Bisogna dire che la frase “Cuba continua” si presta a qualsiasi tipo di speculazione…
Francisco Delgado Rodríguez
Questo fine marzo 2026 è stato di particolare interesse per la retorica anticubana da parte del Capo Trump e del suo servitore per le questioni internazionali, il signor Rubio. In mezzo a eventi che in realtà avevano poco o nulla a che fare con Cuba, entrambi i personaggi hanno urlato come al solito una sfilza di minacce, alcune velate, con sufficiente ambiguità da poter essere interpretate secondo la lente ideologica con cui si guarda, e che possono riassumersi in diverse conclusioni.
Una prima, più evidente, è che entrambi, il mandatario e, in secondo piano, limitandosi a ripetere le stesse cose, il signor Rubio, avevano promesso ai loro ferventi seguaci anticubani che dopo “aver risolto speditamente la questione dell’Iran”, sarebbero venuti contro Cuba.
La promessa aveva persino una scadenza, a partire dal giorno in cui iniziarono gli attacchi contro l’Iran, il 28 febbraio, una “guerricciola” che, in un Tea Party a Mar-a-Lago, avevano calcolato sarebbe durata al massimo 15 giorni. Cioè, entro il 16 marzo ci si sarebbe dovuto aspettare un cambio “alla Venezuela” all’Avana, qualunque cosa ciò significhi.
I fatti evidentemente sono stati altri: non solo l’Iran sta ancora respingendo l’attacco, ma il dibattito ha persino cambiato orizzonte e ora si discute se si possa già parlare di una sconfitta, di portata strategica, della coalizione dello Stato Epstein, come alcuni chiamano la somma di Trump più il sionismo, si sa per quale motivo.
In poche e ovvie parole, la scadenza non è stata rispettata tanto per la capacità di resistenza di Cuba, quanto per l’eroico comportamento degli iraniani, i cui capi hanno opportunamente chiarito che la loro lotta non era solo per il loro Paese, ma per tutti i popoli minacciati dall’impero; e tutto lascia pensare che sia esattamente così.
Un’altra considerazione che salta all’occhio, associata alla precedente e alla schiacciante realtà, è che navigando costantemente tra la fanfaronata e la non-realtà virtuale, il Capo Trump non ha avuto altra scelta che proferire presunte vittorie sulle sue azioni, celebrare sconfitte schiaccianti di chi gli si oppone, calendarizzarle e rinviare le scadenze, sempre sotto la pressione che ogni minuto di prolungamento del conflitto è una caduta percentuale del sostegno nazionale e internazionale al conflitto e alla sua figura.
E non si tratta di qualcosa di congiunturale; chiunque sa che in una guerra possono esserci perdenti o vincitori che non erano nelle previsioni; ma il ruolo di Trump, per cui è stato eletto tra le altre cose, è quello di far credere al mondo che, sebbene non rimangano quasi più ragioni oggettive per mantenere l’antica egemonia geopolitica USA, bisogna far finta del contrario.
Quanto al signor Rubio, basti ricordare quanto già noto. Riuscire a far sì che Trump annunci che “Cuba è la prossima”, in mezzo a una narrazione sull’imminente disfatta del “regime dell’Iran”, è senza dubbio uno straordinario successo di apparenze. Non è cosa da poco, basta mettersi nei panni del segretario di Stato, che ha ricevuto il mandato di approfittare del momento e porre fine alla Rivoluzione cubana. E il fatto è che il momento si fa complesso, si presenta sempre più avverso per queste aspirazioni.
Trump evita di essere chiaro nelle sue minacce o di annunciare quali siano i suoi piani contro Cuba. È vero che in un certo senso è il suo stile, progettato per influenzare a suo favore una negoziazione, il che è paradossale perché allora che senso ha vantarsi che quando vuole può invadere il suo vicino insulare, se è mosso da uno spirito negoziatore, che come noto è un’altra delle opzioni che la Casa Bianca ha gestito verso Cuba.
In questo viavai, Washington ha mantenuto solo un aspetto inamovibile, impugnato come una sorta di pretesto per intervenire, cioè che Cuba è uno stato fallito, sul punto di collassare, dice l’inquilino della Casa Bianca, senza entrare in tanti “noiosi dettagli”, deve pensare. Il signor Rubio lo accompagna incolpando le autorità cubane degli effetti delle stesse misure crudeli che loro applicano. A ciò risponde il cancelliere cubano: “Non è necessaria un’aggressione asimmetrica, abusiva e spietata come questa, contro un governo che si considera incompetente”. Pura logica.
