Il signor Rubio e le sue meschine richieste

Φ Vuole o non vuole il signor Rubio negoziare con Cuba? Φ

Cuba en Resumen – Francisco Delgado Rodríguez

È la domanda logica che chiunque si farebbe ascoltando le ultime opinioni del cancelliere trumpista, con le quali cerca di fare lezione su quali siano i cambi che, a priori, dovrebbero assumere le autorità cubane. Le sue parole non sono passate inosservate e in queste ore navigano nelle acque turbolente delle reti sociali digitali.

Dice il signor Rubio che Cuba non dovrebbe limitarsi a cambi economici, ma che bisogna anche trasformare il suo sistema politico, sotto il presupposto che senza “libertà” politica non possa esserci “libertà” economica. La battuta si commenta da sola, si potrebbe dire ascoltandola specialmente da un alto funzionario imperiale, luogo dove l’economia è controllata dall’1%, che a sua volta controlla il 100% della politica.

Già immerso nella sua posa da esperto in onestà intellettuale e politica, nulla di più lontano dal veritiero, il signor Rubio si lamenta che il resto del mondo non capisce la visione che l’ultradestra miamense che lui rappresenta ha su Cuba e sul suo governo. Certo, “il resto del mondo” si accorge di ciò che sta accadendo, anche al di là di opinioni e dibattiti su quale sia il miglior sistema politico, e che la questione non ha nulla a che vedere con la democrazia e altri dettagli.

I meccanismi del signor Rubio sembrano muoversi al ritmo di una narrativa trionfalista sorpassata, basata non sul diritto internazionale o sul più elementare senso di convivenza tra vicini, ma offuscata da un’immagine di potenza, fuori giri e in franco processo di crollo, legata alle immagini disturbate del Capo Trump e del “suo esercito”, il più potente del mondo.

Pertanto, se si ha una forza militare “invincibile”, per il signor Rubio è sufficiente per cercare di intimorire i cubani e chiunque cerchi di sostenere Cuba. A giudicare dalle circostanze, forse mai prima d’ora era stato così chiaro che questo approccio è pura e semplice fantasia, derivata da una nostalgia imperiale polverizzata ed esposta a un potente ventilatore.

Messo quindi in prospettiva, praticamente il signor Rubio sta letteralmente condizionando qualsiasi dialogo con le autorità cubane, che come noto non sono né minimamente vinte dal crudele assedio a cui sottopongono l’Isola. E la precondizione non è una cosa qualsiasi: no, sta dicendo il signor cancelliere USA che se Cuba vuole raggiungere un accordo, il suo governo deve ammettere che sarà rimosso o meglio, che deve auto-rimuoversi, altrimenti è meglio non perdere tempo.

Φ Possono esserci alcuni modi per interpretare questo assurdo Φ

Il primo e più ovvio è che, anche al di là di qualsiasi senso patriottico, del quale i cubani hanno dato abbondanti esempi, è inspiegabile che qualcuno chieda una cosa del genere, come che il governo di uno dei due Paesi che stanno negoziando abbandoni prima il potere politico, e allora per cosa o con chi negoziare?

E questo diventa ancora più incredibile, quando queste aspirazioni di “cambio di regime” non hanno alcun fondamento in una congiuntura di sconfitta della Rivoluzione cubana né di nulla che vi assomigli; la richiesta non proviene quindi dalla constatazione che i governanti cubani debbano fuggire, prima che sia tardi o qualcosa del genere.

Così, se il signor Rubio chiede ai rivoluzionari cubani di sottomettersi, solo perché confonde desideri, peraltro vecchi, con il possibile, si tratta allora di un tentativo di sabotare direttamente lo sviluppo dell’eventuale dialogo in corso. Non c’è altro modo plausibile per capire la retorica del cancelliere nordico.

A questo punto sorge un altro interrogativo. Trump, ora tribolato dalla resistenza iraniana, è al corrente delle iniziative del suo responsabile per le questioni internazionali? Sì, perché è vero che lo stesso mandatario usa spesso questo tipo di tattiche negoziali, alzare la posta, ma non al punto di chiedere alla controparte di abbandonare tutto, senza che vi sia almeno una certezza che non abbiano altra alternativa.

Applicando il senso comune, il signor Rubio deve sapere molto bene che al contrario, nel seno della direzione rivoluzionaria cubana e in generale del popolo dell’Isola, esiste una convinzione radicata, che poggia su una storia di resistenza e resilienza, con episodi eroici molto recenti, che mostrano al contrario un Paese responsabilizzato, geloso della sua indipendenza ed eminentemente antimperialista per definizione.

