Il 5 aprile 2024, le forze di sicurezza ecuadoriane hanno fatto irruzione nell’Ambasciata del Messico a Quito e hanno sequestrato l’ex vicepresidente Jorge Glas, che aveva ricevuto asilo politico. Il caso di Glas rivela come il lawfare si installi come una forma di disciplinamento che non richiede prove straordinarie, ma narrazioni efficaci sostenute da silenzi complici.
Non ricordo con precisione in che anno ho conosciuto Jorge Glas. In quegli anni, il lavoro nel governo di Rafael Correa era assorbente, sì, ma anche profondamente meraviglioso: c’era una sensazione costante di stare costruendo qualcosa di tangibile, di vedere risultati che si materializzavano quasi immediatamente in opere, in politiche, in cambi reali nella vita delle persone. Tutto accadeva con un’intensità difficile da spiegare, una mistica che attraversava ogni giornata e che rendeva secondari i calendari e le date esatte. Ecco perché non colloco Jorge Glas in un giorno preciso, ma in quel polso collettivo, in quell’energia condivisa dove il lavoro non era solo lavoro, ma una profonda convinzione che l’Ecuador potesse essere diverso.
Non era un profilo mediatico; piuttosto, era riconosciuto per essere un uomo tecnico, di gestione. Quando arrivò la persecuzione giudiziaria e con essa quella mediatica, quella stessa condizione – quella di non aver costruito una figura pubblica attraverso l’esposizione, ma attraverso l’esecuzione – finì per pesare.
Jorge David Glas Espinel costruì una traiettoria che lo portò dalla gestione pubblica alla vicepresidenza durante il governo di Rafael Correa. Ingegnere elettrico di formazione presso la Scuola Superiore Politecnica del Litorale (ESPOL), iniziò il suo percorso nello Stato nell’ambito delle telecomunicazioni, un settore chiave nella modernizzazione istituzionale di quegli anni. Prima di occupare incarichi di maggiore visibilità politica, sviluppò una carriera tecnica legata alla gestione di imprese pubbliche strategiche: fu manager del Fondo di Solidarietà, un organismo che amministrava beni in settori come energia e telecomunicazioni, e da lì ebbe un ruolo nella gestione di aziende come la Corporazione Nazionale delle Telecomunicazioni (CNT), la Corporazione Elettrica dell’Ecuador (CELEC) e altre entità legate a settori strategici.
Questo percorso lo posizionò come un operatore tecnico all’interno del governo, specializzato nell’articolazione di progetti infrastrutturali e nella gestione di aree considerate prioritarie per lo sviluppo, che successivamente lo avrebbero portato ad assumere il Ministero Coordinatore dei Settori Strategici.
Il suo legame con Rafael Correa, tuttavia, non iniziò in politica. Si conobbero da giovani a Guayaquil, attraverso i gruppi di boy scouts, dove forgiarono un rapporto stretto fin dall’inizio.
La sua traiettoria nei settori strategici lo portò alla vicepresidenza, prima nel 2013 e poi alla rielezione nel 2017, insieme a Lenín Moreno. Con un presunto discorso “anticorruzione”, Moreno prese rapidamente le distanze dal progetto politico da cui proveniva, riconfigurando alleanze e aprendo uno scenario di scontro che avrebbe avuto conseguenze dirette su figure centrali di quel processo, tra cui Jorge David Glas Espinel.
Ciò che inizialmente fu erroneamente interpretato come una “lotta tra compari” o una tensione tra il nuovo presidente e il suo predecessore, Rafael Correa, finì per rivelarsi qualcosa di più profondo: la constatazione che Moreno non era mai appartenuto veramente a quel progetto, ma lo aveva usato come piattaforma per arrivare al potere e, una volta lì, lavorò per smantellarlo dall’interno. In questo processo, Glas Espinel non solo rappresentava una continuità politica, ma anche un ostacolo scomodo: era uno dei quadri con conoscenza diretta dell’architettura dello Stato che era stata costruita, con la capacità di sostenere quella rotta e, allo stesso tempo, con legittimità interna all’interno del correismo. La sua permanenza non solo contraddiceva la nuova narrazione politica, ma rendeva difficile il riassetto delle alleanze e la svolta del governo, trasformandolo in una figura che, più che essere spostata, doveva essere completamente neutralizzata.
Rapidamente, Lenín Moreno iniziò a smantellare l’impalcatura politica che aveva ereditato dalla Rivoluzione Cittadina, mentre stipulava patti con media, settori imprenditoriali e operatori istituzionali, per ridefinire l’equilibrio del potere. In questo processo, Glas Espinel fu progressivamente isolato: prima emarginato dalle funzioni, poi spogliato delle attribuzioni chiave all’interno della vicepresidenza e, infine, trasformato nel centro di una narrazione che aveva bisogno di responsabili visibili per sostenere la svolta politica.
