Sanampay. Un giorno arrivammo all’UNAM e in un quartetto giovanile cantava una ragazza dalla voce preziosa, Eugenia León. Un’altra notte mi portarono in un posto dove vidi e ascoltai Toña la Negra, tanto ammirata a Cuba. Volli molto bene al Negro Ojeda. Sono orgoglioso di dire che fui molto amico di Amparo Ochoa e molto amico di Marcial Alejandro. Maru Henríquez la conobbi quando era un’adolescente. Lei per noi era Maru chica, perché sua madre era Maru grande, una maestra elementare che creò i suoi figli lavorando molto duramente, un essere indimenticabile.

“Credo che una volta raccontai il mio incontro e la lunga amicizia con Arsacio Vanegas Arroyo e la sua famiglia. Come è noto, sono amico di Andrés Manuel e di Beatriz. Credo che Claudia Sheinbaum sia la migliore presidentessa di tutta l’America Latina. Per queste e per molte altre ragioni, il Messico è ormai parte della mia anima.”


El pueblo cubano está dispuesto a defender su soberanía con las armas: Silvio Rodríguez

 

La Habana. Las paredes de la entrada del estudio de Silvio Rodríguez en el municipio Playa, en La Habana, están llenas de vestigios del largo camino recorrido, en la forma de reconocimientos enmarcados. En el primer piso se encuentra el estudio de grabación. De un lado, un piano de cola, convive con varios bancos. Del otro, en lo que podría ser un puesto de mando, se halla una enorme consola de audio, que asemeja un sofisticado laboratorio de alquimia musical. “Aquí trabajo”, nos dice el cantautor, antes de comenzar la sesión fotográfica.

Después de una breve conversación sobre cómo, gracias a él y a sus compañeros, una parte de la izquierda cultural mexicana que rechazaba el rock en nombre de la Nueva Canción, terminó por aceptar este género.

Autodefinido más como una persona de preguntas que de respuestas, el autor de Madre respondió generosamente a un cuestionario de La Jornada. Allí sostiene que la determinación de resistir en la isla proviene de su historia, de la forja de la nación cubana. Y añade: “buena parte de nuestro pueblo estaría dispuesto a defender nuestra soberanía con las armas, si fuera necesario”.

Sus respuestas, ayudan con mucho, a entender y calibrar el significado del asedio medieval que hoy vive la Antilla y la respuesta de su pueblo.

–Hace unos días, Silvio Rodríguez cambió las cuerdas de su guitarra por el acero de un fusil de combate para defender a su pueblo. Usted usó uniforme militar durante los más de tres años en que hizo su servicio militar y las dos veces que estuvo como internacionalista en Angola. Se volvió guitarrero en el ejército. ¿Es justo decir que al recibir el AKM regresa en parte a sus orígenes? ¿Hay en la defensa de la acosada Cuba actual, cantera para escribir nuevas canciones?

– Efectivamente: después de leer las amenazas del presidente de Estados Unidos diciendo que iba a tomar a Cuba, hice un breve comentario en mi blog. Para mi sorpresa, casi inmediatamente tuve una respuesta, que después se hizo pública, de las Fuerzas Armadas de mi país. Las FAR son una institución de la que en cierta medida provengo, incluso como autor, porque pasando mi servicio militar empecé a tocar la guitarra. Tanto fue así que el lunes 12 de junio de 1967 fui desmovilizado y al día siguiente, martes 13, debuté en la televisión cantando dos de mis canciones.

“Debo confesar que ni remotamente esperaba que aquellas palabritas que puse como comentario (porque ni siquiera era un post) fueran a tener tanta trascendencia. Aunque las agresiones imperiales pudieran parecer ser una de nuestras condiciones naturales, nuestra propia vida, intensa y a veces también contradictoria, nos ha convertido en una cantera de todo tipo de expresiones, incluso las cantadas.”