Qualcosa di tutto ciò si può dedurre per esempio, e riguardo a un aspetto concreto, dal recente rapporto che sui servizi di intelligence cubani ha appena emesso l’FBI, specialmente il suo ramo dedicato al controspionaggio.

Il materiale, ampiamente divulgato sulle reti sociali dallo stesso FBI, ammette in modo lapidario e con esempi concreti che l’intelligence cubana è di eccellenza, che ha beffato l’impero, per esempio la CIA e altri servizi, in non poche occasioni. Concludono che la qualità dei cubani in questo fronte eccede, secondo loro, persino le dimensioni di una piccola isola, in crisi economica, in “modalità stato fallito”.

Rapidamente il rapporto “pro Cuba” dell’FBI ha dato da parlare. Qualsiasi cosa si potrebbe dedurre dalla sua pubblicazione proprio in questi momenti, tranne che riconoscano, con una certa dose di onorabilità, le capacità di un avversario tenace e valoroso. Ma sembra piuttosto far parte di un intreccio mediatico che tributa alla leggenda che Cuba sia una minaccia, che bisogna affrontare “dopo aver sconfitto l’Iran”, secondo le parole del Capo Trump.

Alcuni esperti di questioni USA e delle carenze tipiche dell’FBI collegano anche la questione al presunto hackeraggio dei conti dell’attuale direttore del Bureau, il signor Kash Patel, che appare in immagini in posa in stato di totale relax, in alcuni dei tanti luoghi che Cuba offre ai suoi visitatori.

Almeno rimane la tranquillità che quando Patel visitò l’Isola, non la vedeva come una minaccia per gli USA. Ed è probabile che una volta scoperto, abbia ordinato una mossa che gli permetta di recuperare l’immagine di lealtà ideologica senza ostacoli, che il capo del personale dell’amministrazione Trump esige dagli alti membri del governo, senza importare molto o nulla la loro competenza.

Il signor Rubio ha anche affrontato di sfuggita i successi ottenuti nell’invasione del Venezuela, stimando che tali risultati e la loro successiva evoluzione smentiscano coloro che ha definito “fanatici delle catastrofi”, cioè che se Washington decide di fare qualcosa di simile contro Cuba, allora tutti devono stare tranquilli che alla fine, come si è dimostrato dopo l’attacco a Caracas, non subentrerebbe il caos all’Avana.

Su quanto sopra, si dovrebbe piuttosto ammettere che questa opinione rivela francamente una delle tante preoccupazioni con cui stanno lottando alla Casa Bianca riguardo a cosa fare con Cuba. Cioè, la situazione è esattamente il contrario di ciò che annuncia a riguardo il signor Rubio, preoccupato di convincere i “fanatici” che non c’è nulla di cui preoccuparsi. Più irresponsabile non si può essere.

Parlando di ciarlataneria e cinismo, il signor Rubio ha alluso alla situazione dell’aggressione dello Stato Epstein contro l’Iran. Ha ripetuto ciò che dice il suo capo, nonostante sappia che quello è in un altro universo parallelo, soprattutto su ciò che gli iraniani sono “finiti”, che il conflitto ha ancora un paio di settimane e quando gli USA decideranno di andarsene. Per precauzione, ha messo come condizione che l’Iran apra lo Stretto di Hormuz, esattamente il contrario di ciò che ore dopo ha annunciato Trump, che improvvisamente ha assicurato che non gli importa un fico del famoso Stretto. Che pasticcio.

Per qualche ragione, il signor Rubio ha ritenuto utile essere ancora una volta sfacciato. Spudoratamente ha messo in discussione che gli iraniani attaccassero imbarcazioni civili, assicurando che è qualcosa di riprovevole e illegale. Impressionante che il mondo debba ascoltare questa verità proprio da uno dei capi che hanno bombardato sistematicamente e impunemente piccole lance di pescatori nei Caraibi, o abbordato in armi, petroliere venezuelane.

E come se non bastasse, il signor Rubio ha rimproverato alla dirigenza iraniana, assumendo una posa indignata, di aver speso tante risorse in armamenti e non nel suo popolo, ordinando di interrompere immediatamente la fabbricazione di droni. Ma pensa un po’ il signor Rubio e le sue contraddizioni con il Capo Trump; quest’ultimo ha appena ammesso di aver dovuto paralizzare numerosi programmi sanitari per i più bisognosi negli USA, per occuparsi di quelli dei meno, i padroni del complesso militare-industriale, cioè la guerra.