La costruzione di un caso
Nell’ottobre 2017, Glas fu arrestato “preventivamente” ed entrò per la prima volta in prigione nel Carcere 4 di Quito, un centro di detenzione situato nella capitale ecuadoriana destinato principalmente a ex funzionari e persone processate per reati di alto profilo. Due mesi dopo, a dicembre, fu condannato a 6 anni per associazione a delinquere nel caso legato all’impresa costruttrice brasiliana Odebrecht, in cui non furono presentate prove materiali dirette che attestassero che avesse ricevuto tangenti; non esistono bonifici bancari, contratti firmati da lui né documenti che dimostrino in modo inequivocabile una consegna di denaro. Il processo fu costruito principalmente su testimonianze di terzi, in particolare di intermediari ed ex funzionari.
Su questa stessa linea, la sua difesa ha sostenuto che la figura dell’associazione a delinquere ha permesso di stabilire la responsabilità penale senza bisogno di provare un singolo atto concreto di corruzione. A ciò si aggiunge l’argomento che, nella sua qualità di ministro coordinatore dei settori strategici, il suo ruolo non implicava l’aggiudicazione diretta di contratti, ma l’articolazione di politiche e progetti.
Con la sentenza definitiva, nell’ottobre 2018 fu trasferito al Centro di Riabilitazione Sociale Regionale Cotopaxi, uno dei complessi penitenziari più grandi e duri del Paese, segnato dal sovraffollamento, dalla violenza strutturale e dal deterioramento delle condizioni di vita. Quel trasferimento non implicò solo un cambio di luogo, ma un salto qualitativo nelle condizioni della detenzione.
In quel momento, quando il processo cominciava a inasprirsi, ci furono anche gesti che non passarono attraverso tribunali o comunicati ufficiali. Non ricordo più esattamente chi me li consegnò. Fu durante un viaggio di lavoro del presidente Rafael Correa in Spagna, a cui partecipavo, quando mi fecero avere due rosari benedetti da Papa Francesco: uno per Jorge David Glas Espinel e uno per sua madre, una donna profondamente religiosa. Toccò a me consegnarli alla allora sua moglie, in un contesto che non passava inosservato: lei era sorvegliata dalla polizia ecuadoriana, in modo quasi grossolano, come detective di un brutto film, troppo evidenti per non notarli. Non era un’operazione ad alto rischio né niente del genere, ma era un promemoria scomodo del momento che si stava vivendo.
Non fu nemmeno un atto pubblico né una presa di posizione. Ma fu un momento che contrastava con tutto il resto. Mentre il caso cominciava a inasprirsi e a caricarsi di tensioni e dispute, apparve un gesto minimo, quasi silenzioso, che non cercava di influenzare il processo, ma che, per un istante, gli restituiva la sua umanità.
Nel 2019, la Commissione Interamericana dei Diritti Umani concesse misure cautelari a favore di Jorge David Glas Espinel, ritenendo che la sua vita e la sua integrità personale fossero a rischio, sia per le sue sofferenze di salute che per il contesto di violenza nelle carceri del Paese. Nel 2020, mentre era ancora privato della libertà, arrivò una seconda condanna: 8 anni per concussione nel caso “Tangenti 2012-2016”, nell’ambito di un processo in cui la giustizia ecuadoriana sostenne l’esistenza di una struttura di finanziamento illegale dallo Stato verso il progetto politico di Rafael Correa. A quel punto, la svolta politica promossa dal governo di Lenín Moreno non era più solo pubblica, ma irreversibile; il correismo aveva smesso di essere l’asse del governo – se mai lo era stato – per diventare il suo principale avversario.
Gli allarmi non si fermarono qui. Negli anni successivi, il Gruppo di Lavoro sulla Detenzione Arbitraria delle Nazioni Unite concluse che la sua detenzione presentava elementi di arbitrarietà e raccomandò il suo rilascio, incorporando anche preoccupazioni sul deterioramento della sua salute e sulle condizioni di rischio in cui rimaneva rinchiuso.
Quel deterioramento fu, precisamente, l’argomento centrale dei ricorsi giudiziari che vennero dopo. Nell’aprile 2022, già durante il governo di Guillermo Lasso, un giudice gli concesse un habeas corpus argomentando violazioni del suo diritto alla salute e all’integrità personale, che gli permise di uscire di prigione. Ma quella sentenza non solo aprì un dibattito giuridico, ma mise in evidenza che, al di là del cambio di amministrazione, esisteva una continuità politica. Sia il governo precedente che quello di Lasso cercavano di smantellare il progetto politico associato al correismo, e in questo quadro, il caso di Jorge Glas occupava un posto centrale.