Tornando agli eventi menzionati in particolare, sia Trump che il signor Rubio hanno alluso tangenzialmente ai piani per portare “la prosperità a Cuba” e altre erbe. Vediamo.
Venerdì 27 marzo, a Miami, si è celebrata una delle edizioni del Future Investment Initiative (FII) Priority Summit 2026, evento in cui un gruppo di multimilionari, o meglio di rappresentanti di questi, si riuniscono per discutere le migliori opzioni di investimento. La prima edizione di questo incontro fu in Arabia Saudita, quando lì si potevano fare eventi naturalmente, e aveva di provvisorio che rispondeva allo schema, ora apparentemente superato, di generare investimenti negli USA e nel resto del primo mondo, a costo della ricchezza petrolifera convertita in petrodollari.
In questo contesto, il Capo Trump ha assicurato per l’ennesima volta il futuro immediato dei cubani, a quanto pare perché gli piace accomodare le sue parole a seconda del pubblico, dove si afferma che c’erano illustri oligarchi di origine cubana, e non così ricchi, anche di cognomi cubani, tutti imbarcati nell’industria della controrivoluzione con metodi mafiosi.
Bisogna dire che la frase “Cuba continua” si presta a qualsiasi tipo di speculazione, come commentato sopra. Può essere vista come una virtuale dichiarazione di spirito bellico, fino a un altro trucco, per trascinare le autorità cubane a qualche tipo di concessione gratuita e sempre, mantenere la pressione psicologica sui cubani. Nel caso di Trump, qualsiasi variante è possibile, è la più elementare delle considerazioni.
Lo stesso giorno 27, con fuso orario diverso, il segretario della diplomazia USA agiva in una riunione straordinaria dei ministri degli Esteri del G7, nell’Abbazia di Vaux-de-Cernay, vicino a Parigi; qui il signor Rubio ha cercato di convincere gli “alleati” sulla legittimità della guerra contro l’Iran, insistendo nel trascinare verso quel conflitto alcuni dei partecipanti all’incontro.
Il signor Rubio ha approfittato per infilare tra le varie questioni la sua agenda personale anticubana. Non è stato sufficientemente divulgato quali risposte gli siano state date lì all’inviato della mafia cubano-americana. Tuttavia, si è saputo che le sue spiegazioni per giustificare la tremenda crudeltà con cui si stanno comportando contro i cubani non sono state accettate; al contrario, i presenti hanno mantenuto la loro tradizionale posizione di rifiuto del blocco.
Così, a proposito di racconti, retoriche e detti menzogneri, il signor Rubio non ha avuto idea migliore che spiegare poi ai media che lo interpellavano che il problema con Cuba è che vuole petrolio gratis, ragione per cui bisognava bloccarla energeticamente. Se qualcuno pensava che l’imbecillità non avesse limiti, ha proprio ragione, il signor Rubio lo ha appena dimostrato, forse senza interessargli o senza accorgersene. Non soddisfatto di quanto detto, ha ammesso che lo scopo degli USA, con questo procedere, era ottenere un cambio di regime a Cuba.
Non sono chiare le ripercussioni di queste assurdità sull’opinione pubblica USA, che è molto probabile le respinga, ma neppure sullo stesso Trump, ostinato ad assicurare, soprattutto alla sua base MAGA, che non cercano cambi di governo né qui né sul pianeta Plutonio, nel caso decidano di invaderli per via del petrolio o qualcosa del genere.
Per aiutare il signor Rubio, si potrebbe solo spiegare che a quanto pare reagiva già abbastanza ostinato per tanti fallimenti al minuto, fino a un certo punto messo alle strette dalle circostanze. Si ricordi, non ha convinto gli “alleati” a unirsi all’assassinio gratuito di iraniani, né tantomeno ad aiutare a proteggere i sionisti, e per giunta a quanto pare gli cambiano argomento, quando inizia con la sua parafernalia anticubana.