È quasi obbligatorio menzionare l’eroismo degli iraniani perché, come già detto, il percorso della guerra che affronta sta logorando a velocità inaspettata, mai pianificata, la capacità bellica USA.

E più rilevante è ciò che non è tangibile: si volatilizza la sensazione di invincibilità dell’esercito USA, dei suoi super costosi aerei, dell’infallibilità della sua intelligence militare, e della presunta morale per attaccare terzi, questione faticosamente lavorata per centinaia di anni nel subconscio del cittadino USA.

È ancora da vedere la portata di questo disastro, dove la sconfitta contro l’Iran è probabilmente un riflesso puntuale di qualcosa che stava evolvendo, e che richiedeva solo un evento sufficientemente drammatico per mostrarsi in tutta la sua dimensione. Forse questo è il nocciolo di tutta la questione, qualcosa da approfondire.

Ma non dimentichiamo il signor Rubio. Perché dopo tutto esistono ragioni per cui cerca di piazzare una bomba a orologeria nel dialogo con Cuba, eventualmente in fase di sviluppo. E non è per ciò che sembra credere, cioè che contano sulla presunta sconfitta inevitabile di Cuba. Al contrario, i suoi lamenti, come si potrebbero anche definire le sue parole, rivelano piuttosto un’angoscia esistenziale, in virtù della quale il cancelliere trumpista non riesce a imporre, come prima priorità, azioni per distruggere speditamente la Rivoluzione.

Φ Quello del signor Rubio è disperazione senza dubbio, senza mezze ombre, è il tic toc dell’implacabile orologio politico Φ

È la molto probabile enorme pressione che stanno esercitando i suoi finanziatori, della mafia cubano-americana; è quel commento della congressista Salazar, rappresentante di questa cosa nostra, “è ora o mai più”.

Il Capo Trump, che la giuria miamense aveva visto in qualche momento come il tipo che avrebbe posto fine alla Rivoluzione cubana, a bomba pulita se necessario, si è impantanato in altre priorità; per esempio, obbedire al sionismo, si sa, e inoltre si è “intrattenuto” in altri conflitti domestici, come la guerra dell’ICE contro la popolazione locale, la deriva dell’economia e i suoi conflitti con alleati internazionali, in generale con il resto del mondo, e come sostrato, concentrarsi sull’incrementare geometricamente gli ingressi dei Trump.

E se questo non bastasse, la confusione regnante e la nuova realtà hanno generato un autentico sconcerto nelle élite imprenditoriali di origine cubana che detengono il potere finanziario nel sud della Florida, un tempo coese nel loro fervore “anticastrista”. Se si volesse studiare un gruppo dove stanno agendo proprio ora le contraddizioni interborghesi, si può benissimo osservare questo processo.

Si è già spiegato, alcuni di questi potenti si intestardiscono con una “apertura dell’economia cubana” che deve beneficiare solo loro, nulla per gli altri. Tra questi, si elencano i Fanjul, i Bacardí, anche altri personaggi come Ivan Herrera (Univista Insurance), Michael Fux (settore automobilistico), e tipi che hanno accumulato ricchezza dall’industria senza fumo della controrivoluzione, come Ernesto Rodríguez, Omar Sixto e Nick Gutiérrez.

Sul fronte opposto ci sono i più “pragmatici”, li chiamano, che favoriscono le annunciate negoziazioni con L’Avana, per vedere come accomodare i loro interessi imprenditoriali in questa nuova realtà, e sulla base delle opportunità di beneficio reciproco che si offrono a chi vuole investire a Cuba.

Ebbene sì, quando il signor Rubio esige il cambio di governo, sta pensando contro ogni logica dialettica che torni a governare a Cuba qualcosa di simile a ciò che dirigeva la neocolonia fino al 1959, dove un’oligarchia rancida si divideva la ricchezza nazionale, in modo subordinato alle nascenti transnazionali USA. O è solo per la mafia cubanoamericana, a modo suo e a suo piacimento, o non c’è nulla da dialogare, deve essere ciò che stanno indicando all'”impiegato dell’anno” signor Rubio.