Non si trattava di un’argomentazione astratta. Jorge Glas presenta un quadro di salute complesso, con gravi affezioni alla salute mentale, tra cui depressione severa e crisi ricorrenti, che hanno richiesto cure mediche. A ciò si aggiungono segni di deterioramento fisico, tra cui perdita di peso ed episodi associati a denutrizione durante la sua reclusione. La sua condizione richiede un trattamento continuo e la somministrazione quotidiana di farmaci. La sua difesa ha denunciato ripetutamente che in prigione tale trattamento non è stato garantito in modo adeguato, il che aggrava il suo stato e lo mette in una situazione di rischio.
Nel maggio 2022, la Corte Provinciale revocò la decisione e ne ordinò il ritorno in prigione, riportandolo nello stesso ambiente che gli organismi internazionali avevano già segnalato come rischioso. La rapidità dell’appello e la nettezza dell’inversione di rotta riflettevano una linea d’azione statale coerente con quell’obiettivo politico. Tuttavia, la reazione istituzionale non si fermò qui. Il giudice che aveva concesso la libertà fu successivamente indagato, sospeso e infine destituito dal Consiglio della Magistratura. Sebbene formalmente la sanzione fosse stata giustificata da mancanze disciplinari, i margini di azione giudiziaria erano condizionati. Anche altri giudici che avevano adottato decisioni favorevoli a Glas subirono procedimenti disciplinari.
Nel novembre 2022, Jorge David Glas Espinel ottenne una nuova scarcerazione con misure cautelari. Non era un’uscita definitiva, bensì una misura condizionata, sostenuta principalmente dal suo stato di salute. Il processo giudiziario rimaneva aperto e, con esso, la costante possibilità di invertire qualsiasi decisione.
Nel dicembre 2023, di fronte alla possibilità di nuove azioni giudiziarie contro di lui e alla mancanza di garanzie, Glas entrò nell’Ambasciata del Messico a Quito e chiese asilo. Rimase lì per mesi, in una situazione irregolare, senza essere detenuto, ma senza poter uscire; protetto giuridicamente, ma senza una risoluzione chiara sul suo futuro. L’asilo gli fu concesso dal governo di Andrés Manuel López Obrador il 5 aprile 2024. In mezzo alla tensione, AMLO difese la decisione con un’affermazione diretta: “certamente ha diritto all’asilo (…) e bisogna far valere il diritto d’asilo”.
Ore dopo, le forze di sicurezza ecuadoriane invasero l’ambasciata messicana per catturarlo, violando qualsiasi principio di diritto internazionale.
Quello stesso giorno, il Messico ruppe le relazioni diplomatiche con il Paese sudamericano.
In quel momento, l’allora presidente Daniel Noboa stava promuovendo una consulta popolare e un referendum convocati per il 21 aprile 2024. Il processo includeva domande incentrate sulla sicurezza, le riforme istituzionali e il rafforzamento del ruolo delle Forze Armate di fronte al crimine organizzato, in mezzo a una crisi di violenza senza precedenti nel Paese. L’irruzione nell’ambasciata per rapire Jorge Glas era il colpo d’opinione di cui il presidente junior aveva bisogno per “riaffermare la sua autorità e la mano dura”.
Noboa difese l’operazione affermando che l’Ecuador non avrebbe permesso l’impunità e che avrebbe agito conformemente all’ordinamento giuridico nazionale, anche di fronte a tensioni internazionali. Glas si trovò attraversato non solo dalla sua dimensione giudiziaria e diplomatica, ma anche dal calendario politico di un governo inetto che giocava la sua legittimità alle urne.
Dopo il suo arresto, Jorge David Glas Espinel fu trasferito nel carcere di massima sicurezza noto come La Roca, a Guayaquil, segnato dalla reclusione quasi totale, dalla sorveglianza permanente e dall’incertezza sulle condizioni di sicurezza. In questo contesto, la sua situazione cominciò a diventare più fragile: le sue condizioni fisiche si deteriorarono visibilmente e, nell’aprile 2024, iniziò uno sciopero della fame come forma di protesta dopo la sua cattura. Poco dopo fu ricoverato in ospedale.
Mentre il conflitto avanzava in sedi internazionali, le relazioni diplomatiche rimasero congelate: senza ambasciatori, senza canali politici diretti e con una tensione che passò dal bilaterale al multilaterale. Parallelamente, la situazione di Glas Espinel praticamente non cambiò nell’immediato.