Questo non è cosa da poco; il signor Rubio può stimare che senza un sufficiente isolamento contro Cuba, qualsiasi intensificazione dell’aggressione, anche già come è stata impostata, porta al contrario a un maggiore isolamento moltiplicato degli USA, proprio ciò che qualsiasi cancelliere deve evitare.
E la questione non è che ai governanti USA interessi o meno questo, con tutta la loro prepotenza, non è proprio così, perché ad esempio, in virtù del livello di rifiuto che ora affrontano, si sono trovati eventualmente soli nella loro guerra contro l’Iran, Paese che erano riusciti a stigmatizzare, sanzionare, isolare, valga la ridondanza. E come già detto, questo di ritrovarsi praticamente soli accade per la prima volta almeno dalla guerra in Vietnam, e si sa come è andata.
E Cuba è molto lontana da quella situazione. Paragonata da alcuni a una Gaza senza bombe, si potrebbe affermare che poche volte nella storia del dissidio tra Cuba e gli USA, alcune delle sue tante fellonie contro la nazione caraibica, come questa del blocco energetico, avevano suscitato tanto rifiuto internazionale, dai popoli fino alla stragrande maggioranza dei governi mondiali.
In ogni caso il signor Rubio, responsabile della politica internazionale trumpista, è inequivocabilmente il principale responsabile del tracollo in cui hanno cacciato gli USA, nell’ordine internazionale. Sì, Trump naturalmente è il capo, ma il signor Rubio ha abbastanza potere burocratico per aver potuto influenzare un altro modo di agire. È dentro fino al collo, in poche parole.
Non si dovrebbe sottovalutare il valore politico e concreto dell’ambiente diplomatico e internazionale. Certamente le autorità di Washington possono credere che sedere su una “montagna” di un arsenale immenso di morte sia sufficiente per imporsi. Ma non funziona così.
E questa sfumatura non è frutto di un approccio contrario a Trump e compagni. No, persino il giornalista Tucker Carlson, uno degli ideologi del trumpismo/MAGA, ammette che senza negoziazione, senza diplomazia, rimane solo la potenza armamentaria, ricordando che con Trump sembrava funzionare finché, beh, gli iraniani gli hanno fermato il carro, come si dice.
Strettamente associato a quanto sopra, il governo Trump ora si carica di un’altra straordinaria sconfitta, cioè aver perso l’iniziativa comunicazionale. Tanto si è allontanato da ciò che accade, che se mai hanno avuto credibilità, o capacità di influenzare politicamente e ideologicamente il mondo, tutto questo si va evaporando al ritmo della guerra nel Golfo.
A quanto sopra si aggiunge il rifiuto straordinario di crescenti segmenti della popolazione USA, mobilitata in numeri che si calcolano in più di 8 milioni di manifestanti nelle manifestazioni “No rey”, cioè No Trump, del 28 marzo scorso, il giorno dopo gli eventi qui menzionati. E questa è un’altra importantissima considerazione che si evidenzia al termine di questo travagliato marzo 2026.
Per quanto riguarda Cuba, non si può trascurare nulla e come minimo continuare la preparazione per affrontare il peggio, cioè un attacco armato di qualche tipo. Certamente il panorama si presenta come più difficile per quell’opzione bellica rispetto a, per esempio, dopo il subdolo attacco al Venezuela. In ogni caso, non è ancora sufficientemente chiaro come Trump uscirà dall’impasse in Iran né tantomeno quando; e l’orologio continua il suo corso inesorabile, ancora lontano, circa 7 mesi, l’appuntamento elettorale di metà mandato, il secondo martedì di novembre prossimo quando, assicurano quelli che sanno, il potere trumpista rimarrà seriamente danneggiato.
In definitiva, speculare sui piani nemici contro Cuba serve solo a loro; alcuni con la bocca asciutta esigono trasparenza, che le autorità cubane chiariscano, sottovalutando l’importanza della denuncia tempestiva e precisa, e anche del silenzio prudente.
La storia dell’eroismo cubano dice tutto, e non ha mai avuto bisogno di spettacoli mediatici o dibattiti sulle reti sociali digitali; in definitiva, quelli che hanno combattuto con il Che in Bolivia non apparivano nei programmi televisivi dell’epoca, quelli che caddero difendendo i diritti sovrani dell’Africa, in Angola o Etiopia, è probabile che non abbiano mai nemmeno parlato davanti a un microfono e più recentemente, i 32 compagni morti a Caracas, il 3 gennaio scorso, facevano tutto sotto la massima martiana che “in silenzio doveva essere”.