E bisogna ripetere, senza stancarsi, con senso del momento storico, che nel 1959 arrivò il Comandante e fece fermare tutto, cosa che per qualche strana ragione il nemico dimentica o omette, nonostante il menzionato rapporto dell’FBI e altre prove quotidiane, permanenti. Non capiscono che a Cuba un popolo si è rifiutato di lasciar morire il Comandante in Capo, tanto meno nel centenario della sua nascita.

Fonte: CubaSí


Mr. Rubio y sus mezquinas demandas

Cuba en Resumen – Por Francisco Delgado Rodríguez

¿Quiere o no quiere Mr. Rubio negociar con Cuba?

Es la pregunta lógica, que cualquiera se haría al escuchar las ultimas opiniones del canciller trumpista, con las que intenta sentar cátedra sobre cuáles son los cambios, que a priori deberían asumir las autoridades cubanas. Los dichos no han pasado inadvertidos y por estas horas navegan, por las aguas turbulentas de las redes sociales digitales.

Dice Mr. Rubio que Cuba, no debería limitarse a cambios económicos, sino que también hay que transformar su sistema político, bajo el supuesto que sin “libertad” política, no puede haber “libertad” económica. El chiste se cuenta solo, podría decirse al escucharlo en especial de un alto funcionario imperial, lugar donde la economía está controlada por el 1%, que a su vez controla el 100% de la política.

Ya metido en su pose de experto en honradez intelectual y política, nada más alejado de lo verídico, Mr. Rubio se lamenta que el resto del mundo no entiende la visión que tiene la ultra derecha mayamera que él representa, sobre Cuba y su gobierno. Claro, “el resto del mundo” se percata de que está pasando, incluso más allá de opiniones y debates sobre cuál es el mejor sistema político, y que el asunto no tiene nada que ver con democracia y otros detalles.

Los resortes de Mr.  Rubio parecen moverse al compás de una narrativa triunfalista trasnochada, basada, no en el derecho internacional o el más elemental sentido de la convivencia entre vecinos, sino obnubilados por una imagen de poderío, pasado de rosca y en franco proceso de derrumbe, relacionado con las imágenes perturbadas del Jefe Trump y “su ejército”, el más poderoso del mundo.

Por tanto, si se tiene una fuerza militar “invencible”, pues para Mr. Rubio es suficiente, para intentar amedrantar a los cubanos y a quien intente apoyar a Cuba. A tenor por las circunstancias, tal vez nunca antes había sido tan claro como ahora, que ese enfoque es pura y simple fantasía, derivada de una nostalgia imperial pulverizada y expuesta a un potente ventilador.

Puesto entonces, en perspectiva, prácticamente Mr. Rubio está literalmente condicionando cualquier dialogo con las autoridades cubanas, que como es conocido, no están ni medianamente vencidas por el cruel cerco, al que someten a la Isla. Y la precondición no es cualquier cosa, no, está diciendo el señor canciller estadounidense que si Cuba quiere llegar a un acuerdo, su gobierno debe admitir que será removido o mejor dicho, que debe auto removerse, sino ni mejor perder el tiempo.

Puede haber algunas maneras de interpretar este absurdo.

La primera y más obvia es que, incluso más allá de cualquier sentido patriótico, del que han dado sobrados ejemplos los cubanos, es inexplicable que alguien pida algo así, como que el gobierno de uno de los dos países que están negociando, abandone antes el poder político, y entonces ¿para qué o con quién negociar?

Y esto se antoja aún más increíble, cuando dichas aspiraciones de “cambio de régimen”, no tienen asidero en una coyuntura de derrota de la Revolución cubana ni nada que se le parezca; la exigencia no proviene por tanto de constatar que los gobernantes cubanos deben escapar, antes de que sea tarde o algo parecido.

De modo que si Mr. Rubio le pide a los revolucionarios cubanos que se subordinen, solo porque confunde deseos, viejos por cierto, con lo posible,  se trata entonces de un intento de sabotear directamente el desarrollo del eventual dialogo en curso. No hay otra forma plausible de entender la retórica del canciller norteño.

En este punto sobrevienen otra interrogante. Trump, ahora mismo atribulado por la resistencia iraní, ¿estará al tanto de las iniciativas de su responsable en temas internacionales?. Si, porque es cierto que el propio mandatario suele usar este tipo de tácticas negociadoras, de subir la parada, pero no al extremo de pedirle a la contraparte que abandonen todo, sin que medie al menos una certidumbre que no tienen otra alternativa.