Il deterioramento continuò ad avanzare e mesi dopo fu nuovamente ricoverato, questa volta dopo un tentativo di suicidio mediante l’ingestione di farmaci. Per questo, esperti indipendenti delle Nazioni Unite si pronunciarono nuovamente sul suo caso, segnalando possibili violazioni del suo diritto alla salute, all’integrità personale e persino alla vita, in un contesto in cui l’assistenza medica adeguata non era garantita. Lungi dall’attenuarsi, la sua situazione giudiziaria si inasprì. Nel 2025 arrivò una nuova condanna: 13 anni per peculato, nel caso della ricostruzione di Manabí, un processo legato all’uso di risorse pubbliche destinate alla ricostruzione dopo il terremoto del 2016.
Nuovamente, condannato senza prove che attestassero che Glas avesse beneficiato personalmente di quelle risorse o che fosse intervenuto in modo concreto nell’aggiudicazione o esecuzione di contratti specifici, ripetendo uno schema già visto in cause precedenti: l’utilizzo di strutture ampie di responsabilità per imputare penalmente senza dimostrare un singolo atto individuale preciso.
Quello stesso anno, il suo intorno si tese di nuovo. Nel gennaio 2025 fu rimosso dal centro penitenziario a seguito di allarmi su possibili rischi contro la sua vita all’interno del sistema carcerario. Poco dopo, fu nuovamente trasferito in una prigione di massima sicurezza, questa volta a Santa Elena, che faceva parte del nuovo schema carcerario del governo ecuadoriano, ispirato al CECOT di Nayib Bukele; un sistema più isolato, più opaco e, quindi, più suscettibile di violazioni dei diritti umani.
Dalla sua difesa, l’enfasi cominciò a essere un’altra: non solo la legalità del processo, ma la sua sopravvivenza. Denunciarono deterioramento fisico, perdita di peso, mancanza di cure mediche adeguate. E, tuttavia, non c’era bisogno che lo dicessero: le sue condizioni erano visibili. Tutti lo vedemmo attraverso le foto che circolavano sui media. Un corpo sempre più fragile, che si consumava in tempo reale.
Nel dicembre 2025, un nuovo tentativo giudiziario cercò di cambiare la sua situazione. Fu presentato un habeas corpus con l’argomento che la sua salute richiedeva un ricovero urgente. Il giudice lo negò. Non c’era, disse, violazione di diritti costituzionali, e non ritenne nemmeno necessario il ricovero. La decisione non solo chiuse quella strada, ma segnò il punto in cui il caso cominciò a spostarsi. Non si discuteva più solo della sua libertà, ma se potesse essere sostenuto in quelle condizioni.
Questa svolta divenne evidente pochi mesi dopo. Il fronte giudiziario non si è chiuso, ma ha cambiato asse. Il 2 aprile 2026, a Santa Elena, doveva essere ripristinata l’udienza dell’habeas corpus correttivo presentato a favore di Jorge David Glas Espinel. Non si trattava della sua libertà, ma di qualcosa di più basilare: le sue condizioni di detenzione e l’accesso alle cure mediche. Tuttavia, la procedura si è nuovamente dilazionata, sostenendo che il suo avvocato non si era collegato alla sessione, una versione che è stata smentita dalla difesa.
Quando si spengono gli argomenti giuridici e si svuotano di senso le sentenze, ciò che rimane è una vita, quella di Jorge David Glas Espinel. Un uomo che si deteriora in prigione, che necessita di farmaci quotidiani, che ha attraversato crisi di salute fisica e mentale, e che rimane rinchiuso non solo per un fascicolo, ma per una decisione politica sostenuta nel tempo, che è parte di una sequenza di governi di destra che, dopo la rottura con il correismo, non solo cercarono di smantellare un progetto politico, ma di riordinare il Paese in funzione di altri interessi, privati, chiaramente. Ciascuno a suo modo, con diversi linguaggi e strategie, ma con l’obiettivo di aprire la strada a un modello in cui lo Stato si ritrae e gli interessi corporativi voraci avanzano.
Il lawfare non è uno slogan, è una pratica. È l’utilizzo del sistema giudiziario come strumento di disciplinamento politico. Non ha bisogno di prove straordinarie, ma di narrazioni efficaci.
In mezzo a tutto questo, il silenzio. Perché il lawfare non si regge solo con giudici e media complici: si regge anche con le omissioni. Con la mancanza di prese di posizione chiare, sostenute, collettive. Con una diplomazia che spesso preferisce non disturbare, anche di fronte a casi che evidenziano a chiare lettere persecuzione politica e violazione dei diritti più basilari. Anche con i silenzi scomodi dei propri, con settori codardi del suo stesso spazio politico che hanno scelto di omettere la sua difesa per accomodarsi nel nuovo scacchiere del potere.
Salvo eccezioni, come quella di Gustavo Petro, che ha cercato, con sfumature e limiti, di mettere sul tavolo la dimensione politica del caso, o alcune posizioni dal Messico che hanno segnalato la gravità di quanto accaduto.