–En caso de que desde Estados Unidos intente invadir la isla ¿saldrá la población a defenderla como usted está dispuesto a hacer?

–Ciertos políticos estadunidenses han deseado hacerse de Cuba desde hace unos 200 años. Primero trataron de comprar la isla a España, si mal no recuerdo un par de veces; después, a fines del siglo XIX, cuando nuestro Ejército Libertador había puesto en retirada al ejército colonial, volaron su acorazado Maine en la bahía de La Habana como pretexto para declarar la guerra a España. De esa maniobra surgió una guerra que terminó en un tratado en París donde los cubanos no tuvimos voz ni voto. Ahí nos impusieron la Enmienda Platt, ley extraterritorial que les daba derecho a intervenir en Cuba cuando lo consideraran. Hay una larga historia de razones para que los cubanos desconfiemos de “el norte revuelto y brutal”, como lo calificó nuestro apóstol, José Martí. Por esa razón supongo que buena parte de nuestro pueblo estaría dispuesto a defender nuestra soberanía con las armas, si fuera necesario.

–En Oda a mi generación dice usted: “Yo no reniego de lo que me toca”. ¿Qué le toca a Silvio Rodríguez en estos tiempos infaustos en que vivimos?

–Lo primero que debo decir es que no me gustan los fanatismos, que siempre he abogado por la crítica y la autocrítica. No hay obra humana perfecta y creo haber dejado constancia de esto, tanto en mis canciones como en escritos, entrevistas y, desde hace unos 16 años, en mi blog, Segunda cita (https://segundacita.blogspot.com). Eso sí: sin pertenecer a partido alguno tomé partido por el mejoramiento humano. “Cuando escribí aquella Oda me refería a las contradicciones que le tocaron a mi generación, sobre todo extremismos e impunidad de funcionarios, escaseces que nada tienen que ver con las dimensiones actuales pero que ya entonces resultaban notables. Ahora, con el incremento del bloqueo y el deterioro de los años, todo lo que falta se hace vital. Sobre todo en la salud pública y en la educación, servicios en los que Cuba llegó a ser ejemplo. Así que me toca seguir siendo un ciudadano, ahora un poquito mayor, que desea lo mejor para su país.”

–Sus acordes y sus versos han sido como rayos en las tormentas del continente, la banda sonora de varias generaciones que desean vivir un otro mundo, la crónica de sus sueños, fantasías y temores. ¿Qué le corresponde a la música, a la suya y a la de otros cantautores, en estos aciagos tiempos?

–Nunca me ha gustado dictar fórmulas. La vida es diversa y así la respeto. Creo que en Cuba predominan expresiones de calidad en todas las maneras de hacer música y versos. Claro que también hay puro y duro comercio, pero en general creo que predomina un compromiso con lo verdaderamente artístico. Y creo que eso es resultado de un país que puso la educación sin límites al alcance de todos sus hijos.

–Al inicio de su pasada gira de 13 conciertos en seis países de América Latina, en las escalinatas de la Universidad de La Habana, usted comenzó declamando un fragmento de Maestros ambulantes de José Martí y terminó interpretando su canción Venga la esperanza. ¿En estos tiempos de reveses hay lugar para la esperanza en la Cuba de hoy? ¿De dónde viene?

–De Maestros ambulantes se suelen citar algunos fragmentos, como por ejemplo: “Ser bueno es el único modo de ser dichoso”, y también “Ser culto es el único modo de ser libre”. Sin embargo, se ha ignorado otro que incluí y que completa la idea: “Pero, en lo común de la naturaleza humana, se necesita ser próspero para ser bueno”.

“Martí se refiere a ‘lo común de la naturaleza humana’. Él no dice que pensar así sea lo mejor, como cuando habla de ser bueno y de ser culto. Comenta que, para la mayoría, verse progresar es lo que nos hace sentir bienestar y felicidad. Yo creo que por esa certeza el bloqueo contra Cuba se ha ido incrementando: quieren que nuestra gente sienta que en su país no hay futuro que valga.