Fonte: CubaSí
Mr. Rubio y el anticubanismo retórico
Cuba en Resumen
Hay que decir que la frase “Cuba sigue”, da para cualquier tipo de especulación…
Por Francisco Delgado Rodríguez
Este fin de mes de marzo del 2026, ha sido de especial interés la retórica anticubana de parte del Jefe Trump y su servidor para temas internacionales, Mr. Rubio. En medio de eventos que en rigor tenían poco o nada que ver con Cuba, ambos personajes vociferaron como siempre, una sarta de amenazas, algunas veladas, con suficiente ambigüedad como para ser interpretadas, según el visor ideológico conque se mire, y que pueden resumirse en varias conclusiones.
Una primera más evidente es que ambos, el mandatario y en segundo plano apenas repitiendo lo mismo, Mr. Rubio, habían prometido a sus fervientes seguidores anticubanos que después de “resolver expeditamente el asunto Irán”, vendrían contra Cuba.
La promesa hasta contaba con un plazo, partiendo del día que iniciaron los ataques contra Irán, el 28 de febrero, “guerrita” que en un Te Party en Mar e Lago, calcularon que duraría con mucho, 15 días. Es decir, a la altura del 16 de marzo ya debía esperarse un cambio “al estilo Venezuela” en La Habana, cualquier cosa que ello signifique.
Los hechos evidentemente han sido otros, no solo que Irán está aún repeliendo el ataque, sino que incluso, el debate cambió de horizonte y ahora se discute si ya se puede hablar de una derrota, de alcance estratégico, de la colación del Estado Epstein, como algunos le denominan a la suma de Trump más el sionismo, ya se sabe por qué.
En pocas y obvias palabras, el plazo no se cumplió tanto por la capacidad de resistencia de Cuba, como el heroico comportamiento de los iraníes, cuyos lideres oportunamente aclararon que su lucha no solo era por su país, sino por todos los pueblos amenazados por el imperio; y bueno todo permite razonar que es exactamente así.
Otra consideración que salta a la vista, asociada a la anterior y a la aplastante realidad, es que una vez navegando constantemente entre la fanfarronería y la no realidad virtual, pues al Jefe Trump no le ha quedado más remedio que proferir supuestos victoriosos sobre sus acciones, celebrar derrotas aplastantes a quien se le opone, calendarizándolas y posponiendo los plazos, siempre bajo la presión de que cada minuto que se prolonga el conflicto, es caída porcentual del apoyo nacional e internacional, al conflicto y a su figura.
Y no se trata de algo coyuntural; cualquiera sabe que en una guerra puede haber perdedores o ganadores, que no estaban en las previsiones; pero el rol de Trump, para eso lo eligieron entre otras cosas, es para hacer ver al mundo, que, aunque ya prácticamente no queden muchas razones objetivas para mantener la otrora hegemonía geopolítica estadounidense, hay que aparentar lo contrario.
En cuanto a Mr. Rubio, solo recordar lo ya sabido. Lograr que Trump anuncie que “Cuba es la próxima”, en medio de una narrativa sobre la inminente debacle del “régimen de Irán”, es sin dudas un extraordinario logro de apariencias. No es cualquier cosa, solo póngase en el lugar del secretario de Estado, quien ha sido mandatado para que aproveche el momento y acabe con la Revolución cubana. Y el asunto es que el momento se complejiza, se antoja cada vez más adverso para esas aspiraciones.
Trump evita ser claro en sus amenazas, o en anunciar cuales son sus planes contra Cuba. Es cierto que de alguna manera es como su estilo propio, diseñado para incidir a su favor en una negociación, lo cual es paradojal porque entonces, qué sentido tiene presumir de que cuando quiera puede invadir a su vecino isleño, si lo mueve un espíritu negociador, que como se sabe es otra de las opciones que la Casa Blanca ha manejada hacia Cuba.