Ma nemmeno queste voci sono riuscite a rompere l’assedio. Perché non c’è stata una posizione regionale sostenuta, articolata, capace di contestare la narrazione dominante, e così, tra prese di posizione isolate e silenzi diplomatici, il caso ha perso centralità, scivolando lentamente verso l’oblio. Un uomo solo di fronte a una macchina politica e giudiziaria che lo supera.
“Il mondo trema: un uomo innocente è in carcere”, ha detto l’ex presidente Rafael Correa riferendosi al suo compagno, ma soprattutto amico. Forse è proprio di questo che si tratta. Di nominarlo, di ricordarlo. Perché dietro tutto questo c’è una vita e una famiglia che continua a sperare.
Jorge, non ti dimentichiamo.
Jorge Glas, entre el lawfare y el olvido
El 5 de abril de 2024, fuerzas de seguridad ecuatorianasr invadieron la Embajada de México en Quito y secuestraron al exvicepresidente, Jorge Glas, quien había recibido asilo político. El caso de Glas revela cómo el lawfare se instala como una forma de disciplinamiento que no requiere pruebas extraordinarias, sino relatos eficaces sostenidos por silencios cómplices
Daniela Pacheco
No recuerdo con precisión en qué año conocí a Jorge Glas. En esos años, el trabajo en el gobierno de Rafael Correa era absorbente, sí, pero también profundamente maravilloso: había una sensación constante de estar construyendo algo tangible, de ver resultados que se materializaban casi de inmediato en obras, en políticas, en cambios reales de la vida de la gente. Todo ocurría con una intensidad difícil de explicar, una mística que atravesaba cada jornada y que volvía secundarios los calendarios y las fechas exactas. Por eso no ubico a Jorge Glas en un día preciso, sino en ese pulso colectivo, en esa energía compartida donde el trabajo no era solo trabajo, sino una convicción profunda de que Ecuador podía ser distinto.
No era un perfil mediático; más bien, era reconocido por ser un hombre técnico, de gestión. Cuando llegó la persecución judicial y con ella, la mediática, esa misma condición —la de no haber construido una figura pública desde la exposición, sino desde la ejecución— terminó pesando.
Jorge David Glas Espinel construyó una trayectoria que lo llevó de la gestión pública a la vicepresidencia durante el gobierno de Rafael Correa. Ingeniero eléctrico de formación por la Escuela Superior Politécnica del Litoral (ESPOL), inició su paso por el Estado en el ámbito de las telecomunicaciones, un sector clave en la modernización institucional de esos años. Antes de ocupar cargos de mayor visibilidad política, desarrolló una carrera técnica vinculada a la gestión de empresas públicas estratégicas: fue gerente del Fondo de Solidaridad, organismo que administraba activos en áreas como energía y telecomunicaciones, y desde ahí tuvo incidencia en la conducción de empresas como Corporación Nacional de Telecomunicaciones (CNT), Corporación Eléctrica del Ecuador (CELEC) y otras entidades vinculadas a sectores estratégicos.
Ese recorrido lo posicionó como un operador técnico dentro del gobierno, especializado en la articulación de proyectos de infraestructura y en la gestión de áreas consideradas prioritarias para el desarrollo, lo que posteriormente lo llevaría a asumir el Ministerio Coordinador de Sectores Estratégicos.
Su vínculo con Rafael Correa, sin embargo, no comenzó en la política. Ambos se conocieron en su juventud en Guayaquil, a través de grupos de boy scouts, donde forjaron una relación cercana desde muy temprano.
Su trayectoria en los sectores estratégicos lo llevó a la vicepresidencia, primero en 2013 y luego a la reelección en 2017, de la mano de Lenín Moreno. Con un supuesto discurso “anticorrupción”, Moreno marcó rápidamente distancia del proyecto político del que provenía, reconfigurando alianzas y abriendo un escenario de confrontación que tendría consecuencias directas sobre figuras centrales de ese proceso, entre ellas Jorge David Glas Espinel.
Lo que comenzó entendiéndose, erróneamente, como una “pelea de compadres” o una tensión entre el nuevo presidente y su antecesor, Rafael Correa, terminó revelándose como algo más profundo: la constatación de que Moreno nunca perteneció realmente a ese proyecto, sino que lo utilizó como plataforma para llegar al poder y, una vez ahí, trabajó para desmontarlo desde dentro. En ese proceso, Glas Espinel no solo representaba una continuidad política, sino también un obstáculo incómodo: era uno de los cuadros con conocimiento directo de la arquitectura del Estado que se había construido, con capacidad de sostener ese rumbo y, al mismo tiempo, con legitimidad interna dentro del correísmo. Su permanencia no solo contradecía el nuevo relato político, sino que dificultaba el reacomodo de alianzas y el giro del gobierno, convirtiéndolo en una figura que, más que desplazada, debía ser neutralizada por completo.