Aplicando el sentido común, Mr. Rubio debe saber muy bien que por el contrario, en el seno de la dirección revolucionaria cubana y en general del pueblo de la Isla, existe una convicción arraigada, que descansa en una historia de resistencia y resilencia, con episodios heroicos muy recientes, que por el contrario muestran a un país empoderado, celoso de su independencia y eminentemente antimperialista por definición.

Algo de eso puede deducirse por ejemplo, y respecto a un aspecto concreto, del reciente informe que sobre los servicios de inteligencia cubanos acaba de emitir el FBI, especialmente su rama dedicada a la contrainteligencia.

El material, profusamente divulgado en redes sociales por el propio FBI, admite lapidaria y con ejemplos concretos que la inteligencia cubana es de excelencia, que ha burlado al imperio, por caso a la CIA y a otros servicios, en no pocas ocasiones. Concluyen que la calidad de los cubanos en este frente excede, según ellos, hasta el tamaño de una pequeña isla, en crisis económica, en “modo estado fallido”.

Rápidamente el informe “pro Cuba” del FBI, ha dado de que hablar. Cualquier cosa podría inferirse de su publicación justo en estos momentos, excepto que reconocen, con alguna dosis de honorabilidad, las capacidades de un contrario tenaz y valeroso. Pero más bien parece formar parte de un entramado mediático, que tributa a la leyenda de que Cuba es una amenaza, que hay que atender “después de derrotar a Irán”, según los dichos del Jefe Trump.

Algunos expertos en temas estadounidenses y sobre las falencias típicas del FBI, también vinculan el asunto al eventual hackeo de cuentas del actual director del Buro, el sr. Kash Pastel , quien aparece en imágenes posando en estado de relajación total, en algunos de los tantos parajes que Cuba ofrece a sus visitantes.

Al menos queda la tranquilidad que cuando Pastel visitó la Isla, no la veía como una amenaza para EEUU. Y es probable que una vez descubierto, ordenara una movida que le permita recuperar la imagen de lealtad ideológica sin cortapisas, que el jefe de personal de la administración Trump, exige a los altos miembros del gobierno, sin importar mucho o nada la competencia de estos.

Mr. Rubio también abordó como de refilón los éxitos obtenidos en la invasión a Venezuela, estimando que dichos resultados y su posterior evolución, desmienten a quienes calificó de “fanáticos de las castástrofes”, es decir, que si Washington decide hacer algo parecido contra Cuba, pues todo el mundo debe estar tranquilo que al final, como se demostró tras el ataque a Caracas, no sobrevendría el caos en La Habana.

Sobre lo anterior, más bien se debería admitir que esta opinión, francamente devela una de las tantas preocupaciones con las que están lidiando en la Casa Blanca respecto a que hacer con Cuba. Es decir, la situación es exactamente lo contrario de lo que al respecto anuncia Mr. Rubio, preocupado por convencer a “los fanáticos” de que no hay de que preocuparse. Más irresponsable no puede ser el tipo.

Hablando de charlataneria y cinismo, Mr. Rubio aludió a la situación de la agresión del Estado Epstein contra Irán. Repitió lo que dice su jefe, a pesar de que sabe que aquel esta en otro universo paralelo, sobre todo en aquello de que los iraníes están “acabados”, que al conflicto les queda un par de semanas y cuando EEUU decida irse. Por si acaso, puso como condición que Irán abra el Estrecho de Ormuz, exactamente lo contrario de lo que horas después anunció Trump, quien de repente aseguró que le importa un bledo el famoso Estrecho. Que lio.

Por alguna razón, Mr. Rubio estimó útil ser otra vez desvergonzado. Campantemente cuestionó que los iraníes atacaran embarcaciones civiles, asegurando que es algo reprochable e ilegal. Impresionante que el mundo tenga que escuchar esa verdad nada menos que de uno de los jefes, que han bombardeado sistemática e impunemente pequeñas lanchas de pescadores en el Caribe, o abordado en zafarrancho de combate, tanqueros venezonalos.

Y como si no fuera suficiente, Mr. Rubio reprochó al liderazgo iraní, asumiendo una pose indignada, que hayan gastado tantos recursos en armamento y no en su pueblo, ordenando que paralicen de inmediato la fabricación de drones. Pero vaya con Mr. Rubio y sus contradicciones con el Jefe Trump; este último acaba de admitir que han tenido que paralizar numerosos programas de salud para los más necesitados en EEUU, para atender las de los menos, los dueños del complejo militar industrial, es decir la guerra.