En este vaivén, Washington solo ha mantenido un aspecto inamovible, esgrimido como especie de pretexto para intervenir, es decir, que Cuba es un estado fallido, a punto de colapsar dice el inquilino de la Casa Blanca, sin entrar en tantos “detalles aburridos”, debe pensar. Mr. Rubio le acompaña culpando a las autoridades cubanas de los efectos de las propias medidas crueles que ellos aplican. A ello responde el canciller cubano: “No se necesita una agresión asimétrica, abusiva y despiadada como esta, contra un gobierno que se considera incompetente”. Pura lógica.
Volviendo a los eventos mencionados en particular, tanto Trump como Mr. Rubio, aludieron tangencialmente a los planes para traer “la prosperidad a Cuba” y demás hierbas. Veamos.
El viernes 27 de marzo, en Miami, se celebró una de las ediciones Future Investment Initiative (FII) Priority Summit 2026, evento donde un grupo de multimillonarios o mejor dicho de representantes de estos, se reúnen para debatir las mejores opciones de inversión. La primera edición de esta reunión fue en Arabia Saudita, cuando allí se podían hacer eventos por supuesto, y tuvo de provisorio que respondía al esquema, al parecer ahora superado, de generar inversiones en EEUU y resto del primer mundo, a costa de la riqueza petrolera convertida en petrodólares.
En ese contexto, el Jefe Trump aseguró por enésima vez el futuro inmediato de los cubanos, al parecer porque gusta de acomodar sus dichos según el auditorio, donde se afirma que había ilustres oligarcas de origen cubano, y no tan ricos, también de apellidos cubanos, todos embarcados en la industria de la contrarrevolución con métodos mafiosos.
Hay que decir que la frase “Cuba sigue”, da para cualquier tipo de especulación, como se comentó más arriba. Puede verse como una virtual declaración de tufillo bélico, hasta otra artimaña, para arrastrar a las autoridades cubanas a algún tipo de concesión gratuita y siempre, mantener la presión psicológica sobre los cubanos. En el caso de Trump, cualquier variante es posible, es la más elemental de las consideraciones.
El mismo día 27, con huso horario diferente, el secretario de la diplomacia estadounidense, actuaba en una reunión extraordinaria de ministros de Exteriores del G7, en la Abadía de Vaux‑de‑Cernay, cerca de París; aquí Mr. Rubio intentó convencer a los “aliados”, sobre la legitimidad de la guerra contra Irán, insistiendo en arrastrar hacia ese conflicto a algunos de los asistentes al encuentro.
Mr. Rubio aprovechó para meter entre col y col, su agenda personal anticubana. No ha trascendido lo suficiente las respuestas que allí le dieron al enviado de la mafia cubano americana. Sin embargo, se supo que no fue aceptada sus explicaciones para justificar la tremenda crueldad, con que se están comportando contra los cubanos; por el contrario, los presentes mantuvieron su tradicional postura de rechazo al bloqueo.
Así que, a propósito de relatos, retoricas y dichos mentirosos, pues Mr. Rubio no tuvo mejor ocurrencia que explicar después a los medios que le interpelaron, que el problema con Cuba es que quiere petróleo gratis, razón por la que había que bloquearla energéticamente. Si alguien pensaba que la imbecilidad no tiene límites, pues tiene toda la razón, Mr. Rubio lo acaba de demostrar, quizás sin interesarle o sin percatarse de ello. No satisfecho con lo dicho, admitió que el propósito de EEUU, con este proceder, era lograr un cambio de régimen en Cuba.
No está claro las repercusiones de estos desatinos en la opinión publica estadounidense, que es muy seguro que los rechaza, sino también en el propio Trump, obstinado por asegurar, sobre todo a su base MAGA, que no buscan cambio de gobiernos ni aquí ni el planeta Plutonio, en caso decidan invadirlos por aquello de que tiene petróleo o algo así.
Para ayudar a Mr. Rubio, solo podría explicarse que al parecer reaccionaba ya bastante obstinado por tantos fracasos por minuto, hasta cierto punto acorralado por las circunstancias. Recuérdese, no convenció a los “aliados” de unirse al asesinato gratuito de iraníes, ni siquiera de que ayuden a proteger a los sionistas, y para colmo al parecer le cambian el tema, cuando empezó con su parafernalia anticubana.