Rápidamente, Lenín Moreno comenzó a desmontar el andamiaje político que había heredado de la Revolución Ciudadana, mientras pactaba con medios, sectores empresariales y operadores institucionales, para redefinir el equilibrio de poder. En ese proceso, Glas Espinel fue progresivamente aislado: primero marginado de funciones, luego despojado de atribuciones clave dentro de la vicepresidencia y, finalmente, convertido en el centro de un relato que necesitaba responsables visibles para sostener el viraje político.
La construcción de un caso
En octubre de 2017, Glas fue detenido “preventivamente” e ingresó por primera vez en prisión en la Cárcel 4 de Quito, un centro de detención ubicado en la capital ecuatoriana destinado principalmente a exfuncionarios y personas procesadas por delitos de alto perfil. Dos meses después, en diciembre, fue condenado a seis años por asociación ilícita en el caso vinculado a la constructora brasileña Odebrecht, en el que no se presentaron pruebas materiales directas que acrediten que recibió sobornos; no existen transferencias bancarias, contratos firmados por él ni documentos que demuestren de forma fehaciente una entrega de dinero. El proceso se construyó principalmente sobre testimonios de terceros, en particular de intermediarios y exfuncionarios.
En esa misma línea, su defensa ha sostenido que la figura de asociación ilícita permitió establecer responsabilidad penal sin necesidad de probar un acto individual concreto de corrupción. A ello se suma el argumento de que, en su calidad de ministro coordinador de sectores estratégicos, su rol no implicaba la adjudicación directa de contratos, sino la articulación de políticas y proyectos.
Con la sentencia en firme, en octubre de 2018 fue trasladado al Centro de Rehabilitación Social Regional Cotopaxi, uno de los complejos penitenciarios más grandes y duros del país, marcado por el hacinamiento, la violencia estructural y el deterioro de las condiciones de vida. Ese traslado no solo implicó un cambio de lugar, sino un salto cualitativo en las condiciones del encierro.
En ese momento, cuando el proceso comenzaba a endurecerse, también hubo gestos que no pasaron por tribunales ni comunicados oficiales. Ya no recuerdo con exactitud quién me los entregó. Fue durante un viaje de trabajo del presidente Rafael Correa a España, en el que yo participaba, cuando me hicieron llegar dos rosarios bendecidos por el Papa Francisco: uno para Jorge David Glas Espinel y otro para su madre, una mujer profundamente religiosa. Me correspondió entregarlos a su entonces esposa, en un contexto que no pasaba desapercibido: ella estaba siendo vigilada por la policía ecuatoriana, de una forma casi burda, como detectives de una mala película, demasiado evidentes como para no notarlos. No era una operación de alto riesgo ni nada parecido, pero sí un recordatorio incómodo del momento que se estaba viviendo.
Tampoco fue un acto público ni un posicionamiento. Pero sí un momento que contrastaba con todo lo demás. Mientras el caso empezaba a endurecerse y a cargarse de tensiones y disputas, aparecía un gesto mínimo, casi silencioso, que no buscaba incidir en el proceso, pero que, por un instante, le devolvía su humanidad.
En 2019, la Comisión Interamericana de Derechos Humanos otorgó medidas cautelares a favor de Jorge David Glas Espinel, al considerar que su vida e integridad personal estaban en riesgo, tanto por sus padecimientos de salud como por el contexto de violencia en las cárceles del país. En 2020, mientras seguía privado de libertad, llegó una segunda condena: ocho años por cohecho en el caso “Sobornos 2012–2016”, dentro de un proceso en el que la justicia ecuatoriana sostuvo la existencia de una estructura de financiamiento ilegal desde el Estado hacia el proyecto político de Rafael Correa. Para entonces, el viraje político impulsado por el gobierno de Lenín Moreno ya no solo era público, sino irreversible; el correísmo había dejado de ser el eje del gobierno —si es que alguna vez lo fue— para convertirse en su principal adversario.
Las alertas no se detuvieron ahí. En los años siguientes, el Grupo de Trabajo sobre la Detención Arbitraria de Naciones Unidas concluyó que su detención presentaba elementos de arbitrariedad y recomendó su liberación, incorporando también preocupaciones sobre el deterioro de su salud y las condiciones de riesgo en las que permanecía recluido.
Ese deterioro fue, precisamente, el argumento central de los recursos judiciales que vinieron después. En abril de 2022, ya durante el gobierno de Guillermo Lasso, un juez le concedió un habeas corpus argumentando vulneraciones a su derecho a la salud y a la integridad personal, lo que le permitió salir de prisión. Pero ese fallo no solo abrió un debate jurídico, sino que dejó en evidencia que, más allá del cambio de administración, existía una continuidad política. Tanto el gobierno anterior como el de Lasso buscaban desmontar el proyecto político asociado al correísmo, y en ese marco, el caso de Jorge Glas ocupaba un lugar central.