Es casi obligado mencionar el heroísmo de los iraníes porque, ya se ha dicho, el derrotero de la guerra que enfrenta está desgastando a velocidad inesperada, nunca planificada, la capacidad bélica estadounidense.

Y más relevante lo que no es tangible; se volatiliza la sensación de invencibilidad de las us army, de sus super costosos aviones, de la infalibilidad de su inteligencia militar, y de la supuesta moral para atacar a terceros, asunto trabajosamente trabajado durante cientos de años, en el subconsciente del ciudadano estadounidense.

Esta por ver los alcances de este desastre, donde la derrota ante Irán es probablemente un reflejo puntual de algo que estaba evolucionando, y que solo requería un evento lo suficientemente dramático, para mostrarse en toda su dimensión. Quizás esto sea el meollo de todo el asunto, algo a profundizar.

Pero no olvidemos a Mr. Rubio. Porque al fin y al cabo razones existen para que procure meter una bomba de tiempo, en el dialogo con Cuba, eventualmente en ciernes. Y no es por lo que aparenta creer, es decir, que cuentan con la supuesta derrota inevitable de Cuba. Por el contrario, sus lamentos, como también podrían calificarse sus dichos, develan más bien una angustia existencial, en virtud de la cual el canciller trumpista no logra imponer, como primera prioridad, acciones para destruir expeditamente a la Revolución.

Lo de Mr. Rubio es desespero sin dudas, sin medias sombras, es el tic toc del implacable reloj político.

Es la muy probable enorme presión que están ejerciendo sus financistas, de la mafia cubanoamericana; es aquel comentario de la congresista Salazar, representante de esa cosa nostra, “es ahora o nunca”.

El Jefe Trump, al que la jauría mayamera vio en algún momento como el tipo que acabaría con la Revolución cubana, a bombazo limpio si es menester, se empatanó en otras prioridades;  por caso, obedecer al sionismo, ya se sabe, y además se “entretuvo” en otros conflictos domésticos, como la guerra de ICE contra la población local, la deriva de la economía y sus conflictos con aliados internacionales, en general con el resto del mundo, y como sustrato, enfocarse en incrementar geométricamente los ingresos de los Trump.

Y si esto no fuera suficiente, la confusión reinante, y la nueva realidad, ha generado un autentico desquicio en las élites empresariales de origen cubano, que detentan el poder financiero en el sur de la Florida, otrora cohesionadas en su fervor “anticastrista”. Si se quisiera estudiar un grupo donde están actuando ahora mismo las contradicciones interburguesas, bien puede detenerse a observar este proceso.

Ya se ha explicado, algunos de estos poderosos se empecinan  con una “apertura de la economía cubana”,  que  solo debe beneficiarlos a ellos, nada para los demás. Entre otros, se enlistan los Fanjul, los Bacardí, también otros personajes como Ivan Herrera (Univista Insurance), Michael Fux (sector automotriz), y tipos que han acumulado riqueza, desde la industria sin humos de la contrarrevolución, como Ernesto Rodríguez, Omar Sixto y Nick Gutiérrez.

En la acera de enfrente están los más “pragmáticos”, les dicen, que favorecen las anunciadas negociaciones con La Habana, para ver como acomodan sus intereses empresariales en esta nueva realidad, y en base a las oportunidades de beneficio mutuo, que se les ofrece a quien quiera invertir en Cuba.

Pues si, cuando Mr. Rubio exige cambio de gobierno, esta pensando contra toda lógica dialéctica, que vuelva a gobernar en Cuba algo parecido a lo que dirigía a la neocolonia hasta 1959, donde una rancia oligarquía se repartía la riqueza nacional, en modo subordinado a nacientes trasnacionales estadounidenses. O es solo para la mafia cubano americana, a su modo y antojo,  o no hay nada que dialogar, debe ser lo que le están indicando al “empleado del año” Mr. Rubio.

Y hay que repetir, sin cansarse, con sentido del momento histórico, que en ese 1959, llegó el Comandante y mando a parar, que por alguna extraña razón el enemigo olvida u obvia, muy a pesar del mencionado informa del FBI y otras pruebas cotidianas, permanentes. No entienden que en Cuba un pueblo se ha negado a dejar morir al Comandante en Jefe, mucho menos en el centenario de su nacimiento.

Tomado de CubaSí

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