Esto no es cualquier cosa; Mr. Rubio puede estimar que sin suficiente aislamiento contra Cuba, cualquier intensificación de la agresión, incluso ya como está planteada, conduce por el contrario a un mayor aislamiento multiplicado de EEUU, justo lo que tiene que evitar cualquier cancillería.
Y el asunto no es que a los gobernantes estadounidenses les interese o no eso, prepotencia mediante, no es tan así, porque por ejemplo, en virtud del nivel de rechazo que ahora enfrentan, es que se han quedado eventualmente solos en su guerra contra Irán, país al que habían logrado estigmatizar, sancionar, aislar, valga la redundancia. Y como se ha dicho, esto de quedarse prácticamente solos, ocurre por primera vez al menos desde la guerra en Vietnam, y ya se sabe como les fue.
Y Cuba, está muy lejos de esa situación. Comparada por algunos con una Gaza sin bombas, podría afirmarse que pocas veces en la historia del diferendo entre Cuba y EEUU, algunas de sus tantas felonías contra la nación caribeña, como esta del bloqueo energético, había concitado tanto rechazo internacional, desde los pueblos, hasta la mayoría aplastante de los gobiernos mundiales.
En todo caso Mr. Rubio, responsable de la política internacional trumpista, es inequívocamente el principal responsable de la debacle en el que han metido a los EEUU, en el orden internacional. Si, Trump desde luego es el jefe, pero Mr. Rubio tiene suficiente poder burocrático para haber incidido en otra forma de actuar. Esta embarcado, en pocas palabras.
No debería subestimarse el valor político y concreto del entorno diplomático e internacional. Ciertamente las autoridades en Washington pueden creer que estar sentados en una “montaña” de metralla asesina es suficiente para imponerse. Pero no funciona así.
Y este matiz no es fruto de un enfoque contrario a Trump y compañía. No, hasta el periodista Tucker Carlson, uno de los ideólogos del trumpismo/MAGA admite que sin negociación, sin diplomacia, solo queda el poderío armamentístico, recordando que con Trump parecía funcionar hasta que bueno, los iraníes le pararon el carro, como se dice.
Estrechamente asociado a lo anterior, el gobierno Trump ahora carga con otra extraordinaria derrota, es decir, haber perdido la iniciativa comunicacional. Tanto se divorció de lo que acontece, que si alguna vez tuvieron credibilidad, o capacidad de influir política e ideológicamente en el mundo, todo eso se va evaporando al ritmo de la guerra en el Golfo.
A lo anterior se suma el rechazo extraordinario de crecientes segmentos de la población estadounidense, movilizada en sumas que se calculan en más de 8 millones de manifestantes en las manifestaciones “No rey”, es decir, No Trump, del pasado 28 de marzo, al otro día de los eventos aquí aludidos. Y esto es otra importantísima consideración que se evidencia al culminar este atribulado mes de marzo del 2026.
Respecto a Cuba, nada se puede desestimar y como mínimo continuar la preparación para enfrentar lo peor, es decir un ataque armado de algún tipo. Ciertamente el panorama se presenta como más difícil para esa opción bélica que por ejemplo, tras el artero ataque a Venezuela. De todas formas, todavía no está suficientemente claro como Trump saldrá del atolladero en Irán ni tampoco cuando; y el reloj sigue su curso inexorable, aún lejano, unos 7 meses, el convite electoral de medio tiempo, el segundo martes de noviembre próximo cuando, aseguran los que saben, el poder trumpista quedará seriamente dañado.
En definitiva, especular sobre los planes enemigos contra Cuba solo les sirve a ellos; algunos con paladar seco exigen transparencia, que las autoridades cubanas aclaren, subestimando la importancia de la denuncia oportuna y precisa, y también del silencio prudente.
La historia del heroísmo cubano lo dice todo, y nunca necesitó de espectáculos mediáticos o debates en redes sociales digitales; en definitiva, los que pelearon con el Che en Bolivia no salían en los programas de televisión de la época, los que cayeron defendiendo los derechos soberanos de África, en Angola o Etiopía, es probable que ni siquiera hablaran alguna vez ante un micrófono y más recientemente, los 32 compañeros que murieron en Caracas, el 3 de enero pasado, lo hacían todo bajo la máxima martiana de que “en silencio ha tenido que ser”.
Fuente: CubaSí.