No se trataba de un alegato abstracto. Jorge Glas presenta un cuadro de salud complejo, con afectaciones graves a la salud mental, incluyendo depresión severa y crisis recurrentes, que han requerido atención médica. A ello se suman signos de deterioro físico, incluyendo pérdida de peso y episodios asociados a desnutrición durante su reclusión. Su condición exige tratamiento continuo y el suministro diario de medicamentos. Su defensa ha denunciado de manera reiterada que en prisión ese tratamiento no ha sido garantizado de forma adecuada, lo que agrava su estado y lo coloca en una situación de riesgo.
En mayo de 2022, la Corte Provincial revocó la decisión y ordenó su regreso a prisión, devolviéndolo al mismo entorno que organismos internacionales ya habían advertido como riesgoso. La rapidez de la apelación y la contundencia de la reversión reflejaron una línea de acción estatal coherente con ese objetivo político. Sin embargo, la reacción institucional no se detuvo ahí. El juez que había otorgado la libertad fue posteriormente investigado, suspendido y finalmente destituido por el Consejo de la Judicatura. Aunque formalmente la sanción se justificó por faltas disciplinarias, los márgenes de actuación judicial estaban condicionados. Otros jueces que adoptaron decisiones favorables a Glas también enfrentaron procesos disciplinarios.
En noviembre de 2022, Jorge David Glas Espinel obtuvo una nueva excarcelación bajo medidas cautelares. No era una salida definitiva, sino una medida condicionada, sostenida principalmente en su estado de salud. El proceso judicial seguía abierto y, con él, la posibilidad constante de revertir cualquier decisión.
En diciembre de 2023, ante la posibilidad de nuevas acciones judiciales en su contra y la falta de garantías, Glas ingresó a la Embajada de México en Quito y solicitó asilo. Permaneció ahí durante meses, en una situación irregular, sin estar detenido, pero sin poder salir; protegido jurídicamente, pero sin una resolución clara sobre su futuro. El asilo le fue concedido por el gobierno de Andrés Manuel López Obrador el 5 de abril de 2024. En medio de la tensión, AMLO defendió la decisión con una afirmación directa: “desde luego que tiene derecho al asilo (…) y hay que hacer valer el derecho de asilo”.
Horas después, fuerzas de seguridad ecuatorianas invadieron la embajada mexicana para capturarlo, violando cualquier principio de derecho internacional. Ese mismo día, México rompió relaciones diplomáticas con el país sudamericano.
En ese momento, el entonces presidente Daniel Noboa, impulsaba una consulta popular y referéndum convocados para el 21 de abril de 2024. El proceso incluía preguntas centradas en seguridad, reformas institucionales y el fortalecimiento del papel de las Fuerzas Armadas frente al crimen organizado, en medio de una crisis de violencia sin precedentes en el país. La irrupción en la embajada para secuestrar a Jorge Glas era el golpe de opinión que necesitaba el junior presidente para “reafirmar su autoridad y mano dura”.
Noboa defendió la operación señalando que Ecuador no permitiría la impunidad y que se actuaría conforme al orden jurídico nacional, aun frente a tensiones internacionales. Glas quedó atravesado no sólo por su dimensión judicial y diplomática, sino también por el calendario político de un gobierno inepto que se jugaba legitimidad en las urnas.
Tras su detención, Jorge David Glas Espinel fue trasladado a la cárcel de máxima seguridad conocida como La Roca, en Guayaquil, marcada por el encierro casi total, la vigilancia permanente y la incertidumbre sobre las condiciones de seguridad. En ese contexto, su situación comenzó a volverse más frágil: su estado físico se deterioró de forma visible y, en abril de 2024, inició una huelga de hambre como forma de protesta tras su captura. Poco después fue hospitalizado.
Mientras el conflicto avanzaba en instancias internacionales, las relaciones diplomáticas quedaron congeladas: sin embajadores, sin canales políticos directos y con una tensión que pasó de lo bilateral a lo multilateral. En paralelo, la situación de Glas Espinel prácticamente no cambió en lo inmediato.
El deterioro siguio avanzando y meses después, fue nuevamente hospitalizado, ahora tras un intento de suicidio mediante la ingesta de medicamentos. Por ello, expertos independientes de Naciones Unidas volvieron a pronunciarse sobre su caso, señalando posibles vulneraciones a su derecho a la salud, a la integridad personal e incluso a la vida, en un contexto donde la atención médica adecuada no estaba garantizada. Lejos de aliviarse, su situación judicial se endureció. En 2025 llegó una nueva condena: trece años por peculado, en el caso de la reconstrucción de Manabí, un proceso relacionado con el uso de recursos públicos destinados a la reconstrucción tras el terremoto de 2016.