“Estoy muy consciente del amplio espectro de problemas que arrastramos y de lo nuevo negativo que surge, como el bloqueo energético. Pero siempre he visto a Cuba resistir. Fidel dijo que Revolución era “cambiar lo que debe ser cambiado” y creo que se estaba refiriendo a una revolución en la Revolución. Hace años canté que había que quitarle la R a la palabra revolución, o sea, que había que evolucionar. Brillantes economistas, incluso algunos ex ministros, desde hace años aconsejan reformas que no se emprenden o que se reciben a regañadientes. Veo que últimamente se están dando pasos más decididos en esa dirección. Y no es por las presiones de Estados Unidos. Es que dentro de Cuba también, desde hace años, hay un combate por concepciones más realistas que van a beneficiar a nuestro pueblo. Apoyo eso, siempre que no esté en juego nuestra condición de nación soberana, cosa que considero fundamental.”

Sentimiento patriótico

–Usted tiene una estrechísima relación con su público y con la población de su país. Sus canciones documentan sus sentires y afanes. ¿De dónde cree que viene la fuerza y la determinación de la gente de a pie para resistir el bloqueo?

–De nuestra historia, de la forja de la nación cubana. Esto tiene que ver con un sentido de pertenencia del lugar donde se nace, con un sentimiento patriótico. Y en esto determina, por supuesto, lo que se siente recibir del lugar donde se vino al mundo y se creció.

–En el inicio de este viaje en la vida cuenta usted que la hornada de trovadores a la que perteneció, los jóvenes la identificaban, entre mitos y controversias, como una generación que puso fuego en jugarse la historia. ¿Ganó su generación la historia?

–A veces pudiera parecer que sí. Pero, si Cuba cae, la historia la van a reinventar sus enemigos. En cierta medida, la prensa corporativa (esa que algunos llaman la gran prensa) y sus numerosas ramificaciones en la red están contando ya su versión.

–Dice Rosa Miriam Elizalde: “Millones de latinoamericanos aprendimos más sobre la historia y, sobre todo, la sensibilidad de nuestros países escuchando las canciones de Silvio que en los textos de los grandes historiadores del complejo laberinto de la cultura”. ¿Qué nos dice hoy Silvio de lo que sucede en el Cono Sur?

–Da gusto tener amigos tan generosos como Rosa Miriam, pero la historia yo la aprendí de Ramiro Guerra, de Fernando Ortiz, de Emilio Roig, de José Luciano Franco, de Julio Le Riverend, de Torres Cuevas, de mi pariente Eusebio Leal, y de otros grandes historiadores que ha dado mi país.

“Lo que pasa es que las canciones, al ser lenguajes breves, sintetizan lo que acumula en su cabeza el que las hace. Así nos robamos algunos méritos ajenos.”

– Sus canciones han acompañado e iluminado las luchas de liberación en América Latina. Inspiraron a quienes lucharon contra las dictaduras de extrema derecha y a favor de las mejores causas. ¿Qué piensa hoy Silvio Rodríguez al ver la foto de 12 mandatarios del hemisferio rodeando a Trump, para celebrar la formación del “Escudo de las Américas”.

–El llamado Escudo de las Américas parece un intento de revitalizar el neocolonialismo, de borrar los principios que fundaron las Naciones Unidas y acaso un signo de desesperación imperial. “América para los norteamericanos”. A mi modo de ver, este regreso a la derecha recalcitrante comenzó con la caída de la URSS que, aún con sus defectos, contradecía al capitalismo y significaba cierta esperanza de un mundo mejor. China y Rusia han heredado el odio imperial por ser rivales económicos.

“Probablemente el capitalismo sea un sistema difícil de superar por basarse en una parte oscura pero cierta de los humanos: el egoísmo. Así el mundo actual está controlado por las corporaciones, las trasnacionales y la industria armamentística; un entramado de dominación que sostiene a un imperio al que sólo le interesa su supremacía, nunca la piedad ni la solidaridad.”