Nuevamente, condenado sin pruebas que acrediten que Glas se haya beneficiado personalmente de esos recursos ni que haya intervenido de forma concreta en la adjudicación o ejecución de contratos específicos, repitiendo un patrón ya visto en causas anteriores: la utilización de estructuras amplias de responsabilidad para imputar penalmente sin demostrar un acto individual preciso.
Ese mismo año, su entorno volvió a tensarse. En enero de 2025 fue retirado del centro penitenciario ante alertas sobre posibles riesgos contra su vida dentro del sistema carcelario. Poco después, fue trasladado nuevamente a una prisión de máxima seguridad, esta vez en Santa Elena, que hacía parte del nuevo esquema carcelario del gobierno ecuatoriano, inspirado en el CECOT de Nayib Bukele; un sistema más aislado, más opaco y, por ende, más susceptible de violaciones a los derechos humanos.
Desde su defensa, el énfasis empezó a ser otro: ya no solo la legalidad del proceso, sino su supervivencia. Denunciaron deterioro físico, pérdida de peso, falta de atención médica adecuada. Y, sin embargo, no hacía falta que lo dijeran: su estado era visible. Todas y todos lo vimos a través de las fotos que circulaban en los medios. Un cuerpo cada vez más frágil, consumiéndose en tiempo real.
En diciembre de 2025, un nuevo intento judicial buscó cambiar su situación. Un habeas corpus fue presentado con el argumento de que su salud requería hospitalización urgente. El juez lo negó. No había, dijo, vulneración de derechos constitucionales, y tampoco consideró necesaria la hospitalización. La decisión no solo cerró esa vía, sino que marcó el punto en el que el caso empezó a desplazarse. Ya no se discutía únicamente su libertad, sino si podía sostenerse en esas condiciones.
Ese giro se hizo evidente pocos meses después. El frente judicial no se ha cerrado, pero ha cambiado de eje. Este pasado 2 de abril de 2026, en Santa Elena, debía reinstalarse la audiencia del habeas corpus correctivo presentado a favor de Jorge David Glas Espinel. No se trataba de su libertad, sino de algo más básico: sus condiciones de detención y el acceso a atención médica. Sin embargo, la diligencia volvió a dilatarse, bajo el argumento de que su abogado no se había conectado a la sesión, una versión que fue desmentida por la defensa.
Cuando se apagan los argumentos jurídicos y se vacían de sentido las sentencias, lo que queda es una vida, la de Jorge David Glas Espinel. Un hombre que se deteriora en prisión, que necesita medicación diaria, que ha atravesado crisis de salud física y mental, y que sigue encerrado no solo por un expediente, sino por una decisión política sostenida en el tiempo, que es parte de una secuencia de gobiernos de derecha que, tras la ruptura con el correísmo, no solo buscaron desmontar un proyecto político, sino reordenar el país en función de otros intereses, privados, claro. Cada uno a su manera, con distintos lenguajes y estrategias, pero con el objetivo de abrir paso a un modelo donde el Estado se repliega y los intereses corporativos voraces avanzan.
El lawfare no es una consigna, es una práctica. Es la utilización del sistema judicial como herramienta de disciplinamiento político. No necesita pruebas extraordinarias, sino narrativas eficaces.
En medio de todo eso, el silencio. Porque el lawfare no se sostiene solo con jueces y medios de comunicación cómplices: se sostiene también con omisiones. Con la falta de pronunciamientos claros, sostenidos, colectivos. Con una diplomacia que muchas veces prefiere no incomodar, incluso frente a casos que evidencian a todas luces persecución política y vulneración de los derechos más básicos. También con los silencios incómodos de las y los propios, con sectores cobardes de su propio espacio político que han optado por omitir su defensa para acomodarse en el nuevo tablero de poder.
Salvo excepciones, como la de Gustavo Petro, que ha intentado, con matices y límites, poner sobre la mesa la dimensión política del caso, o algunas posiciones desde México que han señalado la gravedad de lo ocurrido. Pero ni siquiera esas voces han logrado romper el cerco.
Porque no ha habido una posición regional sostenida, articulada, capaz de disputar la narrativa dominante, y así, entre pronunciamientos aislados y silencios diplomáticos, el caso fue perdiendo centralidad, deslizándose lentamente hacia el olvido. Un hombre solo frente a una maquinaria política y judicial que lo excede.
“El mundo tiembla: un hombre inocente está en la cárcel”, dijo el expresidente Rafael Correa refiriéndose a su compañero, pero sobre todo, amigo. Tal vez de eso se trata todo esto. De nombrarlo, de recordarlo. Porque detrás de todo esto hay una vida y una familia que sigue esperando.
Jorge, no te olvidamos.