–A diferencia del florecimiento artístico que acompañó a la Revolución cubana, diera la impresión de que el progresismo en el continente no incubó un proyecto cultural alternativo. No hay nada como el festival en Casa de las Américas de 1967. ¿Por qué cree que ha sucedido esto?

–Casa de las Américas fue fundada en 1959, el mismo año del triunfo revolucionario; al frente estaba una mujer de una sensibilidad excepcional que conocí muy bien: Haydée Santamaría. El casi 30 por ciento de analfabetos que había en Cuba en 1959 dejó de serlo con la Campaña de Alfabetización de 1961. En 1962 se fundaron las Escuelas de Arte. En 1967 el campesinado y los obreros cubanos luchaban por alcanzar el sexto grado. Con el gobierno revolucionario, la educación, la cultura y el derecho a la salud dejaron de ser privilegio de pocos. Yo no creo en el igualitarismo absoluto, pero sí en la justicia social.

–Usted tocó por primera vez en México en un concierto en el Cine París en 1975. Su música se conocía por casetes. Luego, tocó en pequeñas salas y en la UNAM hasta que saltó, a comienzos de los años 80, al Auditorio Nacional. Desde entonces, su contacto con el país ha sido constante. ¿Qué significa México en su obra y en su trayectoria?

–Sí, estuve en México por primera vez en 1975 e hice un concierto en el Cine París junto con Pablo Milanés y Noel Nicola. Eran unas jornadas de la cultura cubana que incluía al Ballet Nacional, con Alicia Alonso al frente. También estaba Leo Brouwer, uno de los músicos más extraordinarios de nuestra historia, que por entonces dirigía el Grupo de Experimentación Sonora del ICAIC, donde trabajábamos Noel, Pablo y yo. Aquella vez, en el concierto final que se hizo en el Auditorio, tuvimos una pequeña participación.

“México, parte de mi alma”

“Por aquellas fechas yo había leído sobre el México precolombino y sobre la revolución mexicana y tenía muchos deseos de conocer vuestro país. Quería ver las pirámides, las ciudades de las culturas autóctonas. Había leído a Sor Juana, a Juan de Dios Peza, a Rulfo, a Sabines, a Fuentes. Conocía a Thelma Nava, de Casa de las Américas, y en aquel primer viaje tuve la suerte de abrazar a Efraín Huerta, que ya estaba enfermo.

“Fui muy amigo de la gran escultora Marta Palau, que había ganado un concurso internacional de arte en Cuba. En casa del pintor Raúl Martínez conocí al fotógrafo Pedro Meyer y ya en México conocí a Graciela Iturbide, que vivía en una calle de nombre inolvidable: Barranca del Muerto.

“Para las jornadas del exilio uruguayo volví con Noel e hicimos una gira extensa con el grupo argentino-mexicano Sanampay. Un día llegamos a la UNAM y en un cuarteto juvenil cantaba una muchacha de voz preciosa, Eugenia León. Otra noche me llevaron a un sitio donde vi y escuché a Toña la Negra, tan admirada en Cuba. Quise mucho al Negro Ojeda. Me enorgullece decir que fui muy amigo de Amparo Ochoa y muy cuate de Marcial Alejandro. A Maru Henríquez la conocí siendo una adolescente. Ella para nosotros era Maru chica, porque su mamá era Maru grande, una maestra de primaria que crió a sus hijos trabajando muy duro, un ser inolvidable.

“Creo que alguna vez conté mi encuentro y larga amistad con Arsacio Vanegas Arroyo y su familia. Como se sabe, soy amigo de Andrés Manuel y de Beatriz. Creo que Claudia Sheinbaum es la mejor presidente de toda Latinoamérica. Por estas y por muchas otras razones, México ya es parte de mi alma.”

